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Orfana, Gary Cooper la adottò. «Si presentò con 8 chili di caramelle »

9 Novembre 2012

di Pasquale Sorrentino
(da “Il Mattino”, 9 novembre 2012)

SALERNO – «Sono la figlioccia di Gary Cooper, mi ha adottato quando avevo 7 anni e mi venne a trovare in Italia per regalarmi otto chili di caramelle ». È la testimonianza di Raffaella Gravina, la bambina adottata a distanza da Gary Cooper nel 1953. Nata a Mignano Montelungo, nel casertano oggi vive a Scafati.

Raffaella rimase orfana di padre durante la seconda guerra mondiale e fu sostenuta a distanza dal divo di Hollywood all’interno di un programma portato avanti, dal 1947 al 1969, da Plan International, un’organizzazione nata per aiutare i bambini ridotti in miseria. Furono coinvolti molti divi come Raymond Burr, Peter Ustinov, Sandra Dee, Harry Belafonte ed Helen Bonfils che sostenevano a distanza gli orfani.

Plan torna in Italia per celebrare il suo ritorno e ripercorre i 75 anni della sua storia attraverso il racconto di chi è stato aiutato. Lo fa con l’iniziativa “Riconosciti in Plan”: gli italiani saranno chiamati a riconoscersi o a riconoscere parenti tramite le loro foto di allora. Ed ecco Raffaella Gravina: nata nel 1939, sposata, due figli ed è sempre stata una casalinga.

Oggi ha 73 anni e Gary Cooper la adottò quando ne aveva 7. L’attore la sosteneva con 8mila lire al mese. La venne a trovare in Italia e le regalò un bracciale d’oro, una borsa di pelle, un abito per la madre, una ciotola di caramelle da 8 chili e un pigiama di raso giallo a fiori dipinti.

Raffaella l’ha conservato senza averlo mai indossato. «Era altissimo – ricorda – vuoi venire in America con me, mi chiese e gli risposi: no, qui ho la mia mamma. Lui mi disse: tutte le volte che daranno un mio film, tu dovrai andarlo a vedere. E al cassiere dovrai dire “Io sono la figlioccia di Gary Cooper”. Gary Cooper – racconta Raffaella Gravina – con quel gesto, ha cambiato la mia vita regalandomi l’opportunità di vivere dignitosamente ».


I Tecnici, i Notabili e il Vuoto Politico
di Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera”, 9 novembre 2012)

Ha senz’altro ragione Michele Salvati quando sottolinea come dietro lo spazio che tecnici e notabili stanno acquisendo in questo Paese c’è il grande problema del vuoto politiconi cui soffre l’Italia. È così. Tuttavia non confonderei i due ambiti, come mi pare egli tenda a fare; penso che tecnici e notabili siano due cose distinte che quindi richiedono â— almeno in generale: da noi come dirò le cose si complicano â— un giudizio distinto.

Mi aiuterò con un esempio: quello degli Stati Uniti. Lì accade spesso che il Presidente chiami come suoi ministri, specie per certe amministrazioni, dei tecnici. Cioè delle persone dotate di competenze professionali specifiche, spesso testimoniate da camere di prestigio in ambito privato ma non solo. Le quali, al termine del mandato politico-governativo, tornano alle loro attività abituali o ad altre che comunque nulla hanno a che fare con la politica. Si veda, tanto per fare un esempio, il caso di Condoleezza Rice. A me pare che il nostro attuale presidente del Consiglio incarni precisamente una figura di tal genere. Economista di valore, conosciuto a apprezzato negli ambienti internazionali, proprio per le sue capacità e la stima di cui gode è stato chiamato a dirigere il governo in un momento di drammatica crisi finanziaria, mentre in un modo o nell’altro tutte le forze politiche facevano un passo indietro. E da allora ha ripetuto fino alla noia che non intende presentarsi per un prossimo incarico di governo. Che cos’ha del notabile ima personalità del genere? A me pare proprio nulla.

Il notabile, infatti, si presenta nella vita pubblica italiana secondo ima delle due fattispecie seguenti. La prima â— diffusissima â— è quella che potrebbe definirsi «dentro ima volta,” dentro per sempre ». Si tratta di coloro i quali, magari sulla base di una consolidata notorietà professionale entrano in politica, cioè vengono cooptati in Parlamento da un partito; ma che terminato il passaggio parlamentare, però, lungi dal tornare alle loro attività fanno di tutto per restare vita naturai durante nella variegata sfera degli incarichi pubblici gestiti dalla politica, o meglio dati in appalto alla lottizzazione dei medesimi. Penso ad esempio ad un pur bravo scienziato come Luigi Nicolais, nominato non molto tempo fa presidente del Cnr mentre era ancora deputato e dopo essere stato addirittura segretario provinciale del Pd a Napoli; o a un economista come Antonio Marzano, fondatore di Forza Italia, più volte parlamentare, ministro, e in seguito dirottato alla presidenza del Cnel. L’intercambiabilità continua e la sovrapponibilità dei ruoli; per decenni non uscire mai dal «giro »; passare disinvoltamente da ministro a presidente della Biennale, da presidente di un’Authority a ministro e così via ma restando in vario modo sempre in carico alla politica e con un inevitabile svaporamento di qualunque specifica competenza: questo è il modello, tutto italiano, del notabile in servizio permanente effettivo (come altro bisogna chiamarlo, se no?). Tra livello centrale, regionale, provinciale e comunale, migliaia e migliaia di persone.

Complementare e in certo senso preliminare a questa ora detta, è la seconda fattispecie. Quella di coloro che hanno dalla loro non tanto una qualifica tecnica quanto ima notorietà sociale; che sono espressione di «ambienti », di filiere di interessi, di organizzazioni che contano. I quali non decidono già di entrare in politica con una propria formazione ovvero aderendo a una già esistente, ma â— approfittando della delegittimazione del ceto politico tradizionale â— si dichiarano per l’appunto genericamente «disponibili »: disponibili in sostanza a prenderne il posto. Anche se, beninteso, con l’avallo e grazie all’aiuto di quel ceto politico stesso, offrendosi graziosamente alla cooptazione da parte sua: non certo affrontando in prima persona il durissimo lavoro di un’attività politica vera e propria. Quasi sempre neppure manifestando apertamente dove, e soprattutto in qual modo, intenderebbero condurre il Paese: forti esclusivamente della loro notorietà che ne fa, per l’appunto, dei «notabili », se non piace «a disposizione » diciamo allora «disponibili ».
A me pare lecito se non altro chiedersi se tutto ciò sia normale o non incarni un aspetto profondamente patologico della nostra vita democratica. Se non altro chiederselo: la risposta che conta, come ovvio, è solo quella dei cittadini.


“La politica italiana all’ombra del Colle”, qui.


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Bart