Parlamento, specchio infranto

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 31 marzo 2012)

Veniamo fuori da un triplo anniversario. Nel 2006, per i sessant’anni della Repubblica.
Nel 2008, altri sessant’anni dalla Costituzione. Nel 2011, un secolo e mezzo di unità nazionale. E c’è anco ­ra alle viste una nuova ricorrenza, cen ­t’anni dalla Grande guerra. Stiamo in ­vecchiando, insomma. Ma i complean ­ni ci costringono a guardarci indietro, alla ricerca della nostra identità. È an ­cora scolpita sulle tavole della Costitu ­zione? E che cosa è diventata nel frattempola Cartadel 1948: un collante o un freno per lo sviluppo della società italiana?

Da queste domande muove l’ultimo saggio di Enzo Cheli Nata per unire, dato alle stampe dal Mulino. Anzi: più che un saggio, una raccolta di saggi. Cheli spazia dalla libertà d’informazio ­ne al sistema dei partiti, dal federali ­smo alla forma di governo, al ruolo del Quirinale, della Corte costituziona ­le, delle authority. Da qui una certa disomogeneità, d’altronde inevitabi ­le. Ma è unitario viceversa il metodo adottato dall’autore: coniugare il dirit ­to con la storia, mettere a nudo le radi ­ci degli istituti costituzionali per indi ­viduarne l’anima, a partire dai dibatti ­ti in Assemblea Costituente. Una lezio ­ne preziosa per noi costituzionalisti. Sbaglierò, ma ho l’impressione che ne ­gli ultimi tempi stiamo diventando acrobati del combinato disposto, vir ­tuosi del cavillo procedurale. Come se ci applicassimo a un regolamento di condominio, anziché alla regola che governa la politica. Come se quest’ulti ­ma regola â— quella costituzionale â— non sia al contrario immersa nel bro ­do della storia, e perciò cangiante lun ­go le diverse stagioni della storia.

Sta di fatto che la storia repubblica ­na è divisa in due come una mela. Lo dimostra proprio il modo dì festeggia ­re i compleanni: nei primi tre decen ­nali (1958-1978) l’accento cadde sull’at ­tuazione della Carta costituzionale; ne ­gli ultimi tre (1988-2008) le celebrazio ­ni hanno avuto come sfondo le rifor ­me.

Si direbbe insomma che non siamo mai stati capaci di leggerela Costitu ­zione con gli occhiali del presente. Ne abbiamo sempre rinviato la forza vin ­colante a un futuro imprecisato, al tempo della sua attuazione, o specu ­larmente al tempo della riforma. Dun ­quela Cartadel1948 ha(forse) un fu ­turo, ma non ha un passato.

Cheli s’oppone â— e non è il solo ­- a questa conclusione. Rivendica i me ­riti storici dei nostri padri fondatori, l’unità che ci hanno lasciato in dote. Quella che alla Costituente seppero trovare uomini d’opposte fedi, e che si riflette per esempio nella scelta del governo parlamentare, perché favori ­sce il dialogo tra le forze in campo. Perché è un antidoto rispetto al popu ­lismo, all’unità fittizia delle masse po ­polari nel segno d’una democrazia ple ­biscitaria. Perché infine reca l’attribu ­to della flessibilità, adattandosi al pol ­mone della storia. Ne è prova anche l’esperienza del governo Monti, alleva ­to da Napolitano ma pur sempre benedetto in Parlamento.

Giusto così: una buona Costituzione non è mai una cami ­cia di gesso sulla società politica, né sulla società civile. Altrimenti runa o l’altra la manderebbero in frantumi. Le regole costituzionali devono accompagnare l’evoluzione dei rapporti sociali, sen ­za cercare d’imbracarli. Ma come rego ­larsi quando il popolo divorzia dal Pa ­lazzo? E il frutto avvelenato della crisi dei partiti, e questa crisi sta corrom ­pendo la democrazia italiana. Nel suo modello ideale, ogni democrazia ­ha scritto J.D. May â— esprime infatti «la corrispondenza necessaria tra gli atti di governo e i desideri di coloro che ne sono toccati ». In altre parole (quelle di Temistocle Martines) alla rappresentanza deve congiungersi la rappresentatività degli eletti rispetto agli elettori. Ma adesso gli italiani si riflettono nel loro Parlamento come in uno specchio infranto. Non vi si ri ­conoscono, e dunque ne contestano l’autorità, la legittimazione.

Da qui una questione che investe le stes ­se regole del gioco.
Dice Cheli: per uscire dal pantano serve una nuova etica pubblica, non una nuova Costituzione. Può bastare qualche legge, come quella sui partiti, sempre promessa e mai varata. O al più modifiche costituzionali di detta ­glio. Sarà così, probabilmente. Ma non aggiusteremo il nostro condomi ­nio senza aprire canali di comunica ­zione con gli esclusi. Democrazia di ­retta, deliberativa, partecipativa. Oggi è questa la riforma di cui realmente s’avverte l’esigenza.

Visto 16 volte, 1 visite odierne.