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LETTERATURA: I MAESTRI: Ortese. Pensare è terribile

1 Aprile 2012

Intervista a cura della Fiera Letteraria
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 20, gioved√¨ 18 maggio 1967]

I suoi personaggi sono tutti poveri e semplici. Non c’√® malizia nella loro vita, n√© odio, n√© rancore. Crede che tali creature possano esistere nel mondo d’oggi, ammesso che siano mai esistite?

Il titolo che avevo dato al libro non era questo, era Luna d’ottobre, e voleva fissare un’immagine nuova della citt√†, una citt√† senza smog, con luna, altri astri e piccole strade; voleva, inoltre, rievoca ¬≠re un sentimento gi√† popolare, poi quasi perduto con l’avvenire, in Italia, del benessere: la fede nel socialismo come scoperta del cuore unico del mondo.

Il titolo successivo ne falsa, invece √Ę‚ÄĒ cos√¨ temo – il significato, le intenzioni. Poveri e semplici pu√≤ sembrare la raccomandazione un po’ ironica di un autore stanco, il rinvio a modelli un po’ stan ¬≠tii di pochezza culturale, e ingenua quanto impos ¬≠sibile felicit√†. Non √® cos√¨.

Mi premeva raccontare la breve storia di una fede, non so se ci sono riuscita. Ho rinunciato, per farlo, a una scrittura consapevole, esigente. Un espe ¬≠rimento anche il mio, anche se sgradito. Ci vuole un po’ di coraggio, oggi, a parlare di sentimenti. C’√® da sprofondare, lo sento. Ma tutte le altre vie le sento perdute. Pensare √® terribile: √® come affac ¬≠ciarsi a un pozzo dove non si vede pi√Ļ niente. In ¬≠vece, in superficie, tutto √® lieto, risponde. Ci sono le cose che aiutano, anche la miseria, il breve pian ¬≠gere, Dio.

Il mondo √® pieno di persone cos√¨, com’√® pieno di passeri. Dove nascono non si sa, n√© di cosa vivono, n√© dove vanno a morire. Ma ci sono: e il mondo, for ¬≠se, va avanti per questo.

Lei crede che questi esseri con la loro mansuetu ¬≠dine siano i precursori dell’umanit√† di domani?

L’umanit√† √® mansueta per natura, lo √® sempre stata. Ma, su mille anime tranquille, tre almeno non sono tali, e si adoperano per mutarla. Tre for ¬≠ze, almeno, la tengono in pugno: sono il bisogno, la paura, l’avidit√†. L’umanit√† va e viene, come un fanciullo legato da una breve catena a un palo, in ¬≠torno al palo della sua semplicit√†, a se stessa: e necessit√†, terrori, sete di potere la sferzano. Que ¬≠sto √® il tormento dell’umanit√†: che non pu√≤ cessare di essere se stessa, cio√® semplice, e intanto deve andare sotto la sferza, perch√© qualche cosa, in lei, non √® semplice, qualcosa vuole liberarla dai vecchi limiti, renderla alata e onnipotente. Il dolo ¬≠re √® questo. Forse, anche l’inganno √® questo. L’uma ¬≠nit√† non ha bisogno di tante cose, l’umanit√† √® li ¬≠mitata, semplice. Chi le offre molte cose, ne vuole l’anima. All’umanit√†, basterebbe la semplice intel ¬≠ligenza: per fare gli strumenti, le case, gli abiti, e lavorare i campi. Invece, eccola costretta a sventra ¬≠re la terra, bruciare il mare, fendere il cielo. Per ¬≠ch√©? Per chi? Piramidi e monumenti infiniti sono elevati dall’eternit√†; fabbriche immense sorgono, navi sono varate. Strumenti di bellezza e di morte incidono a fuoco lo smalto celeste dell’aria. Ordi ¬≠ni dovunque! L’umanit√† esegue, e non sa perch√©, per chi. Non a suo vantaggio, certamente. Le citt√† sono nere, inabitabili. I cibi senza sapore. La cam ¬≠pagna, deserto. Il mare veleno, o, dove non √® vele ¬≠no, sollievo riservato ai potenti. Le arti bucate, an ¬≠nerite. I rapporti tra uomo e uomo falsati dall’auto ¬≠matismo, nati clamorosi e morti. Che c’√® di buono in tutto questo? Nulla. I giovani hanno lasciato, almeno col cuore, le loro case. I vecchi non hanno lasciato tracce: morti negli ospizi o mimetizzati, mascherati da giovani. L’uomo di quarant’anni si trascina. La donna non ha sorriso n√© figli, ma, in sostituzione, l’impiego. Che c’√® di buono, in que ¬≠sto? Io dico: nulla. Vedo, da questo, che l’umanit√† √® frodata, molti vivono su di lei, la tengono immobi ¬≠le, per immobilizzarla sempre pi√Ļ la stordiscono con cose false, prive ormai di valore: come il denaro, un po’ di cultura, un po’ di progresso tecnico. E l’umanit√† √® infelice, semplicemente: vorrebbe es ¬≠sere libera, con poche cose, molte distanze, di nuo ¬≠vo affetti, felicit√†, libert√†…

Uno scrittore, penso, dovrebbe smitizzare questi orrori, questa sventurata concezione del vivere. Agli altri uomini, alle donne, ai ragazzi, raccontare ci√≤ che essi sono veramente: gente legata e frodata. Insegnare la libert√†. Dove si trova: nel rifiuto di ci√≤ che non √® strettamente utile. Dove si strappa: a una conoscenza vigorosa della storia: l√† si vede co ¬≠me l’uomo, producendo tutto, per s√© non ha nulla. L√†, nella storia, si vede come occorra afferrare per il muso il cavallo insensato della storia.
Mansuetudine, dunque, ma, insieme, resistenza. Mitezza, ma come rivolta ai miti della frode, alle armi.

Da che cosa dipende questa perdita di reale valore di cui soffre l’uomo d’oggi?

Questo √® chiaro. Che il valore non √® perduto: solo che l’uomo √® sfinito, e dorme.

Attraverso la letteratura del passato lei immagina uomini forniti di una maggiore individualit√†; magari pi√Ļ rozzi ma pi√Ļ ricchi con una maggiore capacit√† di sentire, di soffrire, di godere e di creare. Perch√© oggi la letteratura non √® pi√Ļ in grado di darci questa pie ¬≠nezza di vita?

Per quanto s’√® detto: che l’uomo √® intimamente sfinito e dorme. Prima delle due guerre non era ancora sfinito, ma due guerre sono troppe, senza contare quelle mimetizzate, atroci, che sanno di scandalo, di follia. Vietnam √® angoscia. L’uomo op ¬≠presso da un sogno. Questo sogno √® la potenza al ¬≠trui. E questo altro sogna, voglio dire √® fuori tempo, perch√© non si √® accorto che gi√† lentamente decade il sogno della potenza, propria e altrui. Lo si vede dai giovani che non vogliono nulla. Viaggiano, a piedi, in macchina, comunque. Nelle loro teste non c’√® nulla, la gioia √® balbett√¨o, il dolore balbett√¨o, la cultura un tam-tam. Eppure l√†, in quelle sacche sudice, in quelle teste arruffate, in quegli sguardi vuoti, spesso sordidi, potenti, in quegli occhi che non vi guardano, l√† c’√® la disperata nuova cultura, il suo principio modesto come un cromosoma. L√† c’√® tutto l’uomo di domani, nella imperiosit√† di que ¬≠sto principio: ¬ę io, la storia non la conosco, i vostri palazzi li rifiuto, i vostri libri non li capisco, le vostre macchine mi annoiano. Non sar√≤ degno di vivere, ma voi non siete degni di chiamarmi ¬Ľ.

Questo ragazzo perduto, spesso fragile come una donna, spesso, anzi, uomo-donna, √® ci√≤ che la po ¬≠tente civilt√† delle macchine, l’industria come stru ¬≠mento di potere economico, ha lasciato dell’uomo.

Essa lo ha sputato via dalla sua bocca, ridotto un niente, e l’uomo sembra morto. Piccolissimo come una bambola, o un insetto, tuttavia non √® morto. Si rialza, cammina, il vento, sola madre, gli lecca la faccia incrostata, i capelli.

Senza fare i conti con quest’uomo piccolissimo, privo di sensi, di memoria, di storia, n√© domani n√© oggi si potr√† pi√Ļ scrivere.

Che cos’√® la letteratura, cos’√® un romanzo, un poema, una sinfonia senza la memoria di tutto l’uomo: quando era felice, schietto, forte, quando rideva correva sognava, e poi quan ¬≠do fu malato? Cos’√® una letteratura senza l’uomo presente e assente, col viso di fuoco del sole e quel ¬≠lo livido e bucato della luna? Non √® letteratura, √® divertimento. Noi abbiamo, dopotutto, una letteratura-divertimento. Anche la impegnata. Anche la scientifica. La erotica, naturalmente. Quella gialla, da consumo. Spesso, questo divertimento √® alto. L’artista ha pensato e capito tutto. Eppure non ba ¬≠sta. Questa letteratura, per quanto alta, rischia di tornare indietro di duemila anni. E perch√©? Per ¬≠ch√© l’uomo-nullit√† √® solo con la sua morte. L’uomo- nullit√†, ragazzo o decrepito, non importa, cammi ¬≠na solo, dove la natura non splende pi√Ļ, con la sua morte. Per essere degni del nome di scrittore, bi ¬≠sogna mettere tutta la forza dello scrivere, allora, nel gridare il suo nome. Bisogna, se l’arte gli d√† fastidio, liberarsi dall’arte. Pur di chiamare forte il suo nome, purch√© si volti, apra gli occhi, si sve ¬≠gli. Recuperare tutto l’uomo. Per questo, forse, lo scrivere non dovr√† essere pi√Ļ, per molto tempo, a servizio dello scrittore e neppure del lettore. Do ¬≠vr√† chiamare con voce modesta l’uomo-nullit√†, che non vede e non sente. Svegliarlo con voci nuove e allegramente insensate come le voci degli uccelli. L’arte dello scrittore dovr√† essere svolta in nome della vita, chiamarsi cura della vita, difesa e amore dell’uomo limitato, perduto e tuttavia semplice.

Da quello che lei scrive e dice, risulta una coscien ­za che guarda oltre gli aspetti transitori delle cose, una coscienza che si potrebbe chiamare religiosa. Vuole spiegarsi su questo punto?

S√¨, certo. Ma su questo punto non so spiegarmi che con un esempio. Mentre Le parlavo, e Lei mi ascoltava, vedevo questa stanza farsi buia, e sentivo voci e passi di l√†… molto tenui. Sentivo che questa scena era gi√† irrimediabilmente passata, io mi ero alzata e l’avevo salutata, gi√† da un pezzo, forse cento anni. Naturalmente, non √® cos√¨. Ma questa sensazione, che tutte le cose siano gi√† state, fluite, corse via in qualche altro luogo, mi permette di vedere i protagonisti di queste scene, con un strana ansiet√†, e insieme timidezza. Non so chi veramente siano, da dove veramente parlino. So che la voce umana √® buona, molte cose portano a opprimere l’altro, ma dopo egli si pente, cambia, almeno cos√¨ spero. Questa sensazione, poi, che dovrebbe essere triste, si fa quasi allegra: ho l’impressione che vi sia nell’essere umano un che d’illimitato, di potente, che si libera quando l’essere √® povero, muto, ignorato. Nulla, nulla potr√† opprimerlo fino a spegnere questo qualcosa. Umiliarlo, ferirlo, certo. Ma poi si sfugge. Poi si rinasce.

Quale crede dunque che sia la funzione della letteratura?

Non credo che la letteratura abbia una funzione. La letteratura e tutte le arti, la critica, ecc. sono l’uomo, e come l’uomo non hanno alcun’altra funzione, tranne quella dell’esistere, e rallegrarsi e rallegrare. Anche ammonire e gridare, quando occorra. Tutti gli uomini e le generazioni del passato ci parlano di l√†. Spesso, una nazione non ha altro. Ma io non mi preoccuperei troppo della letteratura. Mi preoccuperei degli uomini. Uomini del passato non bastano. Occorrono uomini nuovi. Si riconosceranno da nuova letteratura.

Dunque lei crede alla letteratura come un mezzo. Che valore assegna a certi esperimenti che credono alla letteratura come gioco, menzogna, artificio fine a se stesso?

Questa domanda è già una risposta.

E ora ci dica qualcosa di sé, della sua vita, di ciò che sta preparando, dei suoi progetti, dei suoi sogni.

Della mia vita, c’√® poco da dire. Ho vissuto in molte citt√†, conosciuto vari gradi di desolazione economica e isolamento sociale. Sono contenta di questa esperienza. Attualmente vivo a Milano, e anche di questo, a momenti, sono contenta. Non ho progetti: ogni giorno √® affidato un po’ al caso: ma si lavora sempre. Per tutto il resto non desidero niente, e sono molto calma.


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Bart