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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

PDL. I Gran Consigli degli irresoluti

11 Luglio 2013

di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 11 luglio 2013)

A tarda sera Silvio Berlusconi riunisce la sua corte al Castello sotto assedio, e via del Plebiscito si rabbuia come i grandi gerarchi del berlusconismo, facce lunghe, nemmeno una parola ai giornalisti, uno per volta vengono inghiottiti dal portone e spariscono. Il Pdl è stordito, al calar del sole non si contano più le riunioni tra i dirigenti, tra i deputati, i senatori, le telefonate: che facciamo? L’inclinazione della voce e le increspature del volto sono le stesse che dovevano avere i generali di Napoleone alla vigilia di Austerlitz. A Montecitorio Denis Verdini prende la parola di fronte ai deputati, è acceso, “dobbiamo dimetterci tutti. Fino all’ultimo uomo”. Giancarlo Galan, l’ex presidente del Veneto, azzarda, “no, bisogna fare davvero l’Aventino. Andiamo tutti sul viale Aventino, ci mettiamo in una stanza e discutiamo finché non veniamo a capo di questo pasticcio”. Molte le voci contro il governo, e ciascuno vede un complotto, la persecuzione, lo spettro d’una sentenza di condanna che la corte di Cassazione potrebbe avere già scritto. “Ma no, no no”, si contorce Fabrizio Cicchitto, l’ex capogruppo, che invita alla calma, a valutare bene la situazione, a individuare i veri nemici, “questi vogliono usarci per fare cadere il governo. Non lo capite?”. Daniela Santanchè non è d’accordo, per lei questo governo serve solo a perdere tempo, è un’illusione, “stiamo accompagnando Berlusconi per mano fino alla galera”. E ci si accapiglia, pure. “Lei è con noi da poco”, dice Beatrice Lorenzin, il ministro Lorenzin, “e non rappresenta la maggioranza del partito”.

Il Cavaliere tace, non consegna al pubblico alcuna dichiarazione, ma è in bilico, vorrebbe (potrebbe) rivoltare tutto, agitare il mondo intero se potesse, ma forse si trattiene, glielo consigliano gli avvocati, e pure la logica stessa, un calcolo di vantaggio. E d’altra parte c’è poco da fare, terremotare la grande coalizione? E per ottenere esattamente cosa? “Bisogna scrivere a Napolitano, chiedere un pronuciamento del presidente”, suggerisce Peppino Calderisi. E così, fino a sera, circola un misterioso documento, ultimativo, che Berlusconi dovrebbe convalidare al termine del suo Gran Consiglio notturno a Palazzo Grazioli, si vorrebbe una reazione del Pd e del governo contro la Cassazione. Ma è possibile? “I referendum radicali, dobbiamo subito appoggiare i referendum radicali per la giustizia giusta”, esplode Mariastella Gelmini, e tutti sono d’accordo, tutti fanno sì con la testa, ma il capo che ne pensa? “Non è convinto”; “Ah”. E ancora confusione, mentre al Senato, per tutto il pomeriggio, si tiene una seduta di autocoscienza collettiva, “bisogna spiegare alla gente tutte le cose buone che ha fatto Berlusconi, dobbiamo andare in televisione a dirlo agli italiani. Manifestazioni nelle città e nelle piazze”.

Il Pdl ottiene l’interruzione dei lavori parlamentari, il Pd è in imbarazzo, oscilla, incerto e diviso mentre il malumore berlusconiano gonfia le stanze del governo, “non c’è nessuna ragione per sorridere o guardarci tra noi in modo rilassato”, mormora Angelino Alfano. Il vicepremier ieri ha fissato Enrico Letta negli occhi, poco prima che andasse al Quirinale da Giorgio Napolitano, i due soci del governo si sono trasmessi un moto d’inquietudine. Letta, che esclude uno spasmo violento del Pdl, adesso teme invece la dissipazione delle sue larghe intese, sa che questi mugugni del centrodestra forse non basteranno a far crollare tutto di botto, ma il premier sa pure che sono un morbo contagioso, e lui adesso teme il martirio lento e doloro dello spelacchiamento.


Stantard & Poor’s e Corte di Cassazione. Nasce la “buro-dittatura” (ora anti Cav, poi…)
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 11 luglio 2013)

Ci sono due “potenze”, del tutto esterne al processo democratico-nazionale, che hanno deciso di governare l’Italia. I giudici (e le burocrazie della magistratura) e i poteri economici (e le burocrazie della Finanza). Sta nascendo una nuova “buro-dittatura”. Nella fattispecie le due burocrazie sono rappresentate dalla Corte di Cassazione e dalle forze che si radunano attorno a S&P e al commissario Olli Rehn. I giudici vogliono avere il potere di nomina dei governati. O almeno il potere di veto. Ritengono che sia giusto e salutare che la formazione dei ceti politici e anche delle compagini di governo siano sotto il loro controllo. La caccia a Berlusconi – della quale la sentenza Ruby-Bocassini qualche settimana fa e la decisione della Cassazione di impallinare il premier, su indicazione del Corriere della Sera – è l’aspetto più clamoroso della tendenza giudiziaria che sta sventrando l’ossatura della nostra società democratica. I burocrati dell’Alta finanza invece pensano di avere il dovere di stabilire loro le politiche economico-sociali del nostro paese. La decisione prima dell’ Fmi e poi dell’agenzia (privata) di rating (appoggiata da Olli Rehn) di proibire all’Italia l’abolizione dell’Imu è esattamente la realizzazione del dominio della finanza che esautora parlamenti e governi. Nel primo e nel secondo caso la stampa libera – diciamo così: la stampa libera… – assume una funzione fondamentale di supporto e anche di pesce pilota. La decisione di anticipare al 30 luglio la seduta della Cassazione per condannare Berlusconi è stata assunta dal “Corriere della Sera” e comunicata ai giudici, che l’hanno eseguita. Compiendo uno strappo molto serio a due certezze: la parità degli imputati dinnanzi alla legge e la serietà giuridica delle sentenze. Generalmente gli imputati aspettano uno o due anni, dal deposito del ricorso, prima della sentenza della Cassazione. La riduzione da 15 o 16 mesi a 15 o 16 giorni stabilisce il principio della “specialità” dell’imputato e quindi della necessaria “specialità dei tribunali”. Per la prima volta torna il tribunale speciale, dopo 60 anni. Reso necessario dalla specialità di Berlusconi che non può essere considerato un imputato uguale agli altri. E’ più potente, più pericoloso e dunque va battuto con ogni mezzo. Questo tribunale speciale ha l’urgenza della condanna e dunque può restringere al massimo i tempi anche se è del tutto evidente che in 20 giorni è impossibile persino leggere le migliaia di pagine relative al processo di primo e secondo grado e le obiezioni del ricorrente.

Si dirà: a fronte di queste forzature giuridiche abbiamo però il risultato politico. Ci libereremo finalmente di Berlusconi. E, finalmente a mani libere, potremo poi occuparci della riforma della giustizia senza condizionamenti. E ristabilire i principi della democrazia sospesa. Eh no, purtroppo non è così. Se i giudici vincono questa partita nessuno più li fermerà. E nessuno fermerà i padroni dell’economia. La terza repubblica rischia di nascere come regime non democratico – perché la fonte del potere non sarà più il popolo – e autoritario, in mano ai giudici e alle forze della repressione. Una specie di fascismo moderno.


Ecco la giudice rapida col Cav ma non con gli stupratori
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 11 luglio 2013)

A margine del processo a Silvio Berlusconi per la vicenda dei diritti tv, emerge ieri un dettaglio destinato probabilmente a ridare fiato ai dubbi e alle polemiche di chi vede all’opera una giustizia a due velocità: agile ed efficiente nei confronti del Cavaliere, incredibilmente lenta in altri casi.

A rendere il tema particolarmente scivoloso, c’è la circostanza che stavolta non si tratta semplicemente di due facce del sistema giustizia, ma di due processi affidati proprio allo stesso giudice. E che si dimostra, in due casi diversi, giudice razzo e giudice lumaca. È il giudice che ha diretto a tappe forzate il processo d’appello a Berlusconi, e che però da oltre un anno non è riuscita a scrivere le motivazioni della condanna di un maniaco violentatore, con il risultato che il pericoloso soggetto è rimasto liberamente in circolazione.

Il giudice si chiama Alessandra Galli, ed è il magistrato che lo scorso 8 maggio nell’aula della seconda sezione penale lesse il dispositivo della sentenza che confermava in pieno la condanna per frode fiscale inflitta a Berlusconi in primo grado: quattro anni di carcere, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. È la sentenza che il prossimo 30 luglio approderà al vaglio della Cassazione, al termine di un tragitto processuale percorso a ritmi da Frecciarossa per evitare il rischio della prescrizione.

A fare i salti mortali per evitare che i reati si inabissassero aveva iniziato Edoardo d’Avossa, il giudice del processo di primo grado, che era uscito dalla camera di consiglio con le motivazioni già scritte e le aveva lette tutte d’un fiato agli esterrefatti avvocati difensori. Ma anche Alessandra Galli, quando il processo d’appello è stato assegnato alla sua sezione, ha dato il suo contributo decisivo per arrivare a sentenza in tempo utile: basta ricordare le visite fiscali inviate in ospedale per controllare se Berlusconi fosse davvero malato, i ripetuti dinieghi di rinvio per impedimento elettorale, le motivazioni della condanna depositate nel termine minimo previsto dal codice, e quasi mai rispettato nei processi normali, ovvero quindici giorni. E questa solerzia non termina con la fine del processo: è dalla Corte d’appello di Milano che parte all’inizio di luglio il segnale d’allarme sulla prescrizione anticipata che – dopo un articolo sul Corriere della Sera – porta la Cassazione ad anticipare al prossimo 30 luglio l’ultimo grado di giudizio.
Così raccontato, l’operato di Alessandra Galli risponde pienamente ai doveri di un magistrato, che ha anche il compito di evitare che i processi a lui affidati si trascinino all’infinito. Ma, poiché le energie umane non sono illimitate, le risorse mentali e organizzative che la dottoressa ha dovuto dedicare al processo per i diritti tv hanno avuto uno sgradevole effetto collaterale.

Il giudice Galli doveva scrivere le motivazioni di un altro processo, assai meno noto al grande pubblico: il processo per stupro a carico di un dentista milanese, accusato di avere drogato le sue pazienti e avere ripetutamente abusato di loro. Fu il figlio del dentista, da una schermata di computer dimenticata accesa, a scoprire le immagini delle poverette che il medico aveva immortalato durante gli abusi.
Nel giugno dell’anno scorso il processo d’appello approda alla seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano. Presidente è il giudice Flavio Lapertosa; Alessandra Galli è giudice a latere e relatore. Il 12 luglio la Corte dichiara il dentista colpevole del reato di violenza sessuale aggravata dallo stato di soggezione delle vittime, e gli infligge sette anni di carcere. Ma oggi, ad esattamente un anno di distanza dalla sentenza, il dentista è ancora a piede libero.
La sentenza nei suoi confronti infatti non è ancora definitiva perché manca il giudizio di Cassazione. E il processo in Cassazione non si può tenere per il semplice motivo che le motivazioni della condanna emessa in appello non sono mai state depositate: né al momento della lettura della sentenza, né nei quindici giorni successivi, e neanche nei sessanta o novanta giorni che per il codice di procedura penale sono il limite di ritardo invalicabile. Il dentista è sempre a zonzo, anche se per la giustizia è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio di un delitto terribile. Il giudice che deve scrivere le motivazioni della sua condanna è il relatore del suo processo, Alessandra Galli.


La toga che è un fulmine col Cav lascia libero uno stupratore
di Redazione
(da “Libero”, 11 luglio 2013)

I tromboni di sinistra, gli italici manettari, i frequentatori assidui dell’antiberlusconismo militante ripetono ai quattro venti che no, non è mica vero che la giustizia si accanisce contro Silvio Berlusconi e che i tempi della pronuncia in Cassazione sul caso Mediaset sono stati affrettati. Secondo l’intellighenzia forcaiola è prassi che un processo sul punto di essere prescritto venga affidato alla sezione feriale della Suprema Corte. Per carità, è vero, può anche essere la prassi. Ma in questo caso è una prassi quantomeno sospetta. E peccato, però, che a distruggere il pensiero di chi sostiene che non ci sia alcuna “doppia velocità” nel sistema-giustizia (solitamente pachidermico, rapido invece quando c’è di mezzo il Cav) ci sia l’emblematico caso della signora Alessandra Galli, della corte d’Appello di Milano. Efficientissima quando di mezzo c’è l’ex premier, lentissima in altri (gravi) casi.

Giudice saetta – La Galli è la toga che ha diretto a piè sospinto il processo d’appello Mediaset contro Berlusconi, e che lo scorso 8 maggio nell’aula della seconda sezione penale lesse il dispositivo della sentenza che confermava in toto la condanna al Cav per frode fiscale (la ricordiamo: quattro anni di carcere e cinque di interdizione dai pubblici uffici). Si tratta della sentenza su cui il prossimo 30 luglio dovrà decidere la Cassazione. Sempre la Galli contribuì a velocizzare il processo spedendo gli ufficiali in ospedale per le celeberrime visite fiscali a Silvio ricoverato per l’uveite; sempre lei rifiutò più volte il rinvio delle udienze per impegni elettorali e – particolare piuttosto significativo – depositò le motivazioni della condanna nel termine minimo previsto dal codice (quindici giorni), un termine che non viene rispettato praticamente mai. Ricordiamo infine come con la medesima solerzia, proprio dalla “sua” Corte d’Appello di Milano, pochi giorni fa sia scattato l’allarme sulla possibile prescrizione di Berlusconi, allarme recepito – via Corriere della Sera – dalla Cassazione.

Stupratore in libertà – Velocissima quando c’è da infilzare il leader del Pdl, dunque, ma come detto immobile quando sul banco degli imputati ci sono altri figuri. Uno stupratore, per esempio. Già, perché il giudice Galli doveva scrivere le motivazioni di un altro processo, meno noto, in cui l’imputato era accusato di stupro. Un dentista drogava le sue pazienti e abusava di loro: fu il figlio a scoprire le immagini delle sue vittime, raccolte sul computer del dentista violentatore. Il tribunale, il 12 luglio del 2012, ha dichiarato il dentista colpevole del reato di violenza sessuale aggravata: sette anni di carcere. E’ passato un anno esatto da quella pronuncia, e lo stupratore è ancora a piede libero. Il motivo? Manca il giudizio in Cassazione. E perché? Perché il processo in Cassazione non si può tenere se le motivazioni della condanna emessa in appello non sono state depositate. E non sono state depositate: né dopo i 15 giorni che sono stati sufficienti per scrivere le motivazioni della condanna del Cav, né nei sessanta o novanta giorni che per il codice di procedura penale sono il limite di ritardo invalicabile. Le motivazioni le doveva scrivere il giudice Galli, celere solo quando c’è di mezzo Berlusconi. Non con gli stupratori


Perché qui non scoppia una rivolta
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 11 luglio 2013)

Ma che rivolta d’Egitto. Da noi ci sono tutte le condizioni per una guerra civile.
C’è l’esasperazione sociale per la crisi. La disoccupazione giovanile e senile di massa. Le imprese che chiudono. La pressione fiscale senza paragoni. L’odio ideologico, antipolitico e giudiziario. Il potere assoluto di una magistratura incarognita. La rabbia per le caste e i loro privilegi. La rivolta contro l’Europa, i poteri mondiali della finanza, le agenzie di rating. La frustrazione di intere classi sociali, non solo i poveri ma i ceti medi. La perdita di status e di ruolo dei ceti dirigenti e degli intellettuali, giornalisti inclusi.

Rispetto all’Egitto ci mancano i militari golpisti e i Fratelli musulmani da noi sono solo Fratelli d’Italia, anche se Ignazio La Russa sembra uno di loro. Ma la polveriera d’Italia è pronta per esplodere, le micce sono depositate ogni giorno, come sentenze.

La guerra non scoppia per tre ragioni. Una, non ha precisato il suo target, nel senso etimologico e militare di bersaglio. Contro chi? I politici inetti, i magistrati fanatici, gli esattori sciacalli, i banchieri strozzini, i tecnocrati dispotici? Due, non si contrappongono due fazioni, ma siamo sparsi e risentiti in una miriade di sette, partiti, clan, bande allo sbando.

Non è chiaro e distinto il nemico e nemmeno l’amico. E poi c’è una terza ragione. Che è il rovescio della globalizzazione dell’indifferenza nata dal benessere: siamo menefreghisti globali e privatisti, pigri, vili, non ci manca il pane e nemmeno il tablet. Meno male… o no?


Berlusconi e la trappola dei golpisti
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 11 luglio 2013)

Qualcuno si chiede perché mai sia stato necessario un articolo del Corriere della Sera chiaramente ispirato dalla Procura di Milano ad innescare la decisione della Corte di Cassazione di fissare con folgorante velocità e nel bel mezzo dell’estate l’udienza per la sentenza che potrebbe segnare la fine politica di Silvio Berlusconi. Non bastava un contatto riservato tra chi, conoscendo a menadito il processo Mediaset, aveva fatto i difficili calcoli delle scadenze delle prescrizioni di cui avrebbe potuto usufruire il Cavaliere e qualche autorevole esponente della Corte a cui sarebbe servito tempo per esaminare le centinaia di carte processuali per arrivare allo stesso risultato? Chi dice che le sentenze non si commentano dice anche che i magistrati non parlano se non con gli atti.

Ma mentre la prima affermazione nasconde una concezione teocratica del ruolo della magistratura inesistente nello stato di diritto, la seconda è semplicemente una sciocchezza. I magistrati parlano tra di loro, usano il telefono come tutti gli altri normali cittadini. E quando non lo fanno ed utilizzano altri mezzi per comunicare non è per caso ma per scelta fornita di una precisa motivazione. Qual è la motivazione della decisione di far sapere attraverso un articolo del Corriere della Sera che il Cavaliere avrebbe potuto rinviare di un anno la sua decapitazione politica se la Cassazione non fosse intervenuta all’istante per correggere gli effetti della legge ad personam sulla prescrizione più nota come legge Cirielli? Qualcuno ipotizza che i magistrati esperti nei difficili calcoli sulle diverse prescrizioni non c’entrino nulla e che l’operazione abbia avuto una motivazione esclusivamente giornalistica: uno scoop per far passare alla storia il Corriere della Sera come il giornale che uccise due volte Silvio Berlusconi. Nel ’94 con l’annuncio dell’avviso di garanzia, nel 2013 con la sollecitazione alla Cassazione a bloccare le prescrizioni. Ma il marasma societario in atto a via Solferino rende poco credibile una ipotesi del genere ed apre la strada ad un diverso sospetto.

Quello che si sia deciso di evitare i contatti riservati ed utilizzare apertamente e dichiaratamente lo strumento mediatico per innescare la reazione più scomposta e clamorosa possibile da parte di quella parte consistente del paese che non può assistere passivamente alla eliminazione per accanimento giudiziario del leader in cui si riconosce. L’impressione, in sostanza, è che si tratti di una classica operazione mediatico-giudiziaria e che l’obbiettivo non sia solo quello di liquidare il Cavaliere ma quello di innescare una serie di reazioni a catena destinate a mettere in ginocchio il centro destra, mandare all’aria il governo delle larghe intese e creare le condizioni per nuovi equilibri politici garantiti da una parte della magistratura trasformata per l’occasione nell’equivalente delle forze armate egiziane. Il Pdl, il centro destra e tutte le forze autenticamente democratiche dovrebbero mantenere i nervi più saldi possibile ed evitare di cadere nella trappola di chi vuole usare il bersaglio Berlusconi per provocare una deriva autoritaria nel paese. I nervi saldi, tuttavia, possono al massimo evitare l’errore dell’Aventino ma non possono impedire che dalla speranza di pacificazione si passi ad una nuova e più pesante fase della guerra civile, per il momento ancora fredda, in atto nella società nazionale. Per uscirne non c’è che un modo : disinnescare il pretesto Berlusconi usato dagli aspiranti golpisti. E questo può farlo solo Giorgio Napolitano!


Qui crolla tutto
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 11 luglio 2013)

Non è che il Pdl voglia trasformare il caso giudiziario del suo presidente in una bomba politica.

È che una bomba giudiziaria buttata volontariamente sul Pdl sta facendo esplodere la politica tutta, come è ovvio che sia vista la centralità del partito di Berlusconi. Grillo è salito al Colle per chiedere a Napolitano elezioni anticipate, nel Pd si fa largo la stessa ipotesi: alle urne subito con Letta candidato. E a questo punto non è da escludere che chi la bomba l’ha lanciata (l’asse Corriere della Sera – partito delle procure -sinistra) avesse proprio questo obiettivo: fare saltare le larghe intese e riprovare a prendere subito l’intera posta, dopo avere fallito con Bersani, con elezioni immediate e Berlusconi azzerato.

Per questo sono ridicole le polemiche sulla richiesta – accolta – del Pdl di sospendere i lavori parlamentari in modo che i suoi deputati e senatori potessero trovarsi in altra sede per concordare una strategia. È prassi comune, da sempre seguita per fatti assai meno rilevanti tipo congressi di partito o cose simili. Non è il Parlamento che si ferma per fatti privati di un cittadino. No, qui è una parte rilevante della politica italiana che deve avere l’agibilità per non farsi spazzare via da un altro potere dello Stato, quello giudiziario. Dicono: ma questo potrebbe delegittimare la magistratura. Io penso l’inverso, cioè che tutta la politica dovrebbe essere offesa da questo attacco alla sua autonomia, a partire dal premier Letta il quale vede messo a rischio il compito, già difficile, che gli è stato affidato.

Del resto i pm non si sono mai fatti problemi di galateo quando si è trattato di delegittimare la politica. Dai ricorsi ai loro sodali della Corte costituzionale per fare abrogare leggi sgradite a inchieste disinvolte e infondate, due delle quali hanno fatto cadere governi (il primo Berlusconi e il secondo Prodi). Qui non è in gioco solo il destino di Berlusconi ma la separazione dei poteri sancita dalla Costituzione. Devono, senatori e deputati, decidere se l’Italia è una democrazia piena o se invece è più simile all’Egitto, dove parlamento e governo vengono sì eletti ma operano solo a patto che abbiano il gradimento dei generali.

Ps. Ieri una donna è stata uccisa a Palermo dal compagno che aveva denunciato, inutilmente, ben sei volte per molestie e minacce. A Milano uno stupratore non va in carcere perché una giudice, a un anno dalla sentenza, non ha trovato il tempo di scrivere le motivazioni. Sapete chi è la signora? La stessa della sentenza con motivazioni a tempo di record che ha condannato Berlusconi proprio nel caso in questione. Vi sembra tutto normale?


Processo Mediaset. Il giorno nero della Repubblica
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 11 luglio 2013)

Se la fissazione della data del processo a Silvio Berlusconi ha prodotto un giorno di stop dei lavori parlamentari, che accadrà il giorno della sentenza? Nonostante alla fine abbiano prevalso quelli con la testa sulle spalle, e l’Aventino minacciato da una parte del Pdl sia stato derubricato a semplice pausa di poche ore, ieri abbiamo assistito alla prova generale di ciò che può accadere al nostro Parlamento nelle prossime settimane. Ostaggio di vicende extraparlamentari, sulle quali né le Camere, né il governo e nemmeno il capo dello Stato possono alcunché. Eppure immediatamente investito, e potenzialmente dissolto, dallo tsunami politico che quelle vicende giudiziarie sono in grado di provocare.
Gli attori visti ieri in scena non rassicurano sull’esito. In troppi puntano a trarre un vantaggio di parte dalla rovina comune. Quelli che nel partito di Berlusconi sfruttano la drammaticità della sua ora per acquisire benemerenze e colpire l’ala governativa. Quelli che nel Pd, per lo piu renziani, non vedono l’ora di affondare Letta magari in nome di una riscoperta purezza antiberlusconiana. E quelli che, stando all’opposizione, pensano che il loro compito sia fomentare il tanto peggio tanto meglio.

Non si spiegano altrimenti la teatralità e al contempo l’incongruenza delle parole e dei gesti cui abbiamo assistito. Beppe Grillo, mentre urla che «l’Italia è un Paese in macerie » e che «non c’è più tempo », chiede come rimedio lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni, perché per un’altra rissa elettorale c’è sempre tempo. I suoi senatori, in un gesto forse inconsapevolmente peronista, si trasformano in descamisados togliendosi in aula la giacca e la cravatta e fischiando come allo stadio la squadra avversaria. I cosiddetti falchi del Pdl, nelle cui mani è rimasto il partito dopo che la sua parte migliore è emigrata al governo, confondono la Cassazione con un Tribunale speciale e invocano il ritorno alle urne come una nuova Resistenza.
Certo, la decisione presa ieri in Parlamento di sospendere i lavori per un giorno, piccolo surrogato concesso al Pdl in rivolta per l’imminenza della sentenza Berlusconi, è fuori dal comune (anche se è prassi per i congressi di partito). Ma purtroppo è l’intera situazione in cui ci troviamo ad essere fuori dal comune, come testimonia la visita serale di Enrico Letta al Quirinale. Comunque la si veda, se ne dia la responsabilità all’imputato Berlusconi che se l’è cercata o ai magistrati che lo perseguitano, la vita e l’operatività del Parlamento e del governo sono infatti costantemente in pericolo. E questo proprio mentre l’Italia arranca, è come schiacciata dal macigno della crisi, tenta disperatamente di rialzarsi, viene di nuovo declassata. Il resto del mondo ci guarda attonito, attendendo di capire se questo grande Paese ha deciso di suicidarsi.

Dal pasticcio in cui si è cacciata la politica c’è una sola via di uscita: assumersi ciascuno una responsabilità collettiva. E c’è solo una bussola: attenersi scrupolosamente alle regole dello Stato di diritto, inventate proprio per tenere separati i poteri. Stiamo camminando sul ciglio del burrone. Per favore, smettetela di spingere.


La necessità di separare due destini
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 11 luglio 2013)

La ventennale parabola politica di Silvio Berlusconi rischia di chiudersi nel modo peggiore. Non tanto e non solo per lui, se a fine mese la Corte di Cassazione confermerà la sentenza di condanna a quattro anni e la sua interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma quel verdetto potrebbe trascinare l’Italia in una grave crisi politica e istituzionale.

Tutti i tentativi fatti, finora, per separare le vicende giudiziarie del Cavaliere dai destini del governo, dalle sorti della nostra economia e della nostra finanza, ma soprattutto dalle normali e corrette relazioni tra i fondamentali poteri dello Stato potrebbero dimostrarsi vani. La giornata di ieri, confusa e convulsa nelle aule del Parlamento e sulla piazza di Montecitorio, ma chiara, invece, nel suo preoccupante significato politico, ha annunciato, con la massima evidenza, l’accelerazione di un pericoloso smarrimento delle regole elementari sulle quali si basa una democrazia. Uno smarrimento che è cominciato da anni, che è proseguito con una colpevole assuefazione, sia da parte della classe politica, sia dall’opinione pubblica e che potrebbe portare a gravi conseguenze sul futuro del nostro Paese.

La richiesta del Pdl di sospendere per tre giorni i lavori del Parlamento, in segno di protesta per la fissazione della data in cui la Corte dovrà decidere la sorte giudiziaria di Berlusconi, non ha una giustificazione tecnico-giuridica, rappresenta una pesante minaccia nei confronti della serenità con la quale i giudici dovranno valutare le carte del processo, ma stabilisce anche un inaccettabile collegamento tra i destini di una persona e quelli della più importante istituzione politica dello Stato, quella che rappresenta la sovranità popolare. La limitazione temporale al solo pomeriggio di ieri, consentita da un voto al quale si è unito pure il Pd, non può cambiare il giudizio, perchè così si colpisce un principio fondamentale sul quale si regge l’equilibrio dei rapporti tra istituzioni e che non può essere calcolato a ore o a giorni, nè condizionato da compromessi per salvare un governo.

È giusto che si chieda alla Cassazione di osservare quella legge che impone di impedire le prescrizioni, in tutti i processi, non solo quando l’imputato è il Cavaliere, ma è paradossale e sintomo di debolezza nelle convinzioni di innocenza che si punti non alla rapidità di un verdetto, ma a una soluzione che non chiarisca da quale parte sia la ragione. Comprensibile, pure, che Berlusconi e il suo partito diffidino dell’imparzialità del tribunale di Milano, ma un simile sospetto non può certo toccare quella Corte che ha già dimostrato, più volte, di esprimere valutazioni del tutto diverse dalle sentenze di quei magistrati. Se, poi, si coinvolgesse tutta la magistratura italiana in un fantomatico e improbabile complotto contro il principale leader della destra, non si capirebbe come il più volte capo del governo italiano abbia accettato di ricoprire una delle più alte cariche di uno Stato a cui sarebbe mancato un principio fondamentale per essere giudicato una democrazia.

Né le lotte interne tra «falchi » e «colombe » nel partito di Berlusconi, nè le dispute nel Pd tra l’attuale dirigenza e le scalpitanti truppe di Renzi, ma neanche le conseguenze sul precario accordo di larghe intese sul quale si regge il ministero Letta possono confondere al tal punto le idee sullo stravolgimento di alcune regole basilari della nostra Repubblica, il cui rispetto non costituisce un ipocrita formalismo, ma l’indispensabile condizione per cui la lotta politica non degeneri in uno scontro civile. Le dosi omeopatiche di cloroformio sulla sensibilità democratica immesse nella vita pubblica italiana in questi anni stanno arrivando a compromettere la coscienza della nazione in modo assai allarmante e la sentenza su Berlusconi del 30 luglio rischia di svelare, in un drammatico finale d’atto, i guasti che troppe compiacenze, troppi compromessi, troppe sottovalutazioni hanno prodotto nella società italiana.

Da vent’anni la giustizia di questo Paese, che dovrebbe essere profondamente riformata, sia per le lentezze delle sue procedure, sia per le incertezze di un diritto troppo esposto a eccessive discrezionalità da parte dei magistrati, viene condizionata, invece, dai verdetti su Berlusconi e le leggi che il Parlamento emana in questo campo vengono valutate solo per le conseguenze che possono avere sulle sue sorti giudiziarie. Ora, il rischio è di affidare alla Cassazione non la sentenza su un leader politico, ma la sorte di un governo che molto faticosamente sta cercando di far uscire l’Italia da una pesante crisi economica e occupazionale, l’andamento della finanza pubblica e, magari, le possibilità di un civile confronto politico. Un destino che non è compito di una Corte di giustizia determinare e che, forse, l’Italia e gli italiani non meritano.


Berlusconi: “Sono innocente ma se mi condannano mi presento in carcere”
di Redazione
(da “Libero”, 11 luglio 2013)

“Se la sentenza della Cassazione sarà a mio sfavore mi presenterò davanti al portone del carcere. Sono innocente e non ho paura, ma sono pronto a tutto”. Ecco la dichiarazione di intenti che Silvio Berlusconi ha consegnato ai deputati del Pdl, ecco la sua mossa contro i magistrati. Ne dà contro il Corriere della Sera, che parla di una “bomba nucleare” che Silvio Berlusconi è pronto a lanciare con inevitabili conseguenze per il governo Letta, per quelle larghe intese sempre più traballanti dopo che la Corte di Cassazione ha fissato a tempo di record l’udienza per decidere sull’eventuale condanna dell’ex premier nell’inchiesta sui diritti tv. Ma se davvero il Cavaliere dovesse presentarsi ai cancelli di San Vittore il suo gesto darebbe uno scossone, arriverebbe travolgente come uno tsunami sulle istituzioni, incluso il Colle. E forse proprio davanti a un terremoto così forte, considerato l’impatto mediatico che il gesto avrebbe, Napolitano potrebbe decidere per la grazia. Un’eventualità che adesso resta relegata nel novero delle possibilità. Il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, nel suo editoriale di oggi giovedì 11 luglio ha sollecitato il Presidente della Repubblica in questo senso, chiedendo la concessione dell’atto di clemenza.  Insomma, la bomba è innescata, a incendiare la miccia sarà solo un’eventuale sentenza di condanna.

Toni bassi fino al 30 luglio – La bomba è innescata, a incendiare la miccia sarà solo un’eventuale sentenza di condanna. Per il momento l’ordine di scuderia è quello di mantenere la calma, di placare l’ira dei falchi, evitare che il governo subisca scossoni prima del 30 luglio. Il Cavaliere – chiuso per tutto il giorno a palazzo Grazioli, prima con gli avvocati, poi impegnato in un via vai di fedelissimi e, infine, in serata vertice dello stato maggiore pidiellino – ha tirato il freno a mano, chiedendo ai suoi, soprattutto all’ala dura del Pdl, la più agguerrita e pronta a portare la situazione fino alle estreme conseguenze, di abbassare i toni e rientrare nei ranghi. Del resto, viene spiegato, la strategia difensiva dei suoi legali non prevede – e non ammette, azzarda un pidiellino – colpi di testa. Così come, viene spiegato, non è che vi siano ampi margini d’azione per un Pdl allo sbando, in apnea per la spada di Damocle che pende pericolosamente sulla testa del leader. Lo stesso Berlusconi, d’altra parte, è ben consapevole che tirare la corda fino a spezzarla non è detto che sia la mossa più vantaggiosa in questo momento. Meglio aspettare, meglio viaggiare in prima per un’altra ventina di giorni. Ma se la sentenza della Cassazione dovesse confermare la condanna (inclusa l’interdizione dai pubblici uffici) la bomba scoppierà. Parola di Silvio.


Berlusconi ineleggibile? Si, no, anzi forse
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 11 luglio 2013)

Presto o tardi i cittadini e la loro rappresentanza istituzionale dovranno pur capire che la politica è cosa diversa dalla tifoseria; che i partiti non devono diventare fazioni; che i parlamentari debbono pensare e non recitare ordini di scuderia; che tutti hanno il dovere di documentarsi o, altrimenti, di tacere.

Tutto questo, naturalmente, non avviene mai: ne è prova quello che sta succedendo sulla ineleggibilità o meno di B., questione complessa quanto mai e che invece ha due certissime soluzioni – ovviamente tra loro opposte – a seconda degli schieramenti. Il che basta per dimostrare che siamo un popolo di fans e dunque di sudditi; i cittadini sono altra cosa.

Venendo al merito della questione, va detto subito che si tratta di un problema legale; nel senso che si deve applicare la legge. Il che significa che non ha importanza se la legge piace o no, se è giusta o ingiusta. Se ne può anche fare un’altra; ma, intanto, si deve applicare quella che c’è. E quella che c’è (Dpr 361/57- art. 10) così dispone: non è eleggibile chi “in proprio o in qualità di rappresentante legale di società o di imprese private risulti vincolato con lo Stato per concessioni amministrative…”. Allora B. è ineleggibile: Mediaset è “vincolata con lo Stato” perché trasmette programmi Tv, il che comporta concessioni amministrative per l’uso delle frequenze. Veramente no; perché il divieto si applica a chi “in proprio o in qualità di rappresentante legale di società” trasmette programmi Tv; e B. non è né l’uno né l’altro: i programmi li trasmette Mediaset (il soggetto “vincolato con lo Stato) e non lui; e il rappresentante legale è Confalonieri. Allora è eleggibile.

Veramente no; perché l’art. 2639 del codice civile prevede: “Per i reati previsti dal presente titolo al soggetto formalmente investito della qualifica o titolare della funzione prevista dalla legge civile è equiparato chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione.” E siccome non c’è dubbio che B. sia il “padrone” e che è lui a decidere tutto (lo ha detto, da ultimo, anche la Corte d’Appello di Milano, confermando la condanna per frode fiscale), ecco che deve essere “equiparato” al legale rappresentante Confalonieri.

Allora B. è ineleggibile. Veramente no; perché questo articolo si riferisce ai “reati previsti dal presente titolo”, che sono i reati societari (falso in bilancio etc.). E la legge elettorale non ha nulla a che fare con questi reati. Allora B. è eleggibile. Veramente no; perché la Cassazione ha stabilito che la nozione di amministratore di fatto prevista nell’art. 2639 c. c. “non comporta che questi possa essere ritenuto autore esclusivamente dei reati societari e non anche di quelli fallimentari” (Cass. Pen. 39535 – 20/06/2012); e anche che “l’amministratore di fatto di una società è da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore “di diritto”, per cui è penalmente responsabile per tutti i comportamenti a quest’ultimo addebitabili” (Cass. Pen. 15065 – 02/03/2011). Allora B. è ineleggibile. Veramente no; perché, prima di tutto, queste sentenze si riferiscono tutte a situazioni di natura penale e in particolare a reati fallimentari. E la legge elettorale non ha nulla a che fare con questi reati. Ma poi la stessa Cassazione (questa volta civile) ha stabilito che “La figura dell’amministratore di fatto di una società, assumendo rilievo soltanto ai fini di un’eventuale responsabilità per gli atti di gestione da lui compiuti, non incide sulla necessaria individuazione del rappresentante legale quale soggetto cui è formalmente affidata l’amministrazione della medesima società” (Cass. Civ. 22957 – 13/12/2012). Dunque essere “amministratore di fatto” non fa venir meno la figura di “rappresentante legale” della società; e la legge elettorale a questa figura fa riferimento, non a quella di amministratore di fatto. Allora B. è eleggibile. Veramente no. Resta aperta la possibilità che lo stesso tipo di interpretazione analogica estensiva che la Cassazione ha fatto quanto all’art. 2639 cod. civ. (non si applica solo ai reati societari, ma anche a quelli fallimentari sebbene non previsto esplicitamente) possa farsi quanto all’art. 10 della legge elettorale, equiparando il “padrone” della società al legale rappresentante di essa, rispettando non la forma della legge ma il suo spirito, la ragione per cui è stata emanata: evitare conflitti di interesse tra Stato e suoi rappresentanti istituzionali.

Allora B. è ineleggibile? Mah! Il senatore pd Casson, ex magistrato, non ha dubbi; in claris non fit interpretatio (la chiarezza non richiede interpretazione) ha detto, B. è ineleggibile. Beato lui. E beati i pretoriani del Pdl, armati di analoghe ma contrarie certezze. Sarebbe più dignitoso per tutti premettere: a me B. fa schifo (oppure: B. è un santo); ciò detto, cerchiamo di capire cosa si deve fare secondo giustizia.


Il testamento di Franca Rame. «Così ho sedotto Dario »
di Gabriele Masiero
(da “l’Unità”, 11 luglio 2013)

E’ la storia di un amore, ma anche di un sodalizio artistico forse irripetibile, quello di Franca Rame e Dario Fo. Unione interrotta solo dalla scomparsa di Franca, dopo una lunga malattia ma volata via in un soffio il 29 maggio scorso, lasciando “orfano” il suo compagno di vita e di scene. Ma la loro storia è anche il racconto, senza filtri, di un’esistenza trascorsa in nome della cultura e della libertà d’espressione, che ha messo insieme arte e impegno politico, fino alla conquista del Nobel nella veste di «attrice-critica-segretaria- moglie-madre-attivista ». Esce oggi in libreria per i Ritratti della casa editrice pisana Della Porta editori, Non è tempo di nostalgia, libro-confessione di Franca Rame nel quale l’attrice racconta la sua vita da artista ma anche l’impegno politico e il suo amore per Dario Fo. Frutto dell’intervista con Joseph Farrell, amico dell’attrice, esperto teatrale e docente emerito di Italianistica all’Università di Glasgow (Scozia), il libro attraversa sotto la lente di un sodalizio artistico unico cinquant’anni di storia italiana.

«Si può – si chiede Farrell – ipotizzare Franca Rame fuori dall’unione con Fo? E, allo stesso tempo, Dario Fo sarebbe diventato il commediografo più rappresentato al mondo se non avesse avuto lei al suo fianco? Sono questioni intriganti, anche se appartengono a quesiti di solito scartati dagli austeri storici di professione, quelli che si occupano solo di fatti empirici e verificabili. Si tratta di un gioco, d’accordo, ma un gioco non del tutto ozioso ».

Del resto l’amore per Fo e l’impegno politico sono stati i due pilastri dell’esistenza dell’attrice, entrambi sviscerati a fondo nel libro ma ben rappresentati da due aneddoti che Franca Rame racconta all’amico intervistatore: «Pensavo – racconta Franca Rame a Farrell – “mi guarda, non mi guarda, mi guarda. Ma perché non mi invita a prendere un caffè, a cenare insieme dopo lo spettacolo?”. Allora, una sera, lo buttai contro il muro dietro le quinte, come di solito fanno gli uomini con le donne, e gli diedi un gran bacio. “Meno male”, ridevo dentro di me, “che non mi ha detto: signorina come si permette? Si tolga dalla mia bocca!”. Poi ci siamo innamorati ».

Eletta in Senato, l’attrice incontrò Andreotti, da sempre bersaglio della satira aspra del marito: «Nei suoi spettacoli – racconta la Rame – lo metteva sempre alla berlina, cioè, denunciava tutto quello che faceva, lo imitava, come camminava, come parlava,come si muoveva. Quando seppi che avrei partecipato a una riunione presieduta daAndreotti, mi agitai moltissimo. Non avevo voglia di incontrarlo. Pensavo: “Mi do malata, chissà come sarà seccato di vedermi”. Entrai nella sala (è tutto nei verbali, per cui non posso mentire) e Andreotti mi abbracciò dicendo: “Piccina, (avevo 77 anni), il tuo sorriso”, dandomi del tu, “illumina il Senato” ». Farrell esplora con Franca Rame i segreti di una collaborazione unica nella storia del teatro in una conversazione a tratti ironica, a tratti seria, dove l’artista racconta la sua storia: dall’infanzia al teatro, all’impegno politico fino all’esperienza da senatrice. «A un mese e mezzo dalla sua scomparsa – scrive la casa editrice in una nota – il libro- intervista con Joseph Farrell diventa il suo testamento etico e letterario e un omaggio a una donna che ha lasciato il segno in cinquant’anni di storia italiana ».


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart