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Perseguitano e poi perdono: impuniti i pm che fanno flop

9 Novembre 2013

di Diana Alfieri
(da “il Giornale”, 9 novembre 2013)

La sinistra se ne accorge solo quando tocca qualcuno dei suoi. E così Leonardo Domenici, ex sindaco Pd di Firenze, eliminato per via giudiziaria pur non essendo indagato, sul Corriere della Sera grida allo scandalo giustizia dopo la sentenza che ha mandato assolti gli imputati (tra loro i Ligresti) del processo che ha fatto crollare la sua giunta.
E così Massimo D’Alema, a proposito dell’assoluzione dell’ex governatore campano Antonio Bassolino, dice che «trasformare i giudizi politici in fumosi atti accusatori non è cosa buona da parte della magistratura ».

Persino Matteo Renzi, dal palco della Leopolda, invoca la riforma della giustizia in nome di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb detenuto per quasi un anno e ora assolto. Ma quello che la sinistra non dice è il rovescio della medaglia, e cioè che i pm artefici di questi che, sia pure con sentenza non ancora definitiva, hanno tutta l’aria di essere flop giudiziari, il gip che – è il caso di Scaglia – ha detto sì all’arresto di un uomo per cui per il pericolo di fuga era insussistente visto che era all’estero e si è presentato spontaneamente, sono lì, al loro posto. A imbastire nuovi processi. E, chissà mai, nuovi errori. Sicuri dell’impunità. Ecco chi sono.
Cominciando dal caso Scaglia. Il Gip di Roma che il 23 febbraio del 2010, su ordine dei pm titolari dell’indagine, Francesca Passaniti e Giovanni Bombardini, firma l’ordine di cattura dell’ex numero 1 di Fastweb è Aldo Morgigni. In carcere, dimenticato, Scaglia resta ben 80 giorni. Poi lo stesso Morgigni firma il via libera ai domiciliari. Il 24 febbraio del 2011 altri giudici dicono sì alla scarcerazione. Lo scorso 17 ottobre Scaglia è assolto con formula piena.

Da Roma a Firenze, l’inchiesta sull’urbanizzazione dell’Area Castello. L’anno è il 2008, per Firenze è un terremoto che abbatte la giunta Domenici. Pm sono Gianni Tei e Giuseppina Mione. Domenici non è indagato, nell’inchiesta finiscono invischiati per corruzione due suoi assessori. Sette gli indagati, tra cui Salvatore Ligresti. Il finale del primo round lo scorso 10 ottobre: non ci fu corruzione per risanare l’area, tutti assolti e una condanna per reati minori.

E veniamo a Napoli, l’inchiesta sulle presunte irregolarità nel ciclo della gestione dei rifiuti che ha visto assolto, in primo grado, l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino. È il 2008. I pm sono Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, è Rosanna Saraceno il Gip che firma le 25 ordinanze di custodia cautelare. Bassolino è indagato in quanto ex commissario per l’emergenza. Cinque anni dopo la fine del primo atto, con l’assoluzione di Bassolino e di altre 27 persone.

Dalla Campania alla Sicilia. Storie di assoluzioni e di toghe che, pur bocciate dai giudici, sono al loro posto. Anzi, fanno carriera. È il caso del pm Nino Di Matteo, titolare dell’accusa oggi al processo per la trattativa Stato-mafia, ieri di uno dei casi emblematici di persecuzione giudiziaria, quello di cui è stato vittima l’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, ora Pdl, per dieci anni braccato, indicato come colluso e assolto definitivamente solo nell’aprile scorso. Il gip Giuliano Castiglia, per lui, ha imposto alla procura l’imputazione coatta. Di Matteo è stato anche pm – insieme ad Antonio Ingroia – di ben due processi che hanno visto assolto il generale Mario Mori: quello sulla mancata perquisizione del covo di Totò Riina (definitiva) e quello per favoreggiamento alla mafia chiuso l’estate scorsa. Adesso è pm del processo sulla trattativa. Con un altro pm, Vittorio Teresi, che si è visto assolvere dopo 17 anni un imputato eccellente, Calogero Mannino. Il presidente della corte d’assise davanti a cui si svolge il processo Stato-mafia, invece, è Alfredo Montalto. Lo stesso che, da Gip, nel ’95, fece arrestare l’allora presidente della Provincia di Palermo Francesco Musotto. Assolto, definitivamente, dopo cinque anni e mezzo.

Tutti impuniti, tutti al loro posto. Per sanare questo vulnus, ieri, il Consiglio dei ministri ha messo a segno un tassello. Il vicepremier Angelino Alfano ha annunciato che «in ottemperanza con la sentenza della corte di Giustizia Ue, è stato previsto che in caso di violazioni gravi e manifeste dell’ordinamento della Ue da parte di organi giurisdizionali di ultimo grado, lo Stato ne debba rispondere direttamente ». Insomma, i giudici che violeranno il diritto europeo dovranno pagare.


Le amicizie della Cancellieri
di Guido Ruotolo per “La Stampa”
(da “Dagospia”, 9 novembre 2013)

Ai suoi collaboratori che sono andati a farle visita in clinica e le chiedevano un commento, ha telegraficamente risposto: «Sono solo amareggiata, pensavo di aver chiarito tutto in Parlamento e invece… ».

E’ già in piedi il ministro di Giustizia, dopo l’operazione di giovedì alla spalla. L’anestesia locale le ha consentito di seguire le due ore di operazione parlando con i medici, e di avere un decorso post-operatorio molto meno pesante di quanto si possa immaginare. Ieri mattina Annamaria Cancellieri ha scherzato anche con le infermiere, per via di quel nebbione fitto che ha oscurato la stanza dove è ricoverata, a Milano: «Ma che c’è un quadro appeso alla finestra? ».

La partita vera del fastidio se non della sofferenza si giocherà con la terapia di riabilitazione, per il recupero dell’arto, della spalla. Ma proprio nelle ore in cui il ministro di Giustizia era sotto i ferri, il sindaco di Firenze candidato all’elezione del segretario del Pd, Matteo Renzi, sferrava l’attacco al Guardasigilli, per la vicenda Ligresti, e cioè per il suo interessamento alle condizioni di salute della detenuta Giulia Ligresti, arrestata insieme ai fratelli e al padre don Salvatore per la bancarotta Fonsai.

Il ministro era convinta di aver dimostrato in Parlamento che gli uffici di via Arenula e dell’Amministrazione penitenziaria, avevano operato senza condizionamenti, come del resto ha certificato la stessa Procura di Torino guidata da Giancarlo Caselli.
Lei però non aveva eluso il problema, e cioè la telefonata alla compagna di Salvatore Ligresti: «Mi rammarico di aver fatto prevalere i sentimenti sul doveroso distacco che il ruolo di ministro avrebbe forse dovuto imporre ».

Annamaria Cancellieri aveva fatto autocritica, rivendicando la storica amicizia con il fratello di Salvatore, Antonino Ligresti, e la sua correttezza di Servitore dello Stato. Ieri, Renzi invece se l’è presa con il suo partito, il Partito democratico: «Inaccettabile che il Pd abbia difeso la Cancellieri ».

Sarà perché è stata appena operata, che è sofferente, ma la presa di posizione di Renzi l’ha solo intristita, amareggiata più che irritata. Pensava, forse, di aver superato lo scoglio delle incomprensioni e invece se lo ritrova pari pari davanti, convinta già dall’inizio della settimana, durante la sua missione a Strasburgo, che la sua vicenda era «strumentale », che lei rischiava di diventare l’agnello «sacrificale » di una battaglia politica interna al governo e al Pd.

Annamaria Cancellieri, nelle ore del chiarimento in Parlamento confidava ai suoi collaboratori: «Chi mi ascolterà con serenità non avrà dubbi sulla mia onestà e correttezza. Non così chi invece cova rancore non perché vuole distruggere me, ma per altri fini. Tutto questo è un motivo in più per sostenere con convinzione il governo Letta ».
Il ministro Cancellieri ha deciso di non rispondere al sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Aspetta il voto sulla mozione di sfiducia individuale presentata dai Cinque Stelle, per chiarire ancora una volta, con serenità, la sua vicenda.


Pd-Pdl, il paradosso dei ruoli scambiati
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 9 novembre 2013)

Il paradosso è che mentre quello che veniva indicato come il partito di plastica è impegnato in un dibattito interno tra componenti portatrici di differenti posizioni politiche, quello che da sempre viene considerato come l’ultimo dei partiti veri è segnato da una competizione tra candidati alla segreteria che puntano a differenziarsi non per le strategie politiche ma per l’aspetto e le caratterizzazioni personali. Insomma, il partito fasullo si comporta da partito vero mentre quello vero offre un esempio mirabile di come si debba comportare un partito fasullo.

La tragedia è che questo paradosso riguarda i due partiti maggiori del Paese, quelli che sono alleati nel sostegno al governo d’emergenza delle larghe intese e che rappresentano, sia pure da posizioni diverse, i pilastri principali dell’attuale sistema in contrapposizione alla forza antisistema rappresentata dal Movimento Cinque Stelle. La tragedia non è la prospettiva di spappolamento che incombe sul Pdl-Forza Italia e quella di rappresentare un vuoto a perdere che grava sul Partito Democratico. La tragedia è che i fenomeni in atto nei due partiti rendono impossibile prevedere un qualche sviluppo positivo della situazione politica italiana e favoriscono nell’opinione pubblica la fine di ogni speranza di uscire in qualche modo dalla crisi in cui è caduta ormai da troppo tempo la società nazionale.

Le vicende interne del Pdl-Forza Italia saranno pure segnate da reali diversità di valutazioni politiche. Ma per un elettorato abituato a rimettersi alle intuizioni ed alle valutazioni di un leader privo di antagonisti servono solo ad alimentare l’inquietante convinzione che il centrodestra, diviso in maniera insuperabile tra gente in cerca solo di trovare una sopravvivenza personale al tramonto del leader, è votato ad una diaspora devastante e non sarà più in grado di governare il Paese e farlo uscire dalla crisi. A loro volta le vicende interne del Pd saranno pure un segno dell’adeguamento al modello politico americano del partito che ha alle spalle l’esperienza della Dc e del Pci.

Ma non possono non far riflettere una larga parte dell’opinione pubblica di quale potrebbe essere la sorte del Paese se mai dovesse essere affidato ad un leader che, come i candidati alla segreteria, è portatore del nulla e del sottovuoto spinto. Rilevare come questo doppio fenomeno serva solo ad alimentare la protesta qualunquistica delle forze antisistema e ad allargare la sfiducia dei cittadini per la ripresa, quella fiducia che è indispensabile per invertire la marcia della crisi, non serve di certo a ricondurre il buon senso all’interno del Pdl-Forza Italia ed a riempire di contenuti la ridicola conta di tessere gonfiate che nel Pd si chiama pomposamente primarie.

Ma è un obbligo morale che va comunque assolto. Perché presto o tardi il paradosso dovrà avere termine. Non sarà indifferente sapere chi ha denunciato il degrado e chi lo ha cavalcato nella ricerca ossessiva della più comoda e redditizia collocazione personale.


Gelo tra Berlusconi e Alfano. L’ipotesi di appoggio esterno
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 9 novembre 2013)

«Inutile e inconcludente ». Se c’è una cosa su cui certamente concordano i protagonisti del faccia a faccia di giovedì sera a Palazzo Grazioli è che sia finito in un nulla di fatto.
Così almeno lo raccontano in privato sia Silvio Berlusconi che Angelino Alfano, il primo senza nascondere un certo fastidio nei confronti del vicepremier. Quel che il Cavaliere rinfaccia al suo delfino, infatti, è di «non voler capire » che il Pd e il Quirinale lavorano ormai da tempo per farlo «fuori » dalla scena politica «per via non democratica ». Non è un caso che per l’ennesima volta Berlusconi abbia accolto nel suo studio Alfano scandendo l’ormai consueta domanda: «Quando il 27 novembre il Pd voterà la mia decadenza da senatore tu e gli altri ministri cosa farete? Resterete al governo con i miei carnefici? Rimarrete nella maggioranza con chi ha sovvertito i regolamenti parlamentari per imporre una cosa senza precedenti come il voto palese pur di farmi fuori? ».

Una domanda che al momento resta senza risposta. Perché Alfano ha ribadito a Berlusconi tutta la sua solidarietà e il suo sostegno e ha assicurato che si prodigherà per convincere il Pd a recedere sul voto segreto, ma è ben consapevole il vicepremier che al di là dei suoi desiderata c’è un pezzo consistente della cosiddetta ala governativa che sul punto è intransigente: dai ministri Gaetano Quagliariello a Beatrice Lorenzin, passando per Fabrizio Cicchitto, Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi e altri ancora.

Loro non hanno dubbi e continuano a ripetere – chi in pubblico e chi solo in privato – che il piano della decadenza del Cavaliere e quello della tenuta del governo sono distinti. Alfano tenta di mediare e vorrebbe tenere tutti insieme, come pure Berlusconi che però non riesce a immaginarsi mentre coabita con chi «preme il grilletto contro di me ». Non che l’ex premier voglia staccare la spina al governo ma, è la riflessione delle ultime ore, almeno un appoggio esterno sarebbe un «atto dovuto » perché il voto del Pd sulla decadenza e la permanenza con loro in maggioranza sono «di fatto inconciliabili ».

Sarà questo, insomma, il vero snodo della questione. Tanto che l’ex ministro Paolo Romani auspica «un’intesa su forma e struttura di partito » prima del Consiglio nazionale di sabato prossimo per poi «decidere in quella sede come si comporterà Forza Italia con il governo Letta quando il Pd voterà la decadenza ». Una strada che al momento sembra però piuttosto impervia visto che nel Pdl in queste ore se le stanno danno così di santa ragione che – dice Paolo Bonaiuti – pare davvero difficile riuscire a dividerli. In effetti, dopo la rissa verbale di giovedì tra Michaela Biancofiore e Jole Santelli, ieri è stato il turno di altri tre scontri: prima quello tra Quagliariello e Daniele Capezzone, poi il sottosegretario Simona Vicari e Sandro Bondi che non se la sono mandata a dire e infine la botta di Mara Carfagna a Formigoni. Senza considerare le decine di accuse reciproche che si scambiano a suon di comunicati governativi da una parte e lealisti dall’altra.

Difficile, insomma, pensare che si possa trovare un punto d’incontro entro sabato. Nonostante i tentativi di mediazione, dunque, al momento la rottura sembra la soluzione più probabile. Di certo c’è che Berlusconi ha già iniziato a ragionare come se non facesse più parte della maggioranza. «Niente colpi bassi al governo, ma sia chiaro che sulla legge di Stabilità non faremo sconti », spiegava ieri il Cavaliere durante una riunione a Palazzo Grazioli con i capigruppo Renato Brunetta e Renato Schifani, i presidenti delle commissioni Bilancio Daniele Capezzone e Antonio Azzolini, il relatore del provvedimento Antonio D’Alì, Denis Verdini e Gianni Letta. Sulla legge di Stabilità, insomma, «sarà battaglia ». Con il Pdl che ha già pronti circa 600 emendamenti.


Ci mancava la bufala di Craxi
di Nando Dalla Chiesa
(da “il Fatto Quotidiano”, 9 novembre 2013)

Ci mancava pure la nuova bufala. Dalla Chiesa fu fatto uccidere da Andreotti e Craxi perché “ce l’avevano sul collo”, ha dichiarato il pentito di mafia Francesco Onorato, ascoltato a Palermo nell’ambito del processo sulla trattativa tra Stato e mafia. C’è solo da sperare che ora questa non diventi la nuova “verità inconfessabile”, il nuovo “mistero” della storia repubblicana a cui si affezionano, “a prescindere”, giornalisti o giallisti di mafia. Qualcosa tipo le carte di Moro stipate nella cassaforte del prefetto, secondo le ambigue testimonianze di personaggi che mio padre disistimava profondamente. Ma credute con tenacia irriducibile da plotoni di “esperti da lontano”. Andreotti, dunque. Che la corrente andreottiana fosse immersa fino al collo nella vicenda che portò alla strage di via Carini l’ho sempre pensato e detto. Lo dissi e lo scrissi quasi in assoluta solitudine trent’anni fa, l’ho riscritto e l’ho ridetto ogni volta che ho ritenuto giusto farlo, nei tribunali come nei libri o negli incontri pubblici. Che quella corrente fosse la più intrisa di mafia, la “più inquinata del luogo”, lo scrisse, inascoltato, mio padre stesso al capo del governo Giovanni Spadolini. E lo disse direttamente pure a Giulio Andreotti che aveva voluto vederlo prima della partenza per la Sicilia, avvisandolo che non avrebbe avuto “riguardo per i suoi grandi elettori” nell’isola. Né, ovviamente, si può dimenticare la posizione con cui Andreotti è uscito, nonostante le grida trionfali di amici e sodali, dal processo a cui fu condotto dalla procura di Gian Carlo Caselli: “prescritto” per mafia. Non è dunque il riferimento al suo nome che mi meraviglia, anche se queste “novità” che arrivano a freddo dopo trent’anni mi inquietano e mi pongono interrogativi seri e più generali su strategie e comportamenti recenti di certi pentiti “minori”.

Quel che davvero suona come bufala è il riferimento a Bettino Craxi. Il quale (diversamente da Andreotti, che negò di suo pugno che esistesse un’emergenza mafiosa) sostenne con convinzione l’invio di mio padre a Palermo. Al punto che il nuovo prefetto venne visto dalla parte più compromessa della Dc come colui che aggredendo il sistema mafioso avrebbe oggettivamente squassato il potere democristiano in Sicilia a vantaggio del Partito socialista. Partecipai a una discussione accalorata, incredula, di mio padre con un amico, tutti e tre seduti a un tavolo della villa di campagna, tre settimane prima del delitto. L’amico gli rappresentava la diffidenza dei vertici democristiani, convinti che lui fosse (testuale) “un cavallo di Craxi”. E mio padre, visibilmente allibito che questa potesse essere “la” o “una” ragione del suo isolamento, replicò di avere servito lealmente per quarant’anni ministri degli Interni tutti democristiani. Se, come sempre si dice, nulla di ciò che la mafia fa è leggibile al di fuori di un contesto e di logiche politiche, questo fu il contesto.

Nessuno può accusarmi di avere nutrito tenerezze verso il craxismo. Ci sono le annate di Società civile, il mensile che dirigevo a Milano negli anni Ottanta, a dimostrarlo. Credo anzi di avere ben pagato l’avversione al craxismo in occasione della mia candidatura a sindaco di Milano nel 1993. Ma mi sentirei colpevole di avallare il falso se non dicessi che fu proprio Bettino Craxi, visibilmente provato anche emotivamente da quel che era accaduto, a difendermi dai pubblici furori che seguirono le mie denunce della matrice politica del delitto. Poi in pochi anni un bisogno di coerenza mi portò su posizioni lontane e anche contrapposte alle sue, ma questa è la verità. Guai a perdere la memoria meticolosa, sofferta, ribelle, dei fatti. O la storia potrà rifarla un pentito che, se le sfumature semantiche hanno un senso, ancora prova qualche compassione per Totò Riina (perché “stanno pagando solo i mafiosi”) o un malcelato orgoglio per il passato di killer agli ordini dei corleonesi: “Io ero uno dei prediletti, perché fare parte del gruppo di fuoco della commissione era come fare parte della nazionale di calcio. I migliori mafiosi entravano in squadra”. Grazie no, la storia che ho vissuto (e denunciato) non me la faccio rifare da questo pentito.


La Corte Costituzionale: uno scandalo nascosto
di Lavoce.info
(da “il Fatto Quotidiano”, 9 novemre 2013)

Forse  il più grande scandalo  della pubblica amministrazione in Italia è anche uno dei più nascosti: la Corte Costituzionale. Per ovvie ragioni, pochi hanno il coraggio di parlarne. Ma i bilanci parlano da soli: sentiamo cosa dicono ((premessa: per motivi ignoti, la Corte Costituzionale pubblica su Internet solo i  bilanci di previsione, anche per gli anni passati).  Di  Roberto Perotti*  (Lavoce)

I giudici italiani guadagnano il triplo dei colleghi statunitensi. Cominciamo dalle retribuzioni (Tabella 1).  La retribuzione lorda del presidente della Corte è di 549.407 euro  annui, quella dei giudici di 457.839  euro (2). La retribuzione media lorda dei 12 giudici britannici è di 217.000 euro, meno della metà. Il Canada è simile:  234.000 euro per il presidente, 217.000 per i giudici. Negli  USA siamo a circa un terzo  della retribuzione italiana: 173.000 euro per il presidente e 166.000 per i giudici.

Tabella 1: Un confronto internazionale delle retribuzioni dei giudici

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* Media dei 12 giudici.   Fonti: vd. nota (3).

Hanno il telefono domestico pagato dalla Stato. Ma la differenza fra la remunerazione dei giudici italiani e i colleghi stranieri è  fortemente sottostimata. Il dato italiano non include svariati benefits in natura. Le auto blu,  in primis, su cui vedi sotto. Inoltre i costi dei singoli viaggi ferroviari, aerei o su taxi  effettuati per ragioni  inerenti alla carica sono a carico della corte; ogni auto abbinata ad ogni giudice ha una    tessera viacard e il telepass; i giudici   dispongono di  un cellulare e di un pc portatile  e  i costi dell’utenza telefonica domestica sono a carico della Corte  (salvo rinuncia del singolo giudice); i giudici dispongono inoltre di una  foresteria, composta di uno o due  locali con annessi servizio igienico e angolo cottura,   nel Palazzo  della Consulta o nell’immobile di via della Cordonata.  (4)

La nostra Corte costa il triplo di quella britannica. Ma vediamo un confronto più completo sui  costi totali  della Corte Costituzionale in Italia e in Gran Bretagna, riferite al 2012.

Tabella 2: Spesa totale escluse pensioni, 2012

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*Include oneri, non include pensioni.  Dati in migliaia di Euro.
Fonte: vd. nota  (5)

Escludendo le pensioni, su cui non ho i dati per la Gran Bretagna, la corte italiana (15 giudici) costa  oltre tre volte  quella inglese (12 giudici).  Pensione media di giudici e superstiti: 200.000 euro. Ma quanto costano le pensioni alla Corte Costituzionale italiana?

Tabella 3: Le pensioni alla Corte Costituzionale, 2013

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Fonti: vd. nota  (6)

Per il 2013 la Corte Costituzionale prevede di pagare a ex giudici della CC e loro superstiti 5,8 milioni di pensioni. Al momento vi sono 20 ex giudici percettori di pensione e 9 superstiti. La  pensione media è dunque esattamente di 200.000 euro  all’anno.    C’è da sorprendersi che la Consulta abbia bloccato  il seppur minimo taglio alle pensioni d’oro proposto dal governo Monti?  La spesa totale per pensioni di ex dipendenti e superstiti sarà di 13,5 milioni. Vi sono   120 ex dipendenti e 78 superstiti percettori di pensioni; la  pensione media del personale in quiescenza è dunque di 68.200 Euro.

Ogni giorno, ogni giudice costa 750 euro di sole auto blu. Esattamente:  per ogni giudice, ogni giorno lavorativo si spendono in media 750 euro per le sole auto blu. Vediamo come si arriva a questa cifra. I giudici in carica hanno diritto un’ auto blu e due autisti; i giudici in pensione ad un’ auto blu per il primo anno di pensione (fino al settembre 2011 era per tutta la vita). La spesa totale per “Noleggio, assicurazione e parcheggio autovetture” + “Carburante per autovetture” + “Manutenzione, riparazione e accessori per autovetture”  nel 2013 sarà di 758.000   euro. Ma   questo senza calcolare la spesa per gli autisti. Assumendo prudenzialmente un costo per lo Stato di 50.000 Euro per autista, e (come confermatomi dalla Corte)  due autisti per giudice, arriviamo a un totale di circa 2,25 milioni, esattamente 150.000 Euro all’anno per giudice. Calcolando 200 giorni lavorativi all’anno per giudice, questo significa 750 euro al giorno per giudice di sola spesa per autovetture. Probabilmente,  costerebbe   meno far viaggiare i giudici in elicottero, magari chiedendo loro la gentilezza di fare un po’ di  helicopter-pooling.

(1)  Tra le eccezioni: Primo de Nicola: “Alla corte dei privilegi“,   L’ Espresso, 30 Aprile 2008
(2)  Comunicazione email della segreteria della Corte Costituzionale all’ autore.
(3)  Dati convertiti in euro usando i tassi di cambio a parità di potere d’ acquisto per il 2012. Fonti:
Italia: comunicazione personale dall’ Ufficio Stampa della Corte Costituzionale, e  Bilancio della Corte Costituzionale del 2012  (per il valore medio);
GB:  Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A e 6.C);
Canada:  Judges Act;
USA:  Federal Judicial Center
(4)  Comunicazione email dell’ Ufficio Stampa della Corte all’ autore. Per   i giudici britannici abbiamo una stima delle spese di trasporto totali: 31.122 euro, cioè 2.677 a testa all’ anno. Più 4.443 euro (370 a giudice) per altre spese. Questo dato si riferisce al 2010, ultimo anno disponibile. Si veda  qui.
(5)  Fonti:  Italia:  Bilancio della Corte Costituzionale del 2012, GB:  Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A , 7,   8 e 10);  (6)  Fonte:  Bilancio della Corte Costituzionale del 2013

*Bio dell’autore:  Roberto Perotti ha conseguito il PhD in Economics al MIT nel 1991. Dopo 10 anni alla Columbia University di New York e due anni all’European University Institute di Firenze, dal 2001 e’ all’IGIER-Universita’ Bocconi e dal 2006 e’ ordinario presso la stessa universita’. E’ research associate del National Bureau of Economic Research e del Center for Economic Policy Research. E’ stato consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Banca Interamericana per lo Sviluppo, della Banca Centrale Europea, della Fed, e della Banca d’Italia. E’ stato redattore de lavoce.info fino al 2012.


Letta “palle d’acciaio” si fa i sondaggi come B. Ma li fa pagare ai contribuenti italiani
di Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”, 9 novembre 2013)

“Balls of steel”, palle d’acciaio. Così, giura Letta, pensano di lui in Europa. Per sapere cosa pensino gli italiani ha commissionato invece una serie di sondaggi ad hoc, pagandoli con i fondi della Presidenza del Consiglio e cioé con soldi pubblici. La vicenda è andata così. Si parte il 27 settembre, una data non casuale. E’ il day after del governo, con il Pdl (ministri compresi) che annuncia le dimissioni di massa in caso di decadenza del caro leader. Letta è all’Onu, si dice umiliato e pronto a salire le scale del Quirinale per valutare con Napolitano l’exit strategy dalla crisi che si annuncia a 6mila chilometri di distanza. E’ però ottimista, certo che riuscirà a convincere Berlusconi a tornare sui suoi passi. La lampadina deve essersi accesa pochi giorni prima della prova di forza, quando la bufera già spazzava l’ottimismo dei governisti e il pavimento di Palazzo Chigi scricchiolava più che mai. E’ allora che dalla Presidenza arriva l’input a commissionare il primo sondaggio su se stessa e sul governo.  Tutta roba da portare in dote a Silvio, grande amante dei sondaggi, per indurlo a non a staccare la spina, come effettivamente succederà una settimana dopo, con il  voto al Senato del 2 ottobre.

Il 27 settembre il Dipartimento per l’informazione e l’editoria affida a Ipsos di Nando Pagnoncelli un sondaggio per “monitorare l’opinione pubblica su tematiche che riguardano la Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Governo (…) i mutamenti delle opinioni e degli orientamenti dei cittadini in relazione ai provvedimenti e ai progetti del governo”. Ipsos lavora da una vita con i piani alti dei palazzi governativi. In virtù di questo l’affidamento è diretto, niente gara. Il contratto prevede un monitoraggio dal 28 settembre al 13 dicembre. Si baserà sul “sentiment” di 50 persone scelte dalla società di consulenza che dovranno discutere online sugli argomenti sopra indicati più quelli che, di volta in volta, la Presidenza riterrà di sottoporre a verifica.

Quanto ci costa ricucire le larghe intese con la colla del consenso? Sul sito della Dcpm è indicato un importo di tutto rispetto: 247mila euro più Iva. Un appartamento per l’ego di Letta? Un po’ troppo per quattro report in croce, anche perché di sondaggi simili Ipsos e gli altri istituti ne scodellano in continuo a beneficio di giornali e tv, senza costi aggiuntivi per la collettività. E infatti non è così. Esaminando il contratto il prezzo effettivo sarà “solo” 47mila euro (più Iva). Un “refuso” che il contribuente accoglierà con sollievo. E tuttavia si dovrà mettere l’animo in pace perché pur avendo pagato il sondaggio non potrà mai sapere cosa dice e neppure se i suoi soldi sono stati ben spesi: l’art. 2 del contratto prevede espressamente che i risultati delle rilevazioni siano di “esclusiva proprietà del committente e non potranno in alcun modo essere diffusi all’esterno”.

Non contento, Letta decide di sondare un altro sondaggista. E si rivolge all’altra metà del cielo nel mercato di chi misura opinioni. Così scatta una seconda commessa, stavolta con l’Istituto Pieopoli che  a decorrere dal 1 ottobre e fino al 31 dicembre dovrà fare lo stesso lavoro di Ipsos ma con metodo Cati, cioè interviste telefoniche a campione su 2mila italiani. Anche stavolta la gara non c’è. Di più, la Presidenza esonera Piepoli dal versare la cauzione prevista per legge “in considerazione della notoria solidità dell’Istituto Piepoli”. In cambio, Piepoli concede l’abbuono dell’1% sul corrispettivo. Fatto sta che dal fondo (e dalle nostre tasche) partono altri 23.359 euro.  Così, a conti fatti, il prezzo della stabilità  finisce per costare, per ora,  73mila euro in tre mesi. Del resto lo chiedono gli italiani.  Che pagano, senza saperlo, per farlo sapere a Berlusconi.


Letto 4008 volte.


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Bart