I Marziani e l’elettricità

di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, marted’ 17 marzo 1970]

Orson Welles « in onda » alla televisione con alcuni pro ­dotti del suo ingegnone o in ­gegnaccio secondo i gusti, ha fatto rievocare il ricordo e la cronaca del pànico che invase gli Stati Uniti la sera dell’ul ­tima domenica d’ottobre del 1938, per una trovata radio ­fonica del Welles.

Una sua radiocronaca im ­maginaria, abile manipolazio ­ne del famoso romanzo, La guerra dei mondi, fingeva di dar notizia dello sbarco dei Marziani a invadere la Terra distruggendo e sterminando quanto e quanti si fosser loro opposti e alle loro macchine transpaziali e al raggio deva ­statore dei loro apparecchi.

L’effetto, se si potesse dire il successo, fu inverosimile se non fosse vero, incredibile se non fosse certo. Anche facen ­do la tara ai racconti dei gior ­nali d’allora, in varie città e stati, diverse e diversi per caratteristiche civili, si manifestò lo stesso timore e terror pànico, con grida, spaventi, fughe all’impazzata, deliri di individui e gruppi e folle in preda all’isteria. La radiocro ­naca non era terminata, che già varie persone frenetiche di paura, non solo credevano a quello che essa narrava, ma cominciavano a vedere quel che descriveva; se non proprio le macchine e i raggi dei Mar ­ziani, i loro effetti, il fumo e le fiamme, e già perfino qual ­che primo orrore delle deva ­stazioni marziane.

Un carattere curioso di co ­sì vasta suggestione e alluci ­nazione farneticante, è dato dal fatto della sua estensione, della sua espansione e propa ­gazione in separati e diversi e così lontani focolai d’accen ­sione. Ciò significa che esiste ­va, diversa e sparsa ma ge ­nerale e comune a molti, la paura, l’ossessione di una mi ­naccia simile a quella narrata nel romanzo; il quale era ed è famoso, di autore famoso co ­me H. G. Wells: sicché è pro ­babile che molti uditori della radiocronaca l’avesser letto. Ma invece di riconoscere le immagini romanzesche, crede ­vano alle notizie, anzi false notizie della pretesa cronaca. E forse la lettura del roman ­zo, geniale nel suo genere, era all’origine del timore ossessi ­vo latente. Il fatto sta che la trasmissione era stata annun ­ciata e dichiarata esplicitamen ­te come ricavata dal romanzo; e fu interrotta ben tre volte per ripetere lo stesso avviso; ma il fissato, l’alienato, l’ossesso, non ascolta e non ode, non guarda e non vede, non acco ­glie e non crede altro che quanto produce la sua infer ­mità. Perciò è una delle forme dell’infelicità umana.

Che però non contasse nul ­la il fatto e l’avviso che si trattava di così celebre opera letteraria, può ben riuscire una curiosa dimostrazione della in ­consistenza e labilità, non che delle impressioni letterarie, an ­che della fama, diciamo pure della gloria letteraria.

In pratica, l’insuccesso del preavviso e degli avvisi ripe ­tuti è una riprova di quanto poco contino, e di quanto po ­co convenga far conto, nel produrre fatti e nel prodursi di effetti imprevisti e indesi ­derati, su preliminari avver ­tenze, su rettifiche attuali, su posteriori smentite. Giolitti, che se n’intendeva, diceva che una notizia smentita è notizia pubblicata due volte. Non solo ai fatti veri ma anche alle notizie false, l’unica opposizione che conti e sulla quale si possa contare, è quella dei fat ­ti, potendo; e se no, della pa ­zienza. Giulio Cesare, per per ­suadere che la guerra civile, e quindi il dominio assoluto, non l’aveva voluta lui, scrisse un capolavoro, che persuase tanto quanto dimostrano gli « idi di marzo » di 2014 anni or sono.

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Dal Cesare della storia a quello di Shakespeare, questo riconduce a Orson Welles, a cui i suoi lodatori attribuisco ­no una affinità con gli eroi tra ­gici del gran poeta. Non per discuterla, ma solo per torna ­re alla cronaca della radiocro ­naca immaginaria, è da fare un’ipotesi. Cioè, che se inve ­ce di parlata fosse stata an ­che visibile, ossia televisiva, da parte che forse pupazzi sce ­nici marziani avrebber fatto ridere, sarebbe bastata l’inve ­rosimiglianza della presa e tra ­smissione diretta dal vero, a impedire il fenomeno dell’iste ­ria e del contagio isterico. Es ­sa e questo si produssero e si svilupparono, nell’immagina ­zione, dalla parola, più poten ­te e più feconda nella fanta ­sia che non l’immagine, in quanto è più libera, più fer ­mentante.

Né questo è vero soltanto per quanto riguarda parole e figure, ma anche in confron ­to con la realtà stessa del fatto tangibile e visibile: tant’è vero che qualche anno fa, precisamente nel ’66, in Ameri ­ca, mi avvenne di sentire rac ­contare e descrivere da chi ci s’era trovato, le otto ore d’in ­terruzione dell’energia elettri ­ca che oscurò e paralizzò, fra l’altro, Nuova York, cioè l’immenso agglomerato umano do ­ve non solo il movimento oriz ­zontale e verticale, e non solo l’illuminazione, ma la respirazione e il rifornimento dell’aria sono « condizionati » ossia forniti e distribuiti da macchine elettriche. Otto ore, presto detto, ma significò l’incaglio di centinaia di treni sotterranei gremiti, di migliaia di ascensori, di tutti i servizi bloccati; con disagi d’ogni genere, con molti principii di asfissia e di malessere: e buio, che sarebbe bastato a produrre il pànico, non ci fosse stata per di più anche l’ignoranza e l’impossibilità di procurarsi e di ricevere spiegazione e notizia dell’avvenimento. Un’ignoranza, questa, che è facile immaginare favorevole, e quanto, al nascere e crescere di ipotesi catastrofiche: disastri, attentati, magari una azione di guerra, con la sorpresa giapponese a Pearl Harbour, tanto per dire.

Invece, le enormi dimensioni fisiche e pratiche dell’incidente meccanico si tradussero, in complesso, in una prova collettiva di nervi saldi, padronanza di sé, di eduzione civica, di forza fisica e morale. Parafrasando un commento giornalistico, che considerava il pànico dell’ottobre del ’38 alla stregua di una prova sperimentale, anche questa del ’66 poté definirsi tale, ma specialmente di un fatto.

E cioè del fatto che un’invenzione suggestiva e fantasiosa può agire con più efficacia che una realtà fisica e ragionativa. Anzi, la prima è conformata di per sé a determinare cotesti effetti, in quanto è fantasia e agisce sulla fantasia.

Gli ossessionati dalla notizia dei Marziani non si chiesero se fosse vera: il loro grido fu: « Ci sono i Marziani! ».

Gli imprigionati dall’interruzione elettrica non ebber gridi, e invece si domandarono che cosa potesse averla prodotta. La logica consigliò e propiziò l’esercizio del raziocinio e la pazienza.

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Il raffronto fra i due casi sembra che debba concludersi a tutto vantaggio del secondo, cioè del raziocinio raziocinante, ma se si considera che nella storia un incidente di retroguardia alle forze di Carlomagno nei Pirenei, a cui la storia dedicò appena una scarna notizia di poche parole, assunto dalla fantasia generò la maggior vena della più grande epica cristiana, dell’epica carolingia, della « santa gesta » di Francia, se ne ricava che la fantasia non è meno feconda allo spirito che la ragione.

Se avessimo una cronaca della spedizione dei greci contro Troia, è probabile, o certo pensabile, che la poesia omerica si scoprirebbe nata da notizie in sé non dissimili da quella della cronaca che registrò la morte di un Ruodlando marchese di Bretagna in una fazione di retroguardia al Passo di Roncisvalle

Se poi l’umanità abbia ad acquisire di meglio e di più dalla ragione o dalla fantasia, è un quesito che si risolve rispondendo che non avrebbe di più e di peggio a rimetterci dalla perdita dell’una che dell’altra; tant’è vero che ragione e storia, fantasia e poesia, prosperano insieme e insieme intristiscono.

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