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Piccolo cabotaggio, pericolo da evitare

27 Aprile 2013

di Luciano Fontana
(dal “Corriere della Sera”, 27 aprile 2013)

Il voto del 24 febbraio è ormai un ricordo lontano. Due mesi sono passati e le stanze di Palazzo Chigi non sono ancora occupate da un nuovo premier. È stato necessario chiedere al presidente Napolitano di restare al suo posto per arginare una crisi distruttiva che stava travolgendo l’istituzione più importante della Repubblica. È partito così il tentativo di dare al Paese un esecutivo di unità tra le diverse forze politiche. Solo un carico di risentimenti, faziosità e ostinazione ideologica aveva impedito di metterlo in campo subito dopo un risultato elettorale senza vincitori.

La sferzata del presidente della Repubblica, con il suo atto d’accusa in Parlamento, ha fatto superare il primo scoglio: il vicesegretario del Pd Enrico Letta è a un passo dal varo di un governo di coalizione sostenuto da Pd, Pdl e Scelta civica. I dirigenti del Partito democratico, impegnati in una guerra fratricida che ha avuto vittime illustri come Romano Prodi e Franco Marini, hanno messo la sordina ai veti e all’ostilità radicata a collaborare con il partito di Berlusconi. C’è un via libera sofferto e svogliato, pieno di timori per la reazione della mitica base e del popolo della Rete. Tanti retropensieri che proiettano ombre sulla durata del governo.

Sull’altro fronte il Pdl ha posto condizioni, sul programma economico e sulla partecipazione di ministri osteggiati dal mondo del Pd, che stanno complicando la chiusura della trattativa, fino al rischio di fallimento.

È come se i partiti non capissero che c’è un punto decisivo che, prima di ogni altra cosa, devono sciogliere: chiarire a se stessi e al Paese che il governo che sta nascendo non è un’alleanza con la pistola alla tempia, a cui partecipano solo per l’ultimatum del Quirinale. Se non hanno fiducia loro in quello che stanno facendo come potranno sostenere la prova nel Parlamento delle mille opposizioni? E soprattutto: se non credono alla possibilità di poter fare insieme qualcosa di utile come possono pensare che il Paese e i cittadini li sosterranno? Hanno il dovere di essere ambiziosi, di dimostrare che il governo che sta per nascere non è senza padri e, dunque, esposto alla tempesta di voti parlamentari che lo butterebbero giù in poco tempo.

Il compito principale è nelle mani del presidente del Consiglio incaricato. Molto dipende dalla sua capacità di fare le scelte giuste sul programma e sulla qualità dei ministri. Enrico Letta ha riconosciuto onestamente in passato un suo difetto: cercare di mediare sempre, anche troppo. Dialogare è giusto, soprattutto in una situazione difficile, ma troppe mediazioni possono portare a risultati deludenti.

Non ci si può accontentare di un governo di serie B. Letta presenti, come è nelle sue prerogative, una compagine ministeriale di alto profilo, senza cedere alla tentazione delle seconde file per evitare tensioni. E metta sul tavolo un pacchetto di misure immediate che diano il senso della svolta: provvedimenti fiscali anti recessione, azzeramento del finanziamento ai partiti, dimezzamento dei parlamentari, nuova legge elettorale. Perché un governo che nasca già debole, che così venga vissuto dai cittadini e dai mercati, è il contrario di quello che serve.


La sindrome del “governo amico”
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 27 aprile 2013)

A dispetto di molte previsioni ottimistiche, l’ultima notte di vigilia è stata inquieta. E non, come vuole la tradizione, perché, si sa, la lista dei ministri può considerarsi definitiva solo quando viene letta al Quirinale, e la storia delle crisi italiane è piena di aneddoti su cancellazioni e sostituzioni di nomi avvenute un minuto prima. Ovviamente, come aveva previsto anche Enrico Letta, il toto-ministri infuria. Ma s’intuisce che il problema vero è un altro.

Malgrado gli sforzi fatti da Napolitano, infatti, il Pd non riesce a digerire l’idea di far parte di un governo di larghe intese con Berlusconi. I tentativi di indorare la pillola dandogli un nome diverso, «del Presidente », «di convergenza », «di servizio », finora non sono serviti a niente. Gli artifizi sulla delegazione che per conto del partito dovrebbe affiancare Letta non hanno egualmente portato a nulla: non funziona né l’idea di un paio di ministri giovani (anche se l’incaricato ha detto che non vuole gente che «debba fare la scuola guida ») affiancati da super tecnici (tipo Saccomanni), né quella delle vecchie glorie (Amato e D’Alema) che facciano da nave scuola.

E la ragione per cui nessuna di queste ipotesi rappresenta una soluzione è politica, non necessariamente legata ai nomi. Il Pd, in altre parole, non ha ancora risolto il nodo della pacificazione, seppur temporanea, con il Giaguaro che fino a poco fa voleva «smacchiare ». E cerca il modo di far nascere il governo senza aderirvi fino in fondo: un po’ come la vecchia Dc ai tempi dei «governi amici », guidati e composti da propri esponenti, ma senza poter contare sull’effettivo appoggio del partito. Le dichiarazioni esplicite allineate fino a ieri, si tratti dell’ex-presidente del partito Bindi o dell’ex-ministro del lavoro Damiano – per non dire del giovane Civati, che ha lanciato l’allarme sui «traditori che diventeranno ministri » – sono una chiara conferma di tutto ciò. E preoccupante è il computo di una cinquantina di parlamentari indisponibili, o magari disposti solo a denti stretti, a votare la fiducia, e di conseguenza pronti a trasformarsi in franchi tiratori nelle prime votazioni sui provvedimenti del governo.

Ma accanto a queste più o meno esplicite riserve, c’è un interrogativo di fondo che investe tutto o quasi il corpo del partito: perché mai noi Democrat dovremmo entrare, non in un esecutivo di larghe intese voluto/imposto da Napolitano, ma in una coalizione di cui Berlusconi è il vero padrone, come azionista di riferimento che può togliere la fiducia quando gli pare? E di cui Letta, anche come nipote di suo zio, non è il vero presidente del Consiglio, ma una sorta di sottoposto del Cavaliere? A dimostrazione di questo ragionamento, che in tanti, nel Pd, svolgono a bassa voce con queste stesse parole, si cita il fatto che le consultazioni hanno subito un intoppo preventivo, con la dura dichiarazione di Alfano sul «governo balneare », quando Berlusconi ha ordinato di frenare. E sono poi proseguite sul velluto, quando lo stesso Berlusconi, richiesto da Napolitano, da Dallas ha dato pubblicamente il suo via libera.

È innegabile che sia esattamente quel che è accaduto. Ma l’errore del Pd – non di tutto, ma di una sua parte consistente – sta nello scambiare per causa quel che invece è manifestamente l’effetto del proprio atteggiamento. Berlusconi, e con lui tutto il Pdl, hanno detto dal primo giorno dopo le elezioni che il risultato uscito dalle urne non lasciava altra scelta che un governo di larghe intese o il ritorno ad elezioni. Era la stessa indicazione venuta dal Quirinale: tanto che il Presidente, quando ancora non pensava di poter essere rieletto, rendendosi conto che i suoi sforzi in questa direzione non trovavano ascolto presso il suo vecchio partito, aveva voluto egualmente connotare, con la nomina della commissione dei saggi e il documento che ne era sortito, la conclusione del settennato. Ma anche in questo caso, tolto Renzi ed escluso Violante, che era uno dei saggi, da parte Pd non era venuto alcun segno di ripensamento. Almeno fino alla rielezione di Napolitano e al secondo giro di consultazioni, in cui il vertice del partito, dopo le dimissioni di Bersani, finalmente s’era espresso ufficialmente a favore della nascita del governo.

Si dirà che bisogna tener conto del travaglio in cui il Pd è immerso e che una pacificazione, provvisoria per quanto sia, con il nemico di una guerra durata vent’anni, non si fa da un giorno all’altro. O ancora che gli effetti della distruttiva battaglia interna, che ha portato al siluramento di ben due candidati per il Colle, non si digeriscono tanto facilmente. Inoltre, seppure si sia stabilita una tregua, quanto solida non si sa, tra le diverse correnti, alla guida del partito in questo momento non c’è nessuno. Lo stesso Letta, che come vicesegretario s’era assunto il compito di gestire questa fase fino al congresso, ricevendo l’incarico da Napolitano è diventato fatalmente parte, e non più garante dell’armistizio. Occorre, insomma, più comprensione per un passaggio di una complessità inaudita.

Tutto vero. E immaginarsi se qualcuno sottovaluta le complicazioni di un accordo di larghe intese. Anche in Germania, quando l’hanno fatto, non è stato di certo dalla sera al mattino. E in Italia, se pensiamo al governo Andreotti del lontano 1976, ci vollero più di centoventi giorni, quattro mesi, prima di mettere le firme. Con la differenza che sia in Germania, sia in Italia, i partiti già avversari, che dovevano divenire alleati, lavoravano convintamente al raggiungimento del risultato.

A ben vedere, la debolezza del Pd sta in questo: nel credere di potersi consentire incertezze e divisioni, e di arrivare, in conclusione, a un mezzo accordo o a un’intesa poco convinta sul governo, perché tanto a volere la grande coalizione è soprattutto Berlusconi. Una strana convinzione, chissà fondata su cosa, che parte da un’ulteriore sottovalutazione del Cavaliere. Al contrario, quest’atteggiamento del Pd non cambia, la sorpresa delle prossime ore potrebbe essere opposta: il governo, o si fa oggi, o non si fa più. Il centrodestra dà legittimamente la colpa al centrosinistra. E torna il rischio di elezioni, con i sondaggi che danno già Berlusconi per favorito.


C’è dissidente e dissidente
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 27 aprile 2013)

Nella nuova strana maggioranza che da lunedì dovrebbe essere certificata in Parlamento, quando Enrico Letta chiederà la fiducia sul programma a cui il vicesegretario pd sta lavorando con la squadra di collaboratori di via del Tritone, tra gli azionisti che avranno un peso sulle scelte del futuro premier ce n’è uno con cui l’esecutivo dovrà fare i conti più degli altri per non ritrovarsi rapidamente con entrambe le gambe all’aria: la Cgil. Finora il sindacato di Susanna Camusso si è mostrato comprensivo e non ha infierito sull’imminente abbraccio tra Pd e Caimano (ai tempi del governo Monti l’alleanza Pd-Pdl era stata osservata con un filo di scetticismo in più, diciamo). Ma la verità è che l’improvviso slittamento del Pd su un percorso più orientato verso il centro che verso la sinistra (Renzi e Letta, come è noto, hanno profili diversi da Bersani e Vendola) ha contribuito ad alzare la temperatura sotto la pentola a pressione del partito. E in fondo si spiega così il fatto che le difficoltà incontrate da Letta nel trovare la formula giusta per la sua squadra di governo siano arrivate non solo dal Pdl ma anche se non soprattutto dal Pd. Le larghe intese, come è evidente, avranno l’effetto di premiare delle politiche lontane dalle istanze camussiane (d’altronde la strada indicata da Giorgio Napolitano quella è). Ma dall’altra parte Letta sa che, senza un preciso lavoro fatto di pesi e contrappesi, il Pd corre il rischio di ritrovarsi non solo con delle rabbiose ebollizioni interne ma anche con una Cgil che potrebbe spostarsi nelle braccia del futuro soggetto di Vendola. Ieri dall’assemblea tra i segretari regionali convocata al Nazareno il messaggio è arrivato chiaro al vicesegretario (noi daremo il nostro sostegno ma i circoli non ci verranno appresso se il governo non darà ai nostri elettori più di sinistra dei messaggi rassicuranti) ed è anche per questo che ieri sera una delle principali preoccupazioni di Enrico Letta riguardava ancora il complicato equilibrio da trovare per dare alla gauche una rappresentanza degna nella quota dei sei ministri previsti per il Pd. Già, ma in che modo?

Il criterio che Letta seguirà nella formazione del governo sarà legato sì a una questione di metodo generazionale (molti giovani, molte donne, molti politici che dovrebbero rappresentare una svolta rispetto alla stagione della guerra tra guelfi e ghibellini, tra berlusconiani e anti berlusconiani, e chissà se Letta ci riuscirà). Ma sarà legato anche a una seconda questione, che rappresenta l’altra garanzia di sopravvivenza del governo: la disponibilità della Cgil. Per coprirsi su questo fronte, Letta da un lato ha opzionato l’ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani per la reggenza del Pd (e anche per il futuro ai suoi interlocutori ha lasciato intendere di non essere favorevolissimo a vedere Renzi alla guida del partito: un ex Margherita a Palazzo Chigi e uno al partito sono troppi). Mentre dall’altro lato – anche per evitare che l’esecutivo somigli troppo a una creatura post-democristiana – ha lavorato a lungo anche ieri per trovare un punto di mediazione con gli ex ds nell’esecutivo, anche per riequilibrare gli unici politici dati per certi all’interno del governo (Dario Franceschini e Graziano Delrio, entrambi ex Dc). I nomi naturalmente saranno importanti (uno tra Epifani e Fassina troverà un posto? Ci sarà solo D’Alema?) ma oltre ai singoli volti il problema che si aprirà nel Pd dopo la nascita dell’esecutivo è collegato non alla fantomatica scissione (sono solo una ventina i parlamentari Pd intenzionati a non votare la fiducia a Letta) ma a un problema di carattere politico-culturale. Lo sintetizza così un esponente Pd vicino ai vertici del partito. “Letta teorizza da sempre che il nostro sistema è destinato a essere più caratterizzato non dal vecchio bipolarismo ma da un nuovo tripartitismo. Enrico sostiene che il tripartitismo del futuro sia una miscela di progressisti, moderati e populisti ma quello che la nostra sinistra teme è che il percorso che ci ha imposto il Quirinale porti il nostro partito su una strada diversa dal Pd. E se la gauche non sarà rappresentata bene vedrete che il baco del governo Letta, più che il Pdl, rischia di essere la sinistra camussiana. Nel partito, certo, ma soprattutto nel prossimo governo”.


Ma il Pd non vuole un governo paritario
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 27 aprile 2013)

Nel vecchio Pci del centralismo democratico il “contrordine compagni” veniva prontamente applicato. Magari tra silenziosi mugugni, tra rabbie represse, tra rancorosi adattamenti. Ma, sia pure emettendo fumo dalla mitica terza narice di guareschiana memoria, l’inversione di linea, anche quella più repentina e radicale, veniva immediatamente adottata non solo dal gruppo dirigente ma dall’intero partito, simpatizzanti e votanti compresi. Nel Pd, dove all’antico centralismo democratico si è progressivamente sostituito il correntismo esasperato dei leader e degli aspiranti leader e l’individualismo inconsapevole, non di stampo liberale ma di estrazione anarcoide, dei giovani in preda a rampantismo, il “contrordine compagni” viene ugualmente pronunciato.

Ma rimane puntualmente inapplicato e disatteso tra aperti mugugni, rabbie ululate, rancori sbandierati e, naturalmente, tra la ribellione concreta di franchi tiratori che preludono a futuri e magari più clamorosi gesti di analoga rivolta. La ragione è solo che al principio di autorità un tempo presente tra gli antenati dei dirigenti del Pd si è sostituito il principio del casino disorganizzato divenuto dominante durante l’ultima fase della segreteria Bersani? No di certo. Perché è vero che al partito delle troppe regole verticistiche si è sostituito il partito delle regole fasulle come quella delle primarie. Ma è altrettanto vero che la fine dell’obbedienza pronta, cieca ed assoluta ha prodotto un curioso fenomeno che impedisce ai dirigenti del Pd di adattarsi con realismo e concretezza al mutare delle situazioni e delle condizioni politiche. Si tratta del fenomeno della difficoltà ad affrancarsi dalla propria propaganda.

Quella che impedisce, dopo aver lanciato campagne strumentali contro gli avversari per scopi elettorali, di affrancarsi dalla strumentalità della vecchia campagna per adattarsi senza troppi problemi alle esigenze politiche nel frattempo mutate. Questo fenomeno di fideismo cieco ed acritico alle parole d’ordine del vertice del partito era presente anche nel passato. Ma mentre il Pci di allora lo piegava con la rigida gerarchia del centralismo democratico, il Pd di adesso non riesce minimamente a controllarlo. Per cui se da un giorno all’altro il partito passa dal considerare “impresentabili”, infrequentabili e moralmente e politicamente inferiori gli avversari del centro destra a persone con cui si deve comunque formare un governo, il pregiudizio alimentato in precedenza non subisce altra correzione dal “contrordine” e torna a scattare con un riflesso pavloviano assolutamente inconsapevole. Di qui, ad esempio, la singolare pretesa di parecchi esponenti di vertice del Pd di chiedere ad Enrico Letta di formare il governo chiesto da Giorgio Napolitano con il Pdl facendo ben attenzione che nella compagine non figurino quei personaggi del centro destra che fino a ieri erano bollati con il marchio della “ impresentabilità”.

Per costoro è assolutamente naturale immaginare un governo che pur essendo formato dall’intesa politica tra Pd e Pdl preveda l’esistenza di un doppio livello di cui quello superiore è appannaggio degli uomini più rappresentativi della sinistra e quello inferiore è assegnato ai rappresentanti più scoloriti ed anonimi del centro destra. La giustificazione portata avanti da questi dirigenti del Pd è che i propri elettori non potrebbero capire ed accettare una fine così repentina del pregiudizio strumentale nato quando la linea del partito era quella della chiusura all’esecrato fronte moderato e delle blandizie al Movimento Cinque Stelle. Ma è chiaro come questa giustificazione sia del tutto inaccettabile. O meglio. Abbia un senso solo se il Pd, per paura di perdere i voti degli schiavi della propria propaganda, non volessero fare il governo preteso dal Quirinale ma puntasse alle elezioni anticipate. Se è così non hanno che dirlo. E farla finita con la paralisi che in cui ormai da due mesi hanno posto il paese!


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Bart