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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Pietro Grasso. Voglio la verità sulle stragi impunite

29 Maggio 2013

di Pietro Grasso*
(da “la Repubblica”, 29 maggio 2013)

Caro direttore,
nella storia della nostra democrazia è maggio il più crudele dei mesi. Il primo giorno, oltre che per la Festa del lavoro, è ricordato per la prima strage del secondo dopoguerra, quella di Portella della Ginestra, nel 1947. Il 3 maggio del 1982 a Reggio Calabria la ‘ndrangheta fa saltare in aria Gennaro Musella. Il 4 maggio del 1980 viene assassinato il capitano Emanuele Basile.

Il giorno dopo, ma nel 1960, il giornalista Cosimo Cristina. Il 9 maggio 1978 vengono ritrovati, a centinaia di chilometri di distanza e uccisi per mano diversa, i corpi di Aldo Moro e di Peppino Impastato. Il 17 maggio 1972 viene ucciso Luigi Calabresi; il 20 maggio 1999 Massimo D’Antona. Tutti gli italiani nati prima del 1980 si ricordano i dettagli di dove erano, e con chi, e a far cosa, quando hanno avuto la notizia della Strage di Capaci del 23 maggio 1992. Il 27 maggio 1993 la mafia ha colpito Firenze, i suoi cittadini e i suoi tesori artistici; il 28 maggio 1974 una manifestazione in Piazza della Loggia a Brescia è stata sconvolta dallo scoppio di una bomba.

Lo stesso giorno, nel 1980, viene assassinato Walter Tobagi. Un lungo elenco, probabilmente incompleto, sicuramente doloroso.

All’elenco dei morti e dei feriti andrebbero aggiunti anche tutti coloro che sono vittime morali degli omicidi e delle stragi mafiose e terroristiche. Mi riferisco ai familiari, alle mogli, ai figli, agli amici, privati violentemente dei loro affetti e del futuro che avevano immaginato e che non hanno potuto vivere. Vittime sono anche le città ferite, le comunità frustrate e spaventate che da decenni invocano una giustizia che spesso non è riuscita a fornire risposte certe e a dare condanne esemplari.

Il tempo passa, e noi abbiamo, tutti insieme, il dovere di far conoscere anche a coloro che a distanza di tanti anni sentono quello che è successo, e quello che è costato, troppo lontano, come una pagina di storia e non una realtà viva e ancora dolente; abbiamo il dovere di dire, di ripetere, di trasmettere la comprensione del dolore, la consapevolezza del morire dentro con l’obbligo di conservare forza per ricostruire. Non dobbiamo dimenticare. In questo sforzo attori instancabili sono proprio i familiari e le associazioni che li riuniscono, che con amore raccontano le storie di vita e di sacrificio proprie e dei loro cari perché si trasformino in memoria collettiva e lezione di vita, nonostante sia un compito difficile, penoso, duro. Il loro sforzo è fondamentale e diventa patrimonio comune.

Il ricordo collettivo ha infatti un valore importante. La memoria condivisa ricostruisce l’identità di ciascuno di noi. La comprensione del passato ci permette di capire chi siamo, che cosa vogliamo, ci consente di dare uno spessore diverso alla nostra esistenza. Ci consente di pesare il valore dei giorni di ieri, di valutarne gli intrecci con la nostra storia personale, nella consapevolezza che ciò che è andato perduto ci ha reso più forti. Più vigili. Più determinati. È necessario per i nostri giovani, perché siano forti in loro lo spirito di unità, il senso dello Stato e la consapevolezza che uniti si vince sempre.

Molto si è lavorato sulla genesi e sulla natura dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico, su come siano nati, quali siano state le radici, le ideologie e le strategie di supporto. Ma bisogna andare avanti, illuminare tutti i punti oscuri, non smettere di cercare la verità: giudiziaria se ancora possibile, o storica. Dobbiamo avere il coraggio di guardare al nostro passato senza paura e senza omissioni, perché un Paese che nasconde e teme la propria storia è un Paese senza futuro. Solo la verità può permettere di fare luce sulle nostre pagine buie e di rendere, così, giustizia ai morti e ai sopravvissuti.

L’impegno per la ricerca della verità, che ha sempre animato la mia attività di magistrato, non è cambiato. Nella mia nuova veste di presidente del Senato provo un senso di responsabilità forse ancora maggiore nell’affrontare le sfide che la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo pone quotidianamente. In questa nuova funzione ho più volte detto che sarebbe opportuno allargare i compiti della commissione d’inchiesta antimafia anche alle stragi e al terrorismo per comprendere esattamente le convergenze tra organizzazioni di stampo mafioso e eversivo. Se le forze del male si compattano lo Stato deve poter rispondere con altrettanta compattezza e forza per capire il passato recente e scongiurare ogni rischio di riproduzione di quei fenomeni che tanto sono costati agli italiani. Anzi, è necessario rafforzare la democrazia e promuovere la cultura della legalità in ogni ambito. Mai come oggi il nostro Paese ci chiede di agire. Bisogna intervenire al più presto, sul piano dello sviluppo, dell’economia legale, della lotta politica, dell’impegno quotidiano. La cultura della legalità deve essere il fulcro di un progetto di cambiamento della società. Deve diventare il motore di una politica di rinnovamento, con forze politiche che ridefiniscano la loro identità in questa direzione e una società civile capace di darsi un progetto e una reale autonomia.

In questi giorni di maggio ho partecipato con grande commozione alle cerimonie di commemorazione tenute a Portella della Ginestra, a Reggio Calabria, al Senato il 9 maggio scorso per la giornata in memoria delle vittime del terrorismo, così fortemente voluta dal presidente della Repubblica, sotto la casa di Massimo D’Antona, a Palermo con le navi della legalità e nell’Aula bunker del maxiprocesso, a Firenze e Brescia. Sono giorni che giro l’Italia parlando di questo, confrontandomi con le persone che erano presenti in quei momenti, con i sopravvissuti e con i familiari, ma soprattutto con i giovani studenti delle scuole di tutta Italia che, grazie al lavoro di centinaia di insegnanti appassionati, hanno dubbi, domande, voglia di capire.

Posso dire che parto ogni volta pensando di offrire io parole di coraggio e speranza mentre sono io a riceverne. Il dolore che il nostro Paese ha subito è stato trasformato in impegno civile e in una costante voglia di ricordare e di cercare verità e giustizia, in nome dei tanti martiri civili della nostra storia. È un’aspettativa che non dobbiamo deludere, è un impegno che le istituzioni debbono portare avanti, a qualunque costo.

*L’autore è presidente del Senato


Centrodestra, un futuro oltre Berlusconi
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 29 maggio 2013)

Ancora una volta è apparsa evidente la diversità tra le elezioni amministrative e quelle per le politiche. Una caratteristica costante in Italia, ma che pure i differenti sistemi di voto in uso nelle due consultazioni hanno accentuato.
Cambia, evidentemente, la domanda dei cittadini nei confronti dei candidati e cambia l’offerta della politica nel cosiddetto mercato elettorale.
Quando i due tipi di votazione si sovrappongono, poi, le valutazioni sono ancora più complicate perché gli effetti di trascinamento tra i due voti non sono facilmente calcolabili.

I confronti e i giudizi, perciò, dovrebbero sempre rispettare le regole elementari della statistica, quelle che comparano situazioni omogenee e criteri altrettanto omogenei. L’analisi dei risultati del voto di ieri, proprio cercando di non tradire le norme della correttezza valutativa, consente sia qualche correzione alle impressioni più immediate, sia di formulare alcune ipotesi sulle tendenze, di più lungo periodo, nei comportamenti elettorali degli italiani.

L’esito più clamoroso e più preoccupante della parziale consultazione amministrativa è certamente il dato dell’astensione. La percentuale dei cittadini che non hanno ritirato la scheda elettorale è alta in sé, ma è ancor più significativa perchè, in Italia, il fenomeno del «non voto », diversamente da altre democrazie occidentali, non è mai stato così diffuso. Un confronto, però, tra votazioni amministrative omogenee, cioè quelle non «inquinate » dall’effetto spurio di contemporanee elezioni politiche nazionali, suggerisce un giudizio meno sorprendente. Perché non c’è stato un crollo improvviso della partecipazione elettorale, ma la conferma di una costante tendenza che, alla tradizionale scadenza dei cinque anni di una legislatura comunale, si pone sempre tra il 5 e l’8 per cento in meno di votanti. Un dato forse ancor più allarmante di una caduta drammatica, perché segnala una disaffezione dei cittadini per la politica profonda e crescente, non legata a sfiducie episodiche e transitorie, ma a una delusione per i comportamenti della nostra classe politica che nasce da lontano e che non sarà curabile, nè in tempi brevi, né con ricette demagogiche, come il caso Grillo sembra dimostrare.

Al di là delle un po’ affrettate consolazioni del «Pd » sulla tenuta del partito, fondate più sullo scampato pericolo della sua dissoluzione che sui consensi numerici effettivamente ottenuti dai suoi candidati, la riflessione forse più interessante, quella che illumina uno scenario più gravido di conseguenze per il sistema politico italiano, anche con uno sguardo più lungo sul futuro, riguarda il centrodestra.

Se, come pare probabile, Alemanno sarà sconfitto al ballottaggio da Marino, questo schieramento che, dalla fondazione della Repubblica, può contare sulla maggioranza dei consensi tra gli italiani non guiderà nessuna tra le più importanti città del Paese. Con il rischio di perdere persino alcune delle sue tradizionali roccaforti in quelle città di media dimensione che, soprattutto nel Nord, avevano sempre assicurato un suffragio ampio e sicuro allo schieramento di centrodestra. Questo risultato, naturalmente, non si fonda sulla peggiore prestazione che, da sempre, contraddistingue l’alleanza guidata da Berlusconi nel voto amministrativo rispetto a quello nelle politiche, ma confronta votazioni di tipo omogeneo.

I motivi di tale situazione sono vari e si possono dividere sostanzialmente in due campi, il primo di tipo più strettamente politico, il secondo con caratteristiche economico-sociologiche.
Dopo vent’anni, la leadership carismatica di Berlusconi non è riuscita, non ha potuto, non ha voluto creare una classe dirigente con personalità adeguate alle esigenze di governo del territorio. Nei casi più fortunati ha «adottato » leader locali di provenienza democristiana o socialista, in altri ha gettato nella mischia della politica manager pubblicitari, uomini di belle ma sproporzionate speranze, donne di bella ma troppo ambiziosa presenza. Il risultato di un confronto che, in genere, vede perdenti i candidati locali del centrodestra rispetto a quelli del centrosinistra, non deriva da un destino avverso, né da differenze, dal punto di vista politico, genetiche. E’ il prodotto naturale, coerente e inevitabile del rapporto fiduciario e personale tra Berlusconi e il suo elettorato. Con il vantaggio di poter godere, all’ombra della sua abilità nelle campagne elettorali nazionali, di una rendita di posizione assicurata, o quasi, in Parlamento, ma con lo svantaggio di perderla del tutto quando il candidato, nel voto amministrativo, non è più lui. Per ora, il rischio che il centrodestra perda una forte rappresentanza alle Camere è oscurato dalla longevità politica del Cavaliere, ma in un futuro non troppo lontano questa sarà l’incognita più importante del nostro sistema democratico.

La seconda causa della grave sconfitta di questo schieramento è il venir meno di quella richiesta liberista e antistatalista su cui si è fondato, per 20 anni, il consenso, soprattutto nel Nord, al centrodestra. In un momento di crisi economica, dalle giunte degli enti locali ci si aspetta sicurezza sociale, mantenimento dei livelli nei servizi pubblici, stimolo allo sviluppo e all’occupazione. Attese che, in genere, si pensa siano più ascoltate da uomini della sinistra e meno da candidati dello schieramento opposto.

Ecco perché il centrodestra, se vuol garantirsi un futuro meno oscuro, non dovrà solo pensare al dopo Berlusconi, alla costruzione di un partito e di una classe dirigente all’altezza delle sfide dei prossimi decenni, ma a come adeguare il suo programma politico alle mutate esigenze del blocco sociale che, in questi anni, ha costituito lo zoccolo duro dei suoi consensi elettorali.


La morte di Franca Rame nel differente ricordo di due giornalisti.

Franca Rame, piazza e palco. “Per metà quel Nobel è mio”
di Anna Bandettini
(da “la Repubblica”, 29 maggio 2013)

“Te l’avevo detto che non stavo tanto bene”, era la sua frase, quella con cui salutava gli amici e le persone che conosceva, Non era nemmeno un lamento, così era un refrain. Il refrain di una donna infaticabile, inossidabile, indistruttibile. Una che dalla mattina alla sera, correggeva le bozze dei testi del marito, teneva l’economia della compagnia, rispondeva ai giornalisti, si divideva tra i tanti conoscenti che venivano a chiederle aiuto, sostegno, appoggio, spesso anche economico. E che la sera, almeno fino a qualche anno fa, recitava anche con continuità.

Con Franca Rame muore una grande donna. Aveva 84 anni, da qualche mese era caduta, si era fatta male alla spina dorsale e non riusciva più a muoversi bene, stava a letto, si muoveva con la sedia a rotelle e questo la faceva soffrire. “Non mi rimetterò mai più in piedi”, diceva nelle ultime telefonate agli amici. Ma poi subito dopo attaccava con qualche commento sulla situazione politica, segno che la sua testa era presente, anche sul lavoro visto che proprio Dario Fo l’altro giorno a Repubblica annunciava il progetto di fare insieme uno spettacolo sulla Callas all’Arena di Verona il prossimo luglio.

Franca Rame aveva cominciato a recitare in fasce: suo padre e sua madre era teatranti, come teatranti erano i loro avi. Giravano per la Lombardia con i loro spettacoli, di piazza in piazza. Franca Rame ricordava quella vita con affetto e piacere, diceva di essersi divertita come non mai, anche perché il padre era uomo di larghe vedute, ma la madre era cattolica e quindi teneva sotto guinzaglio le sue figlie femmine, Pia, che diventerà una delle più grandi costumiste e artefice della più famosa sartoria teatrale degli anni ’70, e Franca, bella fin da ragazza, alta, magra, appariscente, una “ragazza che non si può fare a meno di guardare” dirà poi Dario Fo.

Si conoscono nel 1953: lei era entrata in una compagnia che faceva la rivista. Al Teatro Olimpia di Milano i giovanotti accorrevano a vedere le gambe mozzafiato di questa bionda in scena. In una di queste serate conosce Dario Fo che allora era un giovane attore squattrinato che tentava anche lui fortuna nel teatro. La leggenda vuole che Dario Fo la vede se ne innamora, e comincia a starle appiccicato, ma troppo timido per fare alcunché.

Allora lei un giorno stufa di questo ragazzone che non si decide, lo prende e lo bacia. Per la cronaca, erano nelle quinte di un teatro. Da allora, Dario Fo e Franca Rame non si sono mai lasciati, a parte un episodio di qualche mese all’inizio degli anni 80, quando Franca con un coraggio da leoni che solo le donne innamorate e disperate hanno, dichiarò in una trasmissione di Raffaella Carrà che divorziava da Dario. Falso. Il proposito durò due mesi. Si erano sposati nel ’54, l’anno dopo nasce Dario Jacopo il figlio, e nel ’58 la compagnia Fo-Rame che subito dà un segno diverso al teatro italiano. Era dominato dalla rivista e dal teatro leggero, loro portano l’impegno, i temi civili e sociali, commedie satiriche con cui si fanno beffa dei governi democristiani.

Da allora la loro attività è una messe enorme di cose attività spettacoli: tutti la ricorderemo negli Arcangeli non giocano a flipper, nella struggente Maria di Mistero Buffo, Morte accidentale di un anarchico. E soprattutto le commedie che aveva di fatto scritto lei più di Dario , sulle donne, come Grassa è bello, Quasi per caso una donna, La signora è da buttare, Tutta casa letto e chiesa. Dove derideva le debolezze femminili ma anche additava le aggressività maschili. Le loro violenze, che lei aveva pagato di persona, quando il 9 marzo del 1973 a Milano viene sequestrata da un gruppo di fascisti che volevano colpire il suo impegno politico. Per sprezzo, viene abusata e poi abbandonata. Quell’infamia per lei resterà un trauma, prima vissuto nel silenzio, poi coraggiosamente raccontato, ancora una volta grazie al teatro: il pezzo Stupro, è una delle più drammatiche, vere, emozionanti forti , battagliere denunce della violenza maschile contro le donne mai fatta.

Il teatro e i le commedie recitate sono state la sua vita. “Mio marito ha vinto il Nobel, ma per metà quel premio è mio”, diceva con autoironia. Però era vero. Dario Fo non sarebbe stato Dario Fo senza la determinazione, la meticolosità, la precisione di Franca Rame che metteva a posto i suoi testi, parlava con gli editori, ricorreggeva le bozze… E a proposito del Nobel del 1997, era stata Franca a decidere che il lauto assegno venisse interamente devoluto alle famiglie di handicappati che ne avevano bisogno. Un impegno che le era costato anni di fatiche, stress perché, diceva “in questo paese anche fare la beneficenza è un’impresa”.

A questo paese lei ha dato molto: negli anni accesi della contestazione con Soccorso Rosso di cui era stata l’anima, portando aiuto ai detenuti “politici”. Franca Rame c’era in tutte le battaglie civili degli ultimi trent’anni,. Per spirito battagliero si era candidata nel 2006 al Senato per l’Italia dei Valori: era stata eletta, aveva tentato di fare pulizia negli sprechi dell’amministrazione pubblica, ma la macchina burocratica è più forte di qualunque impegno. Era rimasta delusa. Un mese fa raccontava “Sto scrivendo un libro in cui voglio denunciare tutto quello che visto nei due anni in cui ho fatto la senatrice. Ho già parlato con un editore a poco a poco questo libro lo scrivo”. Le carte sono lì, ancora una volta la memoria che ci lascia è una denuncia, una battaglia, qualcosa per migliorare questo mondo.


Rame, l’attrice che si fa il lifting per recitare anche in politica
di Giancarlo Perna
(da “il Giornale”, 29 maggio 2013)

Dopo sessant’anni di teatro, Franca Rame ha trasferito il suo palcoscenico in Senato dove si applica a disonorare un’onorata carriera. Attrice simbolo della disobbedienza civile, è diventata l’emblema dell’obbedienza alle logiche di partito. Ruggente sulla scena contro le guerre, ha belato in Parlamento approvando la missione afgana e il capriccio dalemiano di una spedizione in Libano.
Così ha interrotto la serie dei maschi voltagabbana e ci ha regalato la novità di un trasformismo politico in graziose fattezze femminili.

Sulla leggiadria della senatrice di Italia dei Valori non si discute, nonostante i 77 anni. Ha fatto di recente anche un lifting, collo-zigomi-occhi, di cui aveva pochissimo bisogno ma che comunque l’ha resa ancora più fresca. Due giorni di ricovero alla clinica Villa Letizia di Milano, lo sgancio di 20mila euro per bisturi e soggiorno, e la pupilla di Totò Di Pietro è tornata sullo scranno in tempo per approvare l’ampliamento della base Usa a Vicenza e un paio di guerre italiane nel mondo.
L’umana decisione di ricorrere al plastico ha fatto un po’ di scalpore solo perché presa da una sinistrorsa tutto tondo come Franca, sempre pronta a tuonare contro gli sprechi dei ricchi. In effetti, 40 milioni di lire per spianare pochi centimetri di pelle, non sono esattamente una bazzecola. Per di più, la signora pareva contraria a queste pratiche. Quando il Cavaliere si era sottoposto al trapianto dei capelli, lei e il marito Dario Fo lo avevano preso per i fondelli nella fondamentale piéce teatrale, l’Anonimo bicefalo. Era inoltre noto che lo stesso Totò, suo leader, disprezzava la chirurgia estetica. Infatti si tiene le pronunciate borse agli occhi, preferendo la sua virile devastazione a un poco maschio ritocco. Contrarietà che risulta per tabulas da una dipietresca dichiarazione di un paio di anni fa, riferita al vanitoso Berlusca: «C’è gente che pensa al lifting invece di pensare ai soldati di Nassirya che rischiano la vita ». Troppo galante però per rimproverare alla senatrice la sua debolezza, Totò si è perfino congratulato con Franca per il nuovo look.
Tra i due c’è un vecchio feeling di marca girotondina che risale ai tempi di Tangentopoli. Questo spiega perché l’attrice si sia candidata con l’ex pm, noto populista di destra, anziché coi comunisti di Fausto Bertinotti o di Oliviero Diliberto, a lei tanto più affini. Fu Leoluca Orlando, pure lui di Idv, a farle la proposta nel febbraio 2006, a due mesi dalle elezioni. La signora, che ama le iperboli, ha dichiarato che non dormì otto notti prima di accettare. Alla domanda sul perché scegliesse Di Pietro rispose: «Perché lui ha fatto saltare un sistema, ha fatto pulizia e ha fatto sorridere gli italiani ». Spiegò poi che scendeva in campo per tre ragioni. La prima è che «sono donna, e le donne in politica scarseggiano ». La seconda perché «altrimenti la gente di sinistra potrebbe disertare le urne in mancanza di candidati credibili », con ciò sottintendendo che, quanto a lei, lo era al massimo grado. La terza «per mandare a casa Berlusconi » di cui si era fatta questa opinione: «Un comico, un bugiardone. Ma come si fa a prenderlo sul serio? Diteglielo che non ci sono più i comunisti. La sinistra dovrebbe smetterla di rispondere a quello che dice. Dovrebbe andare nei comizi e fare solo grandissimi cori: “Bugiardo, bugiardo, bugiardo” ».

Giunta a Palazzo Madama, Franca ha voluto a ogni costo entrare in commissione Bilancio, soffiando il posto al senatore a vita, Carlo Azeglio Ciampi, che credeva, come ex governatore di Bankitalia, di avere qualche carta in più da giocare. Ma la Rame disse che voleva combattere gli sprechi di Stato, forte della sua esperienza di amministratrice della compagnia teatrale Rame-Fo. A dimostrazione, espresse alcuni profondi concetti di finanza pubblica. «Mi sconvolge il debito pubblico. Chissà perché lo chiamano pubblico… noi cittadini non c’entriamo nulla con quei denari sprecati e buttati ». Le fu chiesto come intendesse provvedere. «Non certo con tagli di spesa – rispose – ma riducendo gli sprechi ». Della serie, mangio ma digiuno, parlo ma taccio, dormo ma veglio. Si è poi stupita che i parlamentari prendano 16mila euro al mese e vadano in pensione dopo 35 mesi anziché 35 anni come i comuni viventi. Ha quindi spiattellato sul suo sito internet tutti i privilegi dei colleghi, sdegnata con loro e soddisfatta di sé che gode dello stesso trattamento. Una e doppia: senatrice quando passa alla cassa a intascare l’indennità mensile, cittadina indignata gli altri giorni del mese.
Franca è stata duplice anche quando si sono posti i problemi della base Usa di Vicenza e della guerra a Kabul. Ha fulminato il governo contro la base. Ha marciato a Vicenza insieme a Fo, no-global e pacifisti. Si è fatta una doccia, è tornata in Senato e ha votato a favore del raddoppio della caserma americana. Sull’Afghanistan ha recitato uno psicodramma. «È un’angoscia – ha fatto sapere – che mi prende al cuore. La guerra è una tragedia, non posso votare sì. Sono pronta a dimettermi. Mi dimetterò. Anzi, mi dimetto ». Si è guardata attorno, non ha notato apprezzabili reazioni e ha aggiunto: «Ma, ho un rovello: Franca, vuoi mettere di buonumore Berlusconi che adesso sta piangendo? No. Io il decreto lo voterò. Ma quando lo farò avrò il sangue agli occhi ». E, trascurando eroicamente questo inestetismo, ha dato il suo sì alla guerra. Poi, deposta la scheda nell’urna, ha ricominciato la manfrina: «Se però ci fossero i morti… mi legherò ai cancelli di Palazzo Chigi, come quelle madri dell’Ohio davanti al ranch di Bush ». Recita tre parti in commedia per restare avvinghiata alla sedia.
La sua ultima iniziativa, per completarne il profilo senatorio, è un «appello laico » contro la Chiesa. Il documento propone di devolvere l’otto per mille al Sinodo valdese per protesta contro le ingerenze cattoliche nella vita degli italiani. Il «dispetto » è controfirmato dai soliti firmaioli: Umberto Eco e Giorgio Bocca che già sottoscrissero documenti contro il commissario Calabresi, poi ucciso; Paolo Flores d’Arcais, Michele Santoro, Lidia Ravera e altri siffatti. Finanziare i valdesi è senz’altro meritorio, ma farlo in segno di condanna delle ingerenze religiose, è ipocrita. Nessuna chiesa infatti è più coinvolta in politica di quella della Valpellice che protestò contro i missili di Comiso, si schierò per il sì nei referendum bioetici, aderì al Social forum di Genova a fianco di collettivi e trozkisti. Non è dunque l’ingerenza religiosa in sé che Franca combatte, ma quella della chiesa che non le piace. Così oltre che pacifista di comodo, è anche una laica fasulla.

Non resta che rifugiarci nella sua biografia, per vedere se ne caviamo qualcosa di meglio. Milanese di Parabiago, Franca discende da una famiglia che era già di attori nel Seicento. A poco più di vent’anni incontrò Dario Fo, ex paracadutista del mussoliniano Battaglione Azzurro di Tradate, e gli fece gli occhi dolci. Li aveva bellissimi, come tutto il resto, ma Dario, ai suoi debutti sulle scene, finse di non accorgersene. Dopo un paio di settimane, Franca lo afferrò dietro le quinte e lo baciò sulla bocca con reciproca soddisfazione. Nel ’54, il prete benedisse le nozze nella basilica di Sant’Ambrogio. Ora, sposati da più di mezzo secolo, sono bisnonni.
Il loro sodalizio artistico ha avuto due fasi. Nella prima, cercarono il successo nei circuiti teatrali normali e in tv. Ma erano irriverenti e furono emarginati. Allora si misero in proprio, diventando i beniamini della sinistra estrema e paraterrorista. Misero in scena Morte accidentale di un anarchico che imputava a Calabresi l’omicidio dell’anarchico Pinelli. Quando poi il commissario fu assolto da ogni accusa e assassinato da Lc, non fecero una piega. Per sfregio, in quei torbidi anni ’70, Franca fu stuprata da cinque neofascisti che le spensero le sigarette sul seno e le tagliuzzarono la pelle. Pare che a aizzarli fosse stato un ufficiale dei Cc. Al processo, 25 anni dopo, furono tutti assolti per prescrizione.

Col successo, e nella crisi della cinquantina, Dario cominciò a correre dietro le sottanelle. Franca gli lanciò un avvertimento con un’intervista in cui diceva: «Quando un uomo è importante, le ragazze se li ritrova a letto col bidet già fatto ». Lui fece orecchio da mercante e lei passò all’attacco. A Domenica in dichiarò in diretta: «Divorzio da Dario ». Raffaella Carrà chiese esterrefatta: «Ma lui è al corrente? ». «Adesso lo sa », rispose l’altra. Fo, all’estero, fu avvertito dai giornalisti. Cadde dalle nuvole: «Non so bene. Franca mi lascia?… ». Poi bluffò: «Certo che lo so ». Il loro unico figlio, Jacopo, commentò: «Divertente ». Folli tutti e tre, come si vede, ma uniti. La faccenda si ricompose e Franca rientrò come nulla fosse. Anche stavolta aveva fatto la manfrina.


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Bart