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PITTURA: I MAESTRI: Antonello da Messina: L’ordine delle somiglianze

28 Settembre 2010

di Leonardo Sciascia
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1967]

“E, stato pochi mesi a Messina, se n’and√≤ a Vinezia; dove, per essere persona molto dedita a’ pia ¬≠ceri e tutta venerea, si risolv√® abitar sempre e quivi finire la sua vita, dove aveva trovato un modo di vivere appunto secondo il suo gusto”. Cos√¨ il Vasari di Antonello da Messina che torna “per riveder la sua patria” dopo un viaggio in Italia e nelle Fiandre. E viene la tentazione di cercare riscontro a questa “persona molto dedita a’ piaceri e tutta venerea”, alla distanza di cinque secoli, nei personaggi di Brancati, in tutti quei personaggi che pensano “sempre a una cosa, a una sola cosa, a quella!”, e pi√Ļ precisa ¬≠mente a quelli del Don Giovanni in Sicilia: “Ma il verme dei viaggi era entrato nei loro cervelli, e non smetteva di roderli… Anche il piacere di restare a letto, dopo essersi svegliati dal sonno pomeridiano, e di sprofondare gli occhi nel buio, ignorando se si guardi lontano o vicino, era guastato dal pensiero che, in quel preciso momento, i caff√® di via Veneto si riempivano di donne “; e Scannapieco che da Abba ¬≠zia scrive agli amici del suo desiderio di essere se ¬≠polto in quella spiaggia, “in modo che mi passino sopra le pi√Ļ belle donne del mondo!”, e tornato a Catania riempie tutto uh inverno di sospiri per Ab ¬≠bazia.

Ed √® curioso come giudizi sui siciliani e rappresentazioni dell’uomo siciliano conservino, a distanza di cinque o di dieci o di venti secoli, una loro validit√† e verit√†: da Cicerone (“gente acuta e sospettosa, nata per le controversie”) a Scipio di Castro (“la lor natura √® composta di due estremi, perch√© sono som ¬≠mamente timidi, sommamente temerarj “), a Giovanni Maria Cecchi (“altieri, e dove non √® differenza gran ¬≠de di titolo, non si cedono l’uno all’altro; ardenti amici e pessimi inimici, subbietti ad odiarsi, invidiosi e di lingua velenosa, di intelletto secco, atti ad ap ¬≠prendere con facilit√† varie cose; e in ciascuna loro operazione usano astuzia”); da Argisto Giuffredi, pa ¬≠lermitano, autore di un malnoto libro di Avvertimenti cristiani da cui vien fuori, nel secolo XVI, quello che possiamo dire l’uomo verghiano, a Giovanni Verga appunto; da Antonello personaggio, e pittore di per ¬≠sonaggi, a Pirandello a Brancati a Lampedusa. E anzi l’esplicito astoricismo del Lampedusa, il suo prendere e lasciare l’uomo siciliano per come sempre √® stato e per come sempre sar√†, nasce proprio dall’apparen ¬≠za e illusione di una inalterata e inalterabile conti ¬≠nuit√† del ‘modo di essere’ siciliano. Perch√© altro non pu√≤ essere che apparenza, che illusione, una cos√¨ indefettibile continuit√†, una cos√¨ assoluta refrattariet√† alla storia di quella parte della realt√† umana che chiamiamo Sicilia, che pure √® situata nel crogiuolo della storia.

Ma il fatto √® che questa apparenza, questa illu ¬≠sione, sorge dalla realt√† siciliana, dal ‘modo di es ¬≠sere’ siciliano: e dunque ne √® parte, intrinsecamente. Ci troviamo insomma in un circolo vizioso, in un a specie di aporia; che √® poi la sostanza di quella no ¬≠zione della Sicilia che √® insieme luogo comune, ‘idea corrente’, e motivo di univoca e profonda ispirazione nella letteratura e nell’arte.

Antonello, dunque: e il suo essere siciliano, come personaggio e come artista; come uomo insomma la cui vita, la cui visione della vita, il cui modo di espri ¬≠mere nell’arte la vita, sono irreversibilmente condizio ¬≠nati dai luoghi dagli ambienti dalle persone tra cui si trova a nascere e a passare l’infanzia, l’adolescenza.

Un critico letterario dei giorni nostri ha dichiarato che non riesce a capire come si possa legare a ci un luogo una vita, e l’opera di tutta una vita; per parte nostra non riusciamo a capire come si possa far critica senza aver capito questo inalienabile e ine ¬≠sauribile rapporto, in tutte le sue infinite possibilit√† di moltiplicarsi e rifrangersi, di assottigliarsi, di mi ¬≠metizzarsi, di essere rimosso e nascosto. Nessuno √® mai riuscito a rompere del tutto questo rapporto, a sradi ¬≠carsi completamente da questa condizione; e i siciliani meno degli altri. E ad aprire (e forse, effettual ¬≠mente, a chiudere) il nostro breve discorso su Anto ¬≠nello, ci soccorre questa acuta notazione di Antonio Castelli, il quale, per essere nato a Cefal√Ļ, non √® im ¬≠probabile sentisse nello scriverla, vagamente e sottilmente, il suggerimento di quel prodigioso ritratto di Antonello che si trova nel cefalutano Museo Mandralisca: ” Nella comunit√† alla quale apparteniamo, nel paese dove nasciamo, risiede la nostra nozione del co ¬≠lore; e la nostra misura d’uomo √® regolata su un or ¬≠dine bioetnico delle somiglianze. Sono l’assoluto fisiognomico e l’assoluto cromatico, calati nel crogiuolo della terra natia, a modulare il nostro consistere”.

“L’ordine bioetnico delle somiglianze”, da cui scatta “l’assoluto fisiognomico”: sono espressioni che immediatamente ci collegano ai personaggi d’Antonello. Anche ai santi. Anche alle Madonne.

Il giuoco delle somiglianze √® in Sicilia uno scandaglio delicato e sensibilissimo, uno strumento di co ¬≠noscenza. A chi somiglia il bambino appena nato? A chi il socio, il vicino di casa, il compagno di viag ¬≠gio? A chi la Madonna che √® sull’altare, il Pantocrator di Monreale, il mostro di villa Palogonia? Non c’√® ordine senza le somiglianze, non c’√® conoscenza, non c’√® giudizio. I ritratti di Antonello ‘somigliano’; sono l’idea stessa, l’arch√®, della somiglianza. A ciascuno si possono adattare tutte le definizioni che sono state date dei siciliani, da Cicerone a Tomasi di Lampedusa: sono chiusi sospettosi sofisti; amano contrad ¬≠dirsi e contraddire, complicare le cose con l’astuzia e risolverle con secco intelletto; sono sensuali avidi vio ¬≠lenti, tesi al possesso della donna e della roba, ma in ogni loro pensiero √® annidata accettata vagheggiata la morte.

A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca? Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al con ¬≠tadino e al principe del foro ; somiglia a chi scrive questa nota (ci √® stato detto); e certamente somiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanit√† del personaggio. Im ¬≠possibile. √ą un nobile o un plebeo? Un notare o un contadino? Un uomo onesto o un gaglioffo? Un pit ¬≠tore un poeta un sicario?
‘Somiglia’, ecco tutto.

E le Madonne, le donne. “In queste donne la pu ¬≠dica timidezza, che contrasta col calore del tempera ¬≠mento, fa sbocciare sui loro volti una grazia contrastata tutta particolare… Col volto stretto tra le falde della mantellina, essa par chiusa in un’armatura che sa di chiostro e d’ovile. Questo classico copricapo, rende la fragranza delle sue guance e l’ardore dei suoi occhi, favolosi e irraggiungibili”. E non √® delle Annunciate di Antonello che ora si trovano a Palermo a Venezia e a Monaco che parla Nino Savarese, ma della donna dei paesi siciliani dell’interno, poco prima dell’ultima guerra mondiale.

Ne abbiamo ricordo anche noi: le mantelline di vigogna nera foderate di raso, supremamente eleganti (a volte orlate da un cordoncino o filettate, come si vede nella Madonna col Bambino della National Gallery di Washington; pi√Ļ spesso lisce); e un tempo si portavano di colore diverso, secondo la condizione o l’et√†: azzurre bianche nere. Pare che bianche le por ¬≠tassero le donne dell’aristocrazia, nere le donne del popolo, azzurre le ragazze. Appunto azzurre le por ¬≠tano le Annunciate di Antonello: ragazze contadine che veramente sanno di chiostro e d’ovile, di quelle che nella settimana santa venivano scelte a rappresentare la Madonna o la Maddalena ai piedi della Croce e spesso erano causa di incidenti pi√Ļ o meno ridevoli, di incontenibili zuffe tra colui che rappre ¬≠sentava Cristo e colui che rappresentava san Giovan ¬≠ni, con conseguente partecipazione degli altri apostoli dei soldati romani degli spettatori. C’√® in pro ¬≠posito, in ogni paese siciliano, una ricca tradizione : e quasi sempre riferisce del Cristo che, padre della ra ¬≠gazza che fa la Madonna o la Maddalena, vede dal ¬≠l’alto della Croce l’apostolo Giovanni stringersi un po’ troppo a confortare la dolente; e dapprima am ¬≠monisce, poi si stacca dalla Croce e scende bestem ¬≠miando alle cosiddette vie di fatto.

E a guardar bene le Madonne di Antonello si pu√≤ anche immaginare il Cristo contadino che balza gi√Ļ dalla Croce, la zuffa che si accende. E di fronte all’An ¬≠nunciata di Palermo, si noti la piega della mantellina che scende al centro della fronte : che per il pittore, al momento, avr√† avuto un valore soltanto compo ¬≠sitivo, ma a noi dice di un capo conservato nella cas-sapanca tra gli altri del corredo, e tirato fuori nei giorni solenni, nelle feste grandi; e si noti anche l’in ¬≠congruenza, peraltro stupenda, della destra sospesa nel gesto ieratico (mentre √® del tutto naturale al sog ¬≠getto √Ę‚ÄĒ diciamo alla donna contadina √Ę‚ÄĒ il gesto della sinistra a chiudere i lembi della mantellina); e l’altra incongruenza di quel libro aperto, sul quale si ha il dubbio che mai gli occhi della giovane donna po ¬≠trebbero posarsi a cogliere le parole e il senso; e poi il mistero del sorriso e dello sguardo, in cui aleggia carnale consapevolezza e nessun rapimento, nessuno stupore (se non si vuole, nel sorriso che appena affiora, scorgere magari un’ombra di malizia).

E si potrebbero fare osservazioni consimili anche sugli Ecce Homo sui Crocifissi sul Salvator Mundi: volti di ottuso dolore, maschere di carnale sofferenza ; senza luce di divinit√†, senza coscienza del sacrificio da cui l’umanit√† intera sar√† redenta. Uomini che soffrono la tortura, che subiscono il dileggio, che agonizzano inchiodati a una croce : vittime della ferocia umana e del destino.

E i luoghi, il paesaggio. Lo Stretto di Messina che fa da sfondo alle Crocifissioni. La campagna che si intravede dalle finestre. La piazza che √® scena di atroce indifferenza al martirio di san Sebastiano. E non diciamo che questa piazza, del San Sebastiano di Dresda, sia nell’architettura riconoscibile come si ¬≠ciliana; al contrario, anzi, riteniamo sia stata da Antonello inventata, su elementi di varia provenienza, nella ricerca di un rapporto tra architetture e figure che √® poi uno dei pi√Ļ perfetti che siano mai stati con ¬≠seguiti nella pittura. Ma nella donna che si affaccia da una quinta col bambino in braccio, nelle figure che si affacciano ai terrazzi, nelle graste e nelle grate, in quella borraccia appesa a lato alla finestra alta, c’√® un’aria di casa, di pomeriggio messinese. Si di ¬≠rebbe che c’√® scirocco: quello scirocco da cui l’in ¬≠glese Brydone, a Messina, si sentiva trafitti i nervi quasi quanto san Sebastiano dalle frecce. E l’uomo stramazzato nel sonno sul pavimento nudo, la scena galante che la coppia recita sotto il pergolato, le nu ¬≠vole ferme, la luce: tutto sembra dire della snervata ora del pomeriggio sciroccoso.

Quante di queste ore Antonello avr√† vissuto nella sua citt√†? A parlare di pittura e di donne, a vagheggiare le donne di Venezia e a dipingere quelle del contado messinese, a tirare sul prezzo di una pala o di un gonfalone con preti e priori di confraternite, a litigare con i parenti, a pensare alla roba e all’anima (che √® poi, per un siciliano, la stessa cosa).

E per un uomo cos√¨ ‘oggettivo’, di quella ‘oggettivit√†’ che David Herbert Lawrence attribuisce ai greci antichi e ai siciliani, che altro poteva essere l’ani ¬≠ma se non “quel buffo, piccolo alter ego” che a forza di preghiere e di messe, cio√® con l’accorgimento testa ¬≠mentario di un legato sulla roba, si pu√≤ far passare dal purgatorio “a un giardino pieno di musica e fio ¬≠ri e popolato di gente pia”? “Una cosa oggettiva quanto la pi√Ļ oggettiva possibile”, l’anima. Ed anche la morte, naturalmente. E proprio sul testamento d’Antonello ci viene da considerare quale fatto oggettivo sia per un siciliano la morte: una faccenda di tuniche e clamidi da lutto per il padre per la ma ¬≠dre per sua figlia Fimia per sua sorella Orlanda (un’onza a testa); e per s√© l’abito di frate dei Minori Osservanti: “quod cadaver meum seppelliatur in conventu Sancte Marie de Jesu cum habitu dicti conventus”. Non √® l’oggettivit√† della morte che si stabi ¬≠lisce, inarrivabilmente, nell’agonia di Iv√†n Il’ic; e un’oggettivit√†, per cos√¨ dire, figurata: di figure, di ap ¬≠parenze, quale poi sar√† nella pena di vivere e di mo ¬≠rire di un Pirandello.

E questa pu√≤ essere la pi√Ļ ovvia conclusione su Antonello: .che un uomo straordinariamente ‘oggetti ¬≠vo’ si √® trovato a vivere e ad esprimere compiutamen ¬≠te, impareggiabilmente, il momento pi√Ļ ‘oggettivo’ che la storia della pittura abbia mai toccato.


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Bart