Un capolavoro di Sutherland

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, sabato 11 gennaio 1969]

Capita talmente di raro â— nonostante le mostre d’arte si moltiplichino intorno a noi a miliardi â— talmente di raro che si incontrino cose nuove, importanti e decisamente per ­suasive, che stavolta vale la pena di dirlo ad alta voce: ecco una cosa bellissima, ecco un capolavoro, ecco un’opera che diventerà famosa e avrà centi ­naia di imitatori.

La Transart, in via Sacchi 3, espone venticinque litografie a colori di Graham Sutherland che formano una serie intito ­lata « A Bestiary and Some Correspondences », (Un bestiario e alcune analogie) frutto di tre anni di lavoro. Prima che a Milano, queste stampe credo siano state esposte soltanto a Londra. La tiratura è di 70 copie. Il prezzo, 150 mila lire. Le stesse immagini sono state sviluppate dall’artista in grandi quadri.

Francis Bacon e Sutherland â— l’accostamento non è dovuto alla comune cittadinanza bri ­tannica ma al fatto che entram ­bi sembrano essere usciti dal ­lo stesso cataclisma â— sono forse gli artisti che hanno espresso con maggiore genialità, e forza, le angosce, le nevrosi, le inquietudini dell’uomo mo ­derno. Bacon, si sa, lavora sul ­l’uomo (raramente sui mammi ­feri superiori), ed è la totale disperazione, alienazione, sul ­l’orlo della follia e del suicidio. Sutherland ha lavorato finora precipuamente sulla natura ve ­getale, ricavandone forme stra ­ne, spesso spinose (qui c’erano riecheggiamenti di Picasso), tor ­turate, che a un certo punto non avevano più niente della pianta,e assumevano espressio ­ni animalesche. Quadri di dise ­gno, colori e ritmo raffinatis ­simi, che tuttavia davano un senso acuto di tormento, di supplizio, di angustia fisica e morale. (Sutherland è anche un celebre ritrattista, e qui adotta quasi un verismo meti ­coloso, ma affiora sempre la sua vena crudele, accompagna ­ta da un amaro umorismo).

Nella nuova serie di litogra ­fie (il fatto che siano stampe, e non dipinti a olio, non dimi ­nuisce affatto l’interesse arti ­stico) le piante, le foglie, le spine, i fiori sono lasciati da parte. Non che anche prima Sutherland non avesse pratica ­to il regno animale, mai però con tanto impegno. E i risul ­tati mi sembrano straordinari, in certo senso superiori, per intensità fantastica, agli atroci arbusti di ieri.

Personaggi del bestiario: pi ­pistrelli, gufi, scarabei, formi ­che, mufloni, un cinocefalo, un pappagallo, un topino, un ro ­spo, un armadillo, un cudu maggiore, un leone, una caval ­letta, uno struzzo, una specie di verme che sta uscendo da un bozzolo tondeggiante che potrebbe essere anche un te ­schio umano, un bestione giallo, tra il rinoceronte e il facocero, incatenato in una nera prigio ­ne (Sutherland si ispirò alla strana sagoma di una piccola radice, trovata per caso).

E poi ci sono le « analogie » o « corrispondenze ». Sutherland da alcuni anni passa il mese di luglio a Venezia, precisa ­mente all’albergo Cipriani, alla Giudecca. E qui lavora, siste ­mandosi alla bell’e meglio in improvvisati studi: un anno in un deposito di gondole, l’anno dopo nella lavanderia, l’estate scorsa in un vecchio edificio adiacente dove alloggia il per ­sonale di servizio.

Ebbene, tre anni fa il depo ­sito di gondole venne trasfor ­mato in piscina e furono intra ­presi i lavori mentre Suther ­land continuava imperterrito a dipingere. Tra l’altro vennero ammucchiate lì varie macchine, per il giardinaggio, l’edilizia, gli sterri. Macchine che misero su ­bito in moto la fantasia di Sutherland. Ecco qui alcuni ri ­sultati: una tavola, che può ricordare gli atlanti naturalisti ­ci dell’Ottocento, con una gal ­leria di cosi, o creature, o le ­muri, o piccoli mostri, non iden ­tificabili ma tutt’altro che tran ­quilli e felici. (Da un arnese per spruzzare il verderame sul ­le piante, per esempio, l’arti ­sta ha ricavato una sorta di rattrappito e ottuso formi ­chiere).

In un’altra tavola, le « corri ­spondenze » si riferiscono al volto umano. Non già per un gioco umoristico spesse volte fatto anche nei secoli passati. Non già per scoprire il gradien ­te di animalità nei volti che ci circondano. O meglio: sono sagome di teste umane per un verso o l’altro vagamente be ­stiali, ma non è una cosa buffa, anzi dolorante e sconsolata.

Perché il « Bestiario » è così bello? Io penso che il motivo sia il seguente. Più che le ve ­getazioni, gli animali, e loro metamorfosi, sono probabil ­mente il massimo strumento espressivo col quale Suther ­land può dar fuori la sua tor ­mentata carica artistica. Non solo, le accentuazioni grottesche, e umoristiche si delineano più facilmente sulle bestie, che i nostri occhi hanno imparato a « leggere » per antica abitudine che non su un vegetale, a noi molto più estraneo ed ermetico.

Fatto è che Sutherland ci of ­fre uno spettacolo straordina ­rio, uno stupefacente zoo spi ­ritato e nevrotico, non però op ­primente. L’eleganza dell’inven ­zione, lo spirito delle scene, la finezza dei colori, evita l’incu ­bo. Ma i sentimenti in gioco sono precisamente i nostri, di noi uomini, anche se le bestie restino bestie, anzi siano esa ­sperati nella loro animalità e non assumano mai modi antro ­pomorfi. Quali sentimenti? La inquietudine, prima di tutto, la frenesia di fare, di muoversi, di fuggire, o lo spavento, o anche la cupa rassegnazione.

La feroce grinta del pipistrel ­lo sul viola che sembra dare ordine a un plotone d’esecuzio ­ne. Il tremito del cinocefalo intirizzito che si scalda le mani all’incensiere. Il frenetico tra ­vaglio delle formiche che si inerpicano su per la croce. La cattiveria del pappagallone che sta per stritolare il sorcetto. Il ghigno sarcastico del gufo che oramai non crede più a niente. Il carosello delle notto ­le rimaste imprigionate nella stanza. La fatale spensieratezza della supercavalletta verdissi ­ma in alta uniforme che avan ­za impettita in un lago di san ­gue. E il tetro sonnolento ab ­bandono del rospo rimasto solo nella sua verde reggia. Ansiti, mugolìi, gemiti, fondi respiri, scricchiolii di elitre e di dolo ­ranti giunture. L’uomo non può non accorgersene, non può al ­zare le spalle, passare via senza un brivido.

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