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L’odore marcio del compromesso

17 Luglio 2013

di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 17 luglio 2013)

SIAMO talmente abituati a considerare l’Italia un paese diverso, più sguaiato e uso all’illegalità di altre democrazie, che nella diversità ci siamo installati, e non chiediamo più il perché ma solo il come. Il perché conta invece, è la domanda essenziale se vogliamo capire chi siamo: non una nazione che fa delle leggi le proprie mura di cinta ma un paese immerso nell’anomia, nell’assenza di leggi scritte o non scritte.

Di conseguenza, un paese a disposizione. Gli storici forse, o gli antropologi, potrebbero rispondere. Perché siamo una terra dove ben due volte, nell’ultimo decennio, sono stati sequestrati cittadini stranieri con regolari passaporti e deportati con spettacolare violenza nei paesi da cui erano fuggiti per scampare alle torture o alla morte. Il 17 febbraio 2003 fu il caso dell’imam di Milano, Abu Omar; oggi è toccato a Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov (anche ricercato per frode), e alla figlia di 6 anni Alua: in ambedue le occasioni lo Stato si è inchinato a mafiosi diktat di potenze straniere, sperando che l’affare non venisse mai a galla.

Perché siamo sempre in stato di emergenza, di necessità, sempre in mano a governanti che hanno l’impudenza di dire che non sanno quel che fanno, che sono stati aggirati da poteri interni o esterni incontrollati. Perché la fine della guerra fredda non ci ha resi più liberi di fare un’altra politica ma ci ha ancora più seppelliti nella necessità, imbarbarendoci al punto che un vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, può paragonare il ministro di colore Cécile Kyenge a un orango, senza subito decadere dalla carica che ricopre. Anche questo è anomia: tutto è permesso ai potenti, quando non hanno nulla da temere.

Siamo abituati a ingoiare ogni misfatto e a ridacchiare di noi stessi: dei politici che ignorano le proprie azioni, di Calderoli che fa la sua «simpatica battuta », del poliziotto che grida alla Shalabayeva battute analoghe («puttana russa »). L’aggettivo simpatico dilaga nel nostro parlare: Thomas Mann se ne accorse e inorridì, descrivendo l’alba del fascismo nella novella Mario e il Mago. Anche il sequestro di Alma e Alua è orrido. C’è qualcosa di radicalmente marcio in Italia, se davvero crediamo che un’operazione così vasta (40 uomini della pubblica sicurezza mobilitati per l’assalto) sia nata nelle menti di una polizia del tutto sconnessa dal potere politico.

Nella sua inchiesta sulla deportazione di Alma e Alua, Carlo Bonini ricostruisce su Repubblica una storia torbida, che comincia al ministero dell’Interno con un vertice segreto, la mattina del blitz, tra l’ambasciatore kazako Yelemessov, il suo primo consigliere, e il capogabinetto di Alfano, Giuseppe Procaccini. Qui si concorda l’enorme operazione, e la sua natura violenta. Chi legge l’inchiesta non potrà sottrarsi a sgradevoli reminiscenze: in quelle stesse stanze del Viminale Borsellino, convocato d’urgenza mentre interrogava il pentito Gaspare Mutolo sui patti Stato-mafia, sentì quel che a suo parere aveva precipitato l’assassinio di Falcone, e che 18 giorni dopo avrebbe ucciso anche lui: il «puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità ». L’assenza tragica del «fresco profumo della libertà ». In quelle stanze non trovò solo il nuovo ministro Mancino. Trovò Contrada, uomo dei Servizi di cui subito intuì la mafiosità.

Quel puzzo di compromesso morale permane. Non abbiamo magari tutte le prove ma lo sappiamo: la democrazia italiana è incompiuta. Essendo a disposizione, il suo Stato si fa dispositivo, piattaforma che serve da punto d’appoggio per manovre utili a altri. Il dispositivo intrappola perfino ministri onesti come Emma Bonino, che seppe subito dell’avvenuto sequestro e forse tentò rimedi: ma troppo tardi, troppo in segreto. Ancora una volta Berlusconi è coinvolto, non direttamente come nel caso Abu Omar ma tramite Alfano.

In uno Stato-piattaforma è ineluttabile il patteggiare sotterraneo con poteri esterni o occulti. La democrazia degenera in finzione, i ministri scaricano le colpe sulla polizia, o i Servizi, o i capigabinetto. «Non sapevamo », ripetono: in italiano si chiama omertà.

Invece di Alfano s’è dimesso il capogabinetto Procaccini: in stato di necessità i governi non hanno da cadere. Resta che non basta un gesto, per emendare la democrazia a bassa intensità che siamo diventati. Per riattivare gli anticorpi che ci sveleniscano, e che pure esistono: la Costituzione, i magistrati, i parlamentari liberi, l’informazione indipendente. Non a caso la destra berlusconiana si scatena da anni contro di loro. Li accusa di eversione: non della democrazia, ma dello Stato-dispositivo che domina i cittadini e li depotenzia.

Per questo sono state così importanti, nel 2010, le rivelazioni di Wikileaks sulla deportazione di Abu Omar in Egitto, dove poi fu torturato e spezzato. Grazie a loro fu scoperchiata la completa identità di vedute fra Berlusconi e il governo Usa, sull’indipendenza dei giudici italiani. In un cablogramma confidenziale del 2005, gli americani si lamentano dei nostri magistrati. «Sono ferocemente indipendenti. Non rispondono ad alcuna autorità governativa, neanche al ministro della Giustizia. È quasi impossibile dissuaderli dall’agire come vogliono »: cioè dal chiedere l’estradizione degli agenti Cia implicati del sequestro dell’imam.

Sotto accusa a quei tempi era Armando Spataro, il procuratore che chiese e infine ottenne la condanna in terzo grado dell’ex direttore del Sismi Pollari e del suo numero due, Marco Mancini. Ma non poté processare gli agenti americani. Il segreto di Stato fu difeso da Berlusconi come dal governo Prodi, l’estradizione venne bloccata. Fu con Enrico Letta, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che l’ambasciatore Usa Ronald Spogli provò a negoziare l’impunità della Cia.

Letta non gli rispose a muso duro, come avrebbe dovuto. Già allora amava rinviare, sopire: mandò Spogli dal ministro della Giustizia Mastella, che solerte obbedì al potente alleato. Lo stesso avviene oggi. Il Kazakistan è uno Stato torturatore ma ricco di petrolio. Il suo Presidente Nazarbayev gode dell’amicizia di Berlusconi.

Fin dalla guerra fredda il potere politico a Roma ha questa malleabilità, questa inconsistenza. È uno Stato- non Stato, simile alla Grecia pur avendo avuto una Resistenza che non fu estromessa su pressione americana come a Atene (in una guerra civile di tre anni, dal ‘46 al ’49) ma che pesò, dando vita al Comitato di liberazione nazionale e poi alla Costituzione. Ciononostante siamo andati somigliando a quel che la Grecia fu per decenni: una piattaforma militare, uno Stato in cui i cittadini non credono. Non abbiamo avuto i colonnelli, abbiamo gli anticorpi, ma il miasma fiutato da Borsellino resta. I ministri della Repubblica non sanno la verità che ammettono, quando dicono che i misfatti avvengono «a loro insaputa ». Ammettono che i governanti sono marionette, che le elezioni sono inutili: altri decidono chi siamo.
Ritrovare il fresco profumo della libertà è compito nostro e dell’Europa, se non vuole essere anche lei un dispositivo. Urgente è mettere in comune i debiti, ma anche la democrazia, le leggi. Manca l’unione bancaria, ma anche una vincolante Costituzione comune: che bandisca le deportazioni di chi trova asilo in terra europea; che dia la cittadinanza agli immigrati nati nell’Unione, perché la «mondializzazione dell’indifferenza » è inevitabile se il diritto del suolo non sostituirà quello del sangue. Una comune legge, infine, dovrebbe vietare ai rappresentanti delle nazioni parole come quelle dette da Calderoli. La politica estera, l’integrazione degli immigrati, il diritto d’asilo non sono a disposizione. Né di signori esterni, né di signori interni che non temono sanzione alcuna, quando imbarbariscono.


Il solito copione: capri espiatori nessun colpevole
di Francesco La Licata
(da “La Stampa”, 17 luglio 2013)

il gioco delle parti ha dato vita ad un copione vecchio e usurato, recitato sul palcoscenico del Parlamento da un ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che sembrava la copia esatta di tanti suoi predecessori, costretti, nel corso dei decenni, a trovare una «pezza » – anche a costo di sfiorare l’illogico – ogni volta che accadeva l’irreparabile. Alfano ha letto, in sostanza, la relazione approntata dal Capo della Polizia, Alessandro Pansa, quasi affidando proprio a quel testo una sorta di «certificazione » sul fatto che «l’affaire Shalabayeva » si fosse svolto a «sua insaputa ». E per dare maggior peso alla relazione Pansa, con una «procedura di trasparenza » abbastanza inusuale, ha comunicato che il documento potrà essere letto da tutti sul sito del ministero.

Alfano ha ribadito che tutto è avvenuto all’insaputa sua e dell’intero governo. Soprattutto la parte dell’operazione riguardante l’espulsione della signora Shalabayeva e della figlioletta, dopo la fallita cattura del marito, il dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, che, però, dice il ministro, per la nostra polizia era solo un pericoloso latitante e terrorista, perché così era stato assicurato dal console kazako Adrian Yelemessov.

Ora, è comprensibile – anche se non giustificabile – che un’indagine amministrativa debba muoversi cercando di procurare il danno minore – ce lo insegnano decine di commissioni inutili su ogni genere di disastro istituzionale -, ma appare eccessivo che si ammetta placidamente che la nostra polizia (Interpol compresa) non sappia chi e quanti siano gli oppositori stranieri presenti a vario titolo nel nostro Paese. Forse sarebbe stata opportuna magari una telefonata ai nostri servizi o anche a qualche servizio amico, per esempio quello inglese, Paese dove la signora Alma Shalabayeva era stata ospitata prima di giungere a Roma. Ma la ragion politica (in questo caso la difesa della stabilità del governo) deve sempre prevalere e quindi passi che accettiamo di fare la figura dei poliziotti delle barzellette. L’importante è difendere la propria (del ministro e del governo) estraneità, tuonare e promettere che «tante teste cadranno » anche se poi non succederà.

La vicenda, invece, avrebbe meritato ben altro svolgimento. L’ammissione del ministro («non sapevo nulla »), sorretta dall’analisi del prefetto Pansa, è istituzionalmente gravissima. L’indagine amministrativa sembra aver dimostrato che, dopo l’irruzione di uno squadrone di poliziotti a Casal Palocco e la fuga del latitante, si è inceppato il meccanismo della comunicazione tra i burocrati del Dipartimento e il gabinetto del ministro. In sostanza, dice Alfano, la vicenda fu trattata come una normale espulsione e queste pratiche, per prassi, non vengono sottoposte all’autorità politica.

Forse ci saremmo aspettati da Angelino Alfano, oltre alla minuziosa, burocratica ricostruzione, anche un qualche cenno sul danno prodotto all’immagine dell’Italia, additata pubblicamente come una «piccola » democrazia che si piega alle richieste del dittatore Nazarbayev. E forse, perché no?, non sarebbe stata inopportuna una qualche parola di umana «pietas » (presumibile per un cattolico come Alfano), a parziale indennizzo del dolore provocato ad Alma e alla sua bambina. Ma la politica concede poco spazio alla considerazione per il prossimo.

Cosa accadrà adesso? Il ministro una testa l’ha portata: quella del prefetto Procaccini, suo capo di gabinetto, che si dimette senza nessuna spiegazione ufficiale e senza che il governo abbia chiarito quale sia la sua «colpa ». Poi ci sarà «l’avvicendamento » (a quanti avvicendamenti abbiamo assistito negli anni!) del prefetto Valeri, capo della segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza, prossimo ormai alla pensione. Insomma, non accadrà praticamente nulla. Anzi no, Alfano ha preannunciato, col tono del preside burbero ma non troppo, la formazione di una commissione che riorganizzi interamente il Dipartimento e in particolare la direzione generale degli uffici per l’immigrazione. Questo «studio » dovrà far sì che «non accada mai più che un ministro, un intero governo vengano tenuti all’oscuro » su iniziative così delicate.

Sembra di assistere ai titoli di coda di un film visto tante volte. Sempre lo stesso: prima il danno, poi il sacrificio di un capro espiatorio dato in pasto all’opinione pubblica ma senza infierire e, infine, l’immancabile commissione riparatrice. L’aereo di Ustica venne seppellito da un simile organismo che dava fiato alla tesi dell’incidente. Per non parlare delle decine di scandali istituzionali regolarmente insabbiati sotto l’autorevole parere di una relazione parlamentare. Poche storie scandalose, in Italia, si sono chiuse con la condanna dei responsabili. Si sa sempre chi esegue, ma non chi dà l’ordine. Come a Genova, per la Diaz e Bolzaneto.


Procaccini si dimette e rivela: «Informai il ministro. Mi sento offeso »
di Fiorenza Sarzanini
(dal “Corriere della Sera”, 17 luglio 2013)

Non ha nascosto di essere «nauseato e ingiustamente offeso » Giuseppe Procaccini, il capo di Gabinetto del Viminale che ieri si è dimesso in seguito al coinvolgimento nel caso del rimpatrio della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov. Procaccini, nonostante Angelino Alfano lo abbia negato in Parlamento, sostiene di averlo informato dell’incontro con l’ambasciatore kazako «venuto a parlare della ricerca di un latitante » e di aver passato la pratica al prefetto Alessandro Valeri. Il ministro Alfano, dopo aver accettato le dimissioni di Procaccini, ha chiesto l’avvicendamento di Valeri.

Ha scelto di andarsene prima di essere cacciato, al termine di una carriera durata quarant’anni e segnata dalla fiducia massima di tutti i ministri che si sono avvicendati all’Interno. Ma non ha nascosto di essere «nauseato, per quanto è accaduto ». Perché Giuseppe Procaccini è un uomo delle istituzioni e mai sarebbe rimasto al suo posto dopo il terremoto provocato dall’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua, di appena 6 anni, il 31 maggio scorso a bordo di un jet privato messo a disposizione dalle autorità kazake. Ma mai avrebbe immaginato che potesse finire così. Il prefetto paga per tutti e nella lettera di dimissioni consegnata lunedì sera al titolare dell’Interno Angelino Alfano lo ha scritto esplicitamente: «Dopo tanti anni di carriera vado via, ma sono stato ingiustamente offeso ». Il motivo lo ha spiegato in maniera chiara a tutti coloro che lo hanno chiamato ieri per esprimergli solidarietà: «Ho ricevuto l’ambasciatore kazako al Viminale perché me lo disse il ministro spiegandomi che era una cosa delicata. L’incontro finì tardi e quindi quella sera non ne parlai con nessuno. Ma lo feci il giorno dopo, spiegando al ministro che il diplomatico era venuto a parlare della ricerca di un latitante. Lo informai che avevo passato la pratica al prefetto Valeri ».

Procaccini lo dice adesso che ha già sgomberato l’ufficio, consapevole che il ministro continuerà a negarlo, come del resto ha fatto ieri di fronte al Parlamento. Eppure è proprio questa circostanza a tenere aperta la vicenda, il caso politico che continua a far fibrillare il governo. Perché riapre gli interrogativi sulla catena informativa arrivata fino al vertice del Viminale. «Ho saputo di questa storia per la prima volta quando sono stato contattato da Emma Bonino », ha sempre sostenuto Alfano. Procaccini fornisce una diversa versione. Nega di avergli parlato dell’espulsione e dell’avvenuto rimpatrio, ma conferma di averlo informato relativamente al colloquio avuto con il diplomatico. Esattamente come ha sempre fatto nel corso della sua carriera, non a caso è famoso al Viminale per i continui «appunti » che redige.

Del resto, sia pur velatamente, ne lascia traccia proprio nella lettera al ministro, il suo ultimo atto ufficiale: «Le confermo che ho mantenuto una linearità istituzionale priva di ogni invasività, cercando di operare da tramite funzionale circa la presenza nel nostro Paese di un pericoloso latitante armato ». È questo il nodo. Il capo di gabinetto ribadisce che nessuno gli parlò del fatto che Mukhtar Ablyazov fosse un dissidente. Lo ribadisce adesso che ha deciso di farsi da parte: «Nessuno mi parlò mai dell’espulsione di sua moglie e di sua figlia. Anzi. Al termine del blitz Valeri mi comunicò che il latitante non era stato trovato e per me la vicenda si chiuse lì. Non sapevo nulla dell’espulsione. Nessuno mi ha informato di quanto accaduto relativamente alla pratica gestita dall’ufficio Immigrazione ». Lo scrive anche nella missiva consegnata ad Alfano: «Sono testimone di quanta distorsione profonda dalla realtà sia stata consumata in questi giorni da una comunicazione velenosa, offensiva, fantasiosa e stancante. Devo confessarle che ho continuamente ripercorso la vicenda e mi sono anche interrogato se qualcosa mi fosse sfuggita, ma tutto mi riporta alla obiettiva circostanza di non essere stato informato ».

Non sono stati facili questi ultimi giorni al Viminale. Perché via via che filtrava la ricostruzione di quanto accaduto in quei quattro giorni di fine maggio, Procaccini e il ministro si sono confrontati in continuazione. E in alcuni momenti c’è stata anche tensione forte, confronto aspro per la necessità di tenere una posizione che diventava sempre meno credibile. Tra otto mesi il prefetto va in pensione. Non avrebbe mai creduto di poter andare via prima. Lo scrive in modo forte, diretto: «Penso che per un capo di gabinetto dell’Interno ci sia un livello diverso di obblighi e responsabilità. L’essenza della mia funzione mi impedisce di replicare esplicitamente ma è poi la funzione stessa che è fondata sul rispetto, la fiducia senza condizioni, la stima e l’autorevolezza interna. Gli attacchi indecenti minano e incrinano tale delicato ruolo e influenza, o rischiano di farlo, il rapporto fiduciario con gli uomini delle forze di polizia, del soccorso e i tanti colleghi e collaboratori. Eppure fino a ieri l’ho sentita la fiducia, ne sono stato fiero nei tanti anni di servizio pubblico, soprattutto cercando di dare un esempio. È vero che è amaro e ingiusto lasciare in questo modo, ma l’Amministrazione ha ancora più bisogno dell’esponente apicale motivato ».

C’è un aspetto della sua vita privata che Procaccini svela nella lettera proprio per dimostrare il dolore e lo sgomento per l’esito di questa storia. E infatti, dopo aver sottolineato il suo «totale impegno personale », scrive: «Ciò mi ha sicuramente limitato nella mia dimensione familiare e ne ho sempre sofferto, soprattutto quando ho visto il mio amato figliolo Fabrizio andare pian piano via. Di lui ricordo che mi disse con un filo di voce: “Avrei voluto che tu fossi orgoglioso di me”. Eppure io lo sono stato immensamente e spero che lui sappia quanto e nell’assistere al suo saluto gli ho promesso che avrei cercato di agire perché lui fosse orgoglioso di me. Anche questo è per me motivo di tormento e non posso non tenerne conto mentre vengo ingiustamente offeso. Del resto la soddisfazione di aver lavorato tanti anni in una posizione che non potevo neanche immaginare di ricoprire mi lascia senza rimpianti ».
Procaccini sa che la parola fine non è stata ancora scritta e conta «sulla pacata riconsiderazione delle azioni, affinché si possa riportare alla ragione i tanti preconcetti, le tante malevolenze espresse e favorite e le tante affermazioni oltraggiose e quelle avventatezze nei giudizi che sono propri di un periodo amaramente senza “rispetto” ».


Pd, pressing su Alfano per le dimissioni. Procaccini precisa
di Redazione
(da “l’Unità”, 17 luglio 2013)

«A me non risulta che prima del giorno primo giugno il ministro Alfano o il ministro Bonino sapessero dell’espulsione della signora », ribadisce il capo della Polizia . «Ho fatto accertamenti su questo – ha aggiunto Pansa – dal gabinetto del ministro sono state fornite informazioni solo sulla ricerca del latitante, non è stata fornita, per distrazione o per errore, l’informazione dell’espulsione della signora ». «Il legale della signora dice di non aver potuto avere avuto accesso agli atti? A me risulta che Olivo abbia avuto accesso agli atti, ha anche firmato e pagato la tassa dovuta ».

L’interpol non segnalò alle autorità italiane che Mukhtar Abylazov era un rifugiato a Londra per motivi politici, tanto da averlo inserito nel suo bollettino dei ricercati, dove rifugiati e ricercati politici non compaiono, ha chiarito Pansa. «L’Interpol – ha riferito Pansa – è un sistema che per statuto non inserisce nei bollettini delle ricerche rifugiati, ricercati per motivi politici, asilanti: nel momento in cui è inserito non mi posso porre il dubbio che uno sia asilante o meno. Il bollettino interpol esisteva ed è stato l’unico riscontro degli investigatori ».

«La signora non ci risultava avesse un permesso di soggiorno lettone: in sede di ricorso amministrativo il 28 giugno vi è una dichiarazione che lei possiede un permesso di soggiorno con visto Schengen, ma lei questo non lo ha mai dichiarato », ha riferito il capo della polizia . «Fatto strano – aggiunge Pansa – è che quando è stata condotta in questura insieme al cognato, anche lui ritenuto irregolare, e venivano sottoposti al prelievo impronte, il cognato ha detto io ho un permesso di soggiorno. Lo ha preso a casa, portato in questura, e dimostrato che era in regola. A questa scena ha assistito la signora Shalabayeva, che però non ha ritenuto di doverlo dire ».

«L’inchiesta svolta e la relazione che è stata consegnata al ministro Alfano è più che esaustiva. Non credo di poter aggiungere altro », ha detto il prefetto Alessandro Pansa, in apertura dell’audizione in Commissione diritti umani del Senato, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui livelli e i meccanismi di tutela dei diritti umani, vigenti in Italia e nella realtà internazionale e in particolare sul caso Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Ablyazov. «Ma – ha aggiunto rivolto ai membri della commissione – risponderò alle vostre domande ».

«Solo la convalida dell’arresto investe l’autorità giudiziaria, non è stata saltata nessuna procedura circa le modalità di intervento in ordine alle ricerche. Per statuto l’Interpol non inserisce nei bollettini delle ricerche rifugiati o asilanti. Pertanto, io non posso pormi il dubbio che un ricercato sia un asilante », ha detto Pansa.

«Per tutti i tre giorni, nell’arco di tutta l’attività svolta, c’è stata una presenza massiccia e prolungata negli uffici di polizia di autorità kazake, e questo era il difetto per cui la vicenda non è stata gestita correttamente », ha segnalato il capo della polizia. «Ho stigmatizzato questi comportamenti – aggiunge Pansa – sono una disfunzione del sistema, addebitabile a una superficialità nella gestione della vicenda, ma il dato essenziale è che in nessun momento nessuno, compresi gli avvocati, ha detto ‘guardate che il marito della signora è un perseguitato politico’. Noi purtroppo non lo sapevamo ».

«Capita che le realtà dipolomatiche si rendano parti attive, così come noi sollecitiamo i nostri diplomatici all’estero. Per tutta l’attività svolta c’è stata una presenza massiccia o prolungata del personale kazako negli uffici di Polizia, cosa che io ho stigmatizzato nella mia relazione. Tutto ciò può essere addebitato a una superficialità di gestione, ma ciò che ha determinato l’espulsione è stato che nessuno, né la Shalabayeva né i suoi legali, ha mai detto che Ablyazov era un rifugiato politico ».

Intanto, dopo aver parlato con la stampa, Procaccini precisa: «Nessuna contraddizione con Alfano ». L’ex capo di gabinetto del Viminale, Giuseppe Procaccini, dimesso dopo le polemiche sul caso dell’espulsione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Ablyazov, scrive in una nota: «Leggo su alcuni giornali, ai quali ho rilasciato interviste, una ricostruzione sostanzialmente corretta delle mie parole, laddove racconto i fatti ». «Mi spiace che alcune ricostruzioni tendano a mettermi in contraddizione con quanto sempre detto dal ministro Alfano, con il quale non c’è alcuna differenza di visione, in quanto mi riconosco nella veritiera ricostruzione dallo stesso resa in tutte le sedi; ricostruzione, peraltro, coincidente con la mia ».

«Tra l’altro – conclude – preciso che i miei colloqui con i giornalisti, nonchè le mie dimissioni, sono antecedenti alle comunicazioni rese, sulla relazione, dal ministro in Parlamento; relazione che è coerente con quanto da me affermato ».

La delicatezza del momento che sta vivendo la maggioranza la racconta più di ogni altra cosa l’assenza di Guglielmo Epifani alla conferenza stampa di presentazione della Festa Nazionale Democratica. Ufficialmente è impegnato in una riunione, ma in realtà il Partito Democratico ha rinviato ogni iniziativa – compresa l’ assemblea dei senatori in Senato fissata ieri per le 13 di oggi – perché di fatto si sta facendo una consistente azione di pressing su Alfano affinché presenti le sue dimissioni da ministro dell’interno, restando al governo come vicepremier. Questo toglierebbe dal campo qualunque rischio di spaccatura, non solo nel partito ma nella stessa maggioranza, per il voto delle mozioni in Senato.

Dal Nazareno Davide Zoggia tiene a precisare che su questa vicenda qualunque decisione sarà discussa all’interno dei gruppi parlamentari e il partito intende mantenere una posizione unitaria: «A nessuno sarà concesso fare dei distinguo ». E’ evidente che il riferimento, seppure indiretto, è ai renziani che, da ieri, hanno iniziato a rilasciare dichiarazioni da dove si lascia intendere che non sarebbero disposti a votare no ad una mozione che di fatto si tradurrebbe in una fiducia ad Alfano. Le interviste rilasciate oggi dal prefetto Giuseppe Procaccini, ex capo di Gabinetto del ministro dell’Interno, sono una prova – spiegano i deputati vicini al sindaco di Firenze – che «Alfano sapeva ». «La posizione del ministro è sempre meno sostenibile », sostiene, per esempio, Paolo Gentiloni.

Il Pdl cerca di resistere: «Fermiamo spirito di autodistruzione », dice Sandro Bondi del Pdl, «dal Pd ci aspettiamo un no chiaro alla mozione. Alfano che rimette le deleghe? Non diciamo stupidaggini », attacca Renato Brunetta. E in difesa del ministro è sceso in campo direttamente Silvio Berlusconi: «Alfano non si tocca », afferma in un colloquio al ‘Corriere’. Ma la posizione del ministro non è più così granitica.

Da registrare poi il chiarimento tra il segretario del Pdl e il governatore lombardo, Roberto Maroni. I due si sono sentiti: «La Lega Nord non voterà la mozione di sfiducia ad Alfano anche se l’intervento del ministro dell’Interno alle Camere contiene ancora alcuni punti da chiarire », dettano in una nota congiunta i capigruppo della Lega Nord al Senato e alla Camera, Massimo Bitonci e Giancarlo Giorgetti.

Determinante sarà a questo punto l’audizione di Alessandro Pansa oggi pomeriggio al Senato, alle 14. Dopo di che, Epifani convocherà la segreteria, alle 17, e domani i gruppi parlamentari.


Terzomondismo in salsa italica
di Giovanni Sartori
(dal “Corriere della Sera”, 17 luglio 2013)

Quando cadde il Muro di Berlino tutto il mondo libero esultò. L’inconveniente fu che il marxismo-leninismo-stalinismo – in breve, il comunismo – rimase orfano, rimase senza ideologia. In Germania, nel 1959 a Bad Godesberg, la sinistra tedesca ripudiò quel passato e divenne una autentica socialdemocrazia con tanto di Mitbestimmung (cogestione) tra sindacati e padronato (altro che il sindacato di lotta e di conquista come a tutt’oggi la Fiom italiana).

Tutto a giro anche nell’Occidente restano, è vero, schegge di comunisti duri e puri (come Vendola in Italia). Ma il fatto resta che il marxismo-leninismo è morto. Come sostituirlo? In Italia la trovata è stata il «terzomondismo », abbracciare la causa del Terzo mondo. A suo tempo Livia Turco (allora ministro) fu la «pasionaria » di questo terzomondismo dogmatico e pressoché fanatico. E purtroppo risulta che la Turco ha continuato a essere il consigliere occulto (e ascoltato) di tutti i nostri presidenti, da Ciampi in poi.

Ho già avuto occasione di scrivere che il governo Letta è il più scombinato, in fatto di competenze e di incompetenze, della nostra storia. Nullità che diventano ministri, brave persone messe al posto sbagliato. Eppure Letta è del mestiere, conosce bene il mondo politico nel quale vive. Chi gli ha imposto, allora, una donna (nera, bianca o gialla non fa nessunissima differenza) specializzata in oculistica all’Università di Modena per il delicatissimo dicastero della «integrazione »? Beppe Severgnini sul Corriere di ieri ha stigmatizzato, e bene, le inaccettabili parole del senatore Calderoli, ma lei, Kyenge, si batte per un ius soli (la cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Italia) mentre il suo ministero si dovrebbe occupare di «integrazione ». E non sa, a quanto pare, che l’integrazione non ha niente a che fare con il luogo di nascita: è una fusione che avviene, o anche non avviene, tra un popolo e un altro. Io ho scritto un libro per spiegare quali siano i requisiti di questa integrazione etico-politica (che non è integrazione di tutto o in tutto). Capisco che un’oculista non deve leggere (semmai deve mettere i suoi pazienti in condizioni di leggere). Ma cosa c’entra l’immigrazione e l’eventuale integrazione con le competenze di un’oculista? Ovviamente niente.

È chiaro che la nostra brava ministra non ha il dovere di leggermi. Per fortuna ho però molti affezionati lettori, uno dei quali (che è un noto accademico), mi scrive così: «Vivo a Torino nel cuore multietnico della città. A due traverse di distanza ci sono i locali dei neri (sub sahariani) e quelli dei magrebini rigorosamente distinti, più uno di romeni, che assolutamente non si mischiano. Alla faccia della integrazione ». In Inghilterra, in Francia, e anche nelle democrazie nordiche vi sono figli di immigrati addirittura di seconda generazione (tutti debitamente promossi a «cittadini » da tempo) che non si sentono per niente francesi o inglesi. Anzi. Allora a chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge Kashetu? Tra i tanti misteriosi misteri della politica italiana questo sarebbe davvero da scoprire.
Un’altra raccomandata a quanto pare anch’essa di ferro (da chi?) è la presidente della Camera Boldrini. In questo caso le credenziali sono davvero irrisorie. Molta sicumera, molto presenzialismo femminista ma scarsa correttezza e anche presenza nel mestiere che dovrebbe fare.

La prossima volta il presidente Napolitano ha già fatto sapere che se il governo Letta cadesse l’incarico di presidente del Consiglio verrebbe di nuovo conferito a lui. Spero che in questa eventualità Letta sia messo in grado di scegliere un buon governo di persone giuste al posto giusto. L’Italia si trova in una situazione economica gravissima con una disoccupazione giovanile senza precedenti. Non si può permettere governi combinati (o meglio scombinati) da misteriose raccomandazioni di misteriosissimi poteri. Siamo forse arrivati alla P3?


Caso Ablyazov, ora parli Napolitano
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 luglio 2013)

Ieri pomeriggio, davanti a Senato e Camera, il ministro degli Interni nonché vicepresidente del Consiglio Alfano, detto Angelino, ha comunicato e certificato quanto segue: nessuno mi ha detto niente perché io non conto nulla. Lo ha fatto leggendo con partecipazione il rapporto predisposto dal suo capo della Polizia, Pansa, probabilmente inconsapevole (condizione in qualche modo connaturata alla sua indole) che quelle pagine e quelle virgolette (che apriva e chiudeva agitando festosamente le mani) sono la corda a cui la sua dignità di uomo politico è stata impiccata.
C’erano molti modi per affrontare una delle vicende più vergognose per uno Stato democratico: la consegna di una donna e dalla sua bambina nelle grinfie di un dittatore, nemico giurato del loro marito e padre. Angelino ha scelto quello più ridicolo, fin dalla prima affermazione: “La mattina  del 28 maggio l’ambasciatore del Kazakistan tentava inutilmente di contattare il ministro degli Interni, cioè il sottoscritto”. Purtroppo il “sottoscritto” evita di spiegare il perché di quell’“inutilmente”. E come mai, avendo affidato l’incombenza al suo capo di gabinetto Procaccini, non abbia poi sentito il bisogno di chiedere cosa c’era  di così importante. Tanto più se il diplomatico appartiene a un governo con il quale il padrone del partito del ministro, un certo Berlusconi, intrattiene calorosi rapporti di amicizia.

Lacunosa e spesso incredibile, la presunta ricostruzione dei fatti contiene un nodo scorsoio che nessuna grande intesa al mondo potrà sciogliere: la favola secondo la quale Alma Shalabayeva non avrebbe mai chiesto asilo politico prima di essere imbarcata destinazione Astana. Una menzogna, come la magistratura potrà facilmente appurare anche sulla base della testimonianza della donna che qualcuno dovrà pure ascoltare. Non sarà qualche testa tagliata a salvare Angelino, né la presa in giro di una “riorganizzazione” degli uffici.

Al premier Letta, in gita premio a Londra, chiediamo di rileggere il secondo comma dell’articolo 95 della Costituzione: là dove è scritto che “i ministri sono responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri”. “Responsabili” significa che di fronte a un errore grave dei sottoposti è soprattutto il ministro che deve pagare. Ovvero: dimissioni inevitabili. Ma, visto che qui si fa finta di niente, è troppo chiedere al presidente Napolitano di uscire dal suo impenetrabile silenzio per dire qualcosa in proposito? Del Pd, infine, ci resta l’immagine delle facce di pietra mentre un povero senatore s’arrampicava sugli specchi per salvare con Angelino le preziose poltrone di governo. Alla fine tutti contenti hanno applaudito il loro funerale.


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Bart