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Pronto presidente?

7 Dicembre 2012

Salvo che per la lettera maiuscola alla voce presidente (Presidente), questo era il titolo che Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro che va in onda su La7, ha dato alla puntata trasmessa ieri.
Come dichiarai, ho deciso di scrivere presidente con la p minuscola, come pure altre iniziali di organi istituzionali, ad esempio la consulta, giacché ho inteso prendere le distanze dagli uomini che attualmente le rappresentano, i quali considero lontani anni luce dai cittadini e dai loro bisogni.

Marco Travaglio metteva a fuoco, ieri, quanto Napolitano abbia fatto strage dei limiti impostigli dalla Costituzione e si comporti come se fossimo in una repubblica presidenziale, se non addirittura in una monarchia sabauda. Insomma, il parlamento è visto come impaccio alla governabilità e Napolitano si sente in dovere di dare lui la rotta con richiami che non gli sarebbero consentiti se i partiti avessero a cuore la politica, anziché i propri personalissimi interessi e privilegi. Anziché usare lo strumento che la Costituzione gli assegna, ossia il messaggio alle camere, Napolitano è diventato un esternatore quotidiano di moniti e di suggerimenti che a me cittadino di una certa età danno fastidio poiché vi intravvedo quell’anima comunista, settaria e prepotente, che ha caratterizzato gli anni cinquanta, quando anche Napolitano sentì il bisogno di far vedere di quale tempra fosse, plaudendo all’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss e giustificando i numerosi morti come una necessità per salvaguardare il prezioso bene del socialismo sovietico. Quella mentalità sta ritornando e prevalendo in lui, e lo spinge a forzare la democrazia in direzione dei suoi voleri, anziché limitarsi all’ascolto, all’esercizio del controllo delle regole, e al rispetto degli umori variegati della politica. La quale, anche se gravemente malata come è oggi, prevale su qualsiasi istituzione, ivi compresa la presidenza della Repubblica. Così come la verità deve sempre prevalere di fronte a qualsiasi tentativo di nasconderla ai cittadini.

Ieri anche questo aspetto è venuto fuori dalla trasmissione santoriana e le parole più nette le ha pronunciate il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, il quale riferendosi alla decisione della consulta che ha dato ragione a Napolitano, ha evidenziato come il ricorso del quirinale ha prodotto l’effetto nefasto di isolare la procura di Palermo e mettere in movimento una reazione di biasimo e di condanna (che emerge chiaramente anche dall’espressione usata dalla consulta: “non spettava di omettere di richiedere al giudice”) da far circolare proditoriamente tra i cittadini.
La mente non poteva che andare (così a me è accaduto) a quanto avvenne, proprio in forme simili, a Giovanni Falcone, magistrato rimasto solo e ucciso poi nella strage di Capaci, come, rimasto pure lui solo, accadrà a Paolo Borsellino qualche mese dopo.

Ma De Magistris ha rivolto al capo dello Stato, in realtà, una accusa ancora più inquietante. Ossia che, viste le piccole luci che la procura di Palermo stava accendendo nella stanza buia delle stragi legate alla trattativa Stato – mafia, la massima istituzione ha pensato bene di spengere l’interruttore.

Personalmente mi sono un po’ meravigliato quando è stato letto il messaggio che la vedova di Borsellino, Agnese, ha voluto lasciare a Santoro. In esso si scaglia contro Mancino a cui attribuisce tutta la colpa dei sospetti che gravano oggi su Napolitano,  al quale ha confermato la sua stima (al contrario delle accuse che invece gli rivolge costantemente il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore). La vedova di Borsellino dice in sostanza che Mancino non avrebbe mai dovuto telefonare a Napolitano, data la sua situazione giudiziaria, però dimenticando che due delle telefonate intercettate sono partite da Napolitano verso Mancino, provando così un interesse partecipe e attivo del capo dello Stato.

Un capo di Stato non si comporta così, quando la materia che sta maneggiando è sotto l’analisi e la valutazione di un organo giudiziario.
Non solo, ma siamo anche abbastanza sicuri, come ha ribadito ieri Marco Travaglio, circa il contenuto “scottante” (definizione di Li Gotti) di quelle telefonate, che non possono avere che un contenuto analogo e contiguo a quelle intercettate tra Loris D’Ambrosio, il consigliere di Napolitano, e Nicola Mancino.

Devo ammettere con amara soddisfazione che la logica che ha attraversato la trasmissione è la stessa che ispira la mia posizione critica nei confronti di Napolitano, il quale si rifiuta di parlare non perché – come ha lasciato intendere – vuole difendere a pro dei suoi successori le prerogative del quirinale – bensì perché ha qualcosa di inquietante da nascondere. Travaglio non ha mancato di portare esempi di comportamenti diversi tenuti in occasione di altre intercettazioni di nostri capi di Stato, compreso Napolitano, intercettazioni che mai sono state contestate dagli interessati.

E veniamo all’oggetto misterioso con il quale la consulta ha cercato malamente di tirar fuori Napolitano dai pasticci in cui si è cacciato: l’abbastanza sconosciuto art. 271 del codice di procedura penale, riverniciato a nuovo per l’occasione, facendogli dire ciò che non dice e non può dire, ossia che quando Napolitano telefona deve essere considerato alla stregua di un confessore impegnato con il suo penitente.

Se non ci fosse da piangere per la improvvida forzatura, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate, pensando alle alchimie che devono essere state combinate dentro gli alambicchi della consulta: si mescola questo con quello, no, meglio quest’altro con quell’altro, no, proviamo questo comma con quello, non va ancora bene, allora non ci resta che fare del capo dello Stato un chierichetto che ha frequentato il seminario ed oggi, ottenuta la tonaca, dall’alto della sua posizione di rappresentante di Dio sulla terra, può assolvere o condannare, rimettere o non rimettere i peccati, così come fanno i veri sacerdoti.

Perciò oggi possiamo dire che un prete, don Napolitano, guida l’Italia. Con questa eccezione: che egli è un confessore del tipo di quelli che vivevano nelle case dei nobili del tempo, vi mangiavano, vi dormivano, vi dicevano Messa, vi confessavano. Ma il loro servizio era ad esclusivo beneficio dei signori . Perciò, guai se un cittadino qualunque, non titolato come lo è ad esempio Nicola Mancino, si illudesse di potere alzare la cornetta del suo telefono, comporre il numero del quirinale e dire: Pronto presidente?


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Bart