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Tre articoli

13 Aprile 2012

Pulizia e giochi di potere
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 13 aprile 2012)

La giustizia sommaria ha questo di bello: che ti porta a parteggiare per il condannato. Ieri ad esempio ci ha costretti a simpatizzare per Rosi Mauro, alla quale avevamo chiesto, non più tardi di qualche giorno fa, di lasciare la vicepresidenza del Senato.

Restiamo dell’idea che la signora avrebbe dovuto lasciarla, quella vicepresidenza: quanto era emerso dall’inchiesta sull’utilizzo dei rimborsi elettorali della Lega la metteva in grave imbarazzo, e chi è vicario della seconda carica dello Stato non può permettersi neanche un’ombra di sospetto. Ma il modo in cui la Lega, ieri, l’ha mandata sul rogo come una strega, ci costringe a solidarizzare con lei.

Espulsa dal partito in cui militava da una vita, partendo dai ruoli più umili (c’è chi sostiene che abbia cominciato facendo la portinaia della prima sede milanese, quella di via Arbe). Espulsa dal partito nel quale fino a poche settimane fa aveva un posto di primissimo piano. Cancellata. Indicata al pubblico disprezzo di quei militanti che la osannavano ogni volta che, dal palco di Pontida o da quello di Venezia, lei annunciava i successi del sindacato padano, i vantaggi degli «contratti territoriali »… La osannavano, quando gridava che il «governo centralista » (lo diceva anche quando al governo c’era pure la Lega) favoriva gli immigrati a scapito della «nostra gente ». L’altra sera a Bergamo gli stessi militanti, aizzati dai nuovi dirigenti, le hanno dato della battona.

Perché in pochi giorni Rosi Mauro è passata dagli applausi all’espulsione? Il partito si è improvvisamente accorto della sua indegnità? Del suo presunto amante bodyguard? Dei suoi maneggi e intrallazzi con Belsito e con il cerchio magico? Si vuol far credere che, se ha sbagliato, lo ha fatto senza che nessun altro sapesse? Ma mi faccia il piacere, diceva Totò.

Da quando i giornalisti hanno cominciato a scrivere che attorno a un Bossi stanco e malato si era formato un «cerchio magico » che lo teneva in ostaggio, tutti – ripetiamo: tutti – i dirigenti della Lega urlavano, in pubblico, che si trattava di volgari menzogne dei soliti pennivendoli. Adesso tutti questi dirigenti parlano del «cerchio magico » come di una realtà acclarata da tempo, e fanno pulizia a colpi di scopa.

Ma è una pulizia suggerita dall’esigenza di nuovi equilibri di potere interni, non da un amor di trasparenza e onestà. Provate a guardare foto e filmati di Bossi degli ultimi otto anni: non c’è fotogramma in cui il vecchio capo non sia tenuto a braccetto da Rosi Mauro. È per questo che nella Lega tanti odiano questa donna. Nessuno poteva avvicinarsi a lui senza il consenso di lei. I giornalisti men che meno: Bossi non rilascia interviste vere da prima della malattia. Rosi «la badante », come la chiamavano i più gentili nella Lega (gli altri la chiamavano «mamma Ebe ») era dunque riuscita nell’impresa di accudire Bossi per controllarlo, diventando insieme a pochi altri (il famoso cerchio magico) la vera segreteria politica della Lega.

Dicono i suoi nemici interni che questo ruolo lo abbia svolto con cinismo e senza pietà, facendo tabula rasa di oppositori e concorrenti. È probabile che sia vero. Ma si abbia il coraggio di dire che è per questo motivo che ora questa donna – neppure indagata, almeno per adesso – è stata espulsa. Si abbia il coraggio di dire che è una purga staliniana per giochi di potere interno, senza tirare in ballo l’uso del denaro del partito. Di verginelle, riguardo all’uso di quei soldi, ce ne sono poche.

Fa pena sentire, ora, che è stata espulsa perché ha disobbedito a Bossi, il quale le aveva chiesto di lasciare lo scranno al Senato: lo sanno anche i sassi che Bossi era stato costretto, dai nuovi vincitori interni, a chiederle quel passo indietro. La Lega è un partito lacerato da odi interni inimmaginabili, e le rese dei conti sono solo all’inizio.

Così spesso arrogante – con noi giornalisti e con tanti militanti -, Rosi Mauro non era simpatica. Adesso lo è un po’ di più, forte di quella compassione sempre generata da ogni capro espiatorio.


Con l’epurazione della Mauro la Lega mostra il peggio di sé
di Lucia Bigozzi
(da “l’Occidentale”, 13 aprile 2012)

Donna, strega, terrona. Sul rogo, tra le fiamme purificatrici e i colpi di ramazza. Politica anzitutto e a prescindere. Il tiro al bersaglio è più facile se si individua un capro espiatorio – ancor meglio se femmina – da identificare con il male assoluto e attraverso l’epurazione rifarsi il look, lavarsi la faccia, mondarsi da ogni peccato. Rosy Mauro da Brindisi, fuori dalla Lega. La colpa? Aver disobbedito all’ordine del partito. Perché, come sentenzia Matteo Salvini “la Lega ha regole che vanno rispettate”, o come ha profetizzato Roberto Maroni con ramazza in pugno, sul palco dell’orgoglio padano di Bergamo: se uno non si dimette dopochè il partito glielo chiede, allora è il partito che lo dimette. O come ha ripetuto ieri durante il consiglio federale: o lei o me. In altre parole: si minacciano dimissioni per imporre quelle della nemica di sempre, quella del ‘cerchio magico’.

In tutto questo psico-dramma viene da domandarsi: fino a che punto la voglia di pulizia ha a che fare con le inchieste sul Carroccio e non, piuttosto, con la corsa alla leadership del partito? Da Bergamo prima e dal consiglio federale poi, l’ex ministro dell’Interno esce vincitore, la sua linea dura è passata, Bossi non ha potuto far altro che ratificarla. E a questo punto poco importa se sia vero o no il fatto che quando si è trattato di mettere ai voti l’espulsione di Rosy Mauro, il Senatur e Reguzzoni (altro cerchista, ex capogruppo alla Camera finito già nel ‘fuori-uno’ dei maroniani), abbiano lasciato la stanza dove di lì’ a poco si sarebbe pronunciata la condanna. Semmai, rafforza il sospetto che sia stata decisa ben prima.

Il capo ha chinato il capo. Il no della ‘strega’ al passo indietro è la ragione che nel comunicato stampa del ‘parlamentino’ leghista si adduce alla base di un provvedimento tanto grave e definitivo. Ma a fronte di cosa? In nome di cosa? Si punta il dito sui duecentomila euro che dalle casse del Carroccio sarebbero stati destinati a quelle del sindacato padano (Sin-pa) di cui la vicepresidente del Senato fino a ieri era la leader. Lei stessa, a Porta a Porta, ha parlato di una donazione che il partito faceva alla ‘costola’ sindacale, ma ha fermamente smentito di aver preso per sé un euro. Almeno per ora, nessuno sa come questo danaro sia stato speso. Lo accerteranno le indagini, che ovviamente devono fare luce – prima è, meglio è – su tutta la vicenda nella quale, ad oggi, risulta indagato solo l’ex tesoriere Francesco Belsito. Non Rosy Mauro, non Renzo Bossi, non Umberto Bossi o la moglie, non altri e alti dirigenti del movimento. Ma allora perché senza tante esitazioni si brucia sul rogo ‘la strega’ e sul figlio del capo che, dicono le carte dell’inchiesta, si sarebbe fatto pagare le multe (anche tre in un giorno solo) o le lauree coi soldi del partito si motiva che il suo caso non era all’ordine del giorno del consiglio federale? Aspettiamo il prossimo, allora.

Bè, gonfiano il petto i lumbard, il Trota si è già dimesso e prima di lui si è dimesso perfino il leader indiscusso, Umberto Bossi, vuoi che non debba dimettersi una dirigente, per di più sollecitata a farlo per ragioni di opportunità politica dal partito intero? Se questo è vero, perché lo stesso trattamento non è stato riservato a Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo finito sott’inchiesta? E perché – coerenza per coerenza – Maroni&C. non invocano le dimissioni pure di Roberto Calderoli, uno dei triumviri, tirato in ballo da un’intercettazione telefonica al vaglio dei pm di Milano, tra l’ex responsabile amministrativa di via Bellerio Nadia Degrada e l’ex tesoriere Belsito in cui l’ex ministro sarebbe descritto come uno dei ‘destinatari di somme di denaro’ che i pm sospettano ‘non essere state utilizzate per le finalità del partito’?

Se basta un nome e un cognome sulle carte di una procura che comunque dovranno essere supportate da riscontri oggettivi, per scatenare la ‘pulizia’, non si capisce perché le ramazze vengano imbracciate solo per alcuni e non per tutti. E se la Lega, come lo stesso Salvini ha ribadito con orgoglio a ‘Piazza Pulita’ su La7, è l’unico partito coerente fino in fondo in cui i politici hanno il coraggio di fare un passo indietro (e di questo va dato atto), sarebbe auspicabile che con altrettanta coerenza applicasse le regole senza guardare in faccia nessuno.

Invece, Rosy Mauro quei ‘giudici’ con già in mano la condanna li ha guardati in faccia uno ad uno, difendendosi. Da sola e fino in fondo. Ha ribadito l’estraneità ai fatti, senza cedere di un millimetro. Poi a verdetto votato, chiosa così: “Il rancore ha prevalso sulla verità. La mia epurazione era già scritta”. Affida a una nota il commento più politico sull’ultimo giorno da militante leghista: “Se qualcuno è arrivato al punto di minacciare le dimissioni se non si fossero presi provvedimenti contro di me, vuol dire che la presunta unanimità è stata imposta con un ricatto politico. Non ho voluto fare retromarcia per un semplice motivo: non vedo chiarezza in tutta questa storia”. Dice si essere delusa “nel vedere trasformare la Lega che ho conosciuto dall’87” e attacca a testa bassa: “Hanno voluto un capo espiatorio e quello sono io. In vent’anni di Lega la mia storia parla per me e non ho bisogno di dimostrare niente”. Non ha ancora deciso cosa fare sull’incarico di vicepresidente del Senato – “un passo alla volta” – ma c’è da ritenere che darà battaglia.

C’è infine un’altra cosa che colpisce nel giorno del redde rationem: il silenzio delle donne leghiste. Non una parola per commentare l’espulsione della Mauro. ‘No comment’ è la frase di rito rifilata dagli addetti stampa di una deputata e da una senatrice che abbiamo provato a contattare telefonicamente. Silenzi imbarazzati e imbarazzanti, come se la decisione presa fosse un dogma e come tale, inconfutabile.

Rosy Mauro lascia il quartier generale di via Bellerio accompagnata dal poliziotto sul quale in questi giorni si è gossippato di tutto: dal flirt all’incarico della scorta voluto dalla Mauro e da lei smentito. Nessuna pietà per la ‘strega’, nemmeno sul piano personale. Al rogo, al rogo.

Il capo ha chinato il capo alla ragion di partito. E di congresso (anticipato al 30 giugno). Anche in questo caso e al netto delle regole padane, col finale già scritto.


Tasse, corruzione e crisi. Scoppia tutto
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 13 aprile 2012)

Ho pranzato con un amico americano. Poco prima di addentare lo spaghetto mi ha chiesto: «Cosa sta succedendo oggi in Italia? ». Vuoi proprio saperlo? Lui, senza il minimo dubbio: «Certo, voglio capire ». John, il Paese nei prossimi mesi pagherà una pioggia di tasse, la nostra pressione fiscale è al 45 per cento… «Really? Davvero? Da noi negli Stati Uniti è in media del 25 per cento ». Sì, ma da noi le tasse le pagano i soliti noti, c’è un’alta evasione e il governo per far quadrare i conti spreme il contribuente. «Ma deprimerà la crescita, questo lo sanno tutti gli economisti ». Alzare le tasse è la via più facile. «Well, Mario, da noi si abbassano le tasse per favorire l’impresa e manovriamo sul cambio del dollaro per aiutare l’export ». John, qui siamo in Europa, la nostra moneta unica non può oscillare, i tedeschi governano la Bce. «Good, so cosa fanno a Berlino, io voglio capire cosa fanno gli italiani ». Lo spaghetto s’è sfreddato. John, qui siamo in recessione, il Prodotto interno lordo è sotto zero, il governo ha fatto bene all’esordio ma ora è impantanato sui provvedimenti per la crescita, mentre Berlino gioca a strangolino con gli altri Paesi e poi l’Italia ha problemi gravi. «What? Vedo che vivete bene ». Non farti ingannare dalla “bella vita”, qui ce la caviamo finché c’è il tesoretto delle famiglie, ma la disoccupazione galoppa e i giovani sono alla canna del gas. «That’s incredible. Da noi i repubblicani sono in crisi, ma Obama ce la sta mettendo tutta e la Fed inietta liquidità quando serve ». Noi abbiamo la Bce a Francoforte, non c’è trippa per gatti. E poi in Italia ci sono non due, ma tanti partiti e hanno problemi con la giustizia. «Corruption, yes, ho letto del vostro Silvio ». John, Berlusconi era l’alibi per tutti, ora non è più a Palazzo Chigi da mesi, ma i partiti sono al minimo storico di consenso. Hanno rimborsi elettorali da centinaia e centinaia di milioni di euro e i tesorieri dei partiti spendono quei fondi senza controllo. Un leader di un partito che urlava «Roma ladrona » si faceva pagare i conti di famiglia con i soldi pubblici, il suo tesoriere li investiva illegalmente in Tanzania. «Shit…Tanzania! »… e un tesoriere della sinistra antiberlusconiana usava i soldi del partito per i suoi viaggi, pranzi e investimenti immobiliari in Canada. «Mario, ma il popolo può votare e… change! Cambia ». Qui non c’è hope, la speranza di mandare uno come Obama a Palazzo Chigi. La competizione elettorale dentro i partiti non esiste. I parlamentari sono nominati. «Ma ho letto che il vostro Partito democratico fa le primarie… ». Non sono regolate come le vostre, qui non esistono elettori registrati, anche le primarie si possono truccare. È il Far West. «Mario, sorry but… ho letto che Monti sta facendo bene ». Monti ci sta provando, ma ha imboccato una strada pericolosa. Sai, credo sia troppo… “tedesco”. Queste tasse uccidono lo sviluppo. Volevano metterne una anche sugli sms, i messaggi dei telefonini, poi ieri hanno fatto retromarcia. «Text Message Tax, terrible! Eppure avete gente in gamba. Il vostro Sergio Marchionne ha salvato la Chrysler, gli operai a Detroit lo considerano un salvatore ». A Detroit, John, a Detroit. Se vai a Pomigliano d’Arco tira un’altra aria. Qui è un nemico pubblico perché ha detto che la Fiat è una multinazionale e produce dove conviene. «Oh my God, ma ha detto una cosa vera! ». Appunto, l’Italia non ama sentirsi dire la verità. «Mario, ma questa è la patria di Leonardo, Dante, Machiavelli, Meucci, Fermi. Avete forgiato la cultura occidentale e dato lustro alla scienza e all’industria ». Amico americano, questo è il passato. Qui abbiamo imprenditori che si uccidono, partiti kamikaze, il Parlamento più caro d’Europa, il terzo debito pubblico del mondo. «My Italian friend, stop… Mangiamo lo spaghetto. I understand, tra poco qui da voi in Italia scoppia tutto ».


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Bart