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La sfida del Cavaliere: andare in carcere

6 Agosto 2013

di Tommaso Labate
(dal “Corriere della Sera”, 6 agosto 2013)

ROMA – Niente servizi sociali. Niente arresti domiciliari. «A questo punto, me ne vado in galera. E poi… ». È il momento in cui, fuori da Palazzo Grazioli, la colonnina di mercurio ha sfondato i 35 gradi. Il momento in cui, e siamo al primo pomeriggio di ieri, Silvio Berlusconi riceve la delegazione pidiellina appena rientrata dal Quirinale.

È di fronte al tandem Schifani-Brunetta, salito al Colle per perorare la causa berlusconiana, che il Cavaliere dopo giorni torna a parlare esplicitamente del carcere. L’aveva fatto in passato, a mo’ di sfogo. Ma stavolta la questione potrebbe essere diversa. Dietro i puntini del suo discorso sulla volontà di «scontare la pena in carcere », di cui qualche ora più tardi Daniela Santanché darà una versione pubblica, potrebbe nascondersi la prima mossa della lunga partita a scacchi con il Quirinale e le forze politiche.

Visto che «le colombe », da Gianni Letta ai ministri, continuano a sostenere che l’unica (stretta) via per un qualsiasi provvedimento di clemenza passa attraverso un suo «primo passo », ecco che – per la prima volta – l’ex premier l’avrebbe individuato, quel «passo ». Varcare il portone di San Vittore e, da lì, condurre il gioco da una diversa posizione. Anche nei confronti del Pd che, in caso contrario, avrebbe difficoltà a spiegare al suo elettorato l’eventuale voto favorevole su un provvedimento salva-Berlusconi. Che sia l’amnistia o un emendamento da inserire in una qualsiasi legge sulla giustizia. Ma visto che questa non è una semplice partita a scacchi, e che la «mossa » comporta dei sacrifici umani e affettivi, Berlusconi non s’è limitato a confidarsi col partito. No. Dell’ipotesi di pretendere la galera, rifiutando le pene alternative, il Cavaliere avrebbe già parlato con tutti i figli. Dalla primogenita Marina, che il diretto interessato continua a «proteggere » rispetto al pressing di chi la vorrebbe in campo subito, all’ultimogenito Luigi. Senza dimenticare, la tormentata opera di convincimento che sta facendo nei confronti della fidanzata Francesca Pascale, che domenica sera era talmente provata che ha evitato di farsi vedere dai ministri arrivati per la cena.

Già, i ministri. All’appuntamento col presidente, fissato dopo la fine della manifestazione, la delegazione di governo arriva scura in volto. A cominciare da Alfano, che insieme a Gianni Letta e Fedele Confalonieri aveva dovuto respingere l’attacco di chi – da Denis Verdini a Daniela Santanché – aveva insistito col Cavaliere perché l’adunata di pace sotto Palazzo Grazioli si trasformasse in una guerra aperta contro Quirinale e governo.

Il menù decisamente più castigato rispetto ai vecchi fasti a base di mozzarelle e pennette tricolore – in tavola vengono serviti pomodori di riso, insalata mista, melanzane ripiene – non aiuta la conciliazione con l’ala dura del partito. E quando Santanché prende di mira il capo dello Stato, sostenendo «non ci darà una mano », subito Fabrizio Cicchitto interviene per spegnere l’incendio. «Io, comunque, ho usato e continuerò a usare toni responsabili », sintetizza Berlusconi.

Ma è soltanto la fine di un round. Poco dopo, prima che si faccia notte fonda, il Cavaliere torna ad accarezzare l’ipotesi di mostrare i muscoli. «A questo punto vado in tv, torno in piazza, parlo al Paese… ». E ci vuole ancora l’intervento di Letta per placare la situazione e invitare tutti «a essere equilibrati ».
Un canovaccio che l’ex premier, adesso, associa però alla scelta di andare in galera. Su cui, a sentire i suoi, influirebbe anche un raffronto tra la sua situazione attuale e quella dei leader finiti nel ’92-’93 nella tenaglia di Mani Pulite. «Io ho ragione, non sono un criminale né un evasore », è il ritornello che ha ripetuto anche ieri pomeriggio. A cui, però, Berlusconi avrebbe dato un finale diverso. «A differenza di altri politici finiti nel mirino della magistratura, io posso andare per strada e vedere la gente che mi acclama e applaude. A me la gente non… ». Ed è qui, insomma, che secondo più testimoni avrebbe lasciato la frase a metà. Forse per non evocare il lancio di monetine di cui fu vittima, vent’anni fa, il suo vecchio amico Bettino Craxi. Un modo come un altro per dire che, se va in carcere lui, «è un’altra storia ».


Doppiopesismo giudiziario: De Benedetti, il diversamente evasore
di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 6 agosto 2013)

Roma – Il ricorso pende in Cassazione, e lo farà per un bel po’, «di solito ci vogliono tre o quattro anni, la Cassazione ha tempi molto lunghi » spiega la professoressa Livia Salvini, legale del Gruppo Espresso.

La sentenza contro cui la società dell’ingegner De Benedetti ha fatto ricorso è del maggio 2012, e in queste ore rimbalza sui blog di area centrodestra e sui social network, incandescenti dopo la condanna di Berlusconi (riaffiora anche la vicenda della casa ai Parioli comprata dal direttore di Repubblica Ezio Mauro dichiarandone solo una parte). Vediamo i fatti. La Commissione Tributaria regionale di Roma, nel 2012, ha condannato (sentenza n. 64/9/2012) il gruppo editoriale L’Espresso a pagare 225 milioni di euro, cioè il totale delle imposte non pagate dal Gruppo, secondo i giudici tributari, nel lontano 1991, all’epoca cioè della fusione dell’editoriale La Repubblica in vista della sua quotazione in Borsa.

Dopo un rilievo dell’Agenzia delle Entrate e un contenzioso (con ricorsi e controricorsi) finito in Cassazione e rinviato nuovamente alla Commissione Tributaria di Roma, è stato accertato che il Gruppo ha eluso il pagamento delle imposte su plusvalenze realizzate per una cifra pari a 454 miliardi di vecchie lire, 234 milioni di euro. Nella sanzione ci sono 13 miliardi (sempre lire) di costi dichiarati, all’epoca, come deducibile e non riconosciuti tali dal Fisco. Non basta, l’Espresso è stato condannato anche al pagamento monstre di spese di giudizio per complessivi 500mila euro. Tutti i pagamenti sono stati congelati perché un’altra sezione della Commissione tributaria ha accolto la richiesta di sospensione della riscossione avanzata dall’Espresso. Ciò però non significa che sia stata annullata la condanna, cosa che può fare solo la Cassazione, quando si esprimerà.

La vicenda è complessa e va avanti da quasi dieci anni. Le contestazioni iniziali mosse dall’Ufficio delle imposte dirette di Roma riguardavano un importo di oltre 700 miliardi di lire. Il Gruppo L’Espresso ha quindi impugnato le contestazioni, che si sono risolte favorevolmente per De Benedetti fino ai gradi di merito, ma ribaltate nel 2007 dalla Corte di Cassazione, che con le sentenze 20393 e 20394 ha cassato le decisioni della Commissione tributaria del Lazio, rinviando le cause ad altra sezione dello stessa commissione. Quella, appunto, che nel 2012 ha sanzionato l’Espresso. Il gruppo di De Benedetti avrebbe dunque ottenuto un enorme vantaggio fiscale da una serie di operazioni societarie, realizzando un’elusione fiscale da 234 milioni di euro. Un illecito tributario, non un reato penale, la questione penale si è risolta anni fa con l’assoluzione di tutti gli imputati perchè «il fatto non sussiste ».

Il commento alla sentenza da parte del gruppo Espresso-Repubblica c’è stato, e anche molto duro: una sentenza «manifestamente infondata oltreché palesemente illegittima sotto numerosi aspetti di rito e di merito ». Interessante il rilievo dell’avvocato Salvini, spesso ospite a Ballarò come esperta di tasse: «La sentenza si iscrive nel filone giurisprudenziale che rivendica all’Agenzia delle Entrate e ai giudici il potere di sindacare le scelte economiche e di strategia societaria » di un’azienda. Il giudice non ha voluto riconoscere la legittimità di una operazione societaria che comportava un vantaggio fiscale per l’Espresso, vedendoci invece una forma di evasione fiscale. La legale dell’Espresso parla di «abnormità di pronunce che pretendono di disconoscere i vantaggi fiscali ». Curiosamente, lo stesso rilievo dei ricorsi di Coppi e Ghedini sulla vicenda dei diritti Mediaset. Che però non si è risolta in un procedimento tributario per gli amministratori della società, ma in una condanna penale definitiva con interdizione dai pubblici uffici per un’azionista.


225 milioni: De Benedetti diversamente evasore
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 6 agosto 2013)

«Questa sentenza è irricevibile, manifestamente infondata e palesemente illegittima ». Parole di Silvio Berlusconi? No. Bondi, Santanchè, Brunetta? Macché.
Parole di Carlo De Benedetti, diffuse dal suo portavoce un annetto fa, il 25 maggio 2012.
Oddio, ma è lo stesso Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica, il giornale che in queste ore sta facendo un mazzo così a Berlusconi sul fatto che in democrazia le sentenze si accettano e non si discutono e perché i magistrati vanno rispettati? Certo che è lui. Ed è stato condannato per una evasione fiscale da 225 milioni di euro. Impossibile. Vuoi vedere che lo stesso Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica, il quotidiano che scrive che Berlusconi è ladro perché chi evade le tasse frega soldi pubblici, è un mega super ladrone e nessuno, dico nessuno, lo scrive e lo dice? Ebbene sì, almeno stando alla sentenza di appello emessa dal tribunale tributario del Lazio. Per bollarlo a vita bisognerà aspettare la sentenza della Cassazione, che a differenza di quanto avvenuto con Berlusconi, ci metterà non pochi mesi ma tanti anni, tre o quattro ancora, dicono. Non c’è fretta quando di mezzo c’è il Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica perché lui si difende nei processi, non dai processi. Questo è iniziato nel ’95. Vent’anni sono passati e ancora non c’è fretta di concludere. Ci credo che Carlo De Benedetti, tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica non scappa. È che nessuno lo insegue, nonostante la vicenda sia identica nella dinamica (infinitamente superiore nelle cifre) a quella che ha portato agli arresti di Berlusconi: plusvalenze su affari. Anzi no, una differenza c’è. Per gli inquirenti la tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica poteva non sapere del pasticcio, quindi non c’è truffa ma solo danno erariale sanabile con soldoni (225 milioni). Tanto che non siamo in sede penale ma di giustizia tributaria. La stessa cosa che l’avvocato Coppi aveva chiesto, inascoltato, alla Cassazione per il suo imputato Silvio Berlusconi. Vuoi vedere che la giustizia in Italia non è uguale per tutti? No, impossibile, come dice tutti i giorni la Repubblica, quella del condannato (in silenzio) per 225 milioni di evasione.


Esposito, la registrazione che lo incastra
di Redazione
(da “Libero”, 6 agosto 2013

Una sola parola: sputtanato. Il giudice Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, si copre di ridicolo. La questione è quella che ha tenuto banco in tutto questo rovente martedì 6 agosto. Un breve riassunto. Il Mattino di Napoli pubblica un’intervista alla toga che, in soldoni, anticipa le motivazioni della sentenza (fatto che già di per sé è un unicum) e spiega: “Berlusconi sapeva” della frode fiscale. Ben diverso dal “non poteva non sapere” su cui a lungo si è discettato. Una dichiarazione, quella di Esposito, che ha scatenato l’ira del Pdl, quella della Cassazione (che ha definito “inopportuno” il suo comportamento) e quella del Guardasigilli, Anna Maria Cancellieri, che ha chiesto chiarimenti.

Proseguiamo il riassunto. Si alza il polverone, ed Esposito smentisce l’intervista: “Non ho mai detto ciò che riporta Il Mattino”. Quindi scende in campo il direttore del quotidiano partenopeo, Alessandro Barbano, che spiega: “L’intervista è letterale, sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova”. Quale prova? Una registrazione. Ma Esposito non molla. In serata diffonde una roboante nota nella quale s’inventa – a questo punto lo si può scrivere – di non aver “mai dato” una risposta. Quale risposta? Ovviamente quella in cui lui afferma che “non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo”, riferendosi al Cavaliere. Passano pochi minuti e il sito de Il Mattino pubblica la registrazione dell’intervista (che potete ascoltare), dove il giudice Esposito pronuncia – letteralmente – le frasi che aveva appena smentito e quella risposta che giurava di non aver mai dato. Quest’uomo, lo ricordiamo per chi nel marasma generale lo avesse scordato, pochi giorni fa ha condannato Silvio Berlusconi a quattro anni di carcere.

Qui la prova che Esposito ha mentito.

Leggere anche qui.

Qui il commento dell’avv. Franco Coppi.


Il pericolo viene dal fuoco amico
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 6 agosto 2013)

Non saranno Silvio Berlusconi ed il Pdl a provocare la crisi di governo. A stabilirlo non c’è stata solo la rassicurazione fornita dal Cavaliere nel corso del comizio di via del Plebiscito. Neppure la ostentata assenza dei cinque ministri Pdl della manifestazione. E, se proprio vogliamo, neppure l’assenza di toni ribaldi od eversivi registrata in una piazza traboccante di rabbia per la liquidazione per via giudiziaria del proprio leader politico. La vera garanzia che non sarà il centro destra a mandare a picco il governo di larghe intese è data dall’interesse concreto che il Pdl e lo stesso Berlusconi hanno nell’evitare una crisi al buio dagli esiti assolutamente imprevedibili. Non solo le elezioni anticipate, infatti, ma come ha ipotizzato Stefano Rodotà ormai calato definitivamente nei panni del guru della sinistra più ottusa ed oltranzista, anche un governo di parte del Pd, un pezzo di Scelta civica, Sel e Movimento Cinque Stelle.

Dal versante del centro destra, quindi, sempre che l’accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi non comporti anche l’eventualità di domiciliari muti, cioè la pretesa di impedire al leader condannato di far sentire la propria voce ai propri simpatizzanti ed elettori, Letta non deve aspettarsi sorprese negative. Per il Presidente del Consiglio, infatti, il vero pericolo viene dal fuoco amico, quello che potrebbe venire dal Partito Democratico. Non per detronizzarlo e preparare il terreno per l’esecutivo evocato da quel profeta di sciagure che è diventato Stefano Rodotà. Ma, paradossalmente, per intronizzarlo non più come semplice presidente del consiglio ma anche come leader del partito in alternativa a quel Matteo Renzi che punta ossessivamente allo stesso obbiettivo. Intendiamoci, il pericolo del fuoco amico non è per l’immediato. Anche il Pd non ha interesse ad assumersi la responsabilità di aprire la crisi nel bel mezzo dell’estate senza sapere dove potrebbe portare una avventura del genere.

Il rischio è per la ripresa autunnale. Quando il dibattito precongressuale diventerà incandescente ed il gruppo dirigente che si oppone a Matteo Renzi nel timore di finire rottamato e pensionato dal rampante sindaco di Firenze potrebbe essere tentato di sbarrare la strada al loro avversario interno che aspira alla candidatura a Premier contrapponendogli il premier in carica Enrico Letta. Può capitare, in sostanza, che il gruppo dirigente del Pd possa trovare in autunno un qualche pretesto per aprire la crisi allo scopo di bloccare l’ascesa di Renzi con un Enrico Letta ancora non logorato dall’arrancare a vuoto del governo di larghe intese. Ipotesi fantasiosa? Non sembra proprio. Sia perché i sondaggi indicano che l’unico esponente del Pd potenzialmente in grado di battere il sindaco di Firenze è proprio l’attuale Presidente del Consiglio.

Sia perché il gruppo dirigente del Pd appare talmente frastornato e terrorizzato dal rottamatore toscano dall’essere disposto ad inventare qualsiasi manovra, anche la più azzardata, pur di annullare il nemico in agguato. In realtà, comunque, non c’è nulla di avventuroso nel pensare di contrapporre Enrico Letta a Matteo Renzi. E non c’è nulla di irrealistico nel prevedere che in autunno le larghe intese possano aver concluso la loro missione e debbano lasciare il campo ad una campagna elettorale di chiarimento politico definitivo destinata a concludersi con un voto nella prossima primavera. Anzi, una prospettiva del genere non solo è realistica ma anche auspicabile. Il paese ha bisogno di chiarezza e di un governo stabile. Non di un esecutivo paralizzato.


«Berlusconi condannato: sapeva del reato ». Ma il giudice Esposito poi rettifica
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 6 agosto 2013)

Silvio Berlusconi era informato della frode fiscale. Per questo motivo è stato condannato. Il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito ha firmato la sentenza con cui l’ex premier è stato condannato a 4 anni di reclusione (tre dei quali condonati con l’indulto). In un’intervista esclusiva al quotidiano il Mattino di Napoli, spiega che in questo caso non è possibile sostenere che «non poteva non sapere ». Al contrario, la condanna è arrivata «perché sapeva », era stato informato del reato. Tuttavia, in mattinata, una nota del giudice rettifica parzialmente quanto riportato. Esposito smentisce in particolare «di aver pronunziato, nel colloquio avuto con il cronista – rigorosamente circoscritto a temi generali e mai attinenti alla sentenza, debitamente documentato e trascritto dallo stesso cronista e da me approvato – le espressioni riportate virgolettate: “Berlusconi condannato perchè sapeva non perchè non poteva non sapere” ».

IL DIRETTORE DEL MATTINO CONFERMA – Alessandro Barbano, direttore del Mattino, intervistato da Radio1 ‘conferma però quanto scritto: «Posso assicurare a voi e ai miei lettori che l’intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova ».

LA POLEMICA – Il giudice ha invece difeso l’operato della corte da lui presieduta: «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiano di finire in prescrizione. Abbiamo deciso con grande serenità ».

LE ACCUSE – Il processo Mediaset sarebbe andato incontro ad una prescrizione certa, secondo alcune stime, addirittura a metà settembre. L’accelerata impressa alla procedura in Cassazione è costata ad Esposito più di una bordata polemica da parte del fronte berlusconiano: «La mia tutela avverrà nelle sedi competenti », risponde il magistrato. Che aggiunge: «La condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza ».

LE POLEMICHE – L’intervista di Esposito ha suscitato malumore tra le fila berlusconiane. Il coordinatore del Pdl Sandro Bondi si chiede se «è normale che il giudice Esposito entri nel merito della sentenza della Cassazione con un’intervista rilasciata a un quotidiano nazionale? È questo il nuovo stile dei giudici della Cassazione? Io credevo che i giudici parlassero attraverso le sentenze, anche se controverse, e che i magistrati fossero ‘la bocca della legge. Ma vuol dire che mi sbaglio ». Mentre Luca d’Alessandro, segretario della commissione Giustizia della Camera del Pdl invoca un’azione disciplinare nei confronti della toga partenopea: «Al di là dei contenuti, risibili e assai discutibili, l’intervista dell’ineffabile presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, è gravissima. I magistrati, e ancor più i giudici, dovrebbero parlare solo con le sentenze (anche quando ci si vergogna di esse) e questo principio dovrebbe valere oggi più che mai, per non alimentare tensioni ed esacerbare un popolo di milioni di persone che vuole giustamente reagire a quella che ritiene una grave ingiustizia. Auspichiamo che il ministro della Giustizia promuova un’azione disciplinare e prenda immediati provvedimenti nei confronti del giudice Esposito ».


Il pm e l’imputata: Esposito jr “graziato” per la cena con Minetti
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 6 agosto 2013)

Continuano ad emergere indiscrezioni e nuovi dettagli sulla sentenza della Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi. Il sito Dagospia, scrive che uno dei difensori del Cavaliere, Franco Coppi, prima che il presidente della sezione feriale della Suprema Corte si pronunciasse, avrebbe detto al Cavaliere. “Meglio stare lontani da quel giudice”. Una frase che, letta adesso, ha il sapore amaro di un presagio. Molte sono le ombre sulla toga: prima la cena in cui Esposito, secondo quanto rivelato da Stefano Lorenzetto su Il Giornale, sabato 3 agosto, sarebbe lasciato andare ad affermazioni contro Silvio Berlusconi e avrebbe anticipato la sentenza di condanna che di lì a poco avrebbe pronunciato contro Wanna Marchi. Affermazioni smentite puntualmente dal magistrato in un’intervista al Fatto Quotidiano di domenica 5 agosto. Ma in un botta e risposta infinito, Stefano Lorenzetto, ha risposto anche alla smentita e, sempre dalle colonne del Giornale ha spiegato che ci sono testimoni, vip insospettabili, disposti a confermare quanto lui ha scritto sabato 3 agosto- Ecco una parte della sua replica: “Il 24 luglio ho interpellato il funzionario di Stato che quella sera sedeva alla sua sinistra. A costui ho chiesto se ricordasse: a) della cena; b) delle intercettazioni svelate da Esposito con la “pagella” sulle capacità erotiche delle due deputate del Pdl stilate da Berlusconi. c) della sentenza su Vanna Marchi che il giudice ci anticipò durante il banchetto. Nonostante siano passati quattro anni, mi ha risposto per tre volte. “Sì che mi ricordo”. Dopodiché gli ho anche chiesto chi fosse quel magistrato. Risposta: “Non lo so, io, me lo sono trovato lì”.

La cena tra il pm e l’imputata – Ma oltre alla cena di quattro anni fa, c’è un altro aspetto su cui il Giornale di oggi, martedì 6 agosto, si soffema: il figlio di Antonio Esposito. Il pm di Milano Ferdinando che era andato a cena con l’allora imputata Nicole Minetti. Il caso è stato chiuso, fa notare Il Giornale, tempestivamente: l’8 luglio viene fissata l’udienza del Cavaliere davanti alla Suprema Corte per il 30 del mese e subito dopo, l”11 luglio, si fa sapere che il pm Ferdinando Esposito, figlio della toga che di lì a poco avrebbe dovuto decidere sulle sorti dell’ex premier, non rischia alcuna azione disciplinare per la sua solo “inopportuna” cena al ristorante milanese “il Bolognese” con l’ex conisgliera regionale che allora doveva essere ancora giudicata nel processo Ruby bis. L’incontro tra il pm e l’imputata viene giudicato solo occasionale e non riguarda un caso giudiziario di competenza di Esposito.


Coppi l’aveva detto al Cav: “Stai lontano da Esposito” Ecco tutte le ombre…
di Redazione
(da “Libero”, 6 agosto)

Continuano ad emergere indiscrezioni e nuovi dettagli sulla sentenza della Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi. Il sito Dagospia, scrive che uno dei difensori del Cavaliere, Franco Coppi, prima che il presidente della sezione feriale della Suprema Corte si pronunciasse, avrebbe detto al Cavaliere. “Meglio stare lontani da quel giudice”. Una frase che, letta adesso, ha il sapore amaro di un presagio. Molte sono le ombre sulla toga: prima la cena in cui Esposito, secondo quanto rivelato da Stefano Lorenzetto su Il Giornale, sabato 3 agosto, sarebbe lasciato andare ad affermazioni contro Silvio Berlusconi e avrebbe anticipato la sentenza di condanna che di lì a poco avrebbe pronunciato contro Wanna Marchi. Affermazioni smentite puntualmente dal magistrato in un’intervista al Fatto Quotidiano di domenica 5 agosto. Ma in un botta e risposta infinito, Stefano Lorenzetto, ha risposto anche alla smentita e, sempre dalle colonne del Giornale ha spiegato che ci sono testimoni, vip insospettabili, disposti a confermare quanto lui ha scritto sabato 3 agosto- Ecco una parte della sua replica: “Il 24 luglio ho interpellato il funzionario di Stato che quella sera sedeva alla sua sinistra. A costui ho chiesto se ricordasse: a) della cena; b) delle intercettazioni svelate da Esposito con la “pagella” sulle capacità erotiche delle due deputate del Pdl stilate da Berlusconi. c) della sentenza su Vanna Marchi che il giudice ci anticipò durante il banchetto. Nonostante siano passati quattro anni, mi ha risposto per tre volte. “Sì che mi ricordo”. Dopodiché gli ho anche chiesto chi fosse quel magistrato. Risposta: “Non lo so, io, me lo sono trovato lì”.

La cena tra il pm e l’imputata – Ma oltre alla cena di quattro anni fa, c’è un altro aspetto su cui il Giornale di oggi, martedì 6 agosto, si soffema: il figlio di Antonio Esposito. Il pm di Milano Ferdinando che era andato a cena con l’allora imputata Nicole Minetti. Il caso è stato chiuso, fa notare Il Giornale, tempestivamente: l’8 luglio viene fissata l’udienza del Cavaliere davanti alla Suprema Corte per il 30 del mese e subito dopo, l”11 luglio, si fa sapere che il pm Ferdinando Esposito, figlio della toga che di lì a poco avrebbe dovuto decidere sulle sorti dell’ex premier, non rischia alcuna azione disciplinare per la sua solo “inopportuna” cena al ristorante milanese “il Bolognese” con l’ex consigliera regionale che allora doveva essere ancora giudicata nel processo Ruby bis. L’incontro tra il pm e l’imputata viene giudicato solo occasionale e non riguarda un caso giudiziario di competenza di Esposito.


Quagliariello: «Volevano far saltare il governo, domenica c’era un piano pronto »
di Tommaso Labate
(dal “Corriere della Sera”, 6 agosto 2013)

ROMA – «Ci sono tante persone, nel centrosinistra ma anche nel centrodestra, che non amano questo governo. E che aspettano un nostro passo falso per farlo cadere. Infatti nella giornata di domenica, dopo la manifestazione del Pdl condotta in modo impeccabile e dopo il discorso altrettanto impeccabile di Berlusconi, le aspettative dei signori di cui sopra sono andate deluse. E, leggendo alcune dichiarazioni, la loro delusione traspariva con nettezza. Gliela posso dire tutta? »
Prego.
«Domenica era pronta un’operazione per decretare la fine del governo Letta. Un’operazione che non è andata a buon fine ».
Anche quando finisce di pronunciare la frase, Gaetano Quagliariello conserva l’aria grave di chi guarda con preoccupazione a quello che sta succedendo dopo la condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi. L’aria di chi teme che la tenaglia anti-governo e anti-Napolitano dei falchi di centrodestra e centrosinistra possa ancora raggiungere il suo obiettivo ».
Ministro, c’è il rischio che il governo non regga?
«C’è il rischio che il tessuto connettivo del sistema politico si sbraghi ulteriormente. E c’è il rischio che il governo, che in questo momento rappresenta una barriera rispetto al caos politico-economico e istituzionale, non regga. La tentazione di sfruttare la sentenza della Cassazione per sbarazzarsi in un colpo solo di Berlusconi e del centrodestra a sinistra può ancora prevalere. Si tratterebbe di un’illusione. Ma anche le illusioni, a volte, possono far male ».
Ma gli attacchi per la mancata partecipazione di voi ministri alla manifestazione sono arrivati dalle vostre file.
«Tutti nel Pdl siamo convinti che dopo la sentenza della Cassazione non si possa fare finta di niente. Ma nel Pdl ci sono idee differenti. Io, per esempio, sull’attuale situazione politica ho convinzioni nette. Non accetterei mai di diventare lo strumento di una crisi politico-istituzionale voluta da altri. Ma se mi trovassi in minoranza nel mio partito, non esiterei a dimettermi da ministro un minuto dopo. Quel che vale per me, deve però valere per tutti. La decisione che i ministri non dovessero partecipare alla manifestazione è stata presa dal gruppo dirigente del Pdl e comunicata direttamente da Berlusconi. Poiché è andata così, paradossalmente il destinatario degli attacchi sarebbe da considerarsi Berlusconi stesso ».
Il tema, per il Pdl, è se fidarsi o meno del Quirinale. Lei si fida?
«Giorgio Napolitano non ha la mia storia politica. Ma anche per la sua cultura il compromesso non è un disvalore. Mi fido di lui perché un atto di pacificazione, in un momento come questo, è necessario per il Paese. E se non ci fosse, sarebbe una sconfitta per tutti. Nessuno escluso ».
Puntate alla grazia per Berlusconi? All’amnistia?
«Non ne parlo. Se ne parla pure troppo in un momento in cui, su queste cose, bisogna solo abbassare la voce ».
I falchi del suo partito vorrebbero il voto?
«Il ricorso della Cassazione alla Consulta sulla legge elettorale blocca di fatto la possibilità di elezioni a breve. Anche per questo credo che se il centrodestra facesse cadere il governo Letta, o si piomberebbe nel caos istituzionale o verrebbe fuori un altro governo con un’altra maggioranza che, tra l’altro, potrebbe fare una legge elettorale per spingere la tentazione di far fuori Berlusconi alle conseguenze più estreme ».
Pensa al rischio, dal suo punto di vista, di una maggioranza Pd-M5S sulla legge elettorale?
«Sì, penso anche a questo rischio. E dico a chi sta nel Pdl che il centrodestra è forte quando esalta la sua vocazione maggioritaria, non quando cede alla tentazione di configurarsi come destra identitaria ».
Magari con Marina Berlusconi alla guida…
«Per ora non c’è stata la disponibilità della diretta interessata. Non ne parlo. È innanzitutto un fatto di rispetto personale ».
E il rapporto con Enrico Letta?
«Enrico Letta non ha né le nostre sensibilità né le nostre passioni. Ma ha dato grande prova di lealtà. Se perdesse Letta come interlocutore a sinistra, il Pdl avrebbe una difficoltà in più, non una in meno ».


La riforma più difficile
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 6 agosto 2013)

Così come non c’è mai stata nessuna Seconda Repubblica, la condanna di Berlusconi non farà nascere la Terza. La Repubblica è una soltanto, sempre la stessa. Che cambino o meno uomini, partiti o leggi elettorali. Ed essendo la stessa, le sue tare e i suoi conflitti di fondo si perpetuano. Così è per lo squilibrio di potenza fra magistratura e politica, uno squilibrio che secondo molti, compreso lo scomparso presidente della Repubblica Francesco Cossiga, risale a molto tempo prima delle inchieste di Mani Pulite di venti anni fa.

Al momento, apparentemente, tutto è come al solito: con Berlusconi e la destra contrapposti alla magistratura e la sinistra abbracciata ai magistrati. Gli uni reagiscono a quella che ritengono una orchestrata persecuzione. Gli altri si aggrappano alla magistratura, un po’ per antiberlusconismo, un po’ perché una parte dei loro elettori considera i magistrati (i pubblici ministeri soprattutto) delle semi-divinità o giù di lì, e un po’ perché sperano in trattamenti «più comprensivi » di quelli riservati alla destra.

Ma lo squilibrio di potenza c’è (anche i magistrati più seri lo riconoscono) e, insieme alla grande inefficienza del nostro sistema di giustizia, richiederebbe correttivi. Una seria riforma della giustizia, del resto, l’ha chiesta anche il presidente della Repubblica, di sicuro non sospettabile di interessi partigiani.

Ma la domanda è: può un potere debole e diviso imporre una «riforma » a un potere molto più forte (e molto più unito) contro la volontà di quest’ultimo? Frugando in tutta la storia umana non se ne troverà un solo esempio.

La magistratura è l’unico «potere forte » oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla. Certo, si potranno forse fare – ma solo se i magistrati acconsentiranno – interventi volti ad introdurre un po’ più di efficienza: sarebbe già tanto, per esempio, ridurre i tempi delle cause civili. Ma non ci sarà nessuna «riforma della giustizia » se per tale si intende una azione che tocchi i nodi di fondo: separazione delle carriere, trasformazione del pubblico ministero da superpoliziotto in semplice avvocato dell’accusa, revisione delle prerogative e dei meccanismi di funzionamento del Csm, cambiamento dei criteri di reclutamento e promozione dei magistrati, riforma dell’istituto dell’obbligatorietà dell’azione penale, eccetera. La classe politica, in tanti anni, non è riuscita nemmeno a varare una decente legge per impedire la diffusione pilotata delle intercettazioni. Altro che «riforma della giustizia ».

Il problema va aggredito da un’altra prospettiva. C’è un solo modo per porre rimedio allo squilibrio di potenza: rafforzare la politica. Ci si concentri su provvedimenti che possano ridare, col tempo, forza e legittimità al potere politico: una seria riforma costituzionale che renda più efficace l’azione dei governi, un radicale cambiamento delle modalità di finanziamento dei partiti, una drastica contrazione dell’area delle rendite politiche, delle rendite controllate e distribuite dai politici nazionali e locali (vera causa, al di là della demagogia, degli altissimi costi della politica).

Ci si concentri, insomma, su alcune cause certe della debolezza, e della mancanza di credibilità, che affliggono il potere politico. Solo così sarà possibile avviare un processo che porti ad annullare lo squilibrio di potenza. Anche se ci vorranno anni per riuscirci.

Al momento, dunque, non si può fare nulla in materia di giustizia? Qualcosa forse sì, ma richiede lungimiranza (perché i frutti si vedrebbero solo dopo molto tempo). Si affronti il problema là dove tutto è cominciato: si rivoluzionino i corsi di studio in giurisprudenza (e pazienza se i professori di diritto strilleranno). Si incida sulle competenze, e sulle connesse «mentalità », di coloro che andranno a fare i magistrati (ma anche gli amministratori pubblici). Si iniettino dosi massicce di «sapere empirico » in quei corsi. Si riequilibri il formalismo giuridico con competenze economiche e statistiche, e con solide conoscenze (non solo giuridiche) delle macchine amministrative e giudiziarie degli altri Paesi occidentali. Si addestrino i futuri funzionari, magistrati e amministratori, a fare i conti con la complessità della realtà. È ormai inaccettabile, ad esempio, che un magistrato, o un amministratore, possano intervenire su delicate questioni finanziarie o industriali senza conoscenze approfondite di finanza o di economia industriale. È inaccettabile che gli interventi amministrativi o giudiziari siano fatti da persone non addestrate a valutare l’impatto sociale ed economico delle norme e delle loro applicazioni. Il diritto è uno strumento di regolazione sociale troppo importante per lasciarlo nelle mani di giuristi puri.

Lo squilibrio di potenza permarrà a lungo. La politica, per venirne a capo, deve ispirarsi a una antica tradizione militare cinese. Le serve una «strategia indiretta ». Sono sconsigliati gli attacchi frontali.


Franco Zeffirelli e le lacrime per Berlusconi: “Siamo due vittime dei dittatori di sinistra”
di Redazione
(da “Libero”, 6 agosto 2013)

“Berlusconi deve restare il leader, senza alcun dubbio. Senza di lui non c’è speranza”. Franco Zeffirelli, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, esprime tutto il suo dispiacere per quello che sta capitando a Silvio Berlusconi. Il regista ha dimostrato ancora una volta la sua lealtà all’ex premier, presentandosi alla manifestazione sotto Palazzo Grazioli, con 40 gradi, a 90 anni.

“Sono andato come sarei andato 60 anni fa, non si può cambiare bandiera così”, dice. E le lacrime? “Ho pianto anch’io con lui. Ci siamo abbracciati commossi. Lui è vittima di una flottiglia di ipocriti travestiti da democratici. Mascalzoni!”. La condanna ai danni del Cav ha lasciato il maestro del cinema arrabbiato e combattivo, per lui non ci sono basi su cui basare la decisione: “Ho letto un po’ le carte – dice – Non mi pare ci sia niente di rilevante. Dovrebbero invece essere messi sotto accusa dai magistrati gli altri, quelli che continuano a comandare davvero, che fecero fuori Craxi e affossarono Andreotti. Maledetti ispiratori della politica, e non mollano ancora”. Su chi siano questi “orribili burrattinai” Zeffirelli è sicuro: “Compagni di teppismo politico, non si può più parlare di comunisti, una sinistra italiana fiorita dopo la guerra a colpi di ricatti e calunnie”.

Ma Berlusconi è sotto processo anche per accuse di altro genere. “Ha fatto delle scemenze personali, è vero. Ma chi non ne fa? Ma il vero scopo di tutto questo è cacciarlo dalla scena politica”. Tentativo messo in atto soprattutto da alcuni “imbecilli, cialtroni che ruttano, fanno di tutto e sono privi di qualsiasi preparazione democratica”. Il peggiore? Beppe Grillo, senza dubbio: “Io non lo considero nemmeno”. Silvio, quindi, sempre e solo. “Un grande statista. Lo conobbi quando era giovane e finanziava la cultura, il talento, il teatro. Grazie a lui, non lo dimentico, sono stato senatore per due volte. Che interesse aveva se non l’amicizia? Ecco perché ho pianto. Ecco perché adesso, sì, sono stanco. E abbattuto”.


Domenico Modugno è vivo
di Marco Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”, 6 agosto 2013)

Era proprio il 6 agosto ma del 1994 quando il Wwf decise che Domenico Modugno doveva essere il testimonial del ritorno in mare di una tartaruga ferita. Non esattamente un gesto a caso; in passato, infatti, erano stati diversi gli screzi del cantante con l’associazione, la quale aveva in parte recintato la sua tenuta di Lampedusa poiché quella specie rarissima nidificava proprio in quel punto.

Di fatto quel gesto, avrebbe dovuto sancire la pace tra le due parti ma qualcosa andò storto. Una volta arrivati, ad aspettarli sulla battigia, trovarono orde di turisti, fotografi, pescatori; nella concitazione due giovani attivisti s’impadronirono dell’animale, spingendo l’artista all’indietro: il cantante fu come risucchiato dalla gente e la situazione precipitò. Furente come non mai, cominciò ad accusare l’associazione e mentre si allontanava si sentì urlare: “L’avete fatto apposta, mi avete preso in giro un’altra volta”. Ciò che con ogni probabilità fu un equivoco, venne invece vissuto come un grave atto di arroganza e prevaricazione.

Giunto nella sua villa di Baia, tra scogli alti e selvaggi, Modugno attese come consuetudine il digradare del sole. Il panorama, dalla sua veranda, era spettacolare e mentre il cielo gli mostrava ancora una volta l’iridescenza del crepuscolo, cadde a terra. Nei suoi occhi fu quello l’ultimo tramonto.

Dopo averne vestito il corpo senza vita, la moglie Franca e tre amici lo portarono alla cappella sconsacrata della Guitgia, dove venne allestita la camera ardente, furono quelli momenti terribili.

Per volontà dello stesso cantante, nella bara trovarono posto sia il bastone e cilindro de L’Uomo in Frack che due bottigliette contenenti acqua di mare e sabbia proveniente dall’Isola dei Conigli.

Qualche giorno dopo, a Roma, nella chiesa di San Sebastiano, ebbe luogo il funerale. Il feretro, circondato da enormi cascate di dalie, raccoglieva attorno a sé il mondo dello spettacolo al gran completo ma soprattutto gli amici di sempre Sergio Endrigo, Tony Renis, Ciccio Ingrassia; amici cari, testimoni di una vita incredibile, costellata d’amore e successi. Nel primo banco, invece, la famiglia si specchiava nel dolore di tutti e poi c’era lei, Franca Gandolfi, moglie e compagna di sempre.

La messa volse al termine. Il feretro percorse la lunga navata centrale della chiesa ondeggiando sotto la spinta di una folla che applaudiva incessantemente. La bara uscì dalla basilica portata a spalla e, lentamente, una processione senza fine accompagnò il cantante di Polignano a Mare verso l’ultima dimora.

È questo un post volutamente intenso. L’esigenza è quella di tributare ad un grande artista il giusto onore raccontando “in sottrazione” (sì perché non basterebbero le pagine di un giornale intero) gli ultimi istanti della sua vita.

Affermare che Modugno sia certamente il padre putativo del cantautorato italiano è cosa logica, quantomeno dovuta. Le liriche che ne hanno contraddistinto il percorso artistico – è bene ripeterlo ancora una volta – hanno inequivocabilmente nobilitato il tratto della canzone d’autore, non solo italiana.

Come dice la moglie, “Mimmo vivrà per sempre attraverso le sue canzoni”.
Inutile aggiungere altro.

Domenico Modugno (9 gennaio 1928 – 6 agosto 1994)   nel cimitero di Prima Porta a Roma.

9 canzoni 9 … di Domenico Modugno

Lato A

• Che Cosa Sono Le Nuvole

• Vecchio Frack

• Meraviglioso

• Addio Addio

Lato B

• Dio Come Ti Amo

• Amara Terra Mia

• L’Avventura

• La Lontananza

• Nel Blu Dipinto di Blu (Volare)


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart