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Quando Fini dovrà confessare

14 Agosto 2010

Pensateci un momento. Fini resiste, ma a suo danno. Le prove, a quanto leggo, sono piuttosto schiaccianti.
I testimoni stanno per uscire allo scoperto. Quando scrivo queste righe mancano poche ore alla mia partenza per una breve vacanza, Di otto giorni, come quella di Napolitano. So che Feltri ha promesso la pubblicazione di documenti ineccepibili. Ci credo, perché finora le cose che ho letto sono tutte verosimili. Per trasformarle in verità assoluta ci manca un granellino, che suppongo sia riservato ai giorni futuri. Fini reagisce ancora sostenendo che sono tutte menzogne, ma è il modo in cui lo dice a destare un po’ di compassione in chi lo ascolta. È un politico finito, che sta per capitolare. Le sue sono difese drammatiche. Ma stolte. Più passano i giorni, più si aggravano le sue responsabilità. Aggiungere alle colpe già scoperte, quella della menzogna agli italiani sarebbe il colpo di grazia definitivo. Uscirebbe di scena dall’arena politica. Non credo che i suoi continuerebbero a stimarlo. Forse il solo Bocchino, che pare aver depositato il senno sulla Luna, e non abbia i mezzi per andarselo a riprendere. Lui non è Astolfo.

Cosa succederebbe se, come fa prevedere Feltri, Fini si fosse attivamente interessato all’ammobiliamento dell’appartamento di Montecarlo? Come potrebbe reggere quella sua dichiarazione relativa allo stupore provato nell’apprendere che il cognato, che fino a quel momento viveva in casa con lui, si trovava in affitto in quella casa di Montecarlo? E come reagirà quando saranno provate le sue raccomandazioni in Rai a favore di quelli che ora vengono chiamati il Tullianos?

Intorno a Fini il cerchio si sta stringendo. Sono in pochi a difenderlo. Tra essi, pare anche Napolitano. Ma quando sarà appurata la verità, ossia che Fini ha mentito, come sostiene Feltri, a quel punto anche Napolitano ne uscirà azzoppato. Perché? Perché non pare possibile che egli non abbia ragionato come stanno ragionando tutti gli italiani. Si domanderanno perché non abbia convocato Fini, invece che limitarsi a quell’intervista piuttosto sbiadita e, secondo me, compromettente, rilasciata ad un giornale che è stato l’organo ufficiale del Pci, il suo antico partito. Convocare Fini è un’azione di una semplicità assoluta. Lo si chiama al telefono e lo si invita al Quirinale. Gli si chiede di dire tutta la verità. Napolitano sembra aver tempo per rilasciare interviste, ma non per convocare Fini allo scopo di rassicurare gli italiani sulla integrità della terza carica istituzionale. Fini al momento viene raffigurato dalla stampa come un personaggio quasi in ostaggio di una famiglia apparentemente ingorda di affari e di notorietà. Vuole verificare Napolitano? Non avverte che è suo dovere farlo? Non credo che non voglia. Credo che sia fermato da consiglieri incapaci e interessati. Reagisca, per non trovarsi travolto pure lui quando Fini, messo con le spalle al muro, sarà costretto a confessare. È questione di giorni.

E pensare che Napolitano potrebbe fermare questo stillicidio, subito, con un semplice gesto. Chiedere a Fini la verità. Non lo fa, e tutto ciò che accadrà di umiliante, avrà avuto in qualche modo anche il suo placet. Proclama di fermare la campagna destabilizzante. Ma non bastano queste parole se i fatti mostrano la gravità dello scandalo. I giornali devono darne notizia. È loro dovere informare i cittadini. Se vuole fermare questa che lui chiama campagna destabilizzante, Napolitano ha da fare una cosa sola, semplice semplice: ricevere da Fini la verità e comunicarla agli italiani.

Solo allora la campagna destabilizzante si fermerà. Se non fa questo, un po’ di responsabilità non potrà che ricadere anche su di lui.


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Bart