Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Quei 47 no alla difesa, dalla «prova mancante » ai presunti vizi formali

2 Agosto 2013

di Giovanni Bianconi
(dal “Corriere della Sera”, 2 agosto 2013)

ROMA – I tratti giovanili e insieme antichi del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonello Mura non si scompongono nel momento del successo. Professionale, s’intende. Quando il presidente della Corte Antonio Esposito legge nel dispositivo le parole «annulla limitatamente alla statuizione della condanna accessoria » e subito dopo «rigetta nel resto », è chiaro che ha vinto il rappresentante dell’accusa. Ma lui non lo dà a vedere. Non tradisce emozioni. Davanti a cinque giudici chiamati «supremi » perché oltre loro la giustizia umana non è previsto che vada, ha prevalso la tesi che Mura – per conto del suo intero ufficio, come ha ripetuto più volte nella requisitoria – ha sostenuto nella causa numero 27884/13 iscritta al ruolo con il numero 8, contro «Berlusconi Silvio +3 ».

«Nessuno dei motivi di ricorso sulla configurazione del reato e sulla colpevolezza degli imputati ha fondamento giuridico » aveva detto con tono pacato in quattro ore di intervento, dopo l’ormai famosa premessa sulle «passioni e le aspettative di vario genere » che dovevano rimanere fuori dall’aula del «palazzaccio ». Le ha lasciate fuori lui e le hanno lasciate fuori i giudici della sezione feriale della Cassazione, un collegio di magistrati istituito con criteri casuali nel mese di maggio, ancor prima che arrivasse il ricorso di Berlusconi contro la condanna a 4 anni di carcere nel processo chiamato «Mediaset ». Dopodiché, di fronte alle carte di quella causa e alle ragioni esposte da accusa e difesa, i giudici hanno preso la loro decisione.

Sulla base del dispositivo letto ieri sera dal presidente Esposito si può ben dire che hanno aderito quasi per intero all’impostazione della Procura generale. Tranne che su un punto: la rideterminazione dell’interdizione dai pubblici uffici, stabilita in cinque anni dalla Corte d’appello. Dovevano essere tre, aveva detto la Procura generale, perché deve applicarsi la legge speciale del 2000 anziché la norma generale; un ricalcolo che poteva fare direttamente la Cassazione, secondo il pg Mura, mentre la Corte ha ritenuto di non averne il potere. Perciò rispedirà il fascicolo a Milano, insieme alle motivazioni, affinché una nuova sezione della Corte d’appello si pronunci «limitatamente alla statuizione della pena accessoria ».
Per il resto le sentenze di primo e secondo grado, da considerarsi nel loro insieme, non presentavano vizi tali da farle annullare; l’aveva sostenuto l’accusa e l’ha ribadito la Corte, a dispetto dei 47 motivi di presunta nullità presentati dagli avvocati Franco Coppi e Niccolò Ghedini. Non sul piano della procedura, che è stata rispettata; non sul piano della efficacia probatoria, ché gli elementi a fondamento della condanna si sono rivelati coerenti e ben motivati; non sul piano del diritto, dal momento che i reati contestati erano quelli che bisognava contestare. Ogni altra valutazione non competeva ai giudici di legittimità.

Il nocciolo del giudizio riguardava il secondo gruppo di lamentele avanzate dalla difesa: sotto il presunto «vizio di motivazioni » gli avvocati avevano ribadito che non c’era la prova che Berlusconi fosse colpevole di frode fiscale, poiché dal 1994 non riveste più cariche all’interno della Fininvest e di Mediaset e non si poteva condannarlo col criterio del «non poteva non sapere » ciò che facevano i suoi sottoposti. Anche il professor Coppi, aggregato dall’ex premier per quest’ultimo passaggio giudiziario, aveva insistito sulle «prove travisate » e mancanti, sul diritto di difesa negato, prima di immaginare un diverso tipo di reato. Ebbene, secondo i giudici tutto questo non è vero. I dibattimenti di primo e secondo grado si sono svolti nel rispetto delle regole del «giusto processo » e la responsabilità del proprietario di Fininvest e Mediaset non è legata al «non poteva non sapere », bensì al riscontro di una partecipazione diretta al sistema illecito individuato nelle sentenze di condanna.

«Vi è la piena prova, orale e documentale che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale dell’enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore » aveva decretato la Corte d’appello. E dopo la cessazione dalle cariche sociali aveva affidato il sistema di cui continuava ad essere dominus, a persone di sua stretta fiducia, che rispondevano solo a lui. Ora la Cassazione ha stabilito che i giudici di merito sono giunti a queste conclusioni senza violare alcuna norma di legge, senza contraddizioni o illogicità. Con «motivazioni solide », aveva detto il pg. Nemmeno il fatto che altri due giudici, a Roma e Milano, su questioni simili avessero prosciolto l’ex premier con sentenze confermate in Cassazione significa che in questo processo si dovesse giungere alle stesse conclusioni. «Sono decisioni che non toccavano la questione centrale di questo processo » secondo il pg e così deve aver ritenuto la corte, che non poteva sconfinare nella rivalutazione dei fatti.
La sentenza è arrivata dopo oltre sette ore di discussione, nelle quali i cinque giudici «feriali » si sono confrontati per giungere a una conclusione che – vista con gli occhi della premessa condivisa anche dagli avvocati difensori, tranne Ghedini che non riusciva a staccarsi dalle «passioni » – sembra sancire una volta di più la cosiddetta «autonomia della giurisdizione ». E considerato chi l’ha pronunciata, si presta poco alle abituali letture sulla magistratura politicizzata, condizionata da questo o quel colore.


Cavaliere incandidabile. E il Senato voterà sulla sua espulsione
di Luigi Ferrarella
(dal “Corriere della Sera”, 2 agosto 2013)

MILANO – E adesso, dopo che la Cassazione gli ha confermato per la prima volta una sentenza definitiva di condanna e gli ha inflitto 4 anni per frode fiscale, che succede a Silvio Berlusconi?

Incandidabile
Intanto succede che alle prossime elezioni, in qualunque data si tengano presto o tardi, il capo del Pdl non potrà candidarsi: l’articolo 1 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, varato dal governo Monti come testo unico sull’incandidabilità, prevede infatti che «non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni » e la frode fiscale è tra questi. Questa incandidabilità opera «indipendentemente » dalla pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici, differente istituto che la Cassazione ha ordinato alla Corte d’appello di Milano di ricalcolare fra 1 anno e 3 anni e per la quale occorreranno alcuni mesi di tempo. Quanto dura questa incandidabilità? «Anche in assenza della pena accessoria, non è inferiore a 6 anni » dice la legge anticorruzione Monti, che la fa decorrere «dalla data del passaggio in giudicato della sentenza ». Cioè da ieri. Per Berlusconi significa che, qualora il governo cadesse e si andasse a elezioni, non potrebbe candidarsi per farsi rieleggere in Parlamento alla testa del suo partito.

Fuori dal Senato
Ma c’è di più. Quando la condanna sopravviene mentre il condannato è parlamentare (il caso appunto del senatore Berlusconi), il decreto Monti prevede che «la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione », quello secondo il quale «ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità »: significa che in Senato esploderà la questione politica di un voto che, dopo una istruttoria, potrà o meno fare decadere da parlamentare Berlusconi già da subito, appena il pm comunicherà la condanna all’assemblea.

Via i passaporti
Appena la Procura metterà in esecuzione la pena principale (cioè i 4 anni di reclusione meno i 3 anni condonati dall’indulto del 2006, dunque 1 anno residuo), la prima conseguenza sarà pratica e non trascurabile per una persona come l’ex premier con tanti interessi all’estero. La questura che ha rilasciato il passaporto ordinario chiederà a Berlusconi di restituirlo. E poiché Berlusconi come ex premier dispone anche di un passaporto diplomatico, per il ritiro di questo secondo documento dovrà attivarsi non la struttura che fa capo al ministero dell’Interno Alfano, ma quella che fa capo al ministro degli Esteri Bonino.

Niente carcere
Appena la cancelleria della Cassazione invierà a Milano entro pochi giorni l’estratto del verdetto, la Procura metterà in esecuzione la pena residua di 1 anno. In carcere? No. Come per qualunque altro condannato definitivo, la Procura emetterà l’ordine di esecuzione della pena e contemporaneamente l’ordine di sospensione per 30 giorni. Perché per 30 giorni? Perché in base alla legge Simeone-Saraceni del 1998 in questo lasso di tempo Berlusconi potrà scegliere se chiedere la misura alternativa dell’«affidamento in prova ai servizi sociali » oppure della «detenzione domiciliare ». Ma siccome ci si trova nel periodo estivo di sospensione feriale dei termini di legge fino al 15 settembre, i 30 giorni di tempo partiranno soltanto da dopo l’ultima notifica a Berlusconi e ai suoi legali successiva al 16 settembre: dunque è ragionevolmente intorno al 16 ottobre che Berlusconi dovrà fare la sua scelta.

1/ Servizi sociali
Se chiederà di essere affidato ai servizi sociali, la sua istanza sarà valutata dal Tribunale di sorveglianza, che potrà accoglierla o respingerla dopo aver soppesato la disponibilità a un percorso rieducativo manifestata dal condannato. L’iter di questa valutazione può avere tempi molto variabili, da pochi mesi a un anno.

2/ Domiciliari
Se invece allo scadere dei 30 giorni Berlusconi (come dichiarato in una intervista a Libero ) non vorrà sottoporsi a questa procedura e dunque non vorrà chiedere il beneficio di essere ammesso ai servizi sociali, non andrà comunque in carcere ma agli arresti domiciliari: sia perché ha più di 70 anni, sia perché mesi fa, nel caso del direttore de il Giornale Alessandro Sallusti, il procuratore milanese Edmondo Bruti Liberati ha interpretato una norma della legge svuotacarceri Alfano-Severino in modo tale da collocare ai domiciliari anche il condannato che (con pene da espiare sino a 18 mesi) non chieda misure alternative.

Prescrizioni
In entrambi i casi, il Tribunale di sorveglianza impartirà le prescrizioni alle quali il condannato dovrà attenersi, a sua volta prospettando ai giudici le proprie esigenze di vita. È ad esempio scontato che, fin quando non dovesse essere dichiarato decaduto da senatore, qualunque Tribunale di sorveglianza autorizzerà la richiesta di Berlusconi di lasciare i servizi sociali o uscire dai domiciliari per recarsi a una seduta parlamentare; mentre di volta in volta verrebbero valutate altre richieste, magari di natura politica ma non strettamente parlamentare.


Lo spettro di Craxi e Andreotti dietro il destino del loro successore
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 2 agosto 2013)

«Non farò la fine di Bettino Craxi ». «Non mi faranno finire come Giulio Andreotti ». Negli ultimi mesi, con frequenza significativa, Silvio Berlusconi esorcizzava il pantheon tragico dei suoi predecessori della Prima Repubblica tritati dalla macchina della giustizia. E senza volerlo, né saperlo, accostava la propria sorte alla loro. Il primo, ex premier socialista, morto contumace o esule, secondo i punti di vista, in Tunisia; il secondo, democristiano, assolto per alcuni reati e prescritto per altri dopo processi lunghi e tormentati. Ma comunque liquidato politicamente. Il ventennio berlusconiano cominciò all’inizio della loro fine. E adesso può essere archiviato da una sentenza della Corte di cassazione che conferma una condanna per frode fiscale e dilata il vuoto del sistema politico: un cratere di incertezza più profondo di quello lasciato dalla fine della Guerra Fredda.

L’aggressione a Silvio Berlusconi il 13 dicembre 2009 in piazza Duomo a MilanoL’aggressione a Silvio Berlusconi il 13 dicembre 2009 in piazza Duomo a Milano
Puntellare la tregua politica sarà meno facile. Anche se tutti sanno che i problemi rimangono intatti e non esiste un’alternativa al governo di larghe intese di Enrico Letta. Il tentativo di stabilizzazione dell’Italia vacilla dopo un verdetto che riconsegna, irrisolto, il problema dei rapporti fra politica e magistratura. Mostra entrambe impantanate in una lotta che ha sfibrato il Paese; e che si conclude con una vittoria dei giudici dal sapore amaro: se non altro perché allunga un’ombra di precarietà su un’Italia bisognosa di normalità. E poi, una parte dell’opinione pubblica tende a percepire Berlusconi come una vittima e la sentenza rischia di accentuare questa sensazione: il tono del videomessaggio di ieri sera a «Porta a porta » è studiato e esemplare, in proposito.

Certamente, non si tratta più del Cavaliere in auge che sugli attacchi e sugli errori altrui mieteva consensi e potere; che risorgeva da ogni sconfitta e sentenza sfavorevole per riemergere più agguerrito di prima, a farsi beffe della sinistra e dei «magistrati comunisti ». Non è il Berlusconi del contratto con gli italiani stipulato davanti alle telecamere né il leader colpito in faccia da una statuetta scagliata da un fanatico nel dicembre del 2009 dopo un comizio in piazza Duomo, a Milano, che si issava sanguinante sul predellino dell’auto come per gridare: «Sono invincibile ». Stavolta c’è un signore appesantito dagli anni, che ha perso oltre sei milioni di voti alle elezioni di febbraio e che lotta per la sopravvivenza.
Continuando a inanellare sbagli, la sinistra gli ha dato un altro vantaggio nelle elezioni per il Quirinale. E non è escluso che la sentenza della Cassazione gli regali un ultimo, involontario aiuto. Ma la corsa è diventata affannosa da tempo. Da un paio d’anni, da quando l’illusione del berlusconismo «col sole in tasca » si è trasformato nell’incubo di un’Italia immersa nella crisi finanziaria e economica, la sua lotta ha velato il tentativo di salvarsi dai processi; e l’incapacità di liberarsi del passato e di preparare una nuova classe dirigente.

Le immagini di Palazzo Grazioli, la sua residenza romana, ieri sera davano l’idea del bunker nel quale si discuteva l’ultima battaglia. Un’offensiva segnata stavolta dalla disperazione e dall’esasperazione, però, senza più certezze di vittoria. Il governo e la sua maggioranza anomala sono in attesa di sapere che cosa succederà: sebbene Berlusconi sappia che difficilmente potrebbe nascere una coalizione meno ostile al centrodestra; anzi, forse non ne potrebbe nascere nessuna. Fosse stato il 2008, anno della vittoria più trionfale, avrebbe messo in riga tutti in un amen. Ora non più: le tribù berlusconiane sono in lotta e lui fatica a tenerle unite.
A frenare l’impatto della sentenza non basta l’annullamento della parte che riguarda la sua interdizione dai pubblici uffici, sulla quale dovrà pronunciarsi di nuovo la Corte d’appello di Milano. Né è stato sufficiente il capovolgimento della strategia processuale, attuato dal professor Franco Coppi: il tentativo tardivo di difendere Berlusconi nel processo e non dal processo, come avevano fatto i suoi legali eletti in Parlamento. L’impressione è che, accusando la magistratura di perseguitarlo, il Cavaliere abbia alimentato senza volerlo quello che chiama «l’accanimento » della Procura; e spinto la Cassazione a confermare le sue responsabilità senza grandi margini di interpretazione. Il contraccolpo che si teme è quello di radicalizzare le posizioni nel Pdl e nel Pd, nonostante i richiami del Quirinale a guardare avanti.
Le opposizioni urlano di gioia, pregustando la destabilizzazione. Ma bisogna capire se nel centrodestra l’urto di chi vuole una crisi prevarrà davvero sul tentativo dell’ex premier di «tenere » su una linea di responsabilità. E, sul versante opposto, se il Pd resisterà o no alla pressione di quella sinistra che non ha mai digerito un’alleanza in nome dell’emergenza. Il videomessaggio diffuso da Berlusconi fornisce scarsi indizi. Sembra il sussulto drammatico di un leader che lega le vicende di Tangentopoli del 1992-93 alle proprie, additando una parte della magistratura come «soggetto irresponsabile ». I fantasmi del passato lo tallonano, mettendogli in tasca non raggi di sole ma presagi di umiliazione. Lui reagisce promettendo il miracolo dell’ultima rivincita. Evoca Forza Italia e la ripropone per le elezioni europee del 2014. Ma è un ritorno al 1994: la parabola di un ventennio.


Siate seri, tutti
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 2 agosto 2013)

La sentenza della Cassazione chiude un lungo ciclo di storia italiana, iniziato quasi diciannove anni fa con un mandato di comparizione della Procura di Milano. Ieri la Corte suprema, le cui decisioni sono definitive, ha sancito la prima condanna senza appello di Silvio Berlusconi: egli deve dunque essere da oggi considerato colpevole del reato di frode fiscale, oltre ogni ragionevole dubbio. È per lui un colpo molto duro, come dimostra il turbamento del suo messaggio di ieri sera; ma lo è anche per l’Italia e per la sua immagine internazionale, perché l’imputato è stato per tre volte capo del governo, e per il tempo restante capo dell’opposizione. Il conflitto di interessi dell’imprenditore che si è fatto politico ha pagato così il suo prezzo più alto: è infatti il suo agire di imprenditore che è stato sanzionato dai giudici, nella convinzione che sia proseguito anche mentre sedeva a Palazzo Chigi. Se è certamente possibile sostenere che nei confronti di Berlusconi ci sia stato in questi diciannove anni un accanimento da parte degli inquirenti, da lui ieri nuovamente lamentato, questa sentenza ci dice che stavolta le accuse sono state provate, e che dunque non erano infondate.
La Suprema corte ha però rinviato a Milano, per una nuova deliberazione in Appello, il calcolo degli anni di interdizione dai pubblici uffici. E questa decisione, seppure presa in punto di diritto, apre un dibattito in Parlamento chiamato a decidere della decadenza dal Senato del leader di uno dei partiti che sostengono il governo Letta. Per Berlusconi non cambia molto, perché l’interdizione comunque arriverà. Ma per l’Italia qualcosa cambia.

Se si escludono infatti le due troppo forti minoranze che si sono aspramente fronteggiate in questo ventennio (rendendo il Paese «aspramente diviso e impotente a riformarsi », come ha detto ieri Napolitano), la grande maggioranza degli italiani (e i mercati, e il resto d’Europa) guardano a queste vicende giudiziarie con un solo metro di giudizio: quanta instabilità porteranno, quanta influenza avranno sul governo, quali conseguenze produrranno sullo sforzo collettivo che stiamo facendo per tornare con la testa fuori dall’acqua, dopo anni di crisi durissima.

La condanna di Berlusconi non può essere certo considerata un fatto «privato ». È anzi un fatto pubblico e politico al massimo livello. Produrrà dunque certamente conseguenze politiche. Per esempio metterà il Pdl di fronte alla realtà di una leadership menomata, impedita o agli arresti domiciliari, aizzando quelli che non aspettavano altro per rinchiudersi nel bunker e dare l’ultima battaglia e forse allontanando, invece di avvicinare, il tema della successione.

Per esempio obbligherà il Pd a fronteggiare un nuovo attacco del partito giustizialista, il quale pretende che sia Epifani a rendere esecutiva la sentenza aprendo una crisi di governo. Ma proprio chi ha strillato, da un lato e dall’altro, che la giustizia deve essere indipendente dalla politica e viceversa, dovrebbe oggi dimostrare coerenza accettando il principio della separazione dei poteri, l’invenzione su cui si basa lo Stato di diritto. Non sarà affatto facile. La sorte del governo resta precaria. L’unico modo di ammortizzare il colpo micidiale subìto ieri dal sistema politico italiano sarebbe quello di seguire l’invito rivoltogli dal capo dello Stato ad accettare la realtà, a tracciare una linea nella sabbia, a mettere un punto a capo e ripartire, anche affrontando finalmente il grande problema dell’amministrazione della giustizia. D’altra parte chi propone soluzioni diverse avrebbe il dovere di spiegare anche che cosa ci si guadagnerebbe a ricominciare oggi da dove partimmo 19 anni fa. Avrebbe il dovere di spiegare a chi e a che cosa servirebbe una crisi di governo.


Il falso miracolo
di Ezio Mauro
(da “la “Repubblica”, 2 agosto 2013)

Il falso miracolo imprenditoriale che nella leggenda di comodo aveva generato e continuamente rigenerava l’avventura politica di Silvio Berlusconi ieri ha rivelato la sua natura fraudolenta, trascinando nella rovina vent’anni di storia politica travagliata del nostro Paese.

La Corte di Cassazione ha infatti confermato la condanna di Berlusconi a quattro anni per frode fiscale, chiedendo alla Corte d’Appello di rideterminare il calcolo della pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici, dopo che il Procuratore Generale aveva proposto di ridurla. La condanna diventa dunque definitiva, il crimine è accertato, e tutto il mondo oggi sa che Berlusconi ha frodato il fisco, la sua azienda, gli altri azionisti e il mercato, per costruirsi una provvista illecita di fondi neri all’estero da usare per alterare un altro mercato, quello delicatissimo della politica.

Di questa storia titanica ed enormemente dilatata dalla dismisura populista e dalla sproporzione economica, tutto viene a morire dentro la sentenza di Cassazione, azienda, politica, affari, partito e infine, e soprattutto, una concezione illiberale e poco occidentale della destra, concepita e teorizzata come il territorio degli abusi e dei soprusi, legittimati dal carisma del leader, talmente “innocente” per definizione da sottrarsi ad ogni controllo di legittimità e di legalità.

Questa era in realtà la vera posta in gioco, e pesava infatti quasi fisicamente sulle toghe dei giudici che leggevano ieri in piedi la sentenza in nome del popolo italiano: sapendo che da oggi si trasformeranno in bersagli polemici e personali per la furia iconoclasta della destra, nello sciagurato Paese in cui ci vuole coraggio anche solo per amministrare la giustizia secondo diritto.

La posta in gioco era dunque arrivare non alla condanna, come abbiamo sempre detto, ma alla sentenza. Dimostrare che anche in Italia vige lo Stato di diritto, e vale la separazione dei poteri. Confermare che per davvero la legge è uguale per tutti, com’è scritto sui muri delle aule di giustizia.

Per giungere a questo esito – rendere compiutamente giustizia – ci sono voluti 10 anni di indagini, 6 anni di cammino processuale continuamente accidentato dai “mostri” giudiziari costruiti con le sue mani dal premier Berlusconi per aiutare l’imputato Berlusconi, minando il codice e le procedure con trappole a sua immagine e somiglianza. Una impressionante sequela di abusi ad uso personale e diretto, senza vergogna, dal Lodo Alfano ai “legittimi” impedimenti, alle prescrizioni brevi, ai processi lunghi: abusi in serie che nessun cittadino imputato avrebbe potuto permettersi, e nessun leader occidentale avrebbe potuto praticare.

Rivelatisi infine inutili anche i “mostri”, che hanno menomato il processo ma non sono riusciti a ucciderlo, è scattato il ricatto psicologico su istituzioni deboli e partiti disancorati da ogni radice identitaria.

E’ la pressione fantasmatica del “dopo”, che impedisce di leggere il presente giudicando il passato, e dunque tiene la politica prigioniera in un’unica dimensione, quella di un precario presente, trasformando la stabilità non in un valore (come avviene ovunque) ma in un tabù: che viene prima delle identità distinte da preservare nella loro diversità e addirittura prima delle responsabilità che i partiti hanno di fronte alla loro opinione pubblica.

Ecco dunque le minacce sul “dopo”, gli “eserciti di Silvio” già schierati con le armi al piede, il leader diviso come sempre da vent’anni tra la tentazione rivoluzionaria di rovesciare il tavolo nell’ultima ordalia e la prudenza democristiana di restare aggrappato al legno del governo come all’ultimo spazio possibile di negoziazione.

Qualcosa di quasi metafisico, che dimostra come la politica sia prigioniera. Nessuno ha parlato del reato in discussione, della sua gravità e delle sue conseguenze e tutti hanno guardato solo all’autore del reato, come se fosse possibile separare le due cose, e la specialità del soggetto annullasse il crimine, o lo derubricasse, amnistiandolo di fatto nel senso comune.

Ma il senso comune è il prodotto di un’operazione politica, che tende a occultare la clamorosa evidenza dei fatti. Perché ciò che è successo ieri con la sentenza è frutto di comportamenti precisi, almeno 270 milioni di euro sottratti a Mediaset e agli azionisti, diritti su film comprati a cento dagli intermediari berlusconiani e rivenduti a Mediaset a mille, per costruire nei passaggi intermedi un tesoro illegale di fondi neri in Svizzera, a Montecarlo, alla Bahamas, nella disponibilità piena e illecita del Cavaliere.
Altro che processo politico. La Cassazione ha sanzionato ieri definitivamente una frode imprenditoriale gigantesca, da parte dell’imprenditore “che si è fatto da sé” e che “ama il suo Paese”.
Adesso sappiamo qual è la sostanza di questo amore e di quella costruzione industriale e politica.

Gli stessi sottosegretari sbandati che ieri sera annunciavano di andarsi a dimettere “nelle mani di Berlusconi” non si accorgono che stanno confermando come tutta questa destra italiana si muova dentro uno Stato a parte, dove valgono altre leggi, diverse sudditanze, logiche separate e gerarchie autonome.

Tutto questo porta a credere che il governo non cadrà, ma per impotenza. Il governo è infatti l’ultima espressione politica che resta a questa destra senza più leader, l’unico strumento per tenerla viva, e insieme. Anzi, Berlusconi – che già attacca la magistratura “irresponsabile” – proverà a trasferire la sua tragedia personale dentro la maggioranza e nelle istituzioni, contagiandole con la sua anomalia, ieri certificata nelle televisioni e nei siti di tutto il mondo.

L’unica salvezza per la sinistra e per le istituzioni è leggere con spirito di verità quanto è avvenuto in questi anni e la Cassazione ha certificato ieri, dando un giudizio preciso sulla natura di questra destra e del suo leader, senza nascondere la testa dentro la sabbia, perché su questa natura si gioca la differenza per oggi e per domani tra destra e sinistra, cioè il nostro futuro.

Non è la destra che deve decidere se può restare al governo dopo questa sentenza. E’ la sinistra. Perché la pronuncia della Cassazione non è politica: ma il quadro che rivela è politicamente devastante. Per questo chi pensa di ignorarlo per sopravvivere avrà una vita breve, e senz’anima.


Berlusconi, la sua stagione ora è chiusa
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 2 agosto 2013)

Dopo la condanna definitiva al carcere subita dalla Corte di Cassazione, Silvio Berlusconi ha una sola strada davanti a sé.
Prendere atto della parola «fine » scritta dai giudici della Suprema Corte e gestire al meglio la sua uscita di scena, il famoso «passo indietro » che promette da anni e una volta arrivò anche ad annunciare in tv, salvo poi rimangiarselo dopo due giorni. Se lo farà, ci vorrà un po’ di tempo a capirlo, anche se da tempo il leader del centrodestra è consapevole che la sua stagione s’è chiusa. A giudicare dal video messaggio diffuso ieri sera, non sembra che il leader del centrodestra ne abbia alcuna intenzione, al momento.

Ma non bisogna dare troppo peso alle parole, dette a caldo, da un uomo tramortito, che fino all’ultimo aveva sperato di cavarsela, ed ora deve scegliere tra carcere, arresti domiciliari o affidamento ai servizi sociali. La questione vera non è se Berlusconi deciderà di farsi da parte, e neppure quando; ma soprattutto, trattandosi di un uomo come Berlusconi, come lo farà. In altre parole, se davvero ha deciso di adoperarsi per salvare il governo, scaricando furbamente sul Pd il compito di trovare il modo di continuare la collaborazione con un centrodestra guidato da un pregiudicato per frode fiscale, la battaglia contro la giustizia politica, che ha annunciato di voler riprendere subito, non potrà essere condotta com’è avvenuto in tempi recenti, con manifestazioni sui gradini dei palazzo di giustizia e slogan incendiari. E neppure con accuse alla magistratura di essere «irresponsabile », come Berlusconi ha detto ieri, o «cancro della democrazia », come l’aveva definita qualche settimana fa. Così facendo, infatti, il governo non dura neppure una settimana, e la stessa legislatura va a rischio.

Non c’è alcun dubbio, infatti, che la sentenza contro Berlusconi abbia un contenuto e un peso politico. E che la condanna al carcere dell’uomo-simbolo di questo ventennio faccia calare il sipario sulla Seconda Repubblica né più né meno come già accadde per la Prima. La consapevolezza di uno squilibrio che ha visto poco a poco soccombere il potere politico rispetto a quello della magistratura è diventata via via sempre più evidente ed è salita in questi anni ai più alti livelli delle istituzioni, fino al Quirinale. Non è un caso che il Capo dello Stato, prima ancora che il verdetto della Cassazione fosse reso noto, abbia voluto ricordare che il problema esiste, ed è venuto il momento di risolverlo.

Ma per trovare la soluzione occorrono due cose. Berlusconi per primo, e con lui tutti i leader politici che hanno a cuore la questione, devono prendere atto che non si può affrontare una questione così delicata restando appesi al destino dei singoli. Anche perché, a parte Berlusconi, dai politici negli ultimi anni sono venuti una serie di cattivi esempi, sparsi su tutto il territorio nazionale e un po’ in tutti i partiti, che hanno convinto l’opinione pubblica, non tutta ma non sempre a torto, che la politica sia diventata quasi solo un sistema per arricchirsi e accaparrarsi privilegi.

La seconda cosa necessaria è che il centrosinistra, e principalmente il Pd, rinuncino alla tentazione di una gogna. Le difficoltà a cui va incontro il partito di Epifani sono evidenti: alla sua sinistra, Sel e Movimento 5 Stelle si preparano a condurre una battaglia parlamentare per la decadenza di Berlusconi da senatore, anche prima che la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, come ha deciso la Cassazione, sia rideterminata dalla Corte d’appello di Milano. E al suo interno è destinato a ingrossarsi il fronte che preferisce la scorciatoia, basta governo di larghe intese e ghigliottina per il Cavaliere. Non sarà facile, in questo clima, far sì che prevalga la razionalità e sia sciolto finalmente il nodo del rapporto tra politica e giustizia. Eppure bisogna provarci lo stesso.


Prima la beffa, poi il colpo: “Condanna irrevocabile”
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 2 agosto 2013)

Roma – È ora «irrevocabile » la condanna a 4 anni (di cui 3 coperti da indulto) di Silvio Berlusconi, per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset.
Quando, dopo quasi 7 ore di camera di consiglio, il presidente della sezione feriale Antonio Esposito legge il dispositivo della sentenza, nell’affollata aula Brancaccio della Cassazione c’è un momento di incertezza.

Perché inizia col dire: «La Corte annulla con rinvio… ». Subito dopo, però, l’equivoco (in cui cade un’agenzia di stampa, oltre che un gruppo di fan del Cavaliere davanti a Palazzo Grazioli) si scioglie e si capisce che ad essere cassata è solo la parte della sentenza di secondo grado che fissa la pena accessoria dell’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Dovrà essere «rideterminata nei limiti temporali », da un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano.

È ben poca cosa, una quisquilia dal sapore di beffa. Per il leader del Pdl la débacle è totale, la sua prima condanna definitiva nella guerra dei vent’anni con le toghe di Milano. Un verdetto dalle dirompenti conseguenze politiche, oltre che giudiziarie.

A nulla sono servite le convincenti argomentazioni in punta di diritto del professor Franco Coppi, né le appassionate contestazioni sui diritti della difesa violati di Niccolò Ghedini.

I due difensori di Berlusconi non siedono in aula, ma aspettato il verdetto dalla tv a Palazzo Grazioli, accanto al Cavaliere. E devono spiegargli, in termini giuridici, che i 5 giudici della Suprema Corte hanno accolto in pieno le richieste dell’accusa. Il sostituto procuratore generale Antonello Mura, infatti, respingendo tutti i 94 motivi di annullamento proposti degli avvocati di Berlusconi e dei suoi coimputati, aveva chiesto di correggere unicamente l’errore di calcolo della pena accessoria, riducendola da 5 a 3 anni.

Solo in serata Coppi, Ghedini e Piero Longo in una nota annunciano l’intenzione di cercare giustizia in Europa: «La sentenza non può che lasciare sgomenti. Vi erano solidissime ragioni ed argomenti giuridici per pervenire ad una piena assoluzione del presidente Berlusconi. Valuteremo e perseguiremo ogni iniziativa utile anche nelle sedi europee per far sì che questa ingiusta sentenza sia radicalmente riformata ».

Al Palazzaccio, per lo studio Coppi, ascoltano il verdetto la figlia Francesca e l’avvocato Roberto Borgogno, che rimangono impietriti e anche dopo non dicono neppure «a ». Al loro fianco ci sono i difensori degli altri 3 protagonisti del processo Mediaset, le cui condanne vengono confermate come quella di Berlusconi. «Una sentenza ingiusta e ingiustificabile in uno stato di diritto », esplode Roberto Pisano, legale del produttore Frank Agrama. «Meglio non commentare », dice scuotendo la testa Filippo Dinacci, che difende l’ex manager Mediaset Gabriella Galetto. E su Berlusconi spiega che «la pena accessoria potrebbe ridursi fino ad un anno di interdizione dai pubblici uffici, perché le norme prevedono da un anno a un massimo di 3 ».

È stata la giornata più lunga di un caso giudiziario durato 10 anni, da quel 13 maggio 2003 in cui trapelò la notizia di un’inchiesta della procura di Milano sul leader Pdl e altri. Il rinvio a giudizio arrivò nel 2006 e la parola fine, almeno sulla pena ormai definitiva, è stata detta ieri alle 19 e 40.Il collegio dei 5 supremi giudici si è chiuso in camera di consiglio a mezzogiorno e mezzo e le porte del Palazzaccio, presiedute dalle forze dell’ordine, sono state chiuse alla stampa fino alle 17.

Per lunghe ore c’è stato spazio solo per ipotesi, valutazioni e indiscrezioni. Alcune parlavano di due linee a confronto, nel chiuso di quella stanza al secondo piano. Una più possibilista per un annullamento con rinvio che avrebbe accolto qualche motivo della difesa e sarebbe stata incarnata dal relatore Amedeo Franco e l’altra di totale chiusura, che sarebbe stata condivisa dal presidente Esposito. Altri spiegavano la riunione-fiume a porte chiuse solo con le difficoltà tecniche per un ricorso così complesso.

Probabilmente, non sapremo mai come sono andate davvero le cose. Se e quanto la politica ha pesato sulla giustizia.


Pdl, ora prende quota l’idea Marina. Lei in campo per difendere papà
di Redazione
(da “Libero”, 2 agosto 2013)

Alla luce della sentenza della Cassazione sul processo Mediaset che ha decretato la probabile fine della vita politica di Silvio Berlusconi riprende corpo l’ipotesi del passaggio di testimone tra il Cav e la figlia Marina alla guida del Pdl. Si tratta di un “desiderata” del leader azzurro, di cui Libero aveva dato contro prima della decisione della Suprema Corte. Negli sfoghi delle ultime ore, Berlusconi aveva prefigurato il peggio e aveva già pensato a come mettere in sicurezza il suo partito e restituire onorabilità al suo nome, che “i magistrati hanno tentato di infangare in tutti i modi in questi vent’anni”.”Se mi confermano la condanna”, aveva detto ai suoi, “il prossimo candidato premier sarà un Berlusconi. Passerò subito il testimone a mia figlia Marina”. Da parte sua Marina non scalpita certo per subentragli alla guida del Pdl, ma alla fine, secondo le indiscrezioni, potrebbe anche cedere alle pressioni dell’amato padre: il passaggio delle consegne potrebbe avvenire già dopo l’estate, quando sarà battezzata la nuova Forza Italia. Già a settembre Marina potrebbe traslocare da Segrate a San Lorenzo in Lucina, nuova sede del partito. Nell’entourage di Palazzo Grazioli sanno benissimo che quando Berlusconi si mette in testa una cosa la ottiene. E c’è da scommettere che sulle prossime schede elettorali troveremo di nuovo la dicitura “Berlusconi presidente”…


Silvio non è Craxi
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 2 agosto 2013)

Appropinquante fine mundi. Dopo dodici anni di scontri giudiziari e politici, dopo giorni vissuti come dentro una bolla in un’attesa liquida, dopo sette ore di camera di consiglio, è arrivata la sentenza al processo sui diritti Mediaset. Un po’ vile ma dura. La peggiore. Confermata la condanna d’appello a quattro anni di Silvio Berlusconi. In sostanza la Cassazione ha confermato la sentenza dei giudici di Milano ovvero, la vicenda penale, il fatto, la qualificazione e la misura della pena. L’unica diversità è il rinvio dell’interdizione dai pubblici uffici alla Corte d’Appello di Milano per rideterminare la pena (cinque secondo la precedente sentenza, tre chiesti dal pg Mura). Respinta con perdita la ricostruzione fatta dall’avvocato Coppi che aveva sottolineato la mancanza di una catena truffaldina con il Cav dominus.Se fino a ieri tutti ripetevano come un mantra, quasi ad esorcizzare, che le vicende giudiziarie di Berlusconi non si sarebbero sovrapposte a quelle del governo, è bastato spegnere i riflettori sugli ermellini di piazza Cavour per capire immediatamente che niente è più come prima. Le facce impietrite degli esponenti di spicco del Pdl arrivati compatti a Palazzo Grazioli per un vertice con Berlusconi erano più che eloquenti. La dichiarazione immediata e pesante del segretario Pd, Epifani, «ci adopereremo per applicare la sentenza », non lascia ben sperare. Lapidario Grillo: «Berlusconi è morto ». Ma forse non bastano neanche le parole del presidente Napolitano a rasserenare il clima: «Rispetto dei giudici. Il Paese ha bisogno di coesione. Ora auspico una riforma della giustizia ». Vedremo le strategie che metteranno in campo il Pd e il Pdl, anche se a rischiare non sono i partiti ma il Paese. Il governo è in bilico e il voto non sarà la soluzione. Aspettiamo la reazione e l’implosione del Pd. Di certo non basta la condanna a farlo fuori dalla politica. Come ha dimostrato Grillo, si può stare in politica anche senza stare in Parlamento. Quindi potrà farlo anche Silvio, dai domiciliari. Perché un fatto è certo, Berlusconi resta Berlusconi. Per la gente, per chi ha creduto in lui, per chi lo ha votato e per chi non si rassegnerà a questo verdetto. Perché i paragoni sono sempre odiosi: Berlusconi non è Craxi.


Italia: così divisa, così stabile
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 2 agosto 2013)

Così lacerato, così stabile. È il paradosso italiano ancora una volta ribadito e confermato dalla sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi. Una sentenza che non colma la distanza tra quella parte di italiani che odia visceralmente il Caimano e che lo vorrebbe vedere appeso per i piedi in una qualsiasi piazza piena di folla osannante per la nuova macelleria messicana e l’altra parte che lo considera comunque innocente e vittima di una persecuzione politica attuata con i sistemi giudiziari più raffinati e perversi. Anzi, una sentenza che allarga il fossato tra queste due pezzi minoritari ma consistenti del paese. Perché dietro la personalizzazione dell’odio o dell’amore nei confronti del personaggio si nasconde la distinzione più profonda, più radicale e meno conciliabile tra le due Italie della infinita guerra civile che è iniziata agli albori del secolo breve e che si trascina, con forme e sotto sigle diverse, anche in questa prima fase del terzo millennio.

Cosa impedisce a queste due minoranze che si considerano antropologicamente, culturalmente, politicamente e magari anche fisicamente opposte ed alternative di non scannarsi nelle strade passando dalla guerra civile fredda a quella bollente già vissuta in altri momenti della storia patria? Forse la paura del sangue o la comune convinzione maturata in settant’anni di Repubblica democratica che il confronto e lo scontro debbono essere comunque mantenuti entro i confini della legalità e non debbono e non possono scivolare nella violenza? Niente affatto. Ciò che impedisce alle due minoranze di rituffarsi in una nuova resa dei conti è la stabilità imposta dalla grande area grigia formata da quella maggioranza della popolazione italiana che a dispetto delle divisioni, delle lacerazioni, dell’odio reciproco delle minoranze pretende ed impone stabilità.

Può la sentenza della Cassazione far saltare la volontà della maggioranza del paese di non imboccare la china che porta direttamente alla ripresa della vecchia guerra civile rivenduta e corretta nella forma berlusconiani-antiberlusconiani? In realtà la decisione dei giudici e le reazioni delle minoranze in preda ad estremismo paranoide sembrano fatte apposta per consolidare la richiesta, l’esigenza, la pretesa di stabilità ad ogni costo. Ma sembra fatta apposta anche per far scattare l’esigenza delle forze politiche più attente ad intercettare ed a mettersi alla guida del sentimento più diffuso presente nella società italiana. Su questa strada ancora una volta Silvio Berlusconi ha dimostrato di essere il politico con maggiore fiuto e con superiore capacità di mettersi in sintonia con gli umori più profondi della parte più ampia della società italiana. Da questo punto di vista la sentenza avrà sicuramente un effetto epocale.

Nel senso che spingerà fatalmente il Cavaliere a seguire più risolutamente il proprio istinto garantendo alla maggioranza degli italiani non accecati dall’odio quella stabilità che è irrisa dagli irresponsabili ma che è imposta dalla drammaticità della grande crisi. Il centro destra non potrà non seguire la linea del sostegno alla stabilità imposta dal proprio leader. Ed anche una fetta consistente del centro sinistra non potrà che puntare sulla stabilità piuttosto che rincorrere l’avventura richiesta dall’estremismo più infantile. Questo, nel bel mezzo del dibattito precongressuale del Pd, potrebbe provocare forti ripercussioni nella sinistra. Addirittura l’ennesima scissione. Che però, come già avvenne in passato con Saragat e con Nenni, separerebbe una volta per tutte gli estremisti dai responsabili dando al paese quella stabilità che cerca con tanta insistenza e determinazione.


Berlusconi condannato, Letta: “Su incandidabilità bisogna applicare la legge”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 2 agosto 2013)

Ieri la sentenza della Cassazione, oggi l’avvio della procedura per attuarla. La Procura di Milano  ha emesso il decreto di esecuzione della pena con sospensione per Silvio Berlusconi condannato dagli ermellini a 4 anni. La Suprema Corte ha inoltrato il dispositivo del verdetto che prevede anche il rinvio alla corte d’Appello di Milano per la rideterminazione della pena accessoria che dovrà essere abbassata. I giudici di Milano avevano inflitto 5 anni di interdizione, ma la forbice prevista per legge è tra 1 e 3 anni.

Il decreto di esecuzione è arrivato alla Procura generale di Milano che ha trasmesso il dispositivo all’ufficio Esecuzione della Procura e, in particolare, al pm Ferdinando Pomarici.

In Procura iscriveranno il fascicolo a carico del Cavaliere e poi la comunicazione verrà inoltrata al Senato come prescrive la legge anti corruzione. Il decreto del governo Monti prevede anche la decadenza della sua carica da senatore. Il leader del Pdl sarà incandidabile, a prescindere dalla pena accessoria. Su questo punto è intervenuto il presidente del Consiglio Enrico Letta rispondendo a una domanda: “Penso che bisogna applicare la legge e da quello che ho capito non ci sono elementi di discrezionalità”.  Intanto il M5S  ha chiesto al presidente Pietro Grasso che il Senato deliberi “immediatamente” sulla decadenza di Berlusconi. I 5 Stelle vorrebbero la convocazione immediata della giunta delle immunità e dell’aula di Palazzo Madama.

L’ordine di esecuzione dovrà essere notificato materialmente, presumibilmente dai carabinieri, anche allo stesso ex premier. Il Cavaliere avrà poi un termine di 30 giorni (che parte però dal 16 settembre visto il periodo feriale del tribunale, e arriva al 16ottobre) per chiedere le misure alternative al carcere: l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare.

In Consiglio dei ministri c’è stata una “discussione sui temi all’odg” e tutti i ministri si sono “concentrati su questi temi” ha spiegato il premier.  ”Sono assolutamente convinto che debba prevalere l’interesse del Paese, che è anche la lotta all‘evasione fiscale e sono convinto che tutti i partiti oggi devono assumersi le proprie responsabilità e fare scelte che riguardano il futuro. Oggi siamo in una condizione in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità”, ha aggiunto Letta che, riferendosi al programma di governo, ha quindi sottolineato: “La nostra determinazione è assolutamente forte e confermata. Naturalmente l’interesse non è un logoramento e non considero che continuare a tutti i costi sia nell’interesse del Paese.  La stabilità del governo è fondamentale, anche a livello internazionale, essendo uno dei fattori principali per attrarre investimenti”.

Intanto è stata fissata per le 18 la riunione dei gruppi del Pdl di Camera e Senato a cui prenderà parte anche Silvio Berlusconi.


Berlusconi: riforma giustizia o si vota Pdl: chiederemo la grazia al Colle
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 2 agosto 2013)

La richiesta della grazia al Colle. E nuove elezioni se non ci sarà una riforma della giustizia. Berlusconi reagisce al verdetto della Cassazione. E incontra i suoi a Montecitorio per un vertice con i parlamentari del Pdl. La linea scelta è quella dura nei confronti dell’esecutivo delle larghe intese: «Dobbiamo chiedere al più presto le elezioni per vincere. Riflettiamo sulla strada migliore per raggiungere questo obiettivo ». L’incontro è stato convocato nel pomeriggio in seguito alla sentenza Mediaset della Cassazione di giovedì e dopo che il pm di Milano Ferdinando Pomarici ha firmato l’ordine di esecuzione con sospensione della pena per Berlusconi condannato in via definitiva per il caso Mediaset.

L’INCONTRO CON NAPOLITANO – Un’atmosfera surreale, nella quale deputati e senatori del Pdl hanno consegnato le loro dimissioni nelle mani dei capigruppo, Renato Brunetta e Renato Schifani. Ma non solo. Brunetta e Schifani con le dimissioni andranno dal presidente Giorgio Napolitano per chiedere «che venga ripristinato lo stato di democrazia ». E lo faranno – o, almeno questa è la loro intenzione – già lunedì, al rientro delle vacanze del presidente della Repubblica.

LA GRAZIA AL COLLE -E Schifani addirittura spiega di voler chiedere la grazia e spiega al Cavaliere: «Ci muoveremo perché ti possa essere restituita nel rispetto della Costituzione quella libertà che ti spetta per la tua storia così da ottenere da Napolitano il ripristino dello stato di democrazia che questa sentenza ha alterato. Parole ribadite da Daniela Santanché che afferma: «Noi abbiamo solo un’idea su come il presidente Giorgio Napolitano potrebbe intervenire sulla condanna a Silvio Berlusconi, «mi fa un po’ effetto pronunciare quella parola legata a Silvio Berlusconi ». Attenua i toni Renato Brunetta che annuncia: «Se alla nostra richiesta di grazia non ci fosse una risposta positiva, tutti sappiamo quello che occorre fare: difenderemo la democrazia nel nostro Paese ».

I SOGGETTI TITOLATI – E non è mancata una prima replica dal Colle. Interpellati sulle ricorrenti richieste di una grazia del presidente della Repubblica a Silvio Berlusconi, ambienti del Quirinale ricordano che è la legge a stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda di grazia.

L’APPLAUSO – Ad accogliere il Cavaliere una standing ovation dei gruppi parlamentari del Pdl. Dai presenti viene riferito che l’applauso è stato lunghissimo e il Cavaliere ha ringraziato per l’affetto. Se alla nostra richiesta di grazia non ci fosse una risposta positiva, tutti sappiamo quello che occorre fare: difenderemo la democrazia nel nostro Paese. È quanto ha detto il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, viene riferito, parlando alla riunione dei gruppi del Pdl. «Non è una sentenza », arringa i suoi Silvio. «È un teorema che non sta in piedi, messo ad arte solo per eliminarmi dalla scena politica », avrebbe detto il Cavaliere. «Dobbiamo resistere e non possiamo sottrarci al dovere di una vera riforma della giustizia per questo siamo pronti alle elezioni ». E sul suo futuro in politica Berlusconi spiega: «Decidete voi e nel decidere dimenticate la mia persona, pensate all’interesse dei nostri elettori e al bene dell’Italia ». D’altro canto c’è Alfano che afferma «Se c’è da difendere i nostri ideali e la storia di tutti noi e la nostra storia, presidente, coincide con la sua, siamo tutti pronti alle dimissioni, a partire dai ministri al governo ».

CON DUREZZA – Poi Berlusconi ripercorre le tappe politiche degli ultimi anni: «Avevano pensato, con i fatti del 2012, per esempio con il tradimento di Fini, di averci allontanato dalla vittoria. Anche con una pressione del Colle, decidemmo di dare le dimissioni nonostante avessimo ancora i numeri e una forte maggioranza al Senato. Dopodiché, con l’appoggio al governo Monti e con il mio distacco dalla scena, dovemmo constatare che i sondaggi erano in fortissima discesa. Alfano per questi motivi mi costrinse quasi con durezza a scendere nuovamente in campo ».


Berlusconi non è finita
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 2 agosto 2013)

Ci hanno messo 18 anni, ma alla fine lo hanno braccato. Con l’inganno, come ha ben spiegato nelle scorse ore il principe del Foro avvocato Coppi, ma ce l’hanno fatta.
A cose irrimediabilmente fatte, Napolitano dice che ora la giustizia la si può anche riformare. Uno scambio di prigionieri: la testa di Berlusconi, condannato ieri in via definitiva a quattro anni di carcere e a una non ancora definita sospensione dai pubblici uffici, in cambio di una aggiustatina, chissà quando e chissà come, al cancro della giustizia che sta divorando il Paese. Non ci stiamo, e neppure accettiamo l’invito del presidente della Repubblica a fare i bravi a prescindere perché le sentenze vanno accettate. Non è così, le sentenze si subiscono, non accettano. Ed è difficile accettare che il primo contribuente italiano, Berlusconi, venga arrestato come incallito evasore, non avendo per di più lui all’epoca dei fatti il controllo di Mediaset, come già accertato da due precedenti sentenze.

In tutto questo c’è malafede e imbroglio. Lo stesso imbroglio con cui Berlusconi è stato convinto, accompagnato per mano sul baratro e poi spinto giù. Sono più esplicito. Napolitano aveva giocato la sua faccia e la sua ricandidatura assicurando una pacificazione nazionale sul cui presupposto è nato il governo delle larghe intese. Ora, o il capo dello Stato ha preso in giro il Pdl e i suoi elettori oppure è stato a sua volta preso per i fondelli. Nei prossimi giorni capiremo quale delle due versioni è quella giusta perché nessuna sentenza, neppure se di Cassazione, è irrevocabile. Al posto di Epifani, segretario del Pd, aspetterei a trarre conseguenze affrettate. Ieri, pochi minuti dopo la sentenza, ha vestito i panni dello sceriffo: faremo di tutto per rendere esecutive le decisioni dei giudici. Traduco: Berlusconi deve andare al più presto agli arresti e il Pdl stia zitto e buono, altrimenti… Altrimenti cosa, egregio segretario? Lei sarà anche a piede libero, ma il suo partito è morto e senza la stampella del Pdl che vi tiene artificialmente in vita, Renzi vi avrebbe già fatto a pezzi.

Non so che cosa accadrà nelle prossime ore ma una certezza ce l’ho. L’avventura politica di Berlusconi non finisce qui e nessuno si illuda di spartirsi il bottino. Se al Pd fa un po’ schifo stare al governo con un partito, il Pdl, il cui leader è stato condannato, si sappia che il sentimento è assolutamente ricambiato. La storia di Forza Italia, a differenza di quella del Pd, non è figlia di una delle più feroci ideologie, quella comunista, che ha sulla coscienza milioni di morti e le cui ricette economiche hanno affamato popolazioni intere. Oggi più che mai sono orgoglioso di stare da questa parte e che Silvio Berlusconi sia il leader del Pdl. E scommetto che lo resterà a lungo, alla faccia di uomini piccoli e meschini (alcuni presenti anche nel collegio che ieri lo ha condannato) che lo vorrebbero morto.


Berlusconi ai suoi: “Subito la riforma della giustizia o si torna al voto”
di (I.S.)
(da “Libero”, 2 agosto 2013)

“In tutti questi anni, sulla mia persona è stato gettato addosso solo fango, nefandezze senza alcun fondamento”. Silvio Berlusconi parla ai gruppi parlamentari del Pdl che lo hanno accolto con una standing ovation e lunghissimi applausi. Il Cavaliere, spiegano le fonti, avrebbe tracciato il percorso di quella che definisce una vera e propria “persecuzione giudiziaria”. Questa sentenza della Cassazione, continua Berlusconi, è “basata sul nulla, sul fatto che io non potessi non essere a conoscenza. Ma è un teorema che non sta in piedi, messo ad arte solo per eliminarmi dalla scena politica”. A questo punto, aggiunge: “Noi dobbiamo resistere. Non possiamo sottrarci al dovere di una vera riforma della giustizia”. Altrimenti, “meglio tornare alle elezioni al più presto”. Epifani non accetta quel richiamo al voto del Cav e afferma: “Con molti se e con molti ma, qualora avesse detto questo, vuol dire che romperebbe quel patto contratto con gli italiani al momento di creare un governo di servizio”.

Alfano mi disse di restare – Silvio poi ripercorre poi le tappe degli ultimi anni quando ha lasciato Palazzo Chigi per fare il padre nobile salvo poi ricandidarsi perché il Pdl era in calo: “Avevano pensato, con i fatti del 2012, per esempio con il tradimento di Fini, di averci allontanato dalla vittoria. Anche con una pressione del Colle, decidemmo di dare le dimissioni nonostante avessimo ancora i numeri e una forte maggioranza al Senato. Dopodiché, con l’appoggio al governo Monti e con il mio distacco dalla scena, dovemmo constatare che i sondaggi erano in fortissima discesa. Alfano per questi motivi mi costrinse quasi con durezza a scendere nuovamente in campo”.

Corsa al Colle e dimissioni – Intanto i parlamentari del Pdl cominciano a muoversi per chiedere un mossa al Colle per risolvere la crisi di queste ore. Il capogruppo Renato Schifani è chiaro: “Ci muoveremo a breve, io e Brunetta, perche’ ti possa essere restituito, nel rispetto della Costituzione, caro presidente, quella liberta’, quello che ti spetta per la tua storia, per quello che hai fatto per il Paese, per ottenere quindi da Napolitano il ripristino dello stato di democrazia che questa sentenza ha alterato”. E per dare una spinta all’iniziativa dei due capigruppo del Pdl, i parlamentari azzurri hanno consegnato le loro dimissioni a Renato Schifani e Renato Brunetta, che le porteranno al Capo dello Stato Giorgio Napolitano nell’ambito dell’annunciata iniziativa per “il ripristino dello stato di democrazia”. Anche Angelino Alfano sta dalla parte del Cav e minaccia le dimissioni dei ministri del Pdl dall’esecutivo: “Se c’e’ da difendere i nostri ideali e la storia di tutti noi e la storia del presidente coincide con la nostra, siamo pronti alle dimissioni a partire dai ministri del governo”.

Grazia subito – Daniela Santanchè invece prova a spingere per la grazia: “Noi abbiamo solo un’idea su come il presidente Giorgio Napolitano potrebbe intervenire sulla condanna a Silvio Berlusconi, mi fa un po’ effetto pronunciare quella parola (grazia, ndr) legata a Silvio Berlusconi”. Schifani e Brunetta hanno intenzione di recarsi al Quirinale da Napolitano in tempi brevi, forse – viene spiegato – gia’ domenica. Il rientro dalle vacanze di Napolitano e’ previsto, riferiscono le stesse fonti del Pdl, domani sera. Quindi per il Pdl il prima possibile puo’ voler dire anche domenica.

La risposta dal Colle e la grazia – E dal Colle arriva una prima risposta. Interpellati sulle ricorrenti richieste di una grazia del presidente della Repubblica a Silvio Berlusconi, ambienti del Quirinale ricordano che “e’ la legge a stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda di grazia”. La procedura per ottenere la grazia è complessa. Può richiedere la grazia il condannato oppure alcune altre persone a lui vicine, specificate dalla legge: un suo prossimo congiunto, il suo convivente, il suo tutore o curatore oppure il suo avvocato. È possibile anche che il presidente della Repubblica conceda la grazia a un condannato senza che nessuno ne faccia richiesta. La domanda di grazia va presentata al ministero della Giustizia ed è diretta al Presidente della Repubblica. Se chi ne fa richiesta è detenuto, può essere presentata al magistrato di sorveglianza.


Letto 1170 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart