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Quel Franceschini che di politica sa poco o niente

23 Febbraio 2011

Ne avesse azzeccata una. Il suo antiberlusconismo è talmente viscerale che, se dovessi stendere una classifica, lo metterei al primo posto, davanti addirittura a Marco Travaglio.

Da segretario del Pd ha fatto più danni di una guerra con le sue dichiarazioni sempre astiose e chiuse ad ogni ipotesi costruttiva.
Il vizio gli è rimasto secondo il detto: Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Franceschini sarà sempre così, e la sua presenza nell’agone politico non è certo un bene. Non si pratica la politica con l’odio, come fa lui.

Non si è fatta mancare l’occasione di distinguersi ancora una volta nel momento in cui si è accesa la fiammata della rivolta araba. La prima cosa che gli è balenata per la mente è stata quella di ironizzare sui rapporti tra Berlusconi e Gheddafi e di malignamente tentare di indurre Berlusconi a fare dichiarazioni immediate e dirompenti nei confronti del dittatore libico.

È talmente esigua la sua sapienza politica, ridotta ai minimi termini (ricordate quando   nella sua città, una volta eletto segretario del Pd, scese in piazza e alla presenza di un manipolo di seguaci e del padre giurò fedeltà alla Costituzione? Una scena pietosa e ridicola), che non si è reso subito conto (e forse nemmeno ora se ne rende conto) della enorme portata politica di ciò che sta avvenendo.

La rivolta araba non è un problema che ogni Nazione possa affrontare da sola. E men che meno l’Italia, la più debole e la più esposta. Occorre un intervento collettivo che veda impegnata l’Europa e la Nato. Ciò che sta succedendo è una specie di rivoluzione copernicana. Al momento è difficile ipotizzarne gli sbocchi, ossia se avanzeranno processi democratici o processi di islamizzazione, ma ciò che è già sicuro è che il nord Africa e il Medio oriente mediterraneo non saranno più come prima.

Alla ironia di Franceschini risponde oggi indirettamente Sergio Romano, con un articolo che ricorda che ai rapporti con la Libia hanno tenuto tutti i governi di qualsiasi colore e di qualsiasi Paese.

Dunque, cerchiamo di non essere ridicoli e, se qualcuno può, consigli a Franceschini di astenersi dai suoi personali commenti. Questo complesso momento storico richiede una capacità di analisi del tutto sapiente e speciale.

Berlusconi si è sempre detto assistito dallo stellone italico, da una fortuna che non lo ha mai abbandonato. Devo però registrare che da quando è iniziata la legislatura, nel 2008, tutto è sembrato congiurare contro di lui: la crisi economica mondiale senza precedenti per gravità; il terremoto dell’Aquila, ed ora la rivolta araba a due passi dai nostri confini, con una Europa che vorrebbe lavarsene le mani.
Mi domando che cosa sarebbe successo se a fronteggiare queste calamità fosse stato il centrosinistra. Saremmo precipitati nel baratro.

Chiedo però a Berlusconi di mantenere la rotta anche sui problemi interni, soprattutto di non distrarsi dall’impegno di riformare lo Stato.
Liberatosi da Fini, ormai in disfacimento, tutto dovrebbe essere, non dico più facile, ma più scorrevole.

È evidente che per talune riforme si dovrà ricorrere al referendum, poiché l’opposizione farà solo dell’ostruzionismo sordo e cieco. E proprio in previsione di questa eventualità, di ricorrere ossia al giudizio dei cittadini, il governo dovrà evitare di muoversi su temi che potrebbero qualificare la riforma come ad personam (come già si sono messi a gridare le opposizioni).
Scelga dunque temi e soluzioni che i cittadini non potranno che approvare e che costituiranno un passo in avanti, un radicamento importante. Il resto potrà avviarsi magari nella prossima legislatura.

Per la riforma della giustizia, mi limiterei a proporre la divisione delle carriere, due Csm separati e la responsabilità civile del giudice che sbaglia (fra l’altro già approvata da un precedente referendum).

Poi proporrei il premierato, ossia che maggioranza e presidente del Consiglio siano eletti direttamente dai cittadini, e che ogni mutamento non potrà che risultare da nuove elezioni. Così pure un parlamentare eletto in una maggioranza non potrà passare ad altro schieramento, pena le dimissioni con il subentro del primo dei non eletti.

Infine, attraverso una nuova legge elettorale, rafforzerei la scelta del sistema bipolare.
Sono convinto che, riassunti i temi in questo modo semplice e chiaro, i cittadini non avranno difficoltà ad aderirvi con il referendum e le opposizioni potranno fare ben poco per argomentare contro.
Saranno piantati così dei paletti storici e sarà impedito per sempre il ritorno alla prima Repubblica.

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“MARONI STRIGLIA LA UE: “Ora passi ai fatti, possiamo reggere l’emergenza ma non a lungo”. Qui.

“No all’Aventino e ai tabù sulla giustizia” di Stefano Cappellini. Qui. Da cui estraggo:

“Prendiamo la giustizia. È comprensibile e condivisibile la scelta di non collaborare a qualsiasi riforma ad personam, tarata per cavare d’impaccio il Cavaliere dai suoi guai giudiziari. Ma un grande partito di sinistra riformista cosa propone per rendere più efficiente e giusta la giustizia italiana? Può essere tollerabile sentirsi dire che quelli di Berlusconi sulla grande riforma della giustizia sono solo vuoti annunci, ma non è tollerabile che un partito come il Pd si opponga al principio della separazione delle carriere tra pm e giudici. La riforma del codice di procedura penale introdotta nel 1989 è monca se non si compie il passo decisivo per arrivare alla piena terzietà del giudice. Tra una barricata e l’altra, Il Pd potrebbe cominciare a dirlo, anziché restare ostaggio di qualche tabù e soprattutto di una corrente interna di toghe ed ex toghe?
E ancora: l’immunità. Reintrodurla in questo momento sarebbe una riforma ad personam? Forse. Ma chi contesta a Berlusconi di calpestare il principio della separazione tra i poteri dello Stato quando disconosce la legittimità dell’azione della magistratura, poi non può far finta di ignorare che l’istituto dell’immunità è stato pensato dai padri costituenti proprio come ulteriore garanzia di questa separazione: va tutelato il potere giudiziario dagli sconfinamenti di quello esecutivo, ma anche viceversa. Ribadirlo non significa avallare la tesi berlusconiana del complotto togato contro la sua persona. Allo stesso modo, riconoscere che dell’immunità la casta politica ha fatto abuso prima della modifica dell’articolo 68 della Costituzione non è una buona ragione per rimuovere il fatto che negli anni scorsi il legislatore ha davvero subito soprusi da parte del potere giudiziario. Vogliamo ricordare i messaggi tv a reti unificate del pool di Milano ai tempi di Tangentopoli? Vogliamo citare le decine di casi di pm che si sono fatti intervistare per diffidare governi di ogni segno e colore dal procedere sulla via delle riforme? Un grande partito di sinistra riformista non può avere paura di dirlo. Un grande partito di sinistra riformista tutela l’interesse generale, non quelli di una consorteria. Un grande partito di sinistra riformista si tiene alla larga dalle tentazioni di Aventino.”


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Bart