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Quella bojata pazzesca dell’Agenda Monti

28 Dicembre 2012

di Arturo Diaconale
(Da “L’Opinione”, 28 dicembre 2012)

Nei paesi anglosassoni c’è il “premier-ombra”. In Italia l’ombra del premier. Cioè un presidente del Consiglio di un governo tecnico che partecipa alla campagna elettorale non in maniera fisica ma in maniera virtuale. Mette il proprio nome su una lista o su una coalizione di liste che hanno il compito di strappare voti agli schieramenti di destra e di sinistra che hanno permesso l’esperimento dell’esecutivo tecnico. Ma evita di chiedere il voto degli italiani sulla sua persona non per paura di non essere eletto ma nella presunzione di poter fare tranquillamente a meno dalla partecipazione diretta al plebeo e dozzinale ludo cartaceo elettorale. Se fosse questa la sola anomalia del premier, che da tecnico si fa politico aggirando le regole della democrazia, si potrebbe anche passare sopra alla faccenda. Il “caso Monti” andrebbe giudicato come una semplice furbata di stampo vetero-democristiano. Una di quelle trovate bizantine e contorte tanto care ai leder Dc della Prima Repubblica.

E non rimarrebbe altro che farsene una ragione. Magari imprecando contro il destino cinico e baro che riserva agli italiani la sorte di essere sempre vittime di presuntuosi ed arroganti pasticcioni. Purtroppo, però, il “caso Monti” è una anomalia dalle conseguenze piĂą gravi. La prima è che punta a far saltare apertamente la democrazia dell’alternanza. Prima della ascesa in politica del Divo Professore lo schema bipolare e le previsioni indicavano che la sinistra avrebbe battuto il centrodestra e che Bersani sarebbe diventato con ogni probabilitĂ  l’Hollande italiano. Dopo un ciclo di centrodestra si sarebbe aperto uno di segno opposto: cioè un evento normale per un paese normale. Con l’ombra di Monti sopra il campo, invece, la situazione cambia.

PerchĂ© le liste centriste rischiano di far perdere a Bersani il vantaggio su cui poteva contare, possono consentire a Berlusconi ed alla Lega di recuperare e limitare la sconfitta a cui sembrano destinati. E, soprattutto, possono creare le condizioni per una alleanza post-elettorale tra centro e sinistra fondata su un equilibrio talmente precario da far prevedere una legislatura instabile e perennemente paralizzata dallo scontro di potere tra le varie anime della coalizione. Che faranno i candidati premier alternativi Bersani e Monti? Riesumeranno la staffetta a palazzo Chigi di antica memoria? Come verranno scelti i ministri? Con il riscoperto manuale Cencelli delle mediazioni interminabili e dei compromessi inconfessabili? E, soprattutto, che farĂ  il paese nella mani di un’alleanza di governo troppo presa dai propri problemi di potere interni da potersi occupare di come uscire dalla recessione economica? L’interrogativo è doveroso. Non solo perchĂ© con Monti rientra in scena la Prima Repubblica ma perchĂ© la tanto decantata “agenda” del Professore, quella che dovrebbe taumaturgicamente risolvere tutti i mali del paese, è in realtĂ  un canovaccio dirigista e statalista di bassa lega. Che prevede tasse e sacrifici senza alcuna ripresa.

E che, soprattutto, evita accuratamente di affrontare le grandi riforme indispensabili per la fuoriuscita del paese dalla crisi. L’agenda di Monti, infatti, ignora del tutto la necessitĂ  di una riforma istituzionale. E si capisce, visto che in realtĂ  il professore non vuole riformare ma solo riesumare l’epoca della centralitĂ  democristiana. Non tocca minimamente il problema della riforma fiscale. Ed anche questo si capisce visto che il professore non ha alcuna intenzione di alleggerire la pressione del fisco sugli italiani. Non sfiora l’argomento di un ulteriore passo in avanti sul terreno della riforma del lavoro. Ovviamente per non compromettere la possibilitĂ  di una alleanza post-elettorale con i progressisti. Infine, ignora completamente il capitolo della riforma delle autonomie, che poi è il capitolo della riduzione dei costi dello stato burocratico e della politica. E trasforma il tema della riforma della giustizia in un semplice argomento di campagna elettorale antiberlusconiana. L’agenda Monti, quindi, non è la soluzione dei problemi, ma una bojata pazzesca. E di questo è impossibile farsene una ragione!


Elezioni 2013, Bersani: “Monti ora chiarisca come si pone rispetto al Pd”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 dicembre 2012)

“Oggi non nasce un partito personale ma una speranza per gli italiani: adesso tutti al lavoro”.Pierferdinando Casini  battezza attraverso Twitter  l’inizio della corsa  elettorale  della coalizione che vedrĂ  come capo il presidente del Consiglio  Mario Monti. Futuro e LibertĂ  farĂ  la sua parte, assicura il presidente della Camera  Gianfranco Fini:  ”La coalizione annunciata da Monti apre all’Italia una prospettiva di rinnovamento” dice. E continua, apparentemente, a raccogliere adesioni, nel Pdl come nel Pd. L’ultimo in ordine cronologico è  Mario Adinolfi, entrato in Parlamento da pochi mesi proprio nelle file dei democratici.

Carlo Calenda  e  Andrea Romano, rispettivamente direttore politico e direttore di  Italiafutura, affermano: “E’ stata una giornata di grande soddisfazione che vede coronare il lavoro di tre anni di Italiafutura e del presidente Montezemolo, per riportare al centro della politica la societĂ  civile. Ringraziamo il presidente Monti per il suo impegno e il suo coraggio in questa decisiva sfida per le sorti dell’Italia”.

Dagli altri schieramenti replica  Pier Luigi Bersani, candidato a Palazzo Chigi per il centrosinistra, che ha invitato Monti a chiarire come si porrĂ  rispetto al Pd. “Bisogna vedere come Monti stesso e queste formazioni centrali si riterranno rispetto al Pd che è il primo e piĂą grande partito di questo Paese”, ha detto al  Tg5. “Si riterranno alternativi, competitivi, disponibili a un’alleanza?”, ha chiesto. “Ho sempre detto che i progressisti sono aperti a discutere una convergenza – ha ricordato –  con una forza europeista, moderata, centrale che si ritenga alternativa alla destra”. “Non tocca a noi chiarire – ha insistito – Questo si chiarirĂ  conoscendo le intenzioni degli altri”. Quanto all’endorsement dell’Osservatore Romano  “non penso sia ingerenza, è una libera espressione di giudizio, va benissimo, ognuno può dire quello che pensa. Io però la nobiltĂ  della politica preferisco guardarla dal basso, i 100mila volontari al lavoro, durante le ferie, per le nostre primarie o le sindache della Locride”.

Diversa interpretazione quella del segretario del Pdl  Angelino Alfano: “La conferenza stampa del senatore Monti – spiega – rivela in modo inequivocabile il tentativo di nascondere dietro qualche candidatura moderata un disegno di alleanza con la sinistra”. “In un colpo solo – aggiunge  Sandro Bondi  â€“ Monti ha usurpato la fiducia dei partiti che lealmente lo hanno sostenuto alla guida del governo, del presidente della Repubblica che lo ha chiamato ad assumere un incarico tecnico, degli italiani che hanno creduto alla sua promessa da marinaio di non schierarsi politicamente”. Attacca anche il capogruppo del partito alla Camera  Fabrizio Cicchitto: “Nei giorni pari Monti fa ilPresidente del Consiglio,nei giorni dispari il capo di una mini coalizione centrista. La confusione dei ruoli ètotale,con conseguenze assai negative anche dal punto di vista istituzionale”. Il fuoco di fila prosegue con il fondatore di “Fratelli d’Italia”  Ignazio La Russa:  ”Smascherato il progetto oligarchico, il premier accetta di guidare una lista di poteri forti. La sua vera e unica emergenza è quella di mantenere la poltrona. E meno male che aveva giurato di non volersi mai candidare”.

Critico anche il presidente dell’Italia dei Valori  Antonio Di Pietro: “Monti finalmente si è tolto la maschera e si è mostrato per quel che è veramente: un vetero-democristiano della Prima Repubblica che, pur di sopravvivere politicamente, vuole stare con la sinistra ma anche con la destra”.  ”La carica di senatore a vita per Monti è solo un alibi – per non verificare di persona quanto egli sia impopolare nel Paese. Monti non si candida alle elezioni solo perchè probabilmente non verrebbe eletto e perchè teme il giudizio del popolo sovrano: non ci sono altre ragioni plausibili”.


Mario Monti che fa il ritroso
di Pierfranco Pellizzetti
(da “MicroMega”, 27 dicembre 2012)

Amletico: in politica si scende o si sale? L’arcifanfarone Silvio Berlusconi riteneva di abbassarsi a farlo, il sobrio e gesuitico Mario Monti dichiara di innalzarsi. Quando avremo qualcuno che si limiterĂ  a un ingresso senza tante complicazioni?

A parte questo dubbio, i due cinguettii montiani di Santo Stefano, con i loro generici appelli all’impegno (bisogna salire in politica), continuano a muoversi nell’alveo dell’ambiguitĂ  che ha contraddistinto le ultime mosse del Professore; tutte all’insegna del “mi candiderei se mi candidaste”. Ma dato che in politica anche il casuale è fortemente voluto (e figuriamoci l’ambiguo), il tira-e-molla in corso ci fornisce un buon numero di informazioni sullo stato dell’arte della risalita “ritrosa” del premier uscente. Per dirla con un adagio popolare delle mie parti, Monti come “la bella di Torriglia/ che tutti la vogliono e nessuno se la piglia”. Intendendo con “nessuno” la maggioranza elettorale, non certo l’ex damo di compagnia dell’avvocato Agnelli (Montezemolo) o il genero di Caltagirone (Casini) oppure – ancora – un manipolo di papisti parcheggiati fuori dai territori berlusconiani.

PerchĂ© – in sostanza – la lista dei conservatori dalla faccia pulita (sembra il titolo di un film tipo “le tre orfanelle”) si direbbe proprio non decolli. Sulla carta pareva dovesse fare polpette di ogni concorrente, trasformandosi in una irresistibile calamita di consensi, e per ora imbarca soltanto baffino (modello vagamente hitleriano) Piero Ichino, che nel nuovo team potrĂ  indossare beato i panni anti-Cipputi dell’Elsa Fornero (entrambi si rassomigliano nel genere fico secco) come in uno spettacolo dei Legnanesi e senza il giovane Fassina a sindacare; piĂą qualche ex di Arcore sullo sgasato (Franco Frattini e Beppe Pisanu). Certo una ben modesta campagna acquisti.

Anche perchĂ© i conservatori dalla faccia pulita (per favore non chiamiamoli “moderati”, espressione che non vuole dire niente) del PD hanno visto crescere il numero dei potenziali acquirenti proprio per il raddoppio dell’offerta. E quindi restano furbescamente alla finestra.

SicchĂ© la ritrosia montiana probabilmente non nasce da pressioni varie (che pure ci devono essere state, da parte del centrosinistra e del Quirinale) o dalle minacce di manganellate medianiche stile “metodo Boffo da parte della Destra rappattumata dal personaggio piĂą cattivo d’Italia (l’ex leader del Partito dell’Amore). Tutto nasce perchĂ© l’uomo delle banche ha fatto un po’ di conti e deve aver scoperto – stando alle attuali rilevazioni di tendenza – di non essere determinante neppure al Senato.

Da qui il rapido rifugio nella vaghezza. Che per lui è un classico. Ossia la retorica rivisitata del “non c’ero, se c’ero dormivo”, applicata in tutta la sua carriera di indefesso “servant” non “civil” ma “de l’argent”; “grand commis” non del pubblico interesse ma di quello privato/padronale. Come quando era consigliere di amministrazione in FIAT e il duo Cesare Romiti e Francesco Paolo Mattioli costituiva quel fondo nero di mille miliardi di lire per cui i sedicenti manager furono condannati dal Tribunale di Torino il 9 aprile 1997 (poi salvati dalla legge di depenalizzazione del falso in bilancio). In quel caso l’autorevole economista non si accorse di nulla? Di certo dormiva. Come ha continuato a farlo da commissario europeo, quando la Commissione presieduta da Jacques Santer e di cui faceva parte fu costretta a dimettersi per settemila miliardi di aiuti umanitari mai giunti a destinazione. La collega Édit Cresson fu persino condannata dalla Corte di Giustizia della ComunitĂ  europea in un processo andato a sentenza nel 2006. Ma Monti anche in questo caso non c’era. E se c’era dormiva.

Sonno ad alto tasso di politicitĂ  del buon (?) tempo antico, visto che il tecnico prestato alla politica, il nuovo che doveva avanzare, con tutte le sue agende di una sola voce (far pagare la crisi ai piĂą deboli) non è altro che il remake di uno stile politico chiamato “doroteismo”: l’ambiguitĂ  come strumento di potere.


L’analisi di Angelo Panebianco, qui.

Una forte critica a Napolitano, rottamatore del Pd, qui.


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Bart