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Tre articoli

20 Marzo 2012

Quella strana corsa al rialzo dei mercati
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 20 marzo 2012)

I mercati segnalano sempre una febbre in corso da qualche parte. La finanza ha ripreso a correre. I trader fanno il loro lavoro, speculano. Negli Usa gli indici volano e in molti si interrogano: dura o no? C’è chi sostiene che siamo al livello della primavera 2011 e dunque vicini a un altro crollo dei listini, ma c’è una scuola di pensiero che raffronta l’impennata con quella del 1995, anno in cui l’indice S&P 500 guadagnò il 34 per cento. Per me valgono sempre le due regole d’oro di Buffett: prima regola, ricordati di non perdere soldi; seconda regola, non dimenticarti la prima regola. Detto questo, quel che accade nei mercati – come abbiamo visto nel caso del cambio di governo in Italia – ci interessa da vicino. La sbornia da spread in Europa è passata (per ora) solo perché il presidente della Bce Mario Draghi ha immesso un fiume di liquidità nelle banche. Nessuno parla più della Grecia, ma in realtà tra Atene e il resto del mondo accadono cose notevoli: come per esempio il fatto che chi si era assicurato sui bond greci con i Credit Default Swaps (Cds) sta ricevendo un rimborso che non è il cento per cento del valore investito. Chi aveva 100 euro di debito greco assicurato, ne sta ricevendo in cambio 78 in base a un meccanismo che apre un buco nero sulla validità di questi strumenti di protezione del rischio. La Grecia resta un problema. È uscita dalla porta, ma rientrerà dalla finestra. Nel frattempo l’opinione pubblica – dalla crisi dei mutui subprime nel 2008 – ha maturato la convinzione che le banche si muovano come locuste che divorano il raccolto per conto dell’industria finanziaria. Italiani, brava gente. Quando leggo che Salvatore Ligresti si è fatto liquidare quaranta milioni di euro di consulenze da Fonsai e Milano Assicurazioni nel periodo 2003-2010, mi chiedo come si possa far digerire all’opinione pubblica tutto questo. I comportamenti etici non sono un problema della sola politica, ma anche dell’impresa e dei suoi protagonisti. Se la produzione in Italia è colata a picco, ci sono responsabilità grandi da parte degli imprenditori e dei sindacati. Le barricate che hanno alzato sulla riforma del lavoro ne sono la prova. Se un simbolo della sinistra come Giorgio Napolitano arriva a invocare un barlume di saggezza da parte di Confindustria e sindacati, vuol dire che non c’è consapevolezza del rischio in corso, nonostante il crollo del fatturato industriale. La riforma del mercato del lavoro non ci farà crescere subito, ma libererà risorse ed energie. I partiti sembrano più seri. Forse hanno compreso che se ieri il problema ero lo spread, domani per la speculazione sarà una riforma del lavoro senza capo né coda. Sono in ballo punti di pil futuro, cioè quello che manca all’Italia. Se i mercati non tengono botta, abbiamo fatto lo stesso un passo avanti.


Il partito dei tecnici non esiste
di Paolo Cirino Pomicino
(da “Il Tempo”, 20 marzo 2012)

Di questi tempi non esistono solo bolle speculative finanziarie ma anche bolle politiche. Queste sono altrettanto illusorie e pericolose per tutti quelli che le vanno dietro. È il caso del cosiddetto “partito dei tecnici” che secondo un sondaggio di un autorevole quotidiano raccoglierebbe il 25% degli elettori. È davvero difficile far comprendere ai sondaggisti che tutto ciò che è clamoroso non esiste come diceva un vecchio adagio popolare. Non esiste politicamente un partito dei tecnici visto che il presidente del consiglio, tanto per non far nomi, può avere un gradimento per la sua azione di governo nel breve periodo ma per durare nel medio-lungo periodo o addirittura strutturare una forza politica ha bisogno di qualcosa che non ha e cioè una cultura politica di riferimento condivisa, un’organizzazione collegiale e una militanza democratica. E questi sono tutti elementi che non si costruiscono dalla sera alla mattina come dovrebbero sapere quanti criticano la telecrazia, nuova versione tecnica dell’azione degli imbonitori. Mario Monti è persona seria che ha fatto un suo percorso culturale e gestionale incentrato essenzialmente nella dottrina economica e, sul terreno più squisitamente istituzionale, nel difendere le regole comunitarie del mercato interno e della concorrenza nella sua qualità di commissario europeo. Ma Monti sa che una cosa è difendere una regola e altra cosa è determinare le regole sulle quali chiedere e ottenere il consenso. La differenza tra i due compiti è la differenza tra un tecnico ed un politico. Organizzare regole su vari terreni del vivere civile e particolarmente su quello della finanza e dell’economia richiede, inoltre, un’elaborazione collegiale che solo una formazione politica può garantire. Si può opporre alla nostra tesi l’esempio di Silvio Berlusconi che in tre mesi vinse le elezioni con un partito nuovo di zecca. Chi lo volesse ricordare dovrebbe anche rammentare che nel tempo in cui nacque Berlusconi si era creato un vuoto di rappresentanza nell’area moderata laica e cattolica con la scomparsa della DC e del PSI. Inoltre l’uomo di Arcore aveva dalla sua la macchina televisiva di cui era proprietario e una cultura populista capace di parlare alla pancia degli elettori che Monti, grazie a Dio, non ha. È pur vero che oggi l’antipartitismo e l’antiparlamentarismo possono prefigurare un vuoto politico analogo a quello del 1994 ancorché diverso per qualità ma in quella occasione c’era un antico avversario da battere, la famosa macchina da guerra di Achille Occhetto che nonostante ogni mimetismo era pur sempre vista come una macchina comunista. Le condizioni di oggi sono del tutto diverse e alcuni “tecnici”, siano Monti o Passera, possono svolgere più agevolmente un ruolo dentro i partiti preesistenti aiutandoli a rinnovarsi ma più ancora a recuperare identità smarrite e metodi democratici nel dibattito interno e nella selezione della futura classe dirigente che non fare ennesimi partiti. Fuori da questa prospettiva c’è solo una “bolla politica” evanescente e produttrice di disastri come ogni bolla finanziaria cui i mercati deregolamentati ci hanno da diverso tempo abituati. E anche il risultato sarebbe simile. Di lì una nuova povertà economica e finanziaria bruciando risparmi di una vita e di qua illusioni capaci di mettere in un falò speranze e bisogni di un’intera generazione. Resta, però, il dato di fondo di questo nostro ragionamento, e cioè la responsabilità delle attuali forze politiche nel ridare al Paese respiro strategico e riconoscibilità proprie senza delle quali continueremo ad identificare come partiti solo organizzazioni personali e comitati elettorali con i rischi che la dolorosa vicenda della Margherita ci sta mettendo sotto gli occhi ogni giorno. Se tutto ciò dovesse continuare, forse, non sorgerebbe il partito dei tecnici ma un’organizzazione diversa e autoritaria che potrebbe anche essere guidata da un tecnico ma che sarebbe sostenuta da forze oscurantiste che metterebbero in discussione anche i modelli di democrazia per come li abbiamo visti e vissuti negli ultimi sessant’anni di vita repubblicana. E non sarebbe una buona cosa per l’inquieta ed affannata società italiana.


Se la politica non accelera sulle riforme a vincere sarà l’antipolitica
di Lucia Bigazzi
(da “L’Occidentale”, 20 marzo 2012)

Tutti d’accordo sulla necessità di chiudere la legislatura nel segno delle riforme istituzionali. Tutti d’accordo sul fatto che il tempo del governo tecnico è il terreno ‘neutro’ e dunque auspicabilmente fertile, sul quale i partiti possono trovare convergenze anteponendo gli interessi del Paese a quelli di parte. Sono passati quattro mesi, è stato avviato un lavoro consistente su regolamenti parlamentari, riforma costituzionale e a seguire nuovo sistema elettorale. Tavoli bilaterali, trilaterali, riunioni e contatti serrati per settimane e poi? A che punto siamo?

Riprendere in mano e accelerare sul dossier riforme istituzionali è quanto mai urgente. Per due motivi. Il primo: portare avanti e possibilmente a termine, quanto è stato messo in cantiere per modernizzare l’impianto dello Stato, ridurre il numero dei parlamentari, superare il bicameralismo perfetto, consolidare i poteri del premier pur nel rispetto delle prerogative del parlamento, velocizzare l’iter dei provvedimenti nelle due Camere. Infine, road map alla mano, mettere mano al sistema elettorale. Il secondo: ridare alla politica il ruolo centrale che le spetta in un sistema democratico evitando che, alla fine, della politica al tempo di Monti la gente ricordi solo il caso Lusi, le inchieste sulla Lombardia e quelle su Bari. Non può e non deve finire così. Perché se finisse così, avrebbe vinto l’antipolitica, perché rischieremmo un deficit di democrazia.

La tabella di marcia ha date e tempi, tuttavia l’impressione è che l’enfasi e l’impegno dimostrato dai partiti di maggioranza fin qui (ciascuno dei quali disposto, non senza difficoltà, a fare passi indietro per compiere tutti insieme passi avanti) siano un po’ finiti in secondo piano, o quanto meno abbiano subito un rallentamento. Certo, c’è da considerare che in questi giorni il dibattito e il confronto politico sono concentrati sulla riforma del mercato del lavoro che tra stop and go, oggi dovrebbe arrivare in dirittura con l’ultimo tavolo tra governo e parti sociali, poi la decisione finale di Monti.

C’è da aggiungere poi, il nuovo tormentone che piace tanto a Bersani e Casini – ovvero la Rai – che vorrebbero infilare nell’agenda di un governo chiamato a Palazzo Chigi principalmente per fare riforme strutturali in campo economico e portare il paese fuori dalla crisi. Dunque una politicizzazione, forte, su un tema che non è tra le priorità da affrontare in questo momento. E l’ostinazione di B&C (per motivi diversi) ha portato all’acuirsi dello scontro politico, col Pdl contrario ad aprire, proprio in questo momento, il capitolo nomine Rai e governance di Viale Mazzini. Tutto ciò, inevitabilmente, finisce per togliere spazio e strada al cammino che seppure faticosamente, era stato fatto fin qui per mettere a punto le bozze delle riforme istituzionali e incardinarle nei due rami del parlamento.

Dunque, a che punto siamo? La riforma dei regolamenti parlamentari, che detta così può sembrare una questione astrusa, distante dal quotidiano, in realtà strategica dal momento che interviene sulle regole, sull’iter legislativo, e contiene in sé passaggi innovativi quale quello, ad esempio, del divieto di ‘transumanza’ da un gruppo all’altro senza tanti complimenti, è già incardinata al Senato e da pochi giorni anche alla Camera. Con ogni probabilità la prossima settimana a Palazzo Madama verrà presentato il progetto di riforma costituzionale che al suo interno (solo per citarne uno) contiene anche il punto sulla riduzione del numero dei parlamentari. Subito dopo la legge elettorale: nella bozza prodotta dopo i tavoli tra le forze politiche, ci sono indicazioni che contemplano aspetti del modello tedesco e di quello spagnolo, ma che dovranno essere discussi e quindi votati in Aula. Tutti d’accordo sul fatto che devono essere i cittadini a scegliere i propri rappresentanti e sulla necessità che prima del voto l’elettore sappia chiaramente quale coalizione, con che programma e con quale premier (nome e cognome) si presenta alle urne. Manca l’ultimo miglio, ma va percorso.

La cornice delle riforme che realisticamente potrebbero essere fatte entro la legislatura riguarda anzitutto il superamento del bicameralismo perfetto dando la possibilità “ad una Camera di votare una legge e alla seconda di ‘richiamarla’ in caso di errore”, spiega Gaetano Quagliariello che alle riforme istituzionali ci sta lavorando da mesi. Suo il testo in discussione a Palazzo Madama firmato insieme al senatore Zanda (Pd). In agenda c’è anche il conferimento al premier del potere di revoca e di nomina dei ministri, con la possibilità di presentare una mozione di sfiducia. La riforma dei regolamenti parlamentari è di fatto, il primo passo concreto verso la modernizzazione dell’architettura dello Stato.

Una riforma che, come sottolinea il vicepresidente dei senatori Pdl “non ha un grosso appeal sull’opinione pubblica ma ha senz’altro un grosso impatto nel procedimento legislativo”. Nel provvedimento, infatti, è previsto che il governo possa ottenere tempi certi per la votazione dei propri provvedimenti “fissando direttamente la data del voto” dice Quagliariello che sottolinea due aspetti: il divieto per l’esecutivo di presentare maxi-emendamenti e l’obbligo di corrispondenza tra la lista elettorale con la quale ci si presenta e il gruppo parlamentare di appartenenza per evitare il solito clichè dei trasformismi di deputati e senatori. Durante la legislatura, insomma, sintetizza Quagliariello, “nessun parlamentare che uscirà dal suo gruppo per qualsiasi ragione, potrà formarne degli altri”.

Non è poco. Ma bisogna fare in fretta perché diventi vero. Anche per questo, puntare i piedi sulla Rai è un diversivo.


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Bart