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Quelle pensioni d’oro da 3 mila euro al giorno che non si possono tagliare

8 Agosto 2013

di Roberto Giovannini
(da “La Stampa”, 8 agosto 2013)

Quando uno si porta a casa una pensione di 3.000 euro lordi al giorno (al giorno…), cioè 90mila euro al mese (al mese…), è abbastanza normale che la gente parli molto di lui. E non necessariamente con amore e stima. In questi giorni avranno fischiato ancora di più le orecchie dell’ingegner Mauro Sentinelli, il pensionato più ricco d’Italia con i suoi 91.337,18 euro al mese. Lo ha citato tra gli altri Matteo Renzi, e su lui e i suoi nove colleghi superpensionati d’Italia (il decimo prende 41mila euro al mese) verte una interrogazione parlamentare di Deborah Bergamini, Pdl, cui ha risposto il ministro del Lavoro Enrico Giovannini.

Chiariamo tre punti. Primo, il caso del pensionato da 3000 euro al giorno è stata svelato da Mario Giordano nel suo «Sanguisughe », e poi approfondita su l’«Espresso » da Stefano Livadiotti. Secondo, l’ingegner Sentinelli non è stato un “fannullone”: lauree e master prestigiosi in ingegneria elettronica, entrato nella Sip nel 1974, tra le altre cose è stato l’ideatore della TimCard, la schedina ricaricabile che ha fatto guadagnare miliardi alla sua azienda. Insomma, non è il primo venuto. Tanto è vero che oggi (da pensionato) è nel Cda di Telecom. Terzo, non ha violato alcuna legge: guadagnava alla fine 9 milioni di euro l’anno; versava contributi nel fondo (scandalosamente privilegiato) dei dipendenti telefonici; grazie alle leggi di allora è andato in pensione con l’80% dello stipendio medio degli ultimi dieci anni. E sempre grazie a una legge la sua pensione è stata moltiplicata da benefit e stock option percepiti durante la carriera.

Più o meno lo stesso discorso vale per il numero due della classifica (Alberto De Petris, ex manager di Infostrada, 66.436,88 euro mensili) e Mauro Gambaro (ex presidente della scomparsa compagnia aerea Volare, 51.781,93 euro).

Pensioni legali, dunque. Ma talmente ricche (e solo grazie a leggi vantaggiose, che oggi invece non ci sono più) da risultare obiettivamente scandalose. Nella risposta all’interrogazione di Bergamini il ministro Giovannini ha detto di essere consapevole di questa sperequazione. Ma ha ricordato che una recente sentenza della Consulta rende difficile intervenire con prelievi e contributi «di solidarietà ».

Eppure qualcosa bisogna fare, no? Due sono gli interventi sulle «pensioni d’oro » proposti da un esperto di pensioni come Giuliano Cazzola, (ex Cgil, ex Pdl, ora Scelta Civica). Il primo è un taglio sia della indicizzazione degli assegni rispetto al costo della vita che del rendimento dei contributi versati al crescere dell’importo dell’assegno. Il secondo, il ricalcolo con il sistema contributivo delle pensioni «retributive » che superano i 5mila euro al mese. Per prelevare parte della differenza. Certamente non farebbe piacere all’ing. Sentinelli. Ma siamo sicuri che potrebbe farcela ad arrivare alla fine del mese.


Esposito, c’è l’inchiesta del Csm. La strana fretta dei pm di Milano
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 8 agosto 2013)

Roma – Nel grande pasticcio della sentenza Mediaset, molti giuristi iniziano a chiedersi se è stato rispettato il principio fondamentale del «giudice naturale ». Oppure se c’è stata una manovra, magari pilotata da Milano, per indirizzare volutamente il processo che ha condannato definitivamente Silvio Berlusconi verso la sezione feriale della Cassazione, presieduta da Antonio Esposito.

Per materia il processo doveva essere trattato dalla terza sezione della Suprema corte, formata da giudici esperti in reati fiscali. Ma tutto ha subito un’accelerazione per il rischio di imminente prescrizione, prospettata da Milano. Una prima segnalazione della Corte d’appello al Palazzaccio non ha avuto effetto e c’è voluto un ben informato articolo del Corriere della Sera per sostenere che non si poteva perdere tempo. I conti della prescrizione indicavano il 1 ° agosto, mentre altri calcoli parlavano del 13-14 settembre e per la difesa addirittura del 26 del mese. Si badi bene che Esposito è al suo posto fino al 10 agosto, poi va in ferie.
Così il primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce, i primi di luglio assegna alla sezione feriale la delicata faccenda fissando l’udienza per il 30. E solo pochi giorni dopo si sa ufficialmente che il figlio del presidente Esposito, Ferdinando, non rischia più un procedimento disciplinare per la famosa e «inopportuna » cena con l’imputata Nicole Minetti: tutto archiviato.

Questo avviene quando già da maggio la sezione feriale è stata composta e fissata la presenza dei giudici che a rotazione devono comporla. Il 30 luglio vuol dire quel collegio, presieduto da Esposito senior. Per la sua rilevanza particolare il processo poteva essere assegnato alle sezioni unite della Cassazione, com’è stato nel caso di Giulio Andreotti, in base all’articolo 610 del codice di procedura penale. La fretta impone una scelta diversa. Eppure, un altro aspetto spingeva in quella direzione: la sentenza Mediaset poteva determinare un «contrasto potenziale » (come poi è stato) con il processo gemello Mediatrade, conclusosi con l’assoluzione di Berlusconi da parte della terza sezione. Ma tutto spinge verso la sezione feriale e, come diceva proprio Andreotti, «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina ».

Poi succede quello che tutti sanno e alla condanna definitiva segue l’inimmaginabile: Esposito concede consapevolmente, rileggendo il testo, un’intervista al Mattino prima che siano pubblicate le motivazioni. Racconta di fatto quello che è successo nel chiuso della camera di consiglio dove per oltre sette ore si sono confrontate due tesi diverse. Quella che poi ha vinto per il presidente si poggia sull’assunto che diversi testimoni abbiano riconosciuto di aver informato Berlusconi della frode fiscale in atto.
Ora è Antonio Esposito a rischiare un procedimento disciplinare, che con probabilità sarà attivato dal Guardasigilli Annamaria Cancellieri. Mentre ieri il Csm ha aperto una pratica su di lui: assegnata ieri alla prima commissione per accertare un’incompatibilità funzionale in seguito alla rivelazione di segreti della camera di consiglio e di dichiarazioni ai mass media senza aver informato il primo presidente della Cassazione (sembra che Santacroce sia furioso).

Ma neppure è così scontato che le dichiarazioni di Esposito non condizionino le motivazioni finali, che ora tutti attendono. Il relatore Franco Amedeo (che tra l’altro sarebbe stato sostenitore della tesi minoritaria di un annullamento con rinvio) ora si trova in imbarazzo. Se conferma che alla base della condanna c’è proprio la tesi anticipata da Esposito sui testimoni, conferma pure che il presidente ha rivelato i segreti della discussione tra i cinque giudici. In più, i legali di Berlusconi potrebbero presentare in questo caso un ricorso straordinario per «errore di fatto » (articolo 625 bis del codice di procedura penale), visto che negano l’esistenza negli atti di testimonianze in questo senso. Insomma, una storia processuale che sembrava chiusa si riapre con imprevedibili nuovi sviluppi.


Il doppio lavoro del giudice bugiardo
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 8 agosto 2013)

nostro inviato a Sapri (Salerno)

La ragnatela di Sapri. A spigolare in questa cittadina antirisorgimentale della provincia di Salerno si scoprono strani impicci. Nomi, prestanomi, giudici che fanno gli addetti di segreteria, e forse pure i bidelli, sedi distaccate di università telematiche, corsi di formazione casa e lavoro.

È un impiccio. L’unica cosa certa è che quando Antonio Esposito non sta in Cassazione fa un altro lavoro. Un doppio lavoro. La storia è questa. E apre parecchie domande. Gli impegni del giudice Antonio Esposito sono molteplici. Nonostante la non più giovanissima età, il 73enne presidente della sezione feriale della Cassazione ha molte attività in piedi. Per dirne una, quando non ha da condannare Berlusconi, smessa la toga, Esposito veste i panni del responsabile amministrativo di un pezzo di un’università telematica. Insieme alla moglie avvocato e alla figlia, il magistrato risulta referente per lo sportello Salerno/2 della Unicusano, ateneo privato romano. Così, chi vuol seguirne i corsi da casa propria in Cilento potrebbe ritrovarsi a chiacchierare inconsapevolmente con l’uomo che ha fatto del Cav un pregiudicato. Ipotesi mica tanto remota, visto che sul sito web dell’università come contatto per Sapri c’è proprio il numero di cellulare dell’alto magistrato. Che nella cittadina cilentana dove ha cominciato la carriera come pretore ha ora il suo quartier generale per le attività «alternative ».

Qui è un cittadino piuttosto in vista, molti lo conoscono e lo riconoscono. L’edicolante in piazzetta, per esempio, che lo annovera tra i clienti: «Compra sempre e solo Repubblica e Fatto quotidiano, e non è un mistero che Berlusconi non gli vada a genio », racconta candidamente il commerciante. E mentre a Sapri il sole sta per tramontare, le serrande al civico 35 di via Camerelle sono già abbassate, anche se il cartello sul muro esterno promette che il piano terra di questa palazzina a tre piani anni ’70 è il «Learning center: sede d’esame e segreteria assistita ». Quali siano nello specifico le mansioni di Esposito nell’ufficetto non lo sappiamo, ma anche in orario di chiusura la toga della suprema corte risponde al telefono e fornisce informazioni, anche se per maggiori ragguagli rimanda alla «segreteria ». La porta di vetro zigrinato però è chiusa, non risponde nessuno.

Accanto alla maniglia c’è un altra scritta: Ispi Sapri. Un acronimo che apre all’altra branca del «secondo lavoro » di Esposito, che all’uopo avrà certamente le debite autorizzazioni previste dal Csm per i doppi incarichi.

L’Istituto superiore di studi socio psico pedagocici italiano, fondato nel lontano 1978, stipula convenzioni con vari enti in Campania, in Calabria e a Roma. Per dirne una a dicembre 2012 per l’apertura di un centro di ascolto l’Ispi ha incassato tredicimila euro dalla Provincia di Salerno, ma l’associazione-agenzia di formazione organizza anche master a Sapri, ovviamente in convenzione, con l’Università San Pio V di Roma. Qui, gli studenti guadagnano 60 crediti universitari, mentre gli organizzatori incassano 1000-1200 euro a studente. Siccome ne sono previsti fino a ottanta, le cifre cominciano a farsi interessanti, anche se non conosciamo i termini economici della convenzione. Altra certezza è che il dottor Antonio Esposito, in abiti civili, si spende in prima persona per l’associazione di famiglia, tanto che nell’ennesima convenzione è il liceo Dante Alighieri di Sapri a sottoscrivere il documento in qualità di «rappresentante dell’Ispi e del centro di consulenza psico pedagogica presso la sede di Sapri » è proprio il dott. Antonio Esposito. Un network fittissimo proprio nei territori in cui Esposito è nato (a Sarno) e dove ha mosso, prima a Sapri e poi a Sala Consilina i primi passi della carriera in magistratura. Insomma, Esposito a Roma ha la residenza e il primo lavoro, casa e cassazione. A Sapri, seconda casa, seconda bottega, seconda vita. Illecito? No, magari no. Magari il buon giudice ha il via libera, l’ok, del Csm. Magari è normale. Resta questa cosa di un alto togato che mette il suo numero di telefono privato, quello del cellulare, tra i contatti per chi vuole fare un master. Cose così. «Per informazioni è possibile rivolgersi alla segreteria Ispi.: telefax: 0973/603460 dalle h. 16,30 alle h. 18,30 – cell. 380/257**** 333/347****- e-mail: ispisapri@libero.it ».


Il dovere della pulizia
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 8 agosto 2013)

Come ha ben scritto Angelo Panebianco nel suo editoriale sul Corriere della Sera alcuni giorni fa, la magistratura è l’unico potere davvero forte esistente in Italia. Le cosiddette toghe sono spesso in contrasto fra loro, ma basta un urlo nella foresta a richiamarle all’ordine, cioè a ricompattarle in difesa della categoria eventualmente minacciata.

Una volta c’era il timor di Dio, adesso prevale il timore dei giudici. Cosicché molti politici e moltissimi giornalisti preferiscono stare dalla loro parte, cercano la loro benevolenza. Non si sa mai. Personalmente, visto quanto è successo ad Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e a Giorgio Mulè, direttore di Panorama, condannati a pene detentive (e senza contare altri casi recenti), confesso di essere terrorizzato di subire la stessa loro sorte e mi tremano i polsi a scrivere il presente articolo. Con la prudenza e la codardia meglio abbondare. Tuttavia gli episodi di cui si parla in queste ore sono talmente eccezionali da meritare riflessioni.
La Cassazione ha confermato la sentenza d’appello a carico di Silvio Berlusconi: quattro anni di reclusione per frode fiscale. Normale? Mica tanto, ma fingiamo che lo sia. Seguono polemiche di fuoco dei berlusconiani e salti di gioia spontanei degli antiberlusconiani che, nella circostanza, sembrano assai meno eleganti e composti di quanto credono di essere. Vabbè, sorvoliamo. Gioire delle disgrazie altrui è volgare ma umano.
Mentre infuria la battaglia, chiamiamola dialettica, sabato esce sul Giornale un’articolessa di Stefano Lorenzetto che descrive una vicenda del marzo 2009, protagonista Antonio Esposito, presidente della seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione che ha incastrato definitivamente il Cavaliere. Tutto avvenne a Verona durante una cena a cí´té di un premio sotto l’egida del Lions club. Numerosi i convitati, tra cui l’alto magistrato, il quale – stando al racconto dettagliato steso da Lorenzetto, che sedeva al suo fianco al tavolo d’onore – conversando in scioltezza rivelò i contenuti piccanti di intercettazioni telefoniche riguardanti l’intensa attività sessuale di Berlusconi, addirittura citando i nomi di due deputate del Pdl entusiasticamente disposte a soddisfarne gli appetiti.
Pettegolezzi del genere stuzzicano la curiosità di chiunque. E infatti un altro ospite di quel raduno conviviale, un funzionario dello Stato che sedeva alla sinistra di Esposito, interpellato da Lorenzetto nei giorni scorsi ricordava perfettamente, pur a distanza di quattro anni, le generose prestazioni a favore dell’allora premier, attribuite dal giudice alle suddette deputate. Dato che le chiacchiere in libertà sono simili alle ciliegie, una tira l’altra, il presidente – ancora secondo la ricostruzione del nostro eccellente giornalista – aggiunse considerazioni poco lusinghiere sul conto del Cavaliere. Lorenzetto le ha riferite, supportato da due testimoni le cui «deposizioni » egli ha registrato sempre nei giorni scorsi, uno dei quali ha ammesso che Esposito, riferendosi al Cavaliere, anche in altre occasioni parlò di «grande corruttore » e «genio del male ». Ovviamente Lorenzetto è pronto a far ascoltare le registrazioni a gentile richiesta.
Non è finita. Il giudice, forse eccitato dallo stupore dei commensali, impresse un’accelerazione ai propri sfoghi attingendo copiosamente a quelli che dovevano essere considerati segreti d’ufficio: dovendo egli di lì a 48 ore emettere il verdetto su Vanna Marchi, accusata d’aver approfittato della dabbenaggine popolare al fine di arricchirsi, ne anticipò la sostanza drammatica: sarà condannata.
Che Lorenzetto avesse capito Roma per toma? Egli però, anche per questa topica di Esposito, è confortato dal fatto d’averla già rivelata in un suo libro pubblicato nel 2011, dunque in epoca non sospetta, e dalla testimonianza registrata dell’altro commensale che con lui sedeva al fianco di Esposito.
Solo un cenno circa le questioni afferenti l’abbigliamento della toga chiacchierina, che Lorenzetto aveva messo fra parentesi in quel suo libro giudicandole pittoresche ma irrilevanti e sulle quali è in corso un contenzioso scatenato dai giornali proni alle Procure per cercare di sviare l’attenzione dal gravissimo e sconcertante pregiudizio dimostrato dall’alto magistrato nei confronti degli imputati Berlusconi e Marchi. Stefano afferma che egli calzasse scarpe ginniche o da riposo bianche, l’interessato viceversa giura di non averne mai possedute di simili. È un dettaglio a questo punto davvero trascurabile? Disquisire di calzature sarebbe riduttivo se ciò non contribuisse a incrementare dubbi sulla sincerità del soggetto togato, stante il fatto che pure su questo marginale elemento egli viene smentito dalla concordante testimonianza di due persone che danno ragione al pignolissimo cronista: trattasi dell’ex prefetto di Verona e della sua consorte. Ai quali, dopo aver letto Il Giornale, si è aggiunto un noto professionista presente alla cena, che ha scritto e telefonato a Lorenzetto per confermargli di ricordare anch’egli perfettamente come Esposito fosse abbigliato nel modo descritto.
Anche uno stolto comprende che il problema non è l’abito, per quanto in determinate situazioni faccia il monaco e forse anche il bugiardo, ma tutto il resto. Da qui scaturisce un interrogativo: è lecito che un magistrato si abbandoni a confidenze attinenti al proprio ruolo di uomo di legge? Il quale pensavamo dovesse esprimere, svolgendo le sue mansioni delicate, sentenze non viziate da pregiudizi e mantenere sulle medesime un rigoroso riserbo. Perché diciamo ciò? Se Esposito aveva un’opinione negativa su Berlusconi e le sue abitudini pubbliche e private, forse non avrebbe dovuto accettare di processarlo, consapevole che ciascuno di noi, quindi anch’egli, non è sereno qualora debba decidere del destino di un cittadino che gli è antipatico e che non stima.
Non sono sfumature. Ma andiamo avanti. Il signor presidente, martedì scorso, è stato intervistato dal Mattino di Napoli, manco a dirlo sulla sentenza contro il Cavaliere. Il giornalista porge quesiti e il magistrato risponde, ma pretende di rileggere il testo finale. Accontentato. Il collega però, non essendo un micco, registra la telefonata durante la quale Esposito discetta su un punto controverso: Berlusconi non poteva non sapere che a Mediaset fregavano il fisco? La tesi del presidente è che Tizio, Caio e Sempronio avessero informato il premier (e azionista principale dell’aziendona) delle manovre truffaldine, per cui questi sapeva, eccome se sapeva (ma nelle carte del processo però non vi è traccia di ciò).
Domanda: un giudice di Cassazione è autorizzato a spiegare quali siano i cardini di un verdetto di condanna che ancora non è stato depositato? Esposito nega di aver suggerito al redattore del Mattino la chiave interpretativa della condanna stessa, ma la registrazione della telefonata dimostra il contrario e lo inchioda. Un pasticcio da cui si evince che il comportamento del presidente della Corte non è ortodosso, bensì piuttosto coerente con le stranezze denunciate per primo da Lorenzetto. Ovvio, è tutto da verificare, da approfondire non più a livello giornalistico, dov’è stato fatto il possibile con esemplare coraggio, ma nelle sedi opportune.
S’impone la necessità di fare chiarezza ossia di accertare se la condotta di Esposito sia compatibile con la carica che egli ricopre oppure se, a causa di un sortilegio (qualcosa di inspiegabile sul piano razionale), si sia creata una serie di equivoci tale da aver indotto due valenti giornalisti a prendere lucciole per lanterne. Ipotesi, quest’ultima, che, conoscendo Lorenzetto e la sua maniacale tendenza a controllare le notizie con scrupolo, sarei portato a escludere.
Ecco perché serve un’inchiesta senza veli promossa dal Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno della categoria presieduto dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano. E il fatto che ieri il Csm abbia annunciato l’apertura di una pratica lascia ben sperare. In assenza di un’indagine rigorosa sull’operato del giudice Esposito, si alimenterebbero sospetti e malignità di cui la giustizia sgangherata del nostro Paese non ha proprio bisogno per tornare a godere della fiducia dei cittadini.


Procura di Napoli come la Ddr Spiati i vertici di «Panorama »
di Mariateresa Conti
(da “il Giornale”, 8 agosto 2013)

I vertici di Panorama intercettati per almeno 15 giorni. Tra il 20 giugno e il 5 luglio del 2013 certamente, altre volte è probabile. Giornalisti spiati, nella loro attività e in privato, neanche l’Italia fosse una riedizione della defunta Ddr con la Stasi in agguato a captare le conversazioni sospette.

La loro «colpa »? Uno scoop di due anni fa, quello sulla conclusione delle indagini, da parte della Procura di Napoli, a carico di Valter Lavitola e Gianpaolo Tarantini, accusati di presunta estorsione a carico dell’allora premier Silvio Berlusconi. Uno scoop che, al contrario degli «spifferi » che dalle segrete stanze dei palazzi di giustizia raggiungono i giornali di sinistra, che quelli sono libera informazione e non si toccano, è sfociato in due indagini: una per accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreto d’ufficio, giunta ormai a conclusione; e un’altra con un’accusa, per il direttore di Panorama Giorgio Mulè, che sembrerebbe surreale se non fosse scritta nero su bianco: corruzione. «Ciliegina » sulla torta, l’intercettazione a strascico, a due anni dai fatti, dei vertici del settimanale, scoperta dagli ignari e a dir poco stupefatti interessati perché tra gli atti dell’inchiesta madre ormai conclusa sono state depositate alcune telefonate del procedimento per corruzione.

A denunciare la vicenda, con un editoriale dal titolo «Giustizia: non si può più tacere » pubblicato su Panorama in edicola oggi, il direttore Mulè. «Si è trattato – tuona – di una gigantesca operazione di spionaggio nei confronti del vertice di Panorama, che è stato intercettato per almeno 15 giorni. Numerosi agenti di polizia hanno trascorso il loro tempo ad ascoltare e trascrivere migliaia di conversazioni fatte o ricevute da giornalisti non indagati come il mio vice e il capo della redazione di Roma ».

È lo stesso Mulè a raccontare i dettagli di questa storia, paradigmatica, a suo parere, dello «stato di polizia » Italia. Tutto comincia con lo scoop dell’agosto 2011, sfociato nell’apertura di un’indagine affidata al gotha della procura di Napoli: i pm Henry John Woodcock, Francesco Greco, Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli. «L’inchiesta – scrive il direttore – coinvolge anche il sottoscritto da almeno un anno. Avevo avuto modo di parlarvene – ricorda – nell’editoriale pubblicato il 4 luglio scorso subito dopo aver ricevuto un invito a comparire della Procura di Napoli in cui si vaneggiava nei miei confronti il reato di concorso in corruzione: avrei, in sostanza, pagato qualcuno per avere lo scoop ». L’accusa è fragile. Non lo dice Mulè. Lo scrive, in un documento dello scorso 22 giugno citato nell’editoriale, il gip di Napoli: «Non ricorrono allo stato seri elementi indiziari in ordine all’ipotesi di corruzione ». Eppure cinque giorni dopo, il 27 giugno, arriva l’avviso a comparire, notificato al direttore di Panorama il 2 luglio. «Un atto urgente e non differibile – scrive Mulè – avevano specificato i poliziotti incaricati della notifica. E sapete il perché di tanta urgenza? Perché i miei telefoni erano sotto controllo dal 20 giugno. Così come quello del vicedirettore esecutivo, del capo della redazione di Roma, del cronista autore dello scoop, di un collaboratore di Panorama, di un impiegato di banca, di un avvocato e di un cancelliere di Napoli. Sono in tutto la bellezza di 24 utenze telefoniche ». Una «gigantesca operazione di spionaggio ai vertici di Panorama », appunto. Il perché lo spiega il gip: «Scrive il giudice – continua l’editoriale – che “la ragionevole probabilità che, a oltre un anno dai fatti (in realtà due, precisa Mulè) le utenze in oggetto possano essere impiegate per comunicazioni utili allo sviluppo delle indagini discende dalla contestuale predisposizione di attività perquirenti che possono stimolare confidenze tra i soggetti coinvolti. Da queste considerazioni discende anche l’urgenza dell’attività intercettiva ”. Traduco: dopo due anni dai fatti convochiamo i giornalisti per essere interrogati e origliamo al telefono se dicono qualcosa di utile alla nostra indagine. Non fa niente che alcuni di loro – continua Mulè – non siano sospettati di alcunché, non interessa che siano persone perbene: si intercetti alla ricerca del reato ». L’editoriale del direttore si chiude con un appello a Napolitano, perché intervenga. Prima che sia troppo tardi. E con una promessa: «Di questa inchiesta partenopea ci sono ancora molte cose da raccontare ».


Vent’anni dopo, Epifani come Occhetto
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 8 agosto 2013)

L’artefice principale del complotto antigovernativo di cui ha parlato nei giorni scorsi Gaetano Quagliariello si è svelato. Si tratta del segretario del Partito Democratico Guglielmo Epifani, che nel momento in cui ha dichiarato al Corriere della Sera che la legalità, cioè l’espulsione di Silvio Berlusconi dalla scena politica viene prima della stabilità del governo delle larghe intese, ha di fatto condannato a morte l’esecutivo guidato da Enrico Letta e preannunciato che la sentenza verrà eseguita non appena il Porcellum verrà sostituito con una nuova legge elettorale approvata da “chi ci starà”. La presa di posizione del segretario del Pd non si presta ad equivoci. Può essere che la pausa estiva lo spinga a mitigare la promessa di cambiare la legge elettorale con chi ci sta, cioè grazie ad un accordo con il Movimento Cinque Stelle.

Ma è certo che la sua richiesta di pronta applicazione della pena comminata a Berlusconi dalla Cassazione senza correttivi o mitigazioni di sorta costituisce la dimostrazione più clamorosa della sua volontà di chiudere al più presto la fase del governo di scopo di Enrico Letta per cogliere al volo l’occasione offerta dalla sentenza della Cassazione e sbarazzarsi una volta per tutte del principale antagonista della sinistra degli ultimi vent’anni. Il calcolo di Epifani è semplice. La fine della Prima Repubblica avvenne nel momento in cui la magistratura creò le condizioni per la morte politica di Bettino Craxi e, di seguito, dell’intero sistema dei partiti democratici del dopoguerra. La fine della Seconda Repubblica non può non avvenire dopo che la magistratura ha creato le condizioni per la morte politica di Silvio Berlusconi. Epifani, in sostanza, vede nella sentenza della Cassazione l’equivalente delle monetine del Raphael. E conta di approfittare della decapitazione per via giudiziaria del leader carismatico del centro destra per lanciare il Partito Democratico verso l’obbiettivo di elezioni anticipate destinate a trasformare la sinistra nella forza dominante del paese. La linea di Epifani non fa una grinza. Conta di salire sul ring elettorale e di vedersela con un avversario a cui hanno legato le mani dietro la schiena.

Perché mai non dovrebbe approfittare di una occasione così propizia che, oltre tutto, cade a pennello per bloccare l’ascesa di Matteo Renzi verso la segreteria contrapponendo al sindaco di Firenze l’attuale Presidente del Consiglio Enrico Letta? A questo interrogativo non c’è risposta razionale. Tranne una sola considerazione. Che consiste nel ricordare come il ragionamento dell’attuale segretario del Pd sia assolutamente simile a quello che spinse vent’anni addietro l’allora segretario del Pds, Achille Occhetto, ad approfittare del crollo della Prima Repubblica per giocare una partita elettorale che sembrava stravinta in partenza. Tutti ricordano la fine inattesa della magnifica macchina da guerra guidata da Occhetto. E forse farebbe bene a ricordarlo anche Guglielmo Epifani. Che con la sua scelta di andare allo scontro frontale non rischia solo di ricompattare in un fronte unico i falchi e le colombe del Pdl ma di costringere anche i più riluttanti del fronte dei moderati italiani a fare di nuovo quadrato contro una sinistra che non punta le sue fortune su un disegno di innovazione e cambiamento per il paese, ma solo sulle difficoltà di un avversario provocate da una magistratura irresponsabile così perfettamente rappresentata dal giudice Esposito.


Berlusconi, storia dell’evasore-corruttore da Craxi a Mills
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano, 8 agosto 2013)

Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1 ° agosto. Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.

La prima visita
Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”.

Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.

San Bettino vede e provvede
Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera all’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005). Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.

Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie all’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.

Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico).

Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piíº del 10% di Telepiíº, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob .

E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí­ via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí­”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.

Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati.

Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta le manette per corruzione col decreto Biondi.

È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.

9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte.

Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie all’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1 ° agosto prima della solita falcidie. Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?


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2 Comments

  1. Commento by zarina — 8 Agosto 2013 @ 23:09

    Tutti articoli molto interessanti, tranne l’ultimo che è la solita insalata mista   ormai stracotta per il troppo   aceto con cui è condita.  
    Immagino che anche la descrizione dell’ “omino spelacchiato e imbrillantinato” risulterà come tutto il resto   dagli atti   della gdf , non vorrei pensare che   è una   ricostruzionie fantasiosa   dell’informatissima   folta chioma, perchè potrebbero venire dubbi anche su altre rivelazioni.
    Invece ho   constatato con piacere che   Panebianco ultimamente ha fatto   delle analisi assolutamente obiettive e condivisibili, una delle quali è proprio quella   acidamente criticata dall’ unico   esperto di … sisachè.
     

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 9 Agosto 2013 @ 00:41

    Mai, cara zarina, che qualcuno faccia una storia analitica delle cavolate combinate dalla tessera n. 1 del Pd, Carlo De Benedetti. Oppure di Prodi.

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