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Quirinale, Matteo Renzi prepara la prossima mossa: piombare a Roma per l’elezione del capo dello Stato e stoppare Prodi

5 Aprile 2013

di Alessandro De Angelis
(da “L’Huffington Post”, 5 aprile 2013))

Piombare a Roma come “grande elettore” del prossimo capo dello Stato. Far pesare la pattuglia dei “suoi” cinquanta tra deputati e senatori, decisivi negli equilibri parlamentari. Determinare, attraverso la partita del Colle, i destini della legislatura, secondo la linea annunciata al Corriere della Sera: “O intesa con Berlusconi o voto”. E, soprattutto, chiudere l’era Bersani al Pd, affossando la candidatura di Prodi al Colle. Il piano di Matteo Renzi è definito. Lo strappo di oggi è solo una prima tappa. Quella più importante passa per l’elezione del capo dello Stato. Che il sindaco Rottamatore non solo ha deciso di giocare in prima persona. Ma da dentro il Palazzo. Da leader nazionale. Come espressione di un altro Pd rispetto a quello bersaniano. E’ la “fase due” della Rottamazione, la Rottamazione dall’alto, e non più (e non solo) da dentro. Che passa non dalle fumose direzioni di partito, da cui è assente da un po’. Ma da una strategia su due livelli: il Palazzo, dove giocare il grande risiko sul Quirinale. E l’opinione pubblica, da sensibilizzare attraverso una strategia mediatica studiata nei dettagli.

L’ideona sul Quirinale è stata fatta trapelare sul Corriere fiorentino e sulla Nazione. Tenuta, per ora, bassa. E prevede che Renzi possa essere indicato tra i nomi dei tre delegati che il consiglio regionale toscano spedirà in Parlamento per eleggere il successore di Giorgio Napolitano. Una novità, rispetto alla prassi per cui, di norma, vengono mandati il presidente del consiglio regionale, il governatore e un vicepresidente di opposizione. Un prassi appunto. Nulla che non possa essere cambiato. Perché la Costituzione parla chiaro. Non sta scritto da nessuna parte che i delegati debbano essere consiglieri regionali.

Ecco l’articolo 83 che gli sherpa del sindaco hanno analizzato nei giorni scorsi: “All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze”. Ecco il punto: eletti “dal” consiglio regionale, non “nel” consiglio regionale. E quindi, è il ragionamento, non si può escludere – o vietare – che il sindaco di Firenze possa essere un “grande elettore”. Per ora il centrosinistra toscano non si è ancora riunito. Ma dall’inner circle del sindaco trapela che il suo nome è sul tavolo.

L’obiettivo è piombare nei Palazzi romani per condizionare il Great game del Quirinale. E di guidare, sul campo, la pattuglia dei cinquanta parlamentari renziani: “Senza di noi – dice un fedelissimo di Renzi – non possono eleggere il capo dello Stato al quarto scrutinio”. E tra quelli che non possono eleggere c’è Romano Prodi. È questo il vero disegno del sindaco rottamatore: smontare il disegno di Bersani dall’alto, e non solo da dentro il Pd.

Ormai, dicono i fedelissimi di Matteo, è chiaro che Bersani voglia eleggere un capo dello Stato “amico” che poi gli dia il mandato per andare alle Camere a cercare la fiducia grazie allo smottamento dei grillini. Ma è un disegno che dentro il Pd non tutti condividono. Bastava leggere l’intervista di Veltroni sulla Stampa a proposito della necessità di un “modello Ciampi” per il Quirinale e sulla necessità di un governo del presidente per uscire dal pantano, per capire che c’è un’area di malcontento da coagulare. E il pallottoliere di Matteo dice che almeno un centinaio di parlamentari non sono disposti a sostenere il leader dell’Unione che fu: “Che Bersani lo voglia o meno – è il ragionamento dei fedelissimi – sarà costretto a fare i conti con noi”. E proprio per arrivare a Roma col profilo del leader capace di aggregare tutti quelli che non stanno sulla linea “o Bersani o morte”, il sindaco ha deciso di puntare non sul partito, ma sui media. Indifferente a convocazioni di direzioni o tavoli per un chiarimento interno, ha fissato un’agenda degna di una campagna elettorale: sabato va in onda Amici, il 17 – a ridosso dell’elezione del capo dello Stato – è prevista un’intervista alle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, e sono in stand by parecchi appuntamenti radiofonici e interviste sulla stampa straniera.

Una manovra ambiziosa. Che sposta sul terreno del Quirinale la sfida a Bersani. E che passa, non è un dettaglio, per un diverso approccio col Pdl. Prima ancora di un eventuale dialogo sul Colle, c’è un aspetto su cui il sindaco ha offerto un’altra idea di sinistra, alternativa all’impianto di Bersani: “Berlusconi – ha scandito oggi – lo voglio in pensione, non in galera”.  E soprattutto ha proposto un approccio alla luce del sole nei confronti del capo della destra italiana criticando quel doppio binario del segretario del Pd che da un lato ha permesso ai suoi (vedi Migliavacca) di inneggiare all’arresto e dall’altro ha sollecitato incontri clandestini (con Verdini) per trattare sull’ipotesi di Convenzione per le riforme. Anche se per ora è prematuro immaginare il tipo di dialogo col Cavaliere che ha in mente Renzi: “La vera interlocuzione che vuole stabilire – dice un renziano di rango – non è con questo o quel leader, ma col prossimo capo dello Stato”. E c’è un’alleato pesante in questa strategia, il cui nome è appena sussurrato dai renziani, quel Giorgio Napolitano che è il primo ad essere impegnato su una successione ordinata al Quirinale. Le polemiche sui tempi dei saggi non inclinano una sintonia politica di fondo tra i due: “In fondo – è l’analisi di più di un renziano – quello che ha detto Renzi in materia di larghe intese, o sul fatto che Berlusconi va pensionato ma non massacrato per via giudiziaria è quel che pensa Napolitano”. E non è un caso che il 12 aprile Renzi parteciperà al convegno organizzato dalla fondazione di Napolitano, Mezzogiorno Europa, all’interno di un parterre di figure vicinissime al presidente, da Umberto Ranieri grande sponsor di Matteo alle primarie a Paolo Franchi, autore del libro che viene presentato (ovviamente, una biografia del presidente). E chissà che non sia proprio l’attuale inquilino del Colle il principale interlocutore dei renziani per la scelta del successore.


La sfida sull’onore del Pd
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 5 aprile 2013)

E’ da un po’ di tempo che me lo chiedo: la scissione del Pd avverrà a destra o a sinistra?
Sì, perché fino a ieri davo abbastanza per scontato che una scissione ci sarebbe stata. Vista la disastrosa conduzione di Bersani, vista la cocciutaggine del gruppo dirigente.
E vista la determinazione dei renziani a dare battaglia, riuscivo a immaginare solo due scenari.

Scenario 1 (scissione «a sinistra »): il Pd volta pagina, Renzi conquista il partito, gli irriducibili fondano un partito a sinistra del Pd (Rifondazione democratica?), magari con Vendola e gli avanzi della lista Ingroia.

Scenario 2 (scissione «a destra »): il Pd si compatta intorno a Bersani, non concede le primarie a Renzi, e induce il sindaco di Firenze a fare una lista propria.

Non tutti se ne ricordano, ma due scissioni del genere sono già avvenute negli anni scorsi, con esiti disastrosi per gli scissionisti. Nel 2008, erano stati gli irriducibili dei Ds (autodefiniti SD, ovvero Sinistra Democratica) a tentare l’avventura con la lista Arcobaleno, nel 2009 era stato Rutelli a fare l’irriducibile, con la mai decollata Alleanza per l’Italia. Molti indizi, a partire dai sondaggi, fanno ritenere che oggi le cose andrebbero diversamente: il Pd è così diviso che c’è spazio sia per una robusta scissione a sinistra, sia per una robusta scissione a destra.

Da ieri, tuttavia, sono meno convinto che il Pd finirà per spaccarsi a metà come una mela. Ieri infatti è successo un fatto nuovo: Renzi ha rotto il silenzio che si era imposto e, in una intervista al Corriere della Sera, ha detto tutto (o quasi tutto) quello che pensa. Molte delle cose che Renzi ha detto non sono nuove. Ce n’è una, però, che – per il suo contenuto e per la forza con cui è stata detta – potrebbe produrre effetti importanti. Mi riferisco ai passaggi nei quali Renzi denuncia l’arroganza dei parlamentari grillini («un’arroganza che non si vedeva dai tempi della prima Repubblica ») e solidarizza con Bersani, raccontando il proprio sconcerto di fronte all’incontro Pd-Movimento Cinque Stelle trasmesso in diretta streaming qualche giorno fa: «mi veniva da dire: Pierluigi, sei il leader del Pd, non farti umiliare così ».

Anch’io, che non sono certo un fan di Bersani, avevo provato una sensazione simile a quella di Renzi: un misto di sconcerto, di pena, di rabbia. Ho un’età che mi permette di ricordare molto bene che cos’erano i militanti del Pci negli anni ’70, cos’erano i dirigenti, cos’era il segretario del più grande partito comunista dell’Occidente. Il Pci aveva mille limiti (che la sinistra paga ancora oggi), ma di una cosa tutti noi nati prima del 1960 siamo assolutamente certi: Enrico Berlinguer non si sarebbe fatto umiliare così. Quel partito e il suo gruppo dirigente avevano una dignità, un orgoglio, una compostezza mi verrebbe da dire, che mai e poi mai avrebbero reso possibile quel che oggi accade. Non tanto il fatto che un comico e i suoi discepoli deridano, insultino, svillaneggino quotidianamente i rappresentanti del più grande partito della sinistra (questo non lo si può impedire), ma che quei medesimi dirigenti derisi e svillaneggiati porgano l’altra guancia, corteggino, lusinghino chi li disprezza così profondamente.

No, questo con Berlinguer non sarebbe mai potuto succedere. Ed è curioso che a restituire l’onore al Pd, o quantomeno a provarci, non siano i pasdaran di Bersani, che sulle «radici » e sull’identità del partito avevano puntato tutte le loro carte, ma sia questo ragazzino bizzoso e un po’ strafottente, che però della politica pare avere un’idea alta. Un’idea secondo cui la parola data si mantiene, quel che si pensa lo si dice, gli avversari si battono in campo aperto, gli elettori – tutti gli elettori – meritano rispetto. Come la politica, appunto, che non può e non deve rinunciare alla propria dignità.

Ecco perché dicevo che, dopo l’intervista di ieri, non escludo più che il Pd riesca a restare relativamente unito, e ci riesca proprio grazie a Renzi. Fino a ieri il sindaco di Firenze rappresentava solo la componente liberale e dialogante del Pd. Da oggi, Renzi sembra candidarsi alla guida del partito anche come colui che ne difende la dignità e le buone ragioni. E, a pensarci bene, è del tutto naturale che questa difesa venga proprio da lui, e non dalla vecchia guardia. Non solo perché la «fortezza Renzi » è così poco compromessa con il passato da risultare inespugnabile dal grillismo, ma perché Renzi è l’unico dirigente del Pd che ha capito fino in fondo quanto sia sbagliato, nonché autolesionistico, il disprezzo per l’avversario. Il trattamento che i grillini stanno riservando al Pd, fatto di derisione e disistima, è il medesimo che il Pd ha sempre riservato all’avversario di destra. E’ possibile che molti dirigenti del Pd non se ne siano ancora resi conto, o non se ne facciano una ragione, ma la realtà è che Grillo sta al Pd come il Pd sta al Pdl. Fuor di metafora matematica: per i grillini la classe dirigente del Pd è impresentabile, esattamente come per il Pd lo è quella del Pdl. L’umiliazione del Pd, accusato dal Movimento Cinque Stelle di ogni nefandezza, è una sorta di contrappasso per vent’anni di disprezzo verso gli avversari politici.

Non è detto che Matteo Renzi riesca nell’impresa di restituire al Pd l’onore perduto, se non altro perché il passato prossimo di quel partito non è particolarmente onorevole. E tuttavia già sarebbe un grande risultato che il tentativo di Renzi sortisse almeno un effetto: quello di far comprendere a tutti, e innanzitutto al suo partito, che il disprezzo dell’avversario, la sua derisione e la sua umiliazione, sono solo il vecchio della politica, le scorie di un passato che speriamo non ritorni mai.


Trattare trattare trattare
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 5 aprile 2013)

Trattare, trattare, trattare. Silenzioso, non mette un piede fuori dalla villa di Arcore, mantiene una distanza strategica da Roma e dagli imbrogli di Palazzo, dice che “a via del Plebiscito io non ci vengo più”, e dunque si fa dipingere “falco tra i falchi”, il duro più duro, l’uomo che non deve cedere mai. “Roma è il compromesso, Milano è la fermezza”, fa dire in giro in modo tale che i giornali poi lo scrivano, e dunque affetta disinteresse per i traffici e gli inciuci della capitale, si descrive chino a progettare una campagna elettorale vittoriosa, accarezza i toni del Caimano (quelli che ha studiato da Nanni Moretti), si mostra muscolare e impegnato a muovere centinaia di pullman carichi di supporter agguerriti e attempati, su e giù per la cartina d’Italia, da Bari a Palermo fino a Pavia: vuole molte manifestazioni di piazza, “una alla settimana”, dice. Eppure, mentre passeggia all’ombra del parco di Arcore, con un telefono sempre in mano, Silvio Berlusconi compulsa i numeri telefonici della capitale infetta e lontana. E’ delle trame di Palazzo e degli inciuci di corridoio che il Cavaliere vuole sapere tutto: “Dimmi, dimmi, dimmi”. Non vede l’ora di incontrarsi finalmente con Pier Luigi Bersani, ha mandato i padrini a fissare per il fine settimana il colloquio con il segretario del Pd. Finge distacco, ma poi si preoccupa spazientito: “Ora smettetela di lodare Renzi!”.

Timoroso di fallire la trattativa sul Quirinale, braccato da procure e tribunali, in queste sue telefonate romane il Cavaliere isolato viene fuori al naturale, depone gli istinti bellicosi e raccoglie informazioni, ascolta i consigli mai spettinati di Gianni Letta (la cui prima preghiera al mattino è: “Non fare più il mio nome per il Quirinale”), spinge Alfano a telefonare a Bersani anche due volte al giorno (“ma fingi che io sia contrario”) e insomma a ciascuno dei suoi uomini Berlusconi spiega cosa fare, come muoversi, cosa dire e financo come dirlo. Tira tutti i fili, il vecchio capo, e dirige il grande balletto della sua matta e fantasiosa diplomazia alla corte del Partito democratico, dove ancora gli ex diessini ricordano le liturgie pazzotiche e i corteggiamenti di sette anni fa, le profferte nell’ombra, il Quirinale a Massimo D’Alema tra un cioccolattino e un ovetto di Pasqua, con gli alteri baffi che si fingevano disinteressati (“… io leggo Omero”) e Piero Fassino, allora segretario, incaricato invece di accettare la sua candidatura alla presidenza della Repubblica per conto del partito, e ovviamente della vecchia volpe baffuta e fintamente sdegnosa. Non se ne fece nulla allora, ma oggi non è cambiato molto nella forma e nella sostanza, c’è sempre D’Alema interessato e silente, c’è sempre Franco Marini, “Fontamara for president” dicono nel Pd, solo un po’ meno giovani di prima. E poi c’è ovviamente il solito Giuliano Amato che fa capolino pure lui in quel tendone brulicante di vita che è la confusa diplomazia del Cavaliere. Maurizio Migliavacca, il braccio destro di Bersani, fa coppia di fatto con Denis Verdini, che di mestiere risolve problemi, e per un pelo i due non vengono fotografati mentre camminano complici a braccetto per il centro di Roma (una foto di Verdini con Ugo Sposetti, il tesoriere di Bersani, è invece uscita sui giornali).

Dario Franceschini strattona Alfano e Maurizio Lupi perché dopo aver perso la presidenza della Camera insegue l’idea del risarcimento: ce l’ha con Bersani e al Quirinale vorrebbe il vecchio e selvatico Marini, anche a costo di bloccare Prodi, ma Alfano intanto si è pure impegnato mezza parola su D’Alema senza nemmeno escludere Amato, corpo di tecnico e testa di politico. Così il circo della diplomazia si compone di sussurri e sospiri, di saggi Quagliariello e di guastatori Brunetta, di insulti pubblici e smancerie private, di assalti al Quirinale e carezze a Napolitano. Ciascuno sembra muoversi per i fatti suoi, alla rinfusa, in un marasma senza costrutto, mentre ognuno è in realtà attore di una sceneggiatura matta scritta dal Cavaliere in persona. Così Quagliariello viene mandato da Berlusconi tra i saggi di Napolitano per far decantare le cose e prendere tempo, e il capo dello stato trasmette persino la lista intera agli uffici di Gianni Letta prima ancora di avvertire gli stessi saggi che ne faranno parte, e lo fa perché il Cavaliere possa vidimarli uno per uno – come in effetti accade – ma poi, comunque, il Cavaliere finge risentimento e dunque si attiva Brunetta, il giustiziere di ogni Quagliariello: “Al posto suo io non avrei assolutamente accettato”. Zac! E la portavoce Carfagna, che candida Emma Bonino al Quirinale? “Portavoce delle sue idee personali”. Boom! Sembra una follia, ma c’è del metodo.


Al quadrato del Pd manca un lato
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 aprile 2013)

Pier Luigi Bersani è stato previdente. Ha sfruttato il Porcellum, che non ha voluto modificare perché convinto di avere la vittoria in tasca, per disegnare con la lista bloccata una rappresentanza parlamentare a propria immagine e somiglianza. Agli avversari ed ai concorrenti interni ha lasciato solo le briciole: un po’ di deputati e senatori ai renziani, un po’ agli ex margheritini, pochissimo ai veltroniani, ai prodiani, ai liberal ed agli stessi dalemiani. Ma nella sua previdenza pre-elettorale Bersani non ha calcolato che nel corso degli anni il suo Partito Democratico è diventato molto simile a quella Democrazia Cristiana che, a detta di Giulio Andreotti, formava dei quadrati a cui mancava sempre un lato. Cioè non ha messo in conto che, sia pure piccolo, il lato mancante del Pd nel quadrato realizzato dalla segreteria attorno alla propria linea politica può risultare decisivo.

Ed oggi, dopo la sortita di Matteo Renzi ed i mugugni di tutte le minoranze compresse presenti nel partito, scopre che a causa di quel maledetto e non calcolato lato mancante difficilmente può eleggere, con qualche transfuga grillino e qualche fiancheggiatore nascosto della sinistra montiana, il Presidente della Repubblica destinato ad assicurargli palazzo Chigi alla guida di un governo di minoranza. Certo, Bersani non avrebbe mai potuto immaginare che la vittoria data per scontata sarebbe stata così risicata da apparire una sostanziale sconfitta tale da non dargli la maggioranza anche al Senato. E, soprattutto, non avrebbe mai potuto prevedere che il Movimento Cinque Stelle avrebbe raggiunto le dimensioni attuali conservando testardamente la sua caratteristica di forza anti-sistema e rifiutandosi di diventare la stampella di sinistra del partito votato per diritto divino fin dai tempi di Enrico Berlinguer a governare il paese.

Invece l’imprevedibile è successo. La vittoria è risultata fasulla e Beppe Grillo si è rifiutato di piegarsi al diritto divino accontentandosi di mettere il proprio movimento al servizio di Sua Maestà Partito Democratico. Ed ora il lato mancante del quadrato interno, sia pure tenuto in dimensioni ridotte dall’uso accordo del Porcellum, rischia di diventare il fattore determinante del probabile fallimento del progetto bersaniano di sostituire Napolitano con un vassallo prono agli ordini del “tortellino magico”. Naturalmente è ancora presto per dare per persa la disperata battaglia che il segretario del Pd sta conducendo con il suo gruppo di stretti collaboratori per tenere il partito, occupare le istituzioni, gestire il governo, mandare in galera Berlusconi e normalizzare i grillini trasformandoli da forza anti-sistema in puntello del proprio sistema. Bersani, bisogna riconoscerlo, è uno tosto e che non si arrende tanto facilmente.

Né a Grillo, né tanto meno a Matteo Renzi ed agli altri avversari interni. Ma in tanta “tostaggine” c’è un punto di debolezza che il segretario del Pd sembra non avere considerato abbastanza. Si tratta dell’insofferenza montante dell’opinione pubblica per una situazione di paralisi politica che rischia di aggravare irrimediabilmente la crisi ed i sacrifici che essa comporta. La maggioranza degli italiani ha ormai ben chiaro che la causa della paralisi non è l’indisponibilità di Grillo a diventare stampella del Pd ma la pretesa di Bersani di vedere riconosciuto dalle altre forze politiche il diritto divino del suo partito a governare da solo il paese. È ora che il segretario del Pd prenda atto di questa realtà. Prima che l’onda lo travolga e riduca in pezzi il Partito democratico.


Grillo ha ragione discepoli, ubbidite
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 5 aprile 2013)

Beppe Grillo li ha creati e Beppe Grillo li distruggerà. Quegli eletti nelle liste del M5S che pensano di disubbidire al leader, e di andare in soccorso del finto vincitore Pier Luigi Bersani per garantirsi una lunga permanenza sul seggio, oltre a essere precoci traditori sono anche ingenui.

Potranno farla franca qualche mese – forse – ma sono destinati a essere buttati fuori dal movimento e a non tornarci più. Il successo straordinario dei grillini, infatti, è dovuto alla loro eccentricità rispetto ai partiti tradizionali, invisi a una moltitudine di italiani stanchi della politica dei politicanti e desiderosi di sfasciare questo sistema pur senza sapere con quale altro sostituirlo.
Probabilmente, lo stesso Grillo ha idee confuse in proposito, però di una cosa è consapevole: se abbandona la strada maestra, che gli ha consentito di raggranellare il 25 per cento dei voti, anziché avanti andrà indietro e rischierà un forte ridimensionamento. Dato che l’uomo non è stupido, non permetterà a nessuno di deviare impunemente per fare piacere al Pd.
Ciò non significa che un certo numero di grillini non sia tentato di sgarrare, e non è escluso che a Bersani riesca il giochetto di accaparrarsi alcuni dissidenti, quanti ne bastano per avere una risicata maggioranza in Senato. Quand’anche ciò accadesse, Grillo tuttavia non demorderebbe. Lo ha già fatto intendere per iscritto: «Hai votato per il M5S per fare un governo con i vecchi partiti? Allora hai sbagliato voto ». Una frase che suona come un ultimatum a Bersani: smettila di corteggiarci, non cediamo alle tue lusinghe. Discorso chiuso.

È lecito non essere d’accordo con Grillo e cercare di ostacolarlo nella sua marcia trionfale, ma non gli si può dare torto sulla strategia adottata fin qui per dare forza al movimento. Una strategia semplice eppure assai efficace: contestare a 360 gradi il modello ottocentesco dei partiti, evitando con cura di trattare con essi per non dare l’impressione ai cittadini che il M5S si sia lasciato contaminare dal conformismo politico.
È nostra opinione che non tutto dei partiti sia da scartare, ma è indubbio che l’affermazione dei grillini si basa sul rifiuto totale dalla cosiddetta Casta. La loro caratteristica vincente è la voglia di distruggere e non quella di costruire: finché una larga fetta di opinione pubblica sarà ostile ai bizantinismi inconcludenti e dispersivi della politica nazionale, il metodo Grillo funzionerà allo scopo di rastrellare suffragi.

Il pericolo vero che attualmente corrono il guru genovese e i suoi adepti è l’imborghesimento spesso provocato dall’occupazione delle poltrone: una sorta di assuefazione agli agi offerti dal Palazzo. Qualche sintomo di adattamento comincia ad affiorare nel corpaccione del M5S, dal quale ci aspettavamo scintille. Invece i grillini nella presente congiuntura hanno emesso soltanto flebili sospiri, dimostrando che la loro verve rivoluzionaria si è esaurita in campagna elettorale, trasformandosi ora in pigrizia. Indossano abiti da funzionari ministeriali, si atteggiano a statisti di complemento, parlano come Giulio Andreotti negli anni Sessanta, sono più vecchi dei loro nonni.
Ha ragione Grillo a suonare la sveglia. Altrimenti anch’egli e il proprio esercito (allo sbando?) moriranno democristiani. C’è un precedente: Guglielmo Giannini e l’Uomo qualunque.


È tutto uno scherzo
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 5 aprile 2013)

Povera Italia, ogni giorno se ne scopre una. Ieri addirittura tre. La prima: l’inchiesta su Berlusconi nota come «bunga bunga » è stata ed è, come ha dichiarato ieri la presunta vittima Ruby, un atto di violenza psicologica della magistratura su una ragazza con il dichiarato scopo di rovinare l’immagine e la vita del Cavaliere.
Onida e Napolitano

La seconda: come dimostra l’onorevole Capezzone nell’articolo che trovate su questa prima pagina, il governo Monti ha truccato i conti del Paese tanto che sarà necessaria una dura manovra finanziaria. Terzo: i dieci saggi scelti da Napolitano per trovare una soluzione allo stallo politico, per ammissione del più autorevole di loro, sono solo una farsa organizzata per perdere tempo (come da noi sostenuto fino dalla prima ora).

Quest’ultimo punto ci dice in che mani siamo molto più di tante analisi. Protagonista è uno dei saggi scelti da Napolitano, Valerio Onida, già presidente della corte Costituzionale. Raggiunto al telefono da una falsa Margherita Hack (uno scherzo della Zanzara, trasmissione di Radio24), il saggio si è lasciato andare a giudizi pesanti sulla commissione di cui fa parte (cosa inutile, serve a coprire questo periodo di stallo), e su Berlusconi (è anziano, speriamo lasci in pace gli italiani). Eccolo, in tutta la sua ipocrisia, il prototipo del saggio, di chi dovrebbe essere arbitro imparziale della contesa politica. Dal Quirinale in giù, ci stanno prendendo tutti per i fondelli pur di non ammettere che la sinistra non ha vinto le elezioni e che bisogna tornare a votare. Pasticcioni, faziosi. Ecco di chi stiamo parlando.

E poi si incavolano pure se dici e scrivi che in questo Paese la magistratura è di parte. E viene da pensare che Onida fosse di parte anche quando presiedeva la Corte Costituzionale. Il supremo organo da cui dipendono buona parte degli equilibri del Paese. Basta togliere la patina dell’ufficialità, come ha fatto ieri Radio24, che scopri il vero volto di questi custodi della Costituzione alla Onida, Monti e Boccassini. E, ultimo sospetto, sarebbe bello sapere perché Renzi ha «strappato » proprio ora dal Pd. Il bene del Paese? Mah, dubito. La verità la scopriremo nei prossimi giorni, e non credo sarà necessario scomodare quelli della Zanzara.


Letto 3100 volte.


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Bart