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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: I figli di Ludovico #4/7

21 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I figli di Ludovico #4

Tonio era un accanito cacciatore. Veniva spesso dalle parti di Rachele. Ai tempi che c’era ancora Berto, si era fermato da lei più d’una volta. Andava volentieri a caccia con Berto, tiratore formidabile, il quale sapeva distinguere dal fruscio dietro la siepe o sul ramo l’animale che stava appostato. Udito fine, non c’era movimento che non gli giungesse all’orecchio per primo. Una volta andarono insieme a caccia del cinghiale. Certi amici ne avevano avvistato uno. Gli avevano fatto la posta, ma niente; più furbo di loro, sempre li aveva burlati.
  Ne parlarono con Tonio, e Tonio con Berto.
  «Noi due lo staneremo. »
  «Non c’è animale che possa farla al mio Jack » annuì Berto, accennando al suo cane.
  «Vi porteremo il cinghiale, Berto ed io » promise ai paesani Tonio.
  E così una mattina passò dalla casa di Berto avanti l’alba. Picchiò alla porta. Venne proprio Rachele ad aprire.
   Berto stava già seduto al tavolo.
  «Prendi un po’ di caffè con noi » disse.
  Aveva a fianco, tutto agitato, scodinzolante, Jack.
  «Buono buono. Ora si va. » Jack sembrava capire. Si accucciò vicino alla sedia; il muso acquattato sul pavimento, mugolava.
  «Andiamo » disse Berto; e baciò la sua Rachele. Afferrato il fucile, lo teneva in mano.
  Il bosco, subito dopo la piccola radura che stava davanti alla casa, s’infoltiva, dapprima con acacie alte, poi qualche castagno, qualche pino e un po’ più in alto degli abeti. Quando spuntò l’alba, si riempì di rumori, di fruscii e di canti. Jack annusava senza una direzione precisa.
  Giù in basso gorgogliava il torrente, e siccome s’era in primavera, le acque erano turgide e veloci. Discesero il pendio per passare sull’altro monte, e Jack fu il primo a raggiungere il rivo. Ficcò il muso nell’acqua, poi lo levò come giocando, lo scosse, e con la lingua tornò a bere grosse sorsate; quindi, fatto dietro front, corse verso gli uomini che si apprestavano a guadare.
  Fu a questo punto che il cane ebbe uno scarto improvviso. Drizzò le orecchie, si fermò, le zampe tese, lo sguardo allungato oltre il torrente. Infine si gettò nell’acqua. Giunto sull’altra riva, disparve nel bosco.
  Berto gli corse dietro, e così Tonio che aveva tolto il fucile di spalla ed ora lo imbracciava.
  Jack abbaiò.
  «È là. L’ha braccato. Facciamo presto Tonio. »
  Jack guaì, e Berto capì che la lotta era incominciata e il terribile cinghiale stava vincendo. Accelerarono la corsa.
  Giunsero trafelati; Jack era a terra, ansimava, ferito a morte. Il cinghiale era sparito.
  «Povero Jack » disse Tonio.
  Nei giorni successivi, continuarono la caccia.
  Lo uccise Berto, una mattina, appena levata l’alba. Lo sorprese mentre assetato scendeva al torrente. Fu più lesto di Tonio.
  Berto lo portò al paese sulle spalle. Lo rovesciò sul tavolo della locanda.
  Vennero tutti a vedere, e soprattutto i ragazzi guardavano Berto, e lo ammiravano; i più vecchi invece non avevano bisogno che qualcuno spiegasse loro chi era Berto. Avevano conosciuto il giovane Ludovico, e Berto era suo figlio, in tutto simile a lui.  

  Quella locanda, che aveva nome “La rondine”, era il cuore del piccolo paese. I pastori e i contadini vi si radunavano al tramonto. C’erano tra loro degli autentici bevitori. Qualcuno ogni tanto prendeva delle solenni sbornie.
  Il Guercio, che aveva perso un occhio per una lite, era di casa alla locanda e faceva coppia alle carte con Buzzino, furbo più di una volpe. Contava bene le carte, Buzzino; fremevano, parevano avere mille vite le sue dita.
  Quando, la sera tardi, entrava anche Berto, il Guercio gli ammiccava mezzo strabico, e Berto accettava la sfida. Chiamava sempre Tonio a fargli da compare.
  Amelio, il padrone della locanda, era grosso più di Tonio. Straordinaria la sua forza. Allorché gareggiavano a braccio di ferro con lui, si sfilava la camicia, e non badava all’avversario; fosse chi fosse, non lo guardava nemmeno in faccia; e dopo poche saggiature, lo stendeva. La gente gridava, e si pagavano le scommesse, e c’era chi perdeva perfino le mutande nei giorni che il vino scorreva a fiumi.
  Dopo la sparizione di Berto, s’era persa un po’ quell’allegria.
  Rachele capitava spesso a “La rondine”.
  Tonio già da quei giorni la occhiava.
  Rachele andava per il vino. Comprava da Amelio due o tre damigiane che faceva caricare sul furgone. Vino nero.
  Quella volta, Rachele andò qualche giorno dopo la festa.
  Tonio giocava contro il Guercio e Buzzino, che ora, sparito Berto, erano diventati imbattibili.
  Vide la donna e alzò gli occhi dal tavolo. Rachele s’era diretta incontro a Amelio, che stava dietro il banco, già pronto a caricare le damigiane.
  Sollevò la prima come fosse un fuscello, la poggiò sulla spalla e s’avviò all’uscita. Rachele stava qualche passo indietro, ancora bella.
  Tonio lasciò cadere le carte e si alzò. Si avvicinò alla donna.
  «Da quando Berto non c’è più, ho perso la testa per voi. »
  L’umore che contenevano quelle parole le rimescolò il sangue. Lo trafisse con gli occhi. Ma subito sbiancò, e anche Tonio avvertì il mutamento. Tra loro era sorta, minacciosa e imponente, la figura di Ludovico.  

  La leggenda di Ludovico nasceva da lontano.
  Era capitato in quel bosco ancora ragazzo. Alto e forte, sembrava figlio di un Dio. Lavorava sodo la terra, e la radura era stata la sua prima conquista alla foresta; da solo aveva abbattuto gli alberi e costruito la casa. I primi tempi, la gelosia e l’invidia di quelli che sempre avevano comandato, gli procurarono fastidi. Ma Ludovico mise subito le carte in tavola quando ricevette il primo torto.
  Sceso a “La rondine”, retta a quel tempo dal padre di Amelio, che era più grosso del figlio, fracassò, per farla breve, mascelle, nasi e zigomi, e la gente che lo vide lottare raccontò poi che nemmeno un toro aveva in corpo quella furia.
  Finì perciò la casa in santa pace. Si sposò, e nacque Berto, che cresceva simile a lui, e Ludovico ringraziò Dio di avergli concesso un figlio così.
  Quando Berto fu giovanotto, e Ludovico era ancora nel pieno delle forze, non c’erano uomini in paese che, messi tutti assieme, potessero battere quella coppia di giganti.
  «Berto, mio Berto » diceva Ludovico certe notti quando ripensava a lui, e quel figlio si confermava la cosa più bella che Ludovico era riuscito a creare.  

  La poiana aveva visto correre la lepre lungo il torrente.
  Prima del nibbio, più rapida, si calò in picchiata. Afferrata la preda, Ludovico la vide ritornare nel cielo. Teneva gli artigli stretti sulla bestia attonita, smarrita, vinta.
  Il nibbio le volava intorno: avido, ma timoroso.
  «Saliamo ancora » chiese Chiara, e Ludovico distolse lo sguardo dai rapaci, si accostò alla bimba e insieme, le braccia protese in avanti, ascesero il cielo. Stava scendendo la sera. La luna a poco a poco si tingeva del suo giallo colore, e la scia luminosa calava giù verso la Terra, e appariva come una strada cosparsa di magie.
  Se quella notte Rachele avesse alzato gli occhi alla luna, penetrato lo sguardo dentro la sua luce, risalita quella scia luminosa, li avrebbe visti piccini piccini volare lassù. E li avrebbe anche riconosciuti, pensò Ludovico, e avrebbe capito che non potevano essere che loro due quegli straordinari viaggiatori, alla ricerca di quella parte prodigiosa della vita che sta racchiusa dentro ciascuno di noi.
  A mano a mano che ascendevano dentro quel fascio di tenera luce, si accelerava e si faceva più leggero il volo.
  Chiara aveva chiuso gli occhi e gridava al nonno di fare altrettanto. Si sentiva simile alla farfalla o alla libellula, diceva; batteva le braccia, ed era come loro.
  «Nonno, nonno! »
  Ludovico stava librandosi nella luce giallastra della luna; sentiva di essere finalmente l’uomo che aveva sempre cercato; l’anima, sazia, appagata, si manifestava a lui, al pari della sua carne.
  Planò, si distese nel volo per assorbire la quiete che a poco a poco si impadroniva di lui.


Letto 2010 volte.


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Bart