di Bartolomeo Di Monaco
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I figli di Ludovico #6
II
Ludovico veleggiava nell’aria come se vi fosse stato da sempre.
Quando Chiara aveva qualche incertezza, o s’impauriva, Ludovico correva da lei con quella destrezza del volo che lo faceva somigliare proprio alla poiana che avevano incontrato. Il più delle volte, andava con ritmo lento e quasi si fermava, e si guardava intorno. Era giunto ad una tale altezza che non scorgeva laggiù in basso più niente.
Dov’era finita la Terra?
Stringa era uno dei tanti frequentatori de “La rondine”, dove trascorreva molte ore del giorno. Buon giocatore di carte, faceva coppia fissa con il vecchio Frullana.
Andava in collera facilmente, e così accadde un giorno che, durante una partita, Frullana sbagliò a calare la carta.
«Ora s’è perso, bischero! » gli disse Stringa.
Frullana si morse le labbra, e ci fu anche chi gli batté la mano sulla spalla e lo canzonò:
«Meglio la frullana nel campo, dài. »
Intorno ai tavoli da gioco, che diventavano numerosi appena scendeva la sera, si radunava molta gente. Si levava sempre il mormorio quando qualche giocatore sbagliava.
Amelio era più che soddisfatto; gli affari andavano a gonfie vele, e lui girava tra i tavoli a mescere vino.
«Prendo il tuo posto » disse a Frullana Tonio, che, da poco entrato, moriva dalla voglia di battere la coppia che era riuscita a spodestare il Guercio e Buzzino.
Frullana s’alzò a malincuore al cenno di quel gigante.
Stringa non disse nulla.
Si ricominciò; e la fortuna e la destrezza vennero a premiare i due.
Tonio trincava forte, ma anche Stringa non era da meno.
Partite si giocavano anche sugli altri tavoli, ma quella di Stringa e Tonio da una parte e Ciortellora e Chiodo dall’altra era senza dubbio la più interessante, e tutti pressappoco stavano intorno a loro.
Ad un certo punto il momento si fece delicato; scese nella locanda un gran silenzio. Recandosi a servire gli altri tavoli, Amelio lo faceva in punta di piedi per non disturbare.
Calò Tonio e sbagliò la carta.
«Sei un bischero anche te! » gridò Stringa, che di errori a carte ne faceva pochissimi.
Tonio non stava agli scherzi; avvampò.
«Da quando hai perso Berto, sei una schiappa » rincarò la dose un altro tra gli spettatori.
Tonio si alzò in piedi, alto e massiccio come un elefante, e non capì Stringa, quando si ritrovò disteso a terra, quel che gli fosse accaduto.
Scosse il capo.
«Brutto maiale! » gridò, con l’occhio tutto ammaccato, e a testa bassa gli si gettò contro. Ma Tonio gli assestò un tale gancio che si sentì schioccare la mandibola di Stringa. Ripiombò a terra mezzo morto.
«Avanti a chi tocca » si mise a gridare Tonio, e guardava ora uno ora l’altro degli spettatori, e attendeva una nuova sfida.
«Quel maiale, ci vorrebbe Rachele a domarlo » brontolò Stringa, che ormai non poteva temere di peggio.
Tonio si voltò. Sbavando dalla bocca, si avventò su di lui, e come se tenesse una bottiglia tra le mani, lo scaraventò contro il bancone.
«Ora basta, Tonio » gridò finalmente Amelio, levandosi il grembiule.
E Tonio parve riconoscere in lui l’avversario che poteva liberarlo dalla furia che lo dannava.
«Fatti sotto, coglione » gli gridò.
Quindi preparò le braccia e serrò i pugni come fa un pugile di professione, e attese che Amelio gli venisse incontro.
Amelio fu davanti a lui; e la calma che riusciva ancora a mostrare sembrò insinuarsi come una miccia dentro la mente di Tonio, e provocarvi un’esplosione. Rapido Amelio lo afferrò per la vita, e mentre Tonio sferrava violenti pugni a destra e a manca senza trovare il bersaglio…
«Ancora una mossa e ti spezzo in due » gli disse, digrignando i denti.
Si afflosciò la violenza di quel bestione.
Amelio, che era abituato a liti come quelle, lo accompagnò infine al tavolo più vicino e l’aiutò a sedersi.
Tonio non parlò più.
L’inverno piombò sul paese all’improvviso, e fu rigidissimo. Ai primi di dicembre, anzitempo, cadde la prima neve. Dapprima carezzò i campi, prese confidenza coi tetti e i viottoli della collina, poi, dopo una pausa di qualche giorno, il cielo sin dal mattino di nuovo si fece bianco, basso e pesante. I paesani di continuo lo spiavano. Divennero pensierosi.
Infine nevicò a più non posso. Dalla porta e dai finestroni della locanda la gente stava con le punte dei nasi sui vetri a guardare il cielo.
«Sarà un brutto inverno » s’azzardava a pronosticare qualcuno.
La strada si riempì presto di neve, e tutto il paesaggio divenne d’un colore bianco immacolato.
Poi, sulla sera, passarono alcuni carri, e comparve qualche cane, che prese a guaire davanti alla porta della locanda. Le donne stavano tappate in casa.
Nei giorni seguenti continuò a nevicare forte. La gente cominciò a soffrire di più.
Rachele non s’era più vista in giro. Stava coi figli e badava alle bestie come poteva.
Vicino Natale, il villaggio dove abitava Rachele con altre poche famiglie si trovò isolato dal paese. La strada era gonfia di neve, e anche andando a piedi non si riusciva a fare che pochi passi, tanto si sprofondava.
Alla locanda, gli uomini non sapevano che fare.
«Mai visto un inverno così » diceva ogni tanto qualcuno.
Il gioco delle carte s’era fatto raro.
La vigilia di Natale si sparse la voce che intorno alla casa di Rachele la notte s’erano visti i lupi. Rachele aveva preso il fucile e sparato qualche colpo, ma i lupi, arrivati lo stesso fino alla porta, erano saliti sui davanzali delle finestre, digrignando i denti, ululando.
Rachele ne temeva il ritorno. Stava coi figli e attendeva.
Infatti i lupi tornarono.
Qualcuno portò la notizia alla locanda, dov’era anche Tonio. Stava in silenzio appoggiato al muro, lo sguardo rivolto alla finestra e alla neve, che veniva giù a fiocchi grandi.
Sente. Ascolta. Va incontro all’uomo che parla.
«Che dici, bestia! »
«Questa volta Rachele se la mangiano i lupi. »
La furia di Tonio è ora contro la natura che gli porta una sfida.
Spalanca la porta ed è in strada. Prende il sentiero che conduce al villaggio. Passa le prime case. Sente l’ululato dei lupi.
Li vede. Sono davanti alla casa di Rachele; graffiano la porta. Altri arrivano usciti dal bosco.
Rachele spara qualche colpo. I lupi lì per lì fuggono, ma subito dopo ricomincia l’assalto alla porta e ai vetri delle finestre. Alcuni tentano di forzare l’ingresso del porcile e del pollaio. Rachele spara ancora.
Quando compare Tonio, i lupi si voltano verso di lui. Anche il grosso capobranco. Tutti si fermano, però, e solo quel bestione corre verso Tonio. Fa il salto, ora. Tonio ha in mano il coltello, si china appena, e il lupo gli è sopra la testa, il ventre e le zampe sono tese sopra di lui. Tonio è svelto, con il coltello lo colpisce, lo apre, e la bestia stramazza alle sue spalle già morta.
Rachele ha sentito. È dietro la porta e cerca di capire cosa sta accadendo là fuori. Il branco ha visto; la febbre della fame incalza i lupi. Ed ecco che tutti insieme partono e corrono nella direzione di Tonio. Uno dopo l’altro balzano su di lui. Tonio agita il coltello; qualche lupo cade, rantola a terra. Ma altri ancora giungono. Si piega Tonio, si protegge con le braccia intorno al collo. Un lupo lo azzanna alla gola.
È disteso a terra, ora, Tonio, e i lupi si sfamano a morsi.