Racconto: Margherita #1/13

di Bartolomeo Di Monaco
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Margherita  #1

Romano Bilenchi: “In definitiva sappiamo bene che lo scrittore non ha che un fine: esprimere se stesso.” (“La fiera letteraria”, 5 ottobre 1967)

I

Durante il corso dei suoi pensieri, Jacopo aveva intravisto una mosca, posata sulla parete bianca del suo studio. Era lì, immobile; pareva non infastidire nessuno. Ma quell’immobilità era una sfida. Si alzò piano piano, si avvicinò all’insetto, e fu fulminea la presa. Della mosca più alcun segno. Svanita. Avvicinò il pugno chiuso all’orecchio. Desiderava ascoltare il ronzio di quella vittima senza più speranza. Ma non sentì niente. Si guardò intorno. Non vedeva tracce di lei. Dunque era proprio nel suo pugno. Coi polpastrelli cercò di tastarla. Niente. Aprì allora un piccolo, piccolissimo, invisibile varco per spiare. Lo fece con mille attenzioni. Ma la mosca, rapida più del fulmine, zac, sgusciò tra le sue dita, e volò libera per la stanza. La vide posarsi sul soffitto. Restava immobile, lassù. Perché? E di nuovo avvertì la sfida. Andò a prendere nel ripostiglio la scala, attraversò il corridoio camminando in punta di piedi. Rientrò nello studio. Era ancora lassù sul soffitto bianco, in attesa. Lo stava guardando? Pose la scala proprio sotto l’insetto nero, e piano piano salì. Si fermò prima dell’ultimo gradino. Allungò il braccio, e infine scattò. Anche questa volta l’aveva imprigionata, ne era certo. Ronzava e si muoveva dentro il suo pugno chiuso. La sentiva, finalmente, che aveva paura di lui. Scese la scaletta, contento di sé.
                Ma volle fare di più. Attento a non farsi fregare un’altra volta, sollevò una delle quattro dita piegate sul palmo della mano, adagio, adagio; già gustava la visione, quando all’improvviso, zac, la mosca, allo stesso modo di prima, rapidamente guizzò via. Aperta la mano, non c’era più. Dov’era ora? Abbassò lo sguardo sul suo computer. Era lì, proprio davanti a lui, posata sul piccolo schermo luminoso. Stava immobile, e pareva non curarsi della sua presenza. Se avesse fulmineamente fatto la mossa, senza pensarci su, l’avrebbe presa? E così, quando intuì che non c’era modo di sottrarsi, come una molla passò la sua mano su quell’insetto insignificante. Ma lanciò un urlo di disperazione allorché vide coi suoi occhi sgranati che la mosca se n’era già volata via, prima che lui muovesse quell’attacco inutile.  

                La sera venne a chiamarlo Margherita. Parcheggiò l’auto in giardino e salì su quella di Jacopo. Andavano verso il mare, a Viareggio o a Tonfano. Avrebbero deciso durante la corsa. Margherita si portava addosso una giornata terribile. In ufficio, il telefono non aveva mai smesso di squillare. Un inferno. Meno male che la sera sarebbe uscita con lui. Questo solo pensiero le aveva dato la forza di sopportare. Jacopo stava ad ascoltarla, ma non riceveva tutte le parole. Come sempre, ogni tanto svagava.
                Avevano preso la strada che attraversa la pineta di Migliarino. Le prostitute spuntavano dappertutto. C’erano anche dei viados mescolati con le donne. Jacopo si fermò davanti ad una di loro, che indossava una vistosa minigonna e mostrava le belle gambe. La donna si avvicinò al finestrino ma, accortasi di Margherita, fece una smorfia e si allontanò brontolando. Margherita s’infuriò con Jacopo. Lui ingranò la marcia e pigiò al massimo l’acceleratore. Alle porte di Torre del Lago, lo fermò la Stradale. Cercò delle scuse, provò anche a dire che Margherita stava male e correva all’ospedale di Viareggio. Il poliziotto si abbassò a guardare Margherita, che invece disse: «Non stia a guardarmi. Sto bene. È un bugiardo. » Il poliziotto volle vedere la patente e il libretto di circolazione. Fece un paio di giri intorno alla macchina, e trovò anche che c’era un fanalino posteriore che non andava. «Paga e andiamocene » disse Margherita. E Jacopo invece inventò che non aveva uno straccio di lira con sé e attese che redigesse il verbale. L’altro poliziotto intanto, che era rimasto sulla strada, aveva fermato un’auto, e poco dopo la lasciò andare. «E a quella non gliela fate la contravvenzione? » disse subito Jacopo. «Pensi ai cavoli suoi » rispose il poliziotto. Espletate le formalità, Jacopo salutò con una smorfia, e pigiò di nuovo a tutto gas l’acceleratore.
                Decisero di cenare a Torre del Lago, invece che a Tonfano. Alla chiesa voltarono a destra e andarono sul lago. Le acque erano quiete, e nell’istante in cui spense il motore si fece un gran silenzio. Il mondo parve all’improvviso allontanarsi, e Jacopo esitò ad uscire dalla macchina, ed anche Margherita se ne restò ferma ad aspettare.
                Ma che cosa?  

                Dopo gli sconvolgimenti sociali di quegli ultimi anni, in Italia non si delineava ancora quel nuovo che doveva rassicurare le coscienze, e si era diffuso piuttosto il convincimento che ciascuno doveva badare a sé ed arrangiarsi meglio che poteva. Dagli altri e dalle Istituzioni soprattutto non ci si doveva attendere che fregature. Era una nuova e pericolosa anarchia che si stava diffondendo nel Paese e faceva proseliti specialmente tra i giovani, i quali dalla delusione provata, che aveva dato il colpo mortale alle loro speranze, ricavavano la lezione che stando fermi a sopportare gli eventi si era proprio dei perfetti idioti; invece ci si doveva muovere in tutte le direzioni ed arraffare quanto più si poteva.
                Per questi ed altri motivi, stentava a formarsi nel Paese una nuova classe dirigente che sostituisse la vecchia, e tutti ormai la pensavano allo stesso modo, e cioè che era assai meglio badare ai fatti propri, piuttosto che alla politica, e non ci si faceva meraviglia più di tanto se l’Italia era ridotta a una jungla.
                Per campare, Jacopo si arrangiava con qualche traduzione dall’inglese, e scrivendo ogni tanto degli articoli sui giornali. Dei soldi, di averne tanti o pochi, gli interessava solo in parte; gli piacevano le donne e una buona fetta del suo guadagno prendeva quella via. Si era guastato, diceva sua madre, col vizio delle donne, e frequentare, come faceva lui, prostitute raccolte dalla strada, non c’era possibilità ormai che si salvasse. «Intossicano il sangue » gli gridò una volta.
                Margherita, infatti, l’aveva conosciuta in quel giro. L’aveva sentita subito speciale più delle altre, e se l’era portata a casa. Piano piano, ci si era affezionato. A suo modo, naturalmente. Tanto che, quando non lo trovava in casa, e magari s’erano anche dati appuntamento, accadeva a Margherita di restare ad attenderlo davanti al cancello di casa fino alle due, alle tre, e pure fino alle quattro di notte; voleva vedere la sua faccia quando ritornava, e restava lì, non si muoveva, chiusa nella sua macchina. Se lo avesse potuto indovinare dove s’era ficcato quella faccia da schiaffi, quel donnaiolo, non ci avrebbe pensato su due volte e sarebbe stata capace di andarlo a scovare fin dentro il letto della sua nemica, e ci si sarebbe messa anche lei sotto le stesse lenzuola, tanto la gelosia la sconquassava.
                Stare con Jacopo era diventata la sua ragione di vita. Sentiva che vivere con lui era come legarsi ad una speranza. E lei aveva bisogno di sperare.
                Stavano ancora cenando.
                Si sentì all’improvviso il fragore di un tuono, e subito seguì un furioso temporale. Durante tutto quel tempo, Jacopo e Margherita non pronunciarono una sola parola. Margherita avvertiva che se si fosse messa a parlare e avesse tirato fuori dai suoi recessi le migliaia e forse i milioni di parole che non aveva mai dette, niente avrebbe potuto appagarla come quel silenzio.
                Sfogò il temporale. Da qualche finestra socchiusa entrò un refolo di aria umida, e portò con sé molti profumi.
                Mentre stavano sorseggiando il caffè, si udirono delle grida provenire dalla strada, e anche delle bestemmie e degli insulti.
                «Due magnacci » bofonchiò Jacopo.
                Seguì un urlo bestiale.
                Molti clienti corsero alla finestra.
                «Si uccidono. Hanno i coltelli. »
                Qualcuno uscì fuori. C’era altra gente intorno ai due. Anche Jacopo e Margherita uscirono, ed era lei questa volta a trascinarlo.
                «Corri, non voglio perdermi niente. »
                La gente stava a guardare come se stesse assistendo ad uno spettacolo da circo. Muoveva le teste a destra e a sinistra e seguiva i vari assalti. Nessuno interveniva. I due gridavano parolacce, e si capiva che si litigavano per questioni di donne e di sconfinamenti.
                «È così tutti i giorni. »
                «Questa volta si ammazzano. »
                «Non ci perdiamo niente. »
                «Le puttane però ci fanno comodo, a noi uomini » disse uno, che dopo aver parlato si voltò a guardare Margherita, riconoscendola.
                «Lasciami in pace » disse subito lei.
                Ad un tratto, con un calcio scaraventato in mezzo al petto, il più piccolino dei due atterrò l’altro e gli fu sopra. Rapido tagliò la gola. Quindi scappò verso il lago e non si vide più, inghiottito dalla notte. Anche la gente se ne andò. Dopo pochi minuti non ci fu più nessuno. Restò il morto, solo come un cane.

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