Racconto: Margherita #11/13

di Bartolomeo Di Monaco
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Margherita  #11

Gli inglesi erano ritornati alla villa. Si era ai primi di marzo. La madre gli aveva telefonato, pregandolo di fare un salto da lei. Si raccomandava che non portasse nessuna delle sue donne, questa volta. Non sapeva niente della scomparsa di Margherita, e nemmeno chiese notizie di lei. Non vedeva il figlio da quei giorni, e non lo avrebbe nemmeno chiamato se non ci fosse stata un’esplicita richiesta dei suoi amici inglesi. Arthur aveva portato un libro uscito da poco nel suo Paese e voleva farne omaggio a Jacopo.
                Alla villa sembrava di essere in un altro mondo. Prima di entrare, Jacopo si diresse al piccolo laghetto. C’era qualche rana posata sulle foglie. Appena lo sentirono, saltarono nell’acqua. Le guardò nuotare e sparire con quel loro movimento bizzarro. I grandi platani che circondavano il laghetto erano già pieni di germogli. Più lontano stava il bosco dei lecci; ombroso e cupo per tutto l’inverno, solo in estate s’illeggiadriva. Vi trovavano rifugio stormi di uccelli, e nella bella stagione dai suoi rami uscivano canti a più voci, e ogni uccello s’ingegnava a prevalere sugli altri, ed era una sfida senza quartiere. Certe volte, Jacopo s’era alzato prima dell’alba per ascoltarli, quand’era ancora ragazzo e trascorreva alla villa le sue vacanze. All’insaputa della mamma, si metteva sul pigiama una maglietta più pesante e usciva nel parco, aspettava lo spuntare del sole. Sapeva che il quel momento, cadute le tenebre, quando appariva il primo chiarore, gli uccelli, tutti insieme, ovunque si trovassero, si mettevano a cantare, ed egli avvertiva una magia dentro quel canto. Gli uccelli sembravano presi da un’improvvisa frenesia, si scatenavano, e s’intuiva l’impeto, l’ostinazione, la sfida. Ma a chi? Questo mistero lo stregava, e lui stava lì, muto, attonito, e si guardava intorno, e cercava l’oggetto o la causa di quel canto. Ci doveva essere qualcosa di straordinario in quel risveglio, in quell’appuntamento che li riguardava tutti. E Jacopo andava lì certe volte convinto di poter fare una grande scoperta. Si muoveva sotto le fronde, li cercava, li osservava, li vedeva saltare da un ramo all’altro, e di nuovo riprendere il canto. La sua presenza non li infastidiva, ed essi addirittura parevano non accorgersi di lui. Sì, c’era qualcosa di sorprendente in quell’ora, che egli chiamava “l’ora degli uccelli”.
                Arthur lo aveva sentito e stava sui gradini ad attenderlo. Jacopo risalì lentamente il prato, e quando gli fu vicino, vide che era pensoso. Nel suo accento inglese, Arthur esclamò:
                «Mio caro amico, l’Inghilterra è perduta. »
                Jacopo era abituato ad uscite come questa.
                «Come sta Rachel? » domandò invece.
                Rachel lo attendeva con la mamma nel salone, sedute entrambe sotto un grande quadro che raffigurava una scena di Dafne e Apollo, e Dafne aveva già i capelli trasformati nelle piccole foglie di alloro. Anche Rachel non aveva il consueto sorriso.
                «Questo libro è uscito da poco in Inghilterra » disse subito Arthur, andandolo a raccogliere dal piccolo tavolo dove lo aveva posato.
                «L’Inghilterra è perduta, credimi. » E cominciò a raccontare che la devastazione che aveva presa l’Italia, riguardava ora non solo tutto il Continente, dove si era inasprita traendo vigore da ciò che accadeva nel nostro Paese, ma pure la solida Inghilterra ne era stata contaminata.
                «Che cosa sta succedendo, Jacopo? Non reggeremo a lungo in un mondo che non riconosciamo più. »
                «Voi italiani » disse Rachel con una calma che contrastava l’agitazione di Arthur «siete diversi da noi. Voi sopravviverete. »
                Jacopo s’era messo a sfogliare il libro e dava un’occhiata qua e là. Era uscito da poco, gli disse Arthur sedendosi accanto a lui, e gli inglesi si stavano sforzando di capire quegli avvenimenti che ora li colpivano direttamente.
                Rachel lasciava parlare il marito, interveniva di rado per mettere nella discussione una calma che mancava ad Arthur, e Jacopo riuscì ad intuire da quelle poche parole che Rachel era stata sedotta dagli avvenimenti, ed ella per istinto avrebbe voluto immergervisi, e perfino distruggersi, per provare l’ebbrezza di una nuova rinascita. Da quei sentimenti di Rachel, capiva che ciò che stava avvenendo in Italia era qualcosa che aveva a che fare con le stesse origini della specie, e dentro vi era il medesimo seme, la stessa energia che aveva dato all’uomo il principio della vita, e forse era un altro big-bang che esplodeva sulla Terra.
                Vi era un così ingiustificato spavento in Arthur, quanto in Rachel vi era il desiderio di tuffarsi anima e corpo in quell’avventura.  

                Alla villa, uno di quei giorni, sul fare dell’alba, si sentirono dei rumori insoliti. Jacopo ed Arthur furono i primi a udire. Si trovarono uno di fronte all’altro nel largo corridoio dove erano sistemate le camere. Si guardarono senza dirsi nulla. Scesero le scale e insieme uscirono sugli scalini dell’ingresso. Avevano indossato in fretta e furia la veste da camera, ma avvertivano ugualmente il freddo pungente di quelle prime ore.
                «Chi saranno? » domandò Arthur, con il suo accento forestiero.
                Gente saliva lungo il viale lentamente, vestita di stracci.
                «Ma sono i baraccati, perdio! » esclamò Jacopo, e corse subito in casa a prendere il fucile. Arthur lo inseguì lesto lesto:
                «Ma che fai. Sei impazzito? »
                «Ci vuole solo il fucile con quelli là. »
                «Ma non puoi sparare. Ascolta prima ciò che vogliono. » Jacopo posò allora il fucile dietro la porta e tornò sugli scalini.
                Erano in maggior parte donne, fanciulli, vecchi, e li accompagnavano tre energumeni. Una ventina di persone in tutto.
                «Che volete? »
                «Prendiamo la villa. »
                «Siete matti. »
                «Ti consiglio di farti da parte » disse uno di quei tre, alzando la voce.
                «Con quale autorità fate questo? » domandò Arthur, che era esterrefatto.
                «È la forza la sola autorità che riconosciamo. Questa casa ce la prendiamo con la forza, inglese, e tu non puoi farci niente. »
                «Questa è bella! » rise Jacopo, e fu lesto a rientrare per afferrare il fucile, ma il secondo dei tre tirò fuori la pistola, sghignazzando, e quando Jacopo fu di nuovo davanti a loro per mostrare il fucile, si trovò sotto tiro.
                «Facciamola finita con questi due signorini » urlò una donna che aveva in braccio un bambino. «Non abbiamo dove dormire, e ci siamo stufati di stare nelle baracche. O ci fate passare con le buone o passeremo con le cattive, e peggio sarà per voi. »
                Era scesa la signora Ada, e le altre due donne con lei: Rachel e Caterina. Stavano dietro Jacopo, ma la signora Ada avanzò, dopo aver udito quelle parole.
                «Possono restare i vecchi e i bambini » disse. «Ma gli altri se ne devono andare. »
                «Allora non avete capito niente » mugugnò uno di quei tre. «Entriamo tutti, tutti dico, e sarete voi ad andarvene nelle baracche. »
                Jacopo fece per alzare di nuovo il fucile, ma l’altro fu più svelto, e sparò. Colpito di striscio al braccio, Jacopo lasciò cadere l’arma, e ora inveiva contro tutti, e urlava che avrebbero dovuto ammazzarlo per scacciarlo dalla sua casa.
                «Se non farete presto a lasciarci entrare, vi ammezzeremo sul serio. Badate, che non ci pensiamo su due volte. »
                La signora Ada allora parlò di nuovo, e così fu raggiunta un’intesa che al principio pareva impossibile. Con i suoi, avrebbe occupato due stanze della villa, e tutto il resto sarebbe andato agli altri.
                «Ma per quanto tempo? » domandò Jacopo, che non riusciva a mandare giù quella prepotenza rivolta proprio a lui, mentre Caterina faticava a fasciargli il braccio.
                «Finché ci parrà. »
                «La pagherete. »
                «Nessuno paga più, oggi, e voi lo sapete bene come noi. »
                «Non sciupate niente » raccomandò la signora Ada, e quel gruppo di sventurati, inteso che quello era il segnale, entrò nella villa. Appena misero piede nell’ampio ingresso, le bocche si spalancarono nel vedere tutti quegli affreschi sui soffitti e alle pareti, e qualcuna delle mamme depose a terra il proprio bambino, e gli indicava questo e quel disegno sui muri. I piccoli erano tutti scalzi, ma anche molti degli adulti lo erano. I vecchi cercavano dove sedere.
                «Non possiamo restarcene qua » disse Jacopo rivolto ai suoi. «Andremo tutti a casa mia. »
                «Non mi muovo da qui » rispose la mamma.
                «Se ve ne andrete, distruggeranno ogni cosa » aggiunse Arthur.
                «Lo faranno lo stesso, prima o poi » intervenne Rachel, alla quale usciva a stento la voce per la sorpresa di quegli avvenimenti.
                Nel giro di poche ore, tutto fu disposto secondo gli accordi. Nel pomeriggio, Jacopo prese la decisione di restare alla villa, facendo contenta la madre, che con il figlio in casa si sentiva più protetta. Anche Arthur e Rachel chiesero il permesso di prolungare il loro soggiorno, poiché non intendevano andarsene in quelle circostanze straordinarie, e lasciarli soli. La signora Ada ringraziò tutti, e suggerì di non allontanarsi dalle due stanze, e di non mischiarsi con quella gentaglia.
                «Al contrario, dobbiamo stare in mezzo a loro, o quelli ci sfasciano ogni cosa » protestò Jacopo.
                I baraccati s’erano accomodati dappertutto. Avevano occupato le camere restanti, e poi con divani e poltrone avevano fatto del salone principale, dell’ingresso e dello studio altrettanti dormitori. I bambini avevano cominciato a correre per le stanze e a riempirle dei loro schiamazzi. Infine, qualcuno era uscito in giardino, e anche là fuori si udivano le grida. Le donne presero subito possesso della cucina. Dopo aver rovistato nel frigorifero e nei due grandi congelatori, s’erano messe a cucinare, sfregandosi le mani per tutto quel ben di Dio trovato. Jacopo e Arthur non si davano pace. Giunta la sera, tentarono di allontanarsi dalla villa, ma dovettero rendersi conto di essere dei sorvegliati speciali. Uno di quei tre energumeni, infatti, li raggiunse alle spalle e puntò il fucile.
                «Da qui non se ne va nessuno » disse.
                «Prigionieri in casa nostra » commentò Jacopo che, voltandosi, riconobbe il suo fucile.
                «Ho paura che anche in Inghilterra succederanno queste cose, prima o poi. Ma che cosa sta mai accadendo nel mondo, Jacopo? » domandava Arthur.
                Arthur stentava a capire quello che invece passava per la testa di Jacopo, e cioè che i grandi mutamenti, quelli che modificano sul serio il corso della storia, producono nel loro avvilupparsi delle apparenti aberrazioni, ma esse sono già i prodromi del nuovo futuro, e vi andranno ad incastrarsi a perfezione. La loro lettura, quando potrà avvenire a cose concluse e definitive, le collocherà a guisa di avvenimenti eroici, e, ad esempio, quel gruppo di miserabili che ora stava occupando con tanta protervia la villa paterna di Jacopo, con molta probabilità sarà ricordato come un avamposto della rivoluzione.
                Quella notte stessa Rachel fu stuprata, e anche Caterina.
                A nulla valsero le ire di Jacopo e Arthur, i quali la mattina dopo furono legati fuori della villa, a due alberi che stavano proprio uno di fronte all’altro. In quello stato, vi passarono tre giorni e tre notti, durante i quali non seppero mai nulla di ciò che poteva accadere alle loro donne all’interno di quelle mura. Arthur si rimproverava di avere esposto Rachel a troppi rischi, e che era stata sua la colpa di ciò che le era accaduto. Jacopo lo stava a sentire, ma non rispondeva, e forse aveva la testa altrove, e di sicuro covava dentro una rabbia che non aveva avuto l’eguale da che l’uomo stava sulla terra.

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