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Referendum. Lo zampino di Napolitano. Ma io non andrò a votare.

9 Giugno 2011

Ormai il capo dello Stato è come il prezzemolo. Esterna e si sovrappone ai compiti del governo, scrive lettere ai giornali, come fosse un editorialista politico, e dimentica perfino   (non è la prima volta) di rispettare la Costituzione nel punto in cui, all’art. 75, indicando il quorum necessario a rendere valido l’esito del referendum, implicitamente consente agli elettori anche di non partecipare. Un articolo illuminante in tal senso, ove ce ne fosse stato bisogno, è apparso su Libero di ieri con l’intervista al professore Tommaso Frosìni, ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’università di Napoli.

È evidente che Napolitano, dicendo che farà il suo dovere, ha lasciato intendere che andrà a votare, con ciò   contrastando quelle posizioni politiche, specialmente presenti nel centrodestra, che sostengono la necessità di disertare le urne.

Scrive Frosìni:

«Il referendum è un istituto costituzionale ed è pertanto bene che non si svilisca. Tuttavia l’astensione è il rovescio della stessa medaglia. La presenza del quorum favorisce la libertà di scelta: o l’elettore con la sua partecipazione al voto favorisce il superamento della soglia, oppu ­re astenendosi contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo contrario. È un suo diritto ».

Chiarito questo punto, e sottolineato il fatto che Napolitano si fa ogni giorno di più protagonista e non arbitro della politica, contravvenendo ai suoi doveri costituzionali (questi sì molto stringenti), io gli rispondo che non andrò a votare.

Perché?

Il motivo principale e quasi assorbente è che i quesiti referendari sono diventati una scelta pro o contro Berlusconi. Sono ossia infettati dal noto cancro dell’antiberlusconismo. Al punto che i quesiti sottoposti ai cittadini hanno perso la loro rilevanza specifica, per assumere quella esclusivamente politica all’insegna dell’antiberlusconismo.

La prova più evidente ci viene fornita da uno dei sostenitori dei quattro sì, Pierluigi Bersani, il quale solo pochi mesi fa era favorevolissimo alla privatizzazione dell’acqua, ma oggi ha cambiato idea una volta che si è reso conto che il referendum poteva essere utilizzato come nuova e ulteriore occasione per cacciare il governo.

Scrive su Libero di ieri Elisa Calessi:

“L’acqua è un «bene pubblico » che va tu ­telato. Per questo bisogna garantire «un servizio efficiente e di qualità, remunerato con tariffe eque ». Come? Per esempio si può stabilire che gli enti locali affidino la gestione dell’acqua «a soggetti privati, pubblici e misti », «secondo criteri di efficacia, efficienza ed economicità ». Avete capito be ­ne: «Privati, pubblici e misti ». Questi soggetti devono rispon ­dere a precisi «obblighi » su ser ­vizio e tariffe. Un’Autorità indi ­pendente, poi, sorveglierà su come questi gestori («pubblici, misti, privati ») svolgono il loro compito. E se sgarrano, addio affidamento. Altro che rendere pubblica la gestione dell’acqua o cancellare la «remunerazio ­ne » del gestore. Solo sei mesi fa, il 16 novembre 2010, il Partito democratico la pensava così sull’acqua. E lo metteva nero su bianco in un disegno di legge presentato alla Camera dei De ­putati: “Disposizioni per il go ­verno delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico”, numero 3865. Il primo firmata ­rio è Pier Luigi Bersani, seguono Dario Franceschini e tutti i de ­putati del gruppo. Lo stesso te ­sto era stato presentato al Sena ­to da Anna Finocchiaro, Filippo Bubbico, il vero autore della leg ­ge, e da altri senatori del Pd (nu ­mero 2462). Segno di come l’iniziativa fosse di tutto il parti ­to. Era stato Bersani, in una conferenza stampa, a spiegare il senso dell’iniziativa.”

Niente di serio, dunque, nel valore dei quattro quesiti, se un Bersani, segretario del più grande partito di opposizione, cambia repentinamente rotta.
Insomma i referendum puzzano di imbroglio e di presa per i fondelli dell’elettorato.

Immagino che qualcuno degli amici di Bersani, gli abbia fatto notare il voltafaccia, un voltafaccia del tutto all’altezza di quelli recenti di Gianfranco Fini; ed immagino anche la risposta geniale di Bersani: Ma che acqua e acqua. Qui c’è in gioco la caduta o meno di Berlusconi, ed io per farlo cadere mi giocherei anche gli zebedei.

Ecco a quale livello di bassezza è giunta la nostra politica a causa della scarsa serietà e della inesistente credibilità di molta parte della nostra classe dirigente.

Poi c’è il nucleare, che vanta a suo sostegno una scienziata di valore come Margherita Hack, ma anche qui si cade nel ridicolo poiché tanto nel caso della prevalenza del Sì,  quanto nel caso della prevalenza del No, il risultato non cambia. Infatti, questo è un tema che non può essere limitato all’interesse della singola Nazione, ma come minimo deve coinvolgere l’Europa.

Che senso ha non costruire centrali nucleari in Italia se le nazioni limitrofe ce le hanno piazzate a due passi dai nostri confini? Il disastro di Fukushima, avvenuto a tanti chilometri di distanza da noi, ha procurato più di un serio allarme, né dobbiamo dimenticare le conseguenze concrete che ci furono con il disastro di Chernobyl, che stiamo pagando ancora con migliaia di persone che continuano a portare addosso i drammatici effetti delle contaminazioni.

La verità è che il tema delle centrali nucleari non può che essere posto unicamente a livello plurinazionale, come minimo europeo, e poi mondiale.
Altrimenti, posto così, è anch’esso un imbroglio, giacché illude gli italiani che con un semplice Sì possano mettersi al riparo dalle conseguenze di una esplosione esiziale di quella specie.

All’imbroglio si aggiunge poi il fatto che i promotori del Sì, rivolgono la loro attenzione solo al nostro Paese, poiché di questo Sì sperano di servirsene per tentare ancora volta di far cadere il governo, ma niente fanno con la dovuta pervicacia, affinché una decisione di politica nucleare sia adottata quantomeno dall’Europa.
Il fallimento in questa direzione li porta a giocare spregiudicatamente, con il delicato tema delle centrali nucleari, la carta politica in casa nostra ispirata dall’antiberlusconismo.

All’imbroglio di tutti questi cinici mestieranti io rispondo, dunque, con una convinta e appassionata astensione dal voto.
Convinta e appassionata: qualunque sarà l’esito della consultazione.

Altri articoli

“Referendum, e la sinistra disse: “Non votare è un diritto di tutti” di andrea Indini. Qui.

“L’imbroglio referendum: è solo un voto politico” di Vittorio Feltri. Qui.

Il finto spot sul referendum di Corrado Guzzanti. Qui.


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Bart