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Renzi scrive a Repubblica

15 Aprile 2013

CARO direttore,

nel delicato puzzle che i partiti stanno componendo per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica torna in queste ore prepotentemente in voga l’espressione: “Ci vuole un Presidente cattolico”. In particolar modo questa espressione viene richiamata dai sostenitori, bipartisan, di Franco Marini che provano a giustificare così la candidatura del proprio beniamino. NON è questa la sede per pronunciarsi sulla possibile scelta. Se la politica non avesse perso i legami con il territorio basterebbe una banalità: due mesi fa Marini si è candidato al Senato della Repubblica dopo aver chiesto (e ahimè ottenuto) l’ennesima deroga allo Statuto del Pd. Ma clamorosamente non è stato eletto. Difficile, a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell’unità nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d’Abruzzo. Dunque, non è il no a Marini â— già candidato quattordici anni fa â— che mi spinge a riflettere sulla frase “Ci vuole un Presidente cattolico”. Mi sembra invece gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese. Faccio outing: sono cattolico, orgoglioso di esserlo e non mi vergogno del mio battesimo. Cerco, per quanto possibile, di vivere la fedeltà al messaggio e ai valori di Cristo e â— peccatore come tutti, più di tutti â— vivo la mia fede davanti alla coscienza.

Nell’esperienza da Sindaco, naturalmente, agisco laicamente: ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo. Rappresento la città, tutta intera, non solo quelli con cui vado alla Messa la domenica. E sono tuttavia convinto che l’ispirazione religiosa, non solo cattolica non solo cristiana, possa essere molto utile alla società. In queste ultime settimane la Chiesa Cattolica ha scelto (in tempi decisamente più rapidi della politica, ma questa è un’altra storia) una guida profondamente innovativa. Papa Bergoglio sta rendendo ragione della speranza cristiana con gesti di altissimo valore simbolico e di rara bellezza. Muove e commuove il pontefice argentino, parlando al cuore dell’uomo del nostro tempo, con uno stile che regala emozione e suscita pensieri. Francesco parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita. Questo, del resto, dovrebbe essere il Vangelo, la Buona Notizia. I politici che si richiamano alla tradizione cattolica, invece, sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida. Non c’è peggior rischio di incrociare il cammino con i moralisti, specie quelli senza morale. Personalmente dubito di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità. Questo atteggiamento, così frequente in larga parte del mondo politico cattolico, è a mio giudizio perdente.

Ma ancora più in basso si colloca chi utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. Per reclamare posti non in virtù delle proprie idee, ma della propria confessione. Proprio ieri il Vangelo della domenica riportava l’entusiasmo di Pietro sulla barca incontro al suo Signore. Quanta bellezza, quanta umanità, quanto impeto. Poi ti capita di tornare alla politique politicienne e trovi il candidato che si presenta in quanto cattolico, riducendo il messaggio di fede a un semplice chiavistello per entrare nelle stanze dei bottoni. Mi vergogno, da cattolico ma prima ancora da cittadino, di una così bieca strumentalizzazione. Non mi interessa che il prossimo presidente sia cattolico. Per me può essere cristiano, ebreo, buddista, musulmano, agnostico, ateo. Mi interessa che rappresenti l’Italia. Che sappia parlare all’estero. Che sia custode dell’unità in un tempo di grandi divisioni. Che parli nelle scuole ai ragazzi. Che spieghi il senso dell’identità in un mondo globale. Che non sia lì per accontentare qualcuno. Mi interessa che sia il Presidente applaudito per le strade come è stato quel galantuomo di Giorgio Napolitano. E che sappia dialogare, ascoltare, rispettare. Che sia al di sopra di ogni sospetto e al di là di ogni paura.
Mi interessa che sia il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici. Chi rivendica spazio in nome della confessione religiosa tradisce se stesso. E strumentalizza la propria fede. Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità: non si è cattolici perché si vuole essere eletti, ma perché si vuole essere felici. C’è di mezzo la vita, che vale più della politica. E il Quirinale non potrà mai essere la casa di una parte, ma di tutti gli italiani.

Matteo Renzi

(15 aprile 2013)


Le volpi e i leoni della Repubblica
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 15 aprile 2013)

Siamo alla vigilia di una mutazione della Repubblica italiana? Le «volpi » stanno per essere sopraffatte dai «leoni »? È accaduto tante volte. Sta per accadere in Italia? Il modo in cui avverrà l’elezione del presidente della Repubblica non ci darà la risposta conclusiva ma forse chiarirà quale sia la direzione del nostro cammino. Tutto si riduce a un interrogativo: il Movimento 5 Stelle sarà determinante nella elezione del presidente, i suoi leader potranno intestarsi, di fronte alla opinione pubblica nazionale e internazionale, il titolo di king-makers ? Se ciò accadrà guadagneranno una legittimazione che li galvanizzerà e li renderà fortissimi, e anche coloro che si sono fin qui ostinati a non prendere sul serio le loro idee, la loro visione del mondo, i loro programmi, dovranno abbandonare ogni illusione. Perché nessuna delle due strategie immaginate per fronteggiare l’affermazione di questo nuovo soggetto politico reggerebbe.

Risulterebbe impraticabile la strategia passiva (« ha da passà ‘a nuttata »), di chi immagina che i 5 Stelle siano una meteora (come L’Uomo Qualunque o i poujadisti nella Francia degli anni Cinquanta) e che sia sufficiente aspettare che si distruggano da soli. Così come risulterebbe illusoria la strategia di chi ha pensato che fosse possibile coinvolgerli nel gioco politico con lo scopo di addomesticarli, di de-radicalizzarli (o, in subordine, di dividerli). Vari precedenti storici testimoniano di come il tentativo suddetto possa facilmente risolversi in un suicidio politico.

Il guanto della sfida alla nostra acciaccatissima democrazia rappresentativa è stato lanciato e, fino ad oggi, senza sbagliare un colpo. Non è vero che la democrazia rappresentativa sia sul punto di essere resa obsoleta, nel mondo occidentale, per l’avvento della cosiddetta democrazia del web. La democrazia rappresentativa è oggi, quasi dappertutto in Europa, in grave sofferenza a causa di una prolungata crisi economica. Solo in Italia (e in pochi altri luoghi), però, potrebbe uscirne davvero travolta o stravolta. Per la gracilità e il malfunzionamento delle nostre istituzioni e la radicalità degli odi che dividono le élite politiche tradizionali.

Occorrerebbe un governo stabile per porre in essere le condizioni necessarie alla ripresa economica. Ma la profondità della crisi politico-istituzionale, e il no di Bersani e dei suoi seguaci a un accordo con Berlusconi, rendono, al momento, impossibile la sua nascita. È un circolo vizioso: l’incapacità della politica tradizionale di trovare soluzioni stabili pone le condizioni per un ulteriore aggravamento della crisi economica e ciò promette di fare ulteriormente lievitare la protesta contro la politica tradizionale. Dove si colloca il punto di rottura? Quale è il momento superato il quale non c’è più ritorno?

La democrazia assembleare, checché molti oggi ne pensino, non è la soluzione. Ha funzionato qualche volta, solo in comunità piccole e isolate, autarchiche. Ove prevalgono le grandi dimensioni e l’interdipendenza sostituisce l’autarchia, la democrazia rappresentativa è la sola democrazia possibile. La partecipazione via web può influenzarla ma non surrogarla.

La sfida portata da un movimento rivoluzionario come i 5 Stelle risulterà, col senno del poi, un grande servizio per il Paese se convincerà anche i più accesi conservatori della necessità di un nuovo patto costituzionale, di una rigenerazione della democrazia rappresentativa mediante radicali innovazioni.


Se il Professore fosse di tutti
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 15 aprile 2013)

A quattro giorni dall’inizio delle votazioni per il Capo dello Stato, s’è aperto un nuovo caso, che rischia di pregiudicare definitivamente le già scarse possibilità d’intesa per l’elezione di un Presidente di larga condivisione, che possa essere già proclamato al primo scrutinio delle Camere riunite, come accadde per Ciampi nel ’99. Il caso riguarda Romano Prodi: è bastato che il nome dell’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea saltasse fuori a sorpresa, sia pure in compagnia di altri candidati più vicini al Movimento, dalle Quirinarie convocate sulla rete da Beppe Grillo, per attizzare un incendio di polemiche, non solo tra i militanti 5 Stelle, che sospettano un inquinamento della loro consultazione, ma anche tra centrodestra e centrosinistra: da quasi due mesi, come si sa, alla ricerca di un accordo impossibile sul Colle e sul governo.

Coincidenza ha voluto che sabato pomeriggio, proprio mentre Berlusconi, nell’affollatissima manifestazione di Bari, che a tutti ha dato la sensazione di una riapertura della campagna elettorale, additava Prodi al pubblico ludibrio del suo popolo (”Impazzireste di gioia se il nuovo Presidente della Repubblica fosse Romano Prodi?”. “Noooooo!”), il faccione dell’ex capo dell’Ulivo spuntasse dalla decina dei selezionati nelle Quirinarie.

Preso dal tripudio della sua gente, che urlava a perdifiato «Silvio, Silvio! », Berlusconi aveva sferrato il suo attacco senza saperlo e senza che nessuno lo avvertisse per tempo. Ma quando, a cose fatte, la notizia gli è stata comunicata, il Cavaliere ha ordinato un fuoco di sbarramento, che ieri è andato avanti per tutto il giorno.

La ragione di questa controffensiva è facile da capire: poiché le possibilità di un accordo tra Pdl e Pd sono ridotte al lumicino, si allontana di conseguenza, giorno dopo giorno, l’eventualità che il successore di Napolitano possa essere eletto alla prima votazione, o in una delle tre che richiedono, Costituzione alla mano, due terzi dei Grandi elettori. Dalla quarta in poi, quando basterà la maggioranza assoluta di 504 voti, Prodi, sulla carta, e anche grazie alla designazione uscita ieri dalle Quirinarie grilline, potrebbe diventare il candidato che ha più voti per essere eletto: né più né meno come avvenne per Napolitano nel 2006.

La differenza tra i due sta nel fatto che per Napolitano, anche se informalmente, Berlusconi aveva dato via libera («Non lo voto ma posso conviverci », rispose a Fassino che glielo proponeva). Mentre su Prodi ha alzato le barricate: chiunque, ma non lui. Parola più, parola meno, è ciò che ha ripetuto a Bersani dall’inizio della trattativa. Il resto delle condizioni poste dal Cavaliere per votare un candidato del Pd, a partire da quella di un governo con ministri anche del Pdl, sono pesanti. Ma, come s’è capito via via, negoziabili: perché veramente, dopo un ventennio di divisioni e contrapposizioni, il Cavaliere stavolta vuol dimostrare che solo lui è in grado di siglare l’armistizio, nel momento in cui il Paese ne ha bisogno.

Sul nome di Prodi, invece non transige: e occorre riconoscere che qualche ragione ce l’ha. Arrendersi all’unico leader del centrosinistra che per due volte, nel ’96 e nel 2006, lo ha battuto nelle urne, è un po’ troppo per chi ama elencare i sei che ha mandato a stendere, da Occhetto a Veltroni. Prodi inoltre è il solo che, anche dopo la fine della competizione diretta, non ha mai rivolto al «nemico » Silvio un cenno di pacificazione. In un modo o nell’altro, magari sottobanco e solo in certe delicate occasioni, gli altri hanno trattato: chi più, chi meno. Prodi mai.

E tuttavia è proprio questo particolare e intrinseco aspetto dell’avversario che dovrebbe convincere Berlusconi a ripensarci. Il paradosso di questa vicenda, infatti, è che se l’ex leader dell’Ulivo dovesse trasformarsi in candidato di ampia condivisione, e potesse essere eletto al primo scrutinio con una larga e qualificata maggioranza – comprensiva, oltre che del Pd, anche del Pdl e, tutto o in parte, del Movimento 5 Stelle – non sarebbe più la stessa persona e non potrebbe più comportarsi come uomo di parte. Non solo perché lo richiede il ruolo di Presidente della Repubblica, che rappresenta istituzionalmente l’unità del Paese. Ma soprattutto perché i voti del centrodestra, e di Grillo, diventerebbero vincolanti come e più di quelli del centrosinistra.

L’elezione del nuovo Capo dello Stato avverrebbe nel pieno rispetto della Costituzione, che richiede espressamente larghe intese per la più delicata delle scelte istituzionali. E la tregua siglata in un’occasione così rilevante consentirebbe poi, nell’immediato prosieguo, ma senza scambi che la Carta non contempla, di esaminare con spirito più sereno la questione del governo e la gravità di una crisi come quella italiana, lasciata ormai a marcire da troppo tempo dopo il voto del 24 febbraio.

Sarebbe bello, dopo sette settimane di testarde contrapposizioni, un sussulto di ragionevolezza. Eppure, siamo pronti a scommettere sul contrario. Bersani e Berlusconi, che già sabato, dai palchi dei rispettivi comizi, se ne sono dette di tutti i colori, troveranno nuovi argomenti di rottura. A meno di un miracolo, l’accordo per una larga condivisione, e un’elezione al primo scrutinio, non si farà. Il nuovo Presidente sortirà da una delle votazioni successive, con una maggioranza appena sufficiente, raggiunta, com’è accaduto altre volte in passato, senza accordi espliciti e grazie all’aiuto dei franchi tiratori. Questa, malauguratamente, è la più attendibile previsione della vigilia. A meno che Berlusconi, e ovviamente anche Prodi, non ci ripensino e si stringano finalmente la mano.


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Bart