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Finanziamenti al Pd, il grande silenzio

8 Novembre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 8 novembre 2013)

Ma chi paga? Chi compera tessere per alzare, in certi casi addirittura più del trecento per cento, il numero degli iscritti al Partito Democratico? Chi finanzia questa campagna delle primarie del Pd che sembra ripetere in tutto e per tutto i fasti ed i nefasti delle campagne elettorale della Prima Repubblica? Quelle in cui i candidati spendevano e spandevano alla grande senza remore e controlli di alcun genere visto che i soldi provenivano dal meccanismo definito successivamente Tangentopoli? Per nascondere questi interrogativi si alza il polverone su una battuta di Silvio Berlusconi.

Orrore, scandalo, sdegno, esecrazione per l’ex Premier che ha rivelato come i propri figli si sentano perseguitati come gli ebrei ai tempi di Hitler! Ma a mettere in allarme è proprio questa reazione così spropositata, tesa a dipingere come un volgare negazionista il solo Presidente del Consiglio italiano degli ultimi quarant’anni che si sia schierato apertamente e senza ambiguità dalla parte di Israele. Perché questa cortina fumogena così apertamente strumentale alzata dai dirigenti del Pd e dai media fiancheggiatori proprio nel momento in cui scoppia la vicenda delle tessere gonfiate per le primarie del Pd? La risposta è fin troppo scontata. Lo scandalo fasullo sulla battuta di Berlusconi serve a nascondere lo scandalo vero sulle primarie del Pd.

Quelle che sono state definite un congresso e non sono un congresso. Quelle che dovrebbero confermare ancora una volta la diversità democratica del Partito Democratico rispetto a tutte le altre formazioni politiche e che invece dimostrano la desolante ed inguaribile anomalia di un partito che ha le maggiori responsabilità della crisi della nazione. Quelle che in tempi di feroce e giacobina attenzione per ogni forma di circolazione di denaro, pubblico o privato che sia, dovrebbe sollevare prepotentemente la questione del costo spropositato delle primarie, di chi le finanzi e di come.

E invece non suscita neppure la più timida domanda da parte dei cosiddetti professionisti dello scandalo annidiati in tutti i media italiani e da parte di quell’apparato pubblico di polizia fiscale che sembra essere troppo impegnato a contare i peli ai normali cittadini per potersi occupare delle valanghe di denaro messe in circolazione per le primarie del Pd. Questo aspetto dello scandalo del tesseramento gonfiato è sicuramente importante. Sapere quanto sia costata la convention di Renzi alla Leopolda e chi l’abbia pagata sarebbe importante. E altrettanto sarebbe capire come un funzionario di partito come Cuperlo possa permettersi di girare in lungo ed in largo l’Italia organizzando una corrente dai costi spropositati inevitabilmente. Ma più dell’aspetto economico è quello politico che dello scandalo deve preoccupare.

Perché il caso delle tessere gonfiate del Pd dimostra in maniera inequivocabile che il meccanismo delle primarie, considerato una panacea per i mali del sistema italiano, non può essere applicato senza regole certe e valide per tutti. Senza queste regole, che andrebbero fissate per legge, infatti, è il meccanismo stesso della democrazia che viene alterato trasformando la vita pubblica nazionale nel terreno di scorreria di qualsiasi avventuriero gratificato del sostegno dei poteri economici, finanziari ed editoriali forti. Chi parla tanto di riforme dovrebbe affrettarsi ad inserire la legge sulle primarie tra quelle da realizzare con la massima urgenza. Non per impastoiare Renzi, ma per fare in modo che il Paese non cada nelle mani di qualche burattino manovrato dalle stanze del potere!


Pdl, i lealisti: “Dai pm pronto un attacco su Verdini”
di Paolo Emilio Russo
(da “Libero”, 8 novembre 2013)

L’allarme non riguarda il numero delle firme in vista del Consiglio nazionale. «Sono seicentoquarantacinque sicure », garantiscono. Il problema di Raffaele Fitto e dei suoi è che, a detta loro, Angelino Alfano e i ministri hanno cominciato a «giocare sporco ». Li accusano di avere già convinto un centinaio di membri del Consiglio nazionale a firmare il documento predisposto da Silvio Berlusconi e, contemporaneamente, anche il loro. In secondo luogo sono sospettati di «manovre » finalizzate ad indebolirli in vista della conta.

I «lealisti », che si sono riuniti anche ieri per discutere sul da farsi, sono preoccupati per alcune «strane voci » che hanno cominciato a girare dentro il Palazzo, di un intervento a gamba tesa della magistratura. «Sento strane voci di un’escalation giudiziaria da qui al Consiglio nazionale del partito, che appare troppo puntuale per rappresentare un caso fortuito », rivela per prima Mariastella Gelmini. La vicecapogruppo a Montecitorio, solitamente molto cauta, stavolta scende nei dettagli: «Sarà solo un caso ma in Sardegna, a fronte di un’inchiesta che coinvolge tutto il Consiglio regionale, sono finiti in carcere esclusivamente due consiglieri del Pdl; in Campania è toccata la stessa sorte ad un altro consigliere, sempre del Pdl ». Il riferimento è a due fatti di cronaca noti. Meno noto il fatto che i consiglieri sardi Mario Diana e Carlo Sanjust arrestati mercoledì e quello campano finito dietro le sbarre ieri perché accusato di nomine e appalti pilotati in una Asl di Caserta, Angelo Polverino, sono tutti «lealisti ».

Erano impegnati nella raccolta delle firme sul documento dell’ufficio di presidenza pidiellino proprio nei giorni antecedenti al loro arresto. «Non vorremmo che certa magistratura voglia mettere naso e becco nelle vicende di un partito, cercando di condizionarne l’attività in un momento così delicato per la sua vita e i suoi assetti interni », insinua l’ex ministro dell’Istruzione. Che mette le mani avanti: «Se mai dovesse succedere, siamo certi che tutti saremo pronti a denunciare in modo chiaro e netto l’ennesima invasione di campo di precisi settori della magistratura… ». Nessuno ci speculi, è il messaggio rivolto ai compagni di partito dell’altra fazione. L’allarme di Gelmini è stato immediatamente rilanciato da Stefania Prestigiacomo e Debora Bergamini, entrambe «lealiste ». «C’è da riflettere », scrive su Twitter l’ex ministro dell’Ambiente. Ma, sottolinea la capogruppo pidiellina in commissione Esteri, «una intrusione sarebbe impensabile, inaccettabile e irricevibile ». Il loro collega deputato Luca D’Alessandro sospetta che ci sia dell’altro: «Ucci ucci, sento odor di dossierucci… », cinguetta tra il serio e il faceto.

Difficile dire in cosa possa consistere l’escalation che si aspettano i «lealisti » in vista del Consiglio Nazionale. Alcuni deputati azzardano una ipotesi shock, cioè che da Napoli o da qualche altra Procura stia per arrivare un «colpo » a Denis Verdini. Verdini non è soltanto coordinatore del Pdl e fedelissimo del Cavaliere, ma, in questa fase tormentata della vita del suo partito, è anche l’uomo che sta organizzando la raccolta di firme per conto dell’ex premier in vista del Consiglio nazionale, il nemico numero uno del vicepremier e ministro dell’Interno. Tutto può succedere.

Di certo Fitto e i suoi non hanno intenzione di cedere nemmeno un millimetro. E a Roberto Formigoni che propone il voto segreto al Consiglio nazionale sulla proposta di tornare a Forza Italia rispondono in coro Renato Brunetta, Altero Matteoli e Mara Carfagna: «Non esiste, le decisioni politiche si prendono a viso aperto ». Se da un lato i «lealisti » apprezzano la frenata di alcuni «alfaniani » che sembrano intenzionati a ricucire, come i ministri Maurizio Lupi e Nunzia De Girolamo, i toni tra le due «fazioni » restano asprissimi. Lo dimostra lo scambio tra l’ex sottosegretario (falco) Michaela Biancofiore e l’attuale sottosegretario (alfaniano) Jole Santelli. «Fate tornare Angelino alla “casa del padre”, del quale ha sperperato tutto il patrimonio politico », accusa la prima. «Datti una calmata! », risponde la seconda.


Renzi spara sulla Cancellieri per colpire Letta
di Redazione
(da “il Giornale”, 8 novembre 2013)

«Inaccettabile che sia andata così ». Matteo Renzi, sindaco di Firenze, approfitta della tribuna di Servizio Pubblico, ospite di Michele Santoro, per lanciare l’ennesima sferzata al presidente del Consiglio Enrico Letta.
L’occasione è il caso infuocato delle ultime settimane, quello che ha visto protagonista il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri. «Se fossi stato il segretario del Pd non avrei difeso la Cancellieri e credo avrebbe fatto un favore al Paese se si fosse dimessa », spiega Renzi. Che aggiunge laconico: «Dopo di che lei non le ha date, Letta non gliele ha chieste ed è andata come è andata ».
Renzi entra nel merito del contenuto della chiamata sotto accusa: «Non indigna la telefonata in cui » il ministro «si preoccupa di Giulia Ligresti, perché se riceve una segnalazione di un problema reale, il problema non si pone. Mi scandalizza che il ministro della Giustizia dica alla compagna dell’arrestato, che l’arresto «non è giusto, non va bene ».

Il sindaco di Firenze e aspirante candidato premier approfitta del caso per puntare il dito contro il sistema-Italia: quella che ha riguardato il ministro Cancellieri «è una vicenda emblematica » – dice – mentre accenna anche al fatto che «sarebbe interessante parlare dei prefetti, dei figli dei prefetti, dell’organizzazione dello Stato ». Poi torna sul Guardasigilli: «Sarebbe stato meglio se avesse capito che è il momento di dare un segnale e di fare un passo indietro ». «Compito del Pd – rilancia Renzi – è fare sì che la politica non sia più succube agli interessi delle famiglie e degli amici degli amici ma che provi a fare un percorso in cui la legge è uguale per tutti. E qui – torna a dire – così non è stato ».
Anche sul dibattito che si è allargato alle carceri, dopo l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Renzi entra in polemica con il premier Letta e il governo delle larghe intese: «Il tema dell’emergenza carceraria è serio e affrontarlo partendo solo dall’amnistia e dall’indulto è inaccettabile » perché la politica carceraria «non si fa liberando con uno spot demagogico per un anno » le persone ma «facendo qualcosa sulla Bossi-Fini o la Fini-Giovanardi ».
Microfono aperto, Renzi ne ha approfittato per lanciare una stoccata anche a Silvio Berlusconi: «Ha fallito perché non ha fatto le cose lui, non perché aveva gli alibi, una volta il sindacato, una volta i giudici ». Ma il sindaco di Firenze scopre le carte quando spiega i suoi auspici: andare a elezioni anticipate «non sarebbe una catastrofe ma non credo che avverrà ». E nel finale sembra quasi fare eco alle «palle d’acciaio » citate da Letta: «Se il Pd ha gli attributi verifichi nel 2014 se le riforme si fanno o no ». Letta e Renzi ormai sono due galli nel pollaio del partito.


Dagoanalisi
(da “Dagospia”, 8 novembre 2013)

Nel suo pamphlet dal titolo in realtà poco invitante perché fin troppo abusato per ogni pur onesta ragione ideologica, “Il libro nero della società civile” appena pubblicato per gli Editori Riuniti, il filosofo del diritto Michele Prospero regala ai lettori un’azzeccata definizione del cosiddetto “partito-la Repubblica”: il giornale del “grillismo dei ceti riflessivi”.

Al volo, si potrebbe suggerire allo studioso, che pure nel suo volume si occupa ampiamente del Fonzie-pensiero, la variante: il quotidiano “del renzismo che piace alla gente piace”. Di destra, di centro e di sinistra. Come recitava un vecchio slogan pubblicitario di una marca d‘automobili.

Il sindaco di Firenze è l’ultimo eroe populista dell’anti-politica che il quotidiano diretto da Ezio Mauro ha preso sotto la sua ala protettiva.
Un “abbraccio” tanto stretto che molti lo considerano addirittura mortale per il futuro candidato-leader del post centrosinistra.

E la battaglia campale con il dispiego delle migliori firme persa l’altro giorno dal giornale edito da Carlo De Benedetti, ex tessera numero uno del Pd, in occasione dell’impeachment (respinto dalla maggioranza dalla Piccola Intesa) al ministro Cancellieri, non sembra essere di buon auspicio per le ambizioni smodate del “civettuolo” Matteo Renzi: leader di governo e segretario del Pd.

La storia di “mamma Repubblica” che soffoca nella sua culla (di carta) i figli appena nati del resto ha inizio nel 1991 quando sull’onda dell’anti-partitocrazia e della sua nomenklatura, Eugenio Scalfari scambiò per un cavallo di razza il ronzino referendario, l’ex dc di destra Mariotto Segni.

E dimenticati gli amori sacri per Ugo La Malfa e Ciriaco De Mita, il fondatore e il suo editore non si turarono, montanelliamente parlando, neppure il naso di fronte alla calata dei barbari della Lega guidati a Roma dall’eroe di Pontida, Umberto Bossi.

Ma dopo aver invocato e sostenuto – in compagnia del Corrierone di Paolo Mieli (“La rivoluzione italiana”) e del settimanale arcoriano, “Panorama” del nemico Silvio Berlusconi (“Di Pietro facci sognare”) -, la devastante opera di bonifica dei tribunali di Mani pulite, il sommo Eugenio si è ritrovato a palazzo Chigi il Cavaliere pompetta.

E mai c’è stato un accenno di autocritica da parte dei “giornalisti senza pietà” per non fermare “ipocritamente” le nuova Norimberga come fa, onestamente, l’ex vice direttore di “Espresso-la Repubblica Giampaolo Pansa nel suo ultimo volume “Sangue, sesso, soldi” (Rizzoli). Mentre sul “Corriere della Sera” uno storico illustre e serio del calibro di Luciano Canfora, scrive un super markettone per elogiare l’ultimo lavoro dello storico senza storia, Paolo Mieli, che sulle vicende di Mani pulite avrebbe molto da raccontare e di cui battersi il petto.

Già, per tornare a Scalfari verrebbe da dire: il diavolo fa i coperchi, ma non le pentole.
Così, nel giro di vent’anni per qualche copia in più e in nome dell’antipolitica, “la Repubblica” ha dovuto aggiornare il suo credo populistico-leaderistico fiancheggiando apertamente tutte le new entry nel teatrone della politica: da Mariotto Segni a Mario Mortimer-Monti. Da Beppe Grillo a Matteo Renzi.

L’ultimo bamboccio che per Ezio Mauro e il suo editore valga la pena di sostenere.
Anche al prezzo di guastare pure il sangue a Eugenio Scalfari e al suo amico, il capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Com’è accaduto, appunto, in occasione della richiesta di dimissioni, più che fondate sul piano politico, del ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, che si era data un gran da fare per ottenere la scarcerazione ad una figliola di don Salvatore Ligresti, detenuta in attesa di giudizio e non ancora condannata da un tribunale. Insomma, anche lei un detenuto in attesa di giudizio.

Non è di tutti giorni che il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e il suo padrino editoriale, Carlo de Benedetti, vada in contro a una simile disfatta senza che ciò segnali il disagio che sembra respirarsi ai piani alti del giornale.

“Lo Stato non professa un’etica, ma esercita un’azione politica”, osservava l’intellettuale liberale Piero Gobetti. E Scalfari, che di quel pensiero è allievo e maestro, sapeva benissimo che venendo meno la ragione politica, il “caso” Cancellieri con le sue dimissioni avrebbe provocato la fine del governo Letta e il tramonto della stella polare di Napolitano che fa da padre-guida nel firmamento politico-istituzionale.

Il che significava elezioni anticipate nella prossima primavera, che avrebbero spianato finalmente la strada alle ambizioni di Matteo Renzi e della sua “Repubblica”, firmata stavolta solo dal trio Trescano Mauro-Giannini-De Benedetti.


Le battute e le balls of steel
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 8 novembre 2013)

Come sempre, nelle battute gli italiani sono imbattibili. E, considerata la terminologia, saranno pure un po’ gaffeur ma che importa, l’effetto risata è sempre assicurato. Anche il nostro premier, così obamiano con le maniche della camicia arrotolate, senza cravatta e sempre il sorriso, abbandona i cartoni animati (del resto l’aveva detto di non aver scritto in fronte Jo Condor) e passa alla battuta «hard ». L’ha fatta a Dublino, rispondendo ad una intervista al quotidiano Irish Times, sulla necessità e la difficoltà delle larghe intese. Il giornalista gli ha chiesto quale era stata la reazione delle cancellerie europee a «ciò che nessuno nella vita pubblica italiana aveva mai fatto: affrontare testa a testa Silvio Berlusconi, sconfiggendolo ». E lui, senza mai abbandonare il sorriso: «Cosa pensano di me in Europa? Pensano che io abbia tirato fuori gli attributi. Mi dicono che ho le balls of steel » (letteralmente palle d’acciaio). Da Dublino a Roma il passo è breve. Pronto il commento, su Twitter, del capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta. «Letta si vanta di essere considerato l’uomo dalle palle d’acciaio. I lavoratori dell’Ilva, se potessero, gliele fonderebbero all’istante ».

Basta così? Macchè. Alla battuta non resiste un comico di professione come Beppe Grillo che ha approfittato per attaccare Letta sul suo blog. «È un ballista d’acciaio. E le balle d’acciaio di Letta le conoscono bene anche in Europa ».

Poi ci sarebbe il tesseramento gonfiato nelle federazioni locali per arrivare alle primarie del Pd. Ma questa non è una battuta. È uno spettacolo deprimente.


Letta, il pallista d’acciaio
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”, 8 novembre 2013)

Un tempo c’erano la Lady di Ferro e i cavalli di razza, il Cinghialone e il Migliore, Baffino e Baffetto, Belzebù e M’illumino d’incenso, il Cappellaio Matto e il Caimano, lo Squalo, Er Monaco, il Coniglio Mannaro e l’Intellettuale della Magna Grecia, Mortadella e il Senatùr che ce l’ha duro.
Adesso tocca a lui, mister «palle d’acciaio », al secolo Enrico Letta, premier delle larghe intese, che sulla fronte non ha scritto Jo Condor e quando prende l’aereo per Bruxelles i piloti devono fare i conti con la gravità dell’illustre passeggero. Perché Enrico non scherza, in Europa fa il diavolo a quattro per far pesare le ragioni dell’Italia, Merkel e Hollande appena lo vedono si fanno piccoli piccoli, annichiliti da questo supereroe post democristiano. È lo stesso Letta che lo confessa al quotidiano irlandese Irish Times: «I have balls of steel ». Paura. E un sussulto: s’è sbagliato, dai, voleva dire che è un pallista d’acciaio e quelli hanno capito male. Invece no, ha detto davvero così e ci crede pure.

Allora a qualcuno dev’essere venuto il dubbio su quale sia il destino di quelle balls of steel. E se fosse un flipper? Se in realtà il premier sul tavolo in discesa dell’Unione europea fosse soltanto una palla che rimbalza, vorticando da una parte all’altra, senza accendere neppure uno «special » con il finale inevitabile di finire in buca? Perché poi il materiale con cui sono fatte le balls non spiega tutto, devi vedere anche quello che ci fai e a cosa servono. Ora, se si vuole essere un minimo onesti non sembra che l’Europa sia così preoccupata delle palle, nel senso di determinazione, del governo italiano. L’Italia chiede l’intervento europeo sui Marò e la risposta è: sono problemi di Roma. L’Italia chiede una soluzione comune per l’emergenza sbarchi. Risposta: Lampedusa è un affare italiano. L’Italia chiede garanzie per il made in Italy: e in effetti l’Europa si affretta a tutelare i prodotti francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi e dell’ultimo arrivato. L’Europa si preoccupa dell’Italia solo quando c’è da parlare del rapporto tra debito pubblico e Pil. Lì sono tutti attenti e si divertono a dare calci alle balls of steel del caro premier.
Forse è un modo per saggiarne la capacità di resistenza.

Del tipo: vediamo fino a che punto sono disposti a sopportare. Diligente il governo italiano continua a inviare la legge di stabilità a Bruxelles, perché le palle d’acciaio magari ce le abbiamo noi, ma a decidere sono sempre i tecnocrati europei. Davvero volete abbassare le tasse? Sarebbe bello, ma ci dispiace, non avete la copertura. Alla fine le balls girano agli italiani.


Palle d’acciaio, stampa scatenata: a Enrico le vogliono tagliare…
di Redazione
(da “Libero”, 8 novembre 2013)

Le “palle d’acciaio” gli cadono in testa. La battuta di Enrico Letta, quelle “balls of steel” consegnate all’Irish Times, ha scatenato un tiro incrociato contro il premier, che cavilla su una traduzione infedele, un copione già letto e riletto, visto e rivisto in passato. Certo, c’è chi sposa le argomentazioni di Enrico, come l’alfiere del buon pensiero Filippo Ceccarelli, che su Repubblica difende il povero premier finito “nel tormentone maschilista”. Il quotidiano di Ezio Mauro rigira la frittata, e punta il dito contro chi sfrutta la “traduzione sbagliata” per dargliele al presidente del Consiglio.

Il carcerato – Sono in molti quelli che hanno sbeffeggiato l’Enrico d’acciaio. Noi per primi, che sul nostro sito più che delle sue “palle d’acciaio” abbiamo preferito concentrarsi sulle sue “balle” di governo. Sul quotidiano, invece, Francesco Borgonovo parla delle “palle d’acciaio” che il premier ha solo al piede: lui dice di avere le “balls of steel”? Non sembra proprio: da come agisce, da come governa – con impaccio, tra un rinvio e l’altro – le sfere ferrate paiono attanagliare le sue caviglie, proprio come quelle di un carcerato (che, forse, considerata la sua libertà d’azione e movimento, sarebbe meglio non governasse).

La balle e le palle – Il giochetto delle palle-balle d’acciaio, di cui – ribadiamo – su liberoquotidiano.it siamo stati i promotori, è stato ripreso anche dal guitto Beppe Grillo, che ha parlato di balle d’acciaio e ha corredato il suo pensiero con una considerazione: “Gli operai dell’Ilva gliele fonderebbero, le palle d’acciaio”. Il Giornale, in un articolo a firma di Salvatore Tramontano, offre una variazione sul tema: “Letta, il pallista d’acciaio”. E spiega: “Un tempo c’erano la Lady di ferro e i cavalli di razza, il Cinghialone e il Migliore, Baffino e Baffetto” ed eccetera eccetera. Adesso, invece, tocca a “mister palle d’acciaio”, uno “sbruffone”.

Monomania Travaglio – La rassegna sugli attributi siderurgici s’arricchisce con la monomania di Marco Travaglio, quella contro Berlusconi: le pallozze ferrate, quelle di “Henry palle d’acciaio”, sono indice di quel “virus pestilenziale” che impregna l’aria di Palazzo Chigi. Secondo Marco Manetta, infatti, “chiunque entri lì dentro ne viene inesorabilmente appestato e inizia a credersi Napoleone” (e, dunque, s’autoattribuisce attributi fantasmagorici). Brillante premessa, quella di Marco, che si liquefà nelle restanti cento righe dell’articolo di fondo, in cui il tic s’impossessa di lui: ecco il pippone sul “virus pestilenziale”, quello delle manie di grandezza, che ha colpito il Cavaliere (si parla di lui, e di lui soltanto).

E chi le ha viste? – Il “governissimo” di via Solferino, ché la stabilità è la cosa più importante, infogna le palle d’acciaio nel catenaccio di pagina sei. Il Corriere della Sera si limita a un vaporoso rilievo sulla “traduzione della parola attributi”. Quindi la sottile sagacia de Il Foglio di Giuliano Ferrara, che ci indottrina sì sulle palle d’acciaio, ma quelle del greco Samaras, che tra lo sgombero della tv pubblica e tre anni di “tagli di spesa e stipendi pubblici” ha ottenuto dei risultati in un Paese molto più che disastrato. Su Enrico, Il Foglio chiosa: se ha le palle d’acciaio “non si sono ancora viste”.

La tortura – Per ultimo il Buongiorno governista del fabiofazista Massimo Gramellini: attento, ponderato, equilibrato, diplomatico. La firma de La Stampa annuncia in prima pagina di aver “confezionato un corsivo sul celodurismo democratico che da alcuni minuti giace esanime nel cestino”. Ossia aveva scritto un Buongiorno, si suppone arguto e pungente, in cui le palle d’acciaio del presidente di ferro venivano “torturate” come quelle dei detenuti a Abu Ghraib. Ma poi s’è ricreduto, maledetta traduzione errata. Così, di Buongiorno, ne ha “confezionato” uno che, di sicuro, al Ceccarelli di Repubblica è piaciuto molto: la metaforica tortura da campo irakeno è tutta per i cattivoni come Brunetta, quelli che hanno messo in moto la “baracca mediatica”. Per Gramellini non si tratta di “balle d’acciaio”, ma di una “bolla d’acciaio”.

Zac – Oh, poi Gramellini, dopo la difesa d’ufficio, ci spiega anche che la deriva ferrosa sputata dalla bocca di Letta fa parte di quella “informazione liofilizzata”, della “politica Zelig” che produce scivoloni come quello del Cavaliere sui figli perseguitati come da Hitler. “Il prossimo passo – conclude caustico -, esprimersi a gesti e grugniti. Bossi verrà ricordato come un precursore”. Diverse colate di piombo, una pioggia d’inchiostro come quella che sta per concludersi, tutta sulle palle d’acciaio del premier che piace da impazzire alle cancellerie europee. Qualche assoluzione ma molti sfottò: il gioco del giorno è quello di tagliarle, le palle d’acciaio dell’impavido Letta.


Gli scandali del Paese vivono di amnesie
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 8 novembre 2013)

Vero: i politici di casa nostra hanno una faccia di bronzo che potrebbe essere usata per lo scampanìo di Pasqua. Ma è anche vero che i cittadini italiani soffrono di amnesia per gli eventi che non li toccano personalmente: un po’ di indignazione, due o tre giorni di proteste e poi ricominciano a lamentarsi dell’eccessivo peso fiscale.

L’azione sinergica del bronzo e dell’assenza di memoria fa sì che la classe politica italiana sia, giustappunto, quella che Renzi vuole rottamare (va detto: senza convincenti sostituzioni e senza garanzie che, al posto del bronzo, ci sia solo più una grottesca maschera veneziana). Tutti sanno che il problema è resistere (lo aveva già detto Borrelli): qualche giorno, un paio di settimane, nei casi gravi un mesetto; e poi – come un’oca che sbuca dall’acqua più asciutta di prima – niente dimissioni, si ricomincia.

Abbiamo un presidente della Repubblica che manteneva frequenti rapporti con un imputato di falsa testimonianza in un processo che, se l’accusa fosse fondata, ferirebbe a morte i sopravvissuti della classe dirigente dell’epoca, tutta gente saldamente ancorata alla roccia del potere. Attenzione: che l’accusa sia fondata o no non ha nessuna importanza; un presidente della Repubblica non può avere amicizia con indagati, imputati, condannati; men che meno per reati quali quello ascritto a Mancino.

Abbiamo un ministro dell’Interno che ha permesso (perché ha collaborato attivamente, perché ha omesso di intervenire, perché ha trascurato di sorvegliare quello che succedeva nel suo ministero; non importa, è lo stesso) un sequestro di persona eseguito sul territorio italiano da emissari di una potenza straniera (come si dice nei film di spionaggio) e organizzato da un ambasciatore impadronitosi dei locali e delle strutture del ministero.

Abbiamo un ministro della Giustizia che mantiene rapporti di stretta amicizia con una famiglia di imprenditori il cui patriarca è stato condannato (nel 1992; erano già amici) a 2 anni e 4 mesi di prigione per il reato di corruzione. Che è arrestato insieme ai figli per un colossale falso in bilancio. Che, invece di spiegare ai suoi amici (magari con tristezza) che un pubblico funzionario (nel 1992 era prefetto) ovvero un ministro (come è ora) non può mantenere rapporti con persone che hanno problemi (gravissimi, non si tratta di una guida senza patente) con la giustizia, si mette a disposizione per “tutto quello che può fare ”. Che qualcosa (non penalmente rilevante allo stato della legislazione attuale) effettivamente fa. E che si giustifica dicendo che non ha mai fatto pressioni sulla magistratura. Che dunque non si rende conto che il problema non sono le pressioni non fatte (ci mancherebbe altro) ma la deviazione dei pubblici poteri di cui è investita.

Di Napolitano e di Alfano non si parla più. Napolitano è stato eletto una seconda volta presidente ed è osannato come salvatore della Patria. Alfano si prepara a incassare il consenso degli pseudo moderati che, con B. al potere, erano onorati di fargli da tappetino della doccia. Di Cancellieri, tra un mese, nessuno ricorderà gli abusi commessi. Sicché c’è poco da scandalizzarsi: la mutua assistenza tra le facce di bronzo riposa sull’impunità garantita dall’amnesia dei cittadini.

Alla fine provo un po’ di pena per B. Di lui si continua a ricordare tutto. Un capro espiatorio per ripulire la coscienza del popolo. Che, come ai tempi delle indulgenze plenarie (ma ci sono ancora?), è pronto a ricominciare. Nel nostro caso, a dimenticare.


Verdini al fianco del capo raduna le truppe fedeli per la battaglia finale
di Mattia Feltri
(da “La Stampa”, 8 novembre 2013)

Ieri, quando ha letto la birichinata di Fabrizio Cicchitto secondo cui lui sbaglia i numeri, Denis Verdini ha commentato da toscano: e Cicchitto sbaglia gli uomini.
A parte che questa cosa dei numeri gli sta sul gozzo. Il 2 ottobre, al Senato, è andata come è andata. Ma nel computer conserva la mail che inviò a Silvio Berlusconi il giorno prima del fallito attacco di Gianfranco Fini al governo, il 14 dicembre 2010, e spesso la mostra: si vanta di non aver toppato un nome. In questi giorni, raccontano nella sede di Forza Italia in piazza San Lorenzo in Lucina, va allo stesso modo. Verdini sfoglia un voluminoso fascicolo contenente tutti i nomi degli 863 delegati al Consiglio nazionale di sabato della settimana prossima. Il numero non è definitivo, perché fra i delegati ci sono assessori e capigruppo di comuni e province, e qualcuno nel frattempo magari ha perso la carica. Varierà di poco, in ogni caso. I nomi sono segnati in colori diversi: verde chi sta con Berlusconi, e sono 650, rosso chi sta con i governativi di Angelino Alfano, e sono poco più di 130, bianchi gli indecisi, un’ottantina. Sono stati chiamati tutti, molti personalmente da Verdini, altri dai deputati, a seconda di dove sono stati eletti, perché fosse ben chiaro qual è la questione. A fine giornata, Denis scorre gli elenchi, ci rimugina sopra, poi va a Palazzo Grazioli e aggiorna il capo.

Verdini è un mulo, lo sanno tutti. Alla mattina arriva alle 8.30, fa colazione con Antonio Angelucci – deputato e signore delle cliniche romane – al bar Ciampini. Poi va nella sua stanza, nemmeno tanto grande, una scrivania, cinque potrone per gli ospiti, il tricolore, la bandiera europea e quella di Forza Italia. Posa il pacchetto di Marlboro sul tavolo e comincia. Gli squillerà il telefono un centinaio di volte. Non legge i giornali, se non gli editoriali più importanti, perché si perde tempo e si finisce col correre dietro ai pettegolezzi. Due condizionatori mantengono una temperatura baltica, a diciassette gradi. La chiamano la Siberia, la sua stanza. Un po’ perché Denis ha la fama del gelido esecutore di sentenze capitali. Uno da Lubjanka. A proposito di numeri e di uomini (e di candidature) sbagliate, nel suo giro ricordano nel dettaglio il giorno in cui Verdini impegnò più tempo del solito per convincere Berlusconi che «quelli di Italia popolare » – i parlamentari che avevano partecipato alla kermesse montiana del teatro Olimpico – non dovevano essere candidati. Chi tradisce una volta tradisce di nuovo, diceva. Erano grosso modo i governativi di oggi. Avevo ragione, dice Verdini agli amici.

Adesso, però, il suo compito è di fare mediazione. Non è vero che dopo il disastro del 2 ottobre Verdini sia stato fatto fuori. Chiunque, nel partito, spiega che Berlusconi di lui si fida, sa che non combatte per vantaggio personale o per i galloni. Lo incontra quotidianamente. È stato iscritto nei retroscena alla corrente dei falchi e ora a quella dei lealisti, ma Verdini dice di essere berlusconiano in quanto incaricato di servire l’azionista di maggioranza. I parlamentari a lui vicini raccontano che sin dal primo giorno diceva a Berlusconi che la grazia non gliel’avrebbero mai concessa. Di conseguenza, falco. E gli diceva anche di non fare il governo di corsa, di prendersi tre o quattro settimane, come succede in Germania, perché fosse steso un programma dettagliato, a cui non si sfugge. Ancora falco.

Ora cerca soluzioni perché i governativi, al Consiglio nazionale del 16, non procedano con la scissione. Gli preme soprattutto che Alfano rimanga dentro. Se se ne vanno gli altri, pazienza. Anzi meglio. Non è nemmeno così certo che il punto d’accordo sia tanto lontano. Intanto c’è la variabile di Matteo Renzi, che lui conosce bene seppure non lo senta da anni, e sa che la sua elezione alla segreteria del Pd costituirebbe un rischio per il governo. E poi la questione – sottolineano i collaboratori di Verdini – non risiede negli incarichi della nuova Forza Italia. Verdini ha fatto sapere che non c’è problema, che ne ha anche le tasche piene. Se non lo vogliono più lì, ci rimarrà soltanto su ordine di Berlusconi. Dice ai numerosi ospiti che il suo è un lavoro infame. Se qualcuno lo vuole, prego. Capirà che significa stare alla scrivania dodici o tredici ore al giorno, ad accogliere ogni lagna, a pacificare i litiganti, a far di conto. A un certo punto Berlusconi gli appioppò persino l’incarico di contenere Daniela Santanché, perché non esagerasse. Era una missione impossibile, e ora Daniela è fuori gioco. Le mostrine attirano, ma poi? Poi si finisce con la fama del cattivo, del sicario, perché qualcuno deve pur mettere la sua firma sulle candidature, sugli avvicendamenti nei ruoli di responsabilità. Ciò di cui Verdini si duole davvero, però, e di aver messo su pancia, perché il lavoro sovente prosegue al ristorante, pranzo e cena. Talvolta la scampa, e di sera va a casa, dietro al Senato, e si prepara una pastina in brodo.


Requiem per un Ventennio
di Alessandro Giuli
(da “Il Foglio”, 8 novembre 2013)

Una voluttà di scendere sempre più giù ha colto quel che resta del Pdl. Nella dolente confessione impolitica di Sandro Bondi pubblicata ieri dal Foglio – “La nostra storia finisce nel fango, fra vili e traditori” –, così come nel protervo beccheggiare degli antagonisti alfaniani, si possono ormai indovinare i segnacoli di una sopraggiunta, completa dissipazione: un ventennio al rogo. Ci auguravamo la sopravvivenza del berlusconismo senza più un Cav. costretto a immolare anima e corpo e quattrini per perpetuare fino all’estenuazione la sua irripetibile esperienza prepolitica (la logica fogliante dell’happy ending). Abbiamo anche temuto che di lui rimanesse soltanto il doppione costruito ad arte dagli odiatori, l’icona del Caimano arrossata dall’ira demolitrice scagliata su tutto e tutti, compreso il Quirinale con il quale aveva allestito l’esperimento grancoalizionista. A guardare invece l’attuale spettacolo circense del centrodestra, non bisogna scomodare la dialettica servo-padrone per capire che come minimo qualcosa è andato più storto del previsto: potrebbe non rimanere in piedi neppure la metà di niente.

L’ipocrisia politica, la povertà stilistica e la debolezza concettuale del documento scritto dalle così dette colombe pidielline esemplificano il fallimento di una classe dirigente abortita ben prima di veder l’aurora. La turba di contorsioni ministeriali e paracule messa in fila da Alfano e soci è invalidata fin nelle premesse; non si scrive una dichiarazione di guerra al Cav. con un incipit come questo: “Ci riconosciamo nella leadership di Silvio Berlusconi”. Non se si abbia una faccia, un decoro. E d’altra parte quegli sguardi fangosi di odio con i quali i lealisti contraccambiano tanta dissimulazione possono, sì, mascherare il vuoto sottostante (ogni maschera a lungo andare diventa un volto), ma non certo riempirlo. E’ così che il ritorno alle origini, il recupero giovanilistico di Forza Italia e della sua primavera di bellezza, si trasforma in una rissosa cosmesi funeraria.

Berlusconi è destinato a uscire di scena per via giudiziaria e anagrafica, e con lui – fatti salvi pochi affetti e lealtà – si dissolve quel centralismo carismatico che ha tenuto insieme nomenclature e gruppi d’interesse, fortunati valvassori e feudatari talora umiliati ma altrimenti anonimi. Il carisma chi non ce l’ha non può darselo. Ma in un certo senso il corpo mistico del Cav. viene già fatto a brani in queste ore, con i contendenti che si disputano i lacerti del sovrano smembrato cercandone una stilla di sangue amico che valga come elisir d’una rinascita. A modo loro, stanno inscenando un rito di antropofagia politica al quale la vittima stessa non intende sottrarsi, non intravedendo alcuna alternativa.
E dunque in futuro non verrà censito nemmeno un fossile politico della sfolgorante cavalcata storica berlusconiana? Chissà. Forse un simulacro del bipolarismo, e il lontano ricordo che tra un’èra geologica e l’altra c’è stata la follia di un outsider che vantava il sole in tasca e ogni miracolo a portata di mano.

Mancano presidii, cittadelle, visioni cresciute all’ombra del dispotismo asiatico-brianzolo, così avvolgente e capriccioso, totalizzante come il ferale “l’Etat c’est moi” pronunciato da Luigi XIV, ignaro che quella frase avrebbe condannato la monarchia alla ghigliottina di lì a due generazioni. Né verrà mai scritto un libro contro i pensatori berlusconiani, perché i pensatori berlusconiani non esistono (se oggi Lucio Colletti fosse vivo starebbe morendo dalle risate) e di questa assenza partecipano anche certi piccoli Raymond Aron in cerca di un De Gaulle purchessia. Un giorno Berlusconi ammetterà d’aver talmente amato se stesso da illudersi d’essere venerato dai suoi sudditi. Per lo meno, con i vincitori, lui s’è guadagnato una brutta reputazione di bronzo e la menzione perpetua nelle catilinarie di macellatori togati e laici, pataccari e collitorti. Al di sotto di lui, rien de rien, a meno d’immaginare ancora la successione dinastica. Ma stavolta occhio alla ghigliottina.


Trattativa Stato-mafia
di Salvo Palazzolo per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 8 novembre 2013)

Il primo pentito del processo convocato dalla Procura dice che la trattativa «non è mai esistita ». E nell’aula bunker dell’Ucciardone cala un silenzio pesante. «Fra mafia e politica non c’è stata trattativa, ma di più, c’è stata convivenza », taglia corto Francesco Onorato, uno dei killer fidati della Cupola, testimone diretto della stagione delle stragi.

Dice: «Quando Totò Riina accusa lo Stato nelle sue interviste ha ragione. Prima gli hanno fatto fare tanti omicidi, e adesso stanno pagando solo i mafiosi ». I pm Di Matteo, Del Bene e Teresi gli chiedono di questi omicidi. E Onorato non se lo fa ripetere: «Prenda Dalla Chiesa. Che interesse avevano i mafiosi ad ammazzarlo? Sono stati Craxi e Andreotti a chiederlo, perché si sentivano il fiato sul collo. Anche l’omicidio Mattarella fu voluto da altri politici ».

Il presidente della corte d’assise chiede chiarimenti: «Da chi ha saputo queste notizie? ». Onorato spiega: «Ero vicinissimo a Salvatore Biondino, l’ambasciatore della commissione ». E poi precisa: «Io ero uno dei prediletti, perché fare parte del gruppo di fuoco della commissione era come fare parte della nazionale di calcio. I migliori mafiosi entravano in squadra ».

All’inizio del 1992, comunque, Totò Riina aveva una sua personale lista di nomi da eliminare. «Dopo le condanne in Cassazione del maxi processo, era impazzito », spiega Onorato, che eseguì la prima condanna a morte, quella dell’eurodeputato Salvo Lima. «Un mese dopo quella sentenza, Riina aveva convocato all’hotel Perla del Golfo alcuni politici – prosegue il pentito – Salvo Lima, Calogero Mannino, Carlo Vizzini, e pure Ignazio Salvo. Seppi da Biondino che Lima aveva dato buca ».

Degli altri politici, Onorato non sa nulla. Però, poi dice: «Qualche tempo dopo, Biondino mi comunicò chi doveva essere ucciso, erano i politici che non si erano impegnati per evitare la condanna in Cassazione ». Dopo Lima, «c’erano Andreotti e suo figlio, gli ex ministri Mannino, Vizzini e Martelli, Ferruzzi e Gardini ».

Onorato racconta che Cosa nostra aveva già avviato i pedinamenti a Roma per uccidere l’allora presidente del Consiglio Andreotti e il figlio: «Se ne occupavano i fratelli Graviano ». I boss sembravano determinati anche a colpire Martelli. «Siamo stati noi a farlo eleggere ministro – dice il pentito – nel 1987 ho tirato fuori dalla cassa di famiglia 200 milioni di lire per la sua campagna elettorale ».

Insorge Bobo Craxi, il figlio di Bettino: «Non penso valga neanche la pena di commentare e querelare. Di quale tenore fossero i rapporti fra Dalla Chiesa e mio padre ne sono bene a conoscenza i suoi figli ». Anche Vizzini replica: «Io l’antimafia l’ho fatta con gli atti concreti, negli anni 80 ».

Ieri, intanto, è arrivata alla cancelleria della corte d’assise la lettera del presidente Giorgio Napolitano, citato come testimone nel processo per la trattativa. Il capo dello Stato, come preannunciato la settimana scorsa dal Quirinale, si dice «ben lieto » di dare «un utile contributo all’accertamento della verità ».

Però, sul tema che interessa la Procura, le preoccupazioni del consigliere giuridico Loris D’Ambrosio sulla stagione 1989-1992, Giorgio Napolitano anticipa di non avere molti elementi da offrire, lo lascia intendere parlando di «limiti delle mie reali conoscenze ». Il presidente della corte ha annunciato che metterà la lettera a disposizione di pm e avvocati, «per le eventuali rispettive valutazioni e determinazioni ». La citazione di Napolitano potrebbe essere dunque oggetto di una nuova discussione in aula: i pm insisteranno per l’audizione del capo dello Stato.


Il Csm: intervista di Esposito inopportuna. Ma non lo sanzionano
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 8 novembre 2013)

Un colpo al cerchio e uno alla botte. L’organo di autogoverno dei magistrati dice che il “giudice chiacchierone”, Antonio Esposito, ha sbagliato. Ma, al contempo, evita di punirlo. “È sostenibile che la condotta del dottor Esposito possa assumere rilievo disciplinare”, scrive la prima Commissione del Csm nella delibera con cui chiede al plenum di archiviare la pratica aperta a Palazzo dei Marescialli sul giudice della Corte di Cassazione, “risultando già informati i titolari dell’azione disciplinare”. La commissione sottolinea poi che l’intervista del giudice, a pochi giorni dalla condanna di Silvio Berlusconi, è stata “particolarmente vistosa e inopportuna”, ma sarebbe “irragionevole” far derivare da “un unico episodio di esternazione” la misura “estrema” del suo trasferimento d’ufficio.
Il magistrato era stato accusato di aver anticipato le motivazioni della condanna per frode fiscale inflitta a Berlusconi prima del deposito della sentenza.

“I magistrati – prosegue la prima Commissione – nelle occasioni di esternazione pubblica devono tenere conto che la loro posizione istituzionale accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza e sobrietà, rispetto agli standard di diligenza che possono essere richiesti al cittadino che non ricopra analogo status”. Poi sottolinea che “non è in discussione l’esercizio da parte del dottor Esposito del diritto di manifestare il proprio pensiero”. Ma “è altrettanto evidente che tale diritto fondamentale, per quanto riguarda il cittadino-magistrato, deve essere bilanciato con i principi costituzionali di indipendenza e imparzialità e cioè con i valori essenziali che caratterizzano lo status costituzionale degli appartenenti all’ordine giudiziario”.

I magistrati non cedano a “fuorvianti esposizioni mediatiche”. Nella delibera c’è un esplicito richiamo all’invito rivolto dal capo dello Stato due anni fa ai giovani giudici che avevano appena vinto il concorso in magistratura. In quell’occasione Napolitano chiese alle toghe anche di “ispirare le proprie condotte a criteri di misura e riservatezza, a non sentirsi investiti di improprie ed esorbitanti missioni, a non indulgere in atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione la imparzialità dei singoli, dell’ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale”. Un appello che ora il Csm ripropone tutto intero.

“In nome del più sfrenato corporativismo – tuona Luca D’Alessandro, deputato del Pdl – a difesa tra l’altro di chi può sfoggiare sul petto la medaglia di aver emesso una condanna definitiva contro Berlusconi, il Consiglio superiore della magistratura riconosce che il giudice Antonio Esposito ha sbagliato ma decide di insabbiare tutto e di non punirlo. Ancora una volta la casta in toga si autoassolve in modo vergognoso, ma il dato certo e inattaccabile è che il giudice Esposito ha commesso un illecito disciplinare, cancellando così ogni parvenza di credibilità alla sentenza che ha emesso”.

“Come al solito i magistrati, acerrimi aguzzini contro gli avversari si tramutano in amorevoli benefattori quando si tratta di colleghi”, afferma la pidiellina Jole Santelli, sottosegretario al lavoro e alle politiche sociali. “Poteva il Csm punire il presidente Esposito, colui il quale ha tirato il colpo decisivo al nemico giurato Berlusconi? Ovviamente no”, sottolinea ironicamente Santelli, secondo la quale “anzi per l’opera meritoria avrebbe meritato una menzione speciale, visto poi tutto ciò che ha combinato. Per la violazione delle più comuni regole di equilibrio e sobrietà richieste ad un giudice la commissione disciplinare ha deciso di dargli giusto un buffetto sulla guancia”.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart