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Rodotà, avviso a Grillo: «Beppe sbaglia. Non bastano più le sue dichiarazioni »

30 Maggio 2013

di Alessandro Trocino
(dal “Corriere della Sera”, 30 maggio 2013)

ROMA – «Non voglio dire che lo prevedevo. Ma non sono affatto sorpreso ». Stefano Rodotà è uno dei personaggi politici più amati dal Movimento 5 Stelle, che lo avrebbe voluto al Quirinale. Ora analizza, senza fare sconti, un risultato che è andato ben al di sotto delle aspettative.
Perché non è sorpreso?
«Per due ragioni. La prima è politica: hanno inciso sul voto i conflitti, le difficoltà e le polemiche di queste settimane. La seconda è che avevo detto che la parlamentarizzazione dei 5 Stelle non sarebbe stata indolore. E così è stato ».
Il passaggio dalla rete al Palazzo, per intenderci.
«Faccio una battuta: quando si lavora in Parlamento, non è che di fronte a un emendamento in commissione vado a consultare la rete. Serve un cambiamento di passo ».
Che non c’è stato.
«La rete da sola non basta. Non è mai bastata. Guardiamo l’ultima campagna elettorale: Grillo è partito dalla rete, poi ha riempito le piazze reali con lo tsunami tour. Ma ha ricevuto anche un’attenzione continua dalla televisione. Se si vuole sostenere che c’è una discontinuità radicale con il passato non è così: anche per Obama è stato lo stesso. Si parte dalla rete, ma poi si va oltre ».
Il problema è che forse non sono andati abbastanza oltre.
«Non hanno capito che la rete non funziona nello stesso modo in una realtà locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese. In queste elezioni hanno perso i due grandi comunicatori: Grillo e Berlusconi ».
Alle Amministrative, poi, contano molto i candidati.
«Sono stato molto colpito dalle dichiarazioni avventate del candidato 5 Stelle di Roma: si è lamentato perché i media non gli avevano dedicato abbastanza attenzione. Ma come? Non era stata teorizzata l’insignificanza dei vecchi media? ».
Forse a qualcosa servono ancora.
«Come serve l’insediamento a livello locale. Il candidato sconosciuto della rete si trova in difficoltà rispetto a chi ha una forte presenza territoriale. Non è un caso che il partito che ha tenuto di più in queste elezioni sia stato il Pd, nonostante la forte perdita di voti ».
Per Grillo è colpa degli elettori.
«L’ho sentita troppe volte questa frase. Elettori immaturi, che non capiscono. Si dice quando si vuole sfuggire a un’analisi. Ma erano gli stessi elettori che li hanno votati alle Politiche. È una reazione emotiva, una spiegazione che non spiega nulla ».
Per i 5 Stelle non sono «padri » un po’ ingombranti Grillo e Casaleggio?
«Non voglio fare quello con la matita rossa. Però, certo, non bastano più le loro indicazioni. Un movimento nato dalla rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto. E non può dire ai parlamentari: non dovete elaborare strategie ».
È proprio quello che ha detto il capogruppo Vito Crimi.
«Le istituzioni fanno brutti scherzi. Penso alle parole di Grillo che contestava l’articolo della Costituzione secondo il quale il parlamentare deve operare senza vincolo di mandato. Ecco, io credo che tutti i parlamentari dovrebbero avere la libertà di esercitare il proprio mandato, anche se non in una logica individualista. Non si può delegare tutto. I parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare. In alcuni casi lo stanno già facendo e ho sentito anche interventi di qualità ».
Il risultato deludente non è stato causato anche da un eccesso di chiusura e dalla mancanza di interlocuzione con il Pd?
«Posso anche stabilire la linea del “tutti a casa” e “no a tutti”, ma poi devo valutare le conseguenze. Si deve avere la capacità di confrontarsi con gli altri in Parlamento. Altrimenti si rischia di alimentare una nuova conventio ad escludendum . E probabilmente c’è anche un problema di inesperienza ».
La «verginità » politica è nel dna dei 5 Stelle.
«Non ho mai creduto al valore dell’inesperienza, che rivendicano come verginità dalle compromissioni. Io ci misi molti mesi a imparare. Il Parlamento richiede competenza. So che stanno cercando di rimediare con bravi consulenti ».
E ora?
«Ora Grillo e Casaleggio devono rendersi conto che siamo entrati in una fase nuova e che quello che ha determinato il successo non è un ingrediente che può essere replicato all’infinito. Per esempio: alle Europee cosa faranno? Una campagna fortemente antieuropeista, come Berlusconi? Sarebbe un rischio enorme. Cresce enormemente la responsabilità della sinistra ».
Che non sta messa bene.
«Capisco il sollievo del Pd per il voto, ma ci sono problemi che non si cancellano con un’interpretazione consolatoria. Il Pd è un pezzo fondamentale della sinistra, ma non è tutta la sinistra. E deve guardare anche alla società. Il referendum di Bologna, per esempio: c’era una maggioranza schiacciante, sulla carta, per il finanziamento alle scuole private. E invece questa maggioranza è stata spazzata via ».


I democratici e la politica dei due forni
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 30 maggio 2013)

Il caos che per due giorni ha accompagnato in Parlamento il rilancio delle riforme istituzionali – e per miracolo, viene da dire, s’è concluso con l’approvazione della mozione concordata con il governo – ha una sola spiegazione: da sinistra e da destra, approfittando della solenne occasione fornita dal ritorno della Grande Riforma, si sono mossi due fronti contrapposti, che puntano, senza neppure nascondersi, a far cadere l’esecutivo delle larghe intese.

Se alla fine è emerso di più il fronte di sinistra, è solo perché a fornire lo strumento che avrebbe dovuto servire a capovolgere gli attuali equilibri è stato il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti: un onesto deputato radicale, che la diaspora del suo partito ha condotto nelle file democratiche vicino a Matteo Renzi, e nella scorsa legislatura, a causa di uno sciopero della fame troppo prolungato contro il Porcellum, stava quasi per rimetterci la pelle. Ignaro, o secondo molti illuso, che a Montecitorio esistesse una maggioranza favorevole a cambiare la legge elettorale, a parole esecrata da tutti, Giachetti aveva presentato una mozione sostenuta da un elenco trasversale di firme di diversi schieramenti, e a tutti i costi aveva voluto porla in votazione in alternativa a quella ufficiale della maggioranza governativa.

Alla fine, i voti raccolti sono stati quelli del Movimento 5 stelle, di Sel e dello stesso Giachetti, mentre gli altri ribelli e firmatari dei diversi partiti, a partire da quelli del Pd, si ritiravano disciplinatamente. Come tentativo di creare un’alternativa alle larghe intese, non può certo dirsi molto riuscito. Anche perché i deputati 5 stelle, già prima di votare la mozione, precisavano che lo facevano solo per dare un segnale politico, senza condividere la proposta di Giachetti di lavorare per un ritorno al Mattarellum. Pienamente centrato, però, anche al di là delle intenzioni, è stato l’obiettivo di rovinare l’avvio, o il riavvio, del dibattito sulle riforme istituzionali: della materia, cioè, non va dimenticato, su cui la classe politica s’è impegnata pubblicamente a ricostruire la propria credibilità.

Non è certo una novità che ci sia nel Pd più di una corrente che continua a puntare sull’accordo con Grillo e a battersi contro il governo con il Pdl. Il fallimento della trattativa di Bersani a inizio di legislatura non è considerato un argomento sufficiente per rinunciarci; e neppure la promessa, che il leader di M5s continua a ripetere, di non allearsi «né con il Pdl né con il Pd-meno-elle », è giudicata convincente. Dopo il crollo elettorale delle amministrative dell’altro ieri, dicono gli strateghi di questa parte politica, i voti dei deputati e dei senatori stellati, che non vogliono stare in Parlamento a scaldare le sedie, sono praticamente a disposizione. Allo stesso modo cresce, all’interno del Pdl, l’insofferenza per l’alleanza con un Pd che – teme una consistente frangia berlusconiana – potrebbe tradire da un momento all’altro.

Ora, la sola idea che la vecchia politica dei due forni, di cui Andreotti era il principale diacono nella Prima Repubblica, possa risorgere imperniata su Giachetti e i 5 stelle, sembra incredibile e fuori dal tempo. Ma tant’è. Tutto è possibile: qualcuno cita anche un altro documento, messo a punto dall’ex presidente del Pd Rosy Bindi con l’appoggio di una quarantina di deputati Pd, che spingerebbe nello stesso senso, con la sottolineatura del basso profilo dell’esecutivo. Ma per questa strada, più che a un nuovo assetto di maggioranza e a un nuovo governo, si arriverebbe facilmente a nuove elezioni. Ed è esattamente quello a cui è contraria una larga, larghissima maggioranza del Parlamento.

Colpisce come i firmatari delle mozioni e gli autori dei documenti non se ne rendano conto. Nella gran confusione che accompagna la vita politica, c’è una sola luce, un solo punto chiaro: i parlamentari che non riescono a costruire accordi, né per fare, né per disfare alcunché, sono uniti come un sol uomo nel desiderio di conservare i loro posti e far durare la legislatura. Più gli elettori mandano segnali – si veda l’astensione dell’ultima tornata elettorale, o la fiducia data e repentinamente ritirata a Grillo -, e più gli onorevoli si arroccano: la sensazione che questo possa essere l’ultimo giro, prima dell’estremo assalto di un’opinione pubblica esasperata, invece di convincerli a un ripensamento virtuoso e a un impegno più serio nel loro lavoro, li porta al cupio dissolvi che ogni giorno fa mostra di sé.

Ciò non vuol dire che Enrico Letta, grazie alla disillusione dei parlamentari, possa stare tranquillo e durare all’infinito. I governi, si sa, durano se governano. Ma se Letta cade, un altro verrà al posto suo. La filosofia rassegnata, che sta ormai prendendo piede, prevede questo. Da quando il Presidente Napolitano, all’atto della sua rielezione, si rivolse ai parlamentari avvertendoli che erano all’ultima occasione per riscattarsi, sembra passato un secolo. E invece sono solo poche settimane.


Il Pdl ed il problema del partito nuovo
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 maggio 2013)

Il problema del Pdl è che alle elezioni politiche si affida ai miracoli di Silvio Berlusconi ed alle elezioni amministrative alle pratiche dei padroncini delle tessere e proprietari delle preferenze. Tra questi due poli non c’è nulla. Perché il gruppo dirigente di vertice, che pure in gran parte è formato da persone di qualità, dipende dai miracoli elettorali del Cavaliere. E perché i proprietari di tessere e di preferenze personali sanno che per sopravvivere non debbono far altro che conservare il proprio patrimonio elettorale difendendolo non dagli avversari esterni ma dai competitori interni.

Che fare per colmare questo vuoto esistente tra il gruppo di vertice che ruota attorno a Berlusconi ed i padroncini locali che ruotano solo attorno a loro stessi? La risposta è come quella data da Lenin: ci vuole un partito. Che, però, non può essere simile a quello leninista copiato nel corso dell’intero novecento dai partiti di massa fondato sulla organizzazione territoriale della militanza. E che non può neppure essere ispirato al modello dei comitati elettorali da far spuntare in occasione delle campagne politiche o amministrative e da abbandonare quando esauriscono i loro compiti contingenti. Insomma , a differenza del Pd che continua a difendere il partito pesante d’ispirazione leninista cercando di innovarlo con la trovata (non sempre proficua) delle primarie, il Pdl si trova nella singolare condizione di non essere né pesante, né leggero. E di essere costretto a puntare, sempre che non voglia continuare ad alternare alle vittorie delle politiche le battute d’arresto delle amministrative, su un nuovo modello che sia al tempo stesso incentrato sulla leadership di Berlusconi e che non dipenda dagli egoismi tra loro perennemente conflittuali dei padroncini. L’impresa, ovviamente, è facile da proporre ma molto più difficile da realizzare.

Perché per trovare una felice sintesi tra il partito leaderistico d’opinione ed il partito parcellizzato in tanti micro-apparati personali locali non c’è altra strada che quella di costruire una classe dirigente di vertice e di base capace non solo di perseguire i propri interessi personali ma di saper anche subordinare questi interessi ai valori, alle opinioni ed alla visione complessiva della società espressi ed impersonificati dal leader. Vasto programma? Non c’è alcun dubbio. Perché l’operazione richiede sforzo, impegno, risorse, capacità di interpretare i bisogni e le esigenze della società e trovare le persone più adatte per rappresentare queste esigenze. Impone scelte precise. A cominciare dalla separazione, a livello di gruppi dirigenti nazionali e locali, tra compiti istituzionali e compiti di partito per non correre il rischio che gli impegni di governo cancellino quelli di partito. A finire con una selezione rigida di una classe dirigente che, come insegna l’esperienza non solo immediata ma anche quella degli ultimi vent’anni, può assicurare la tenuta ed il successo del partito solo se appare preparata, autorevole, credibile ed affidabile.Una operazione del genere richiede tempi lunghi. Ma deve soprattutto incominciare.

E non è detto che questo inizio debba necessariamente avvenire per iniziativa interna del Pdl. A dispetto del grande assenteismo delle elezioni di domenica scorsa la società nazionale ed, in particolare, l’area del centro destra, sono pervase da un fervore di iniziative volte proprio alla formazione ed alla aggregazione di nuclei di gruppi dirigenti di qualità. Favorire simili fermenti può essere un primo passo utile. Ad incanalarli in un alveo con regole democratiche c’è sempre tempo. Ma intanto si incomincia e si da un segnale di vitalità ad un corpo elettorale che ha bisogno di idee e fermenti a cui affidare le proprie speranze di uscita dalla crisi.


Ho da molti anni grande stima di Mario Cervi. Non posso ignorare perciò il suo ricordo critico ma rispettoso e sincero di Franca Rame, recentemente scomparsa. Segue il ricordo affettuoso di Marco Travaglio

Franca Rame, attrice-agitatrice che portò il fanatismo in scena
di Mario Cervi
(da “il Giornale”, 30 maggio 2013)

A Franca Rame, che si è spenta ieri a 83 anni dopo una lunga malattia, non si addice il tono elusivo e dolciastro che è di regola nei necrologi. Il suo personaggio di attrice e di agitatrice politica resta inciso profondamente nella cronaca e, perché no, nella storia del dopoguerra italiano.

Non si può ricordare una donna che praticò il settarismo portato al massimo limite d’incandescenza con frasi di retorico compianto. Franca Rame non lo merita. È stata una grande pasionaria chiusa nei suoi odi e nei suoi amori, come l’implacabile Dolores Ibárruri della guerra civile spagnola. Le va reso, adesso che non c’è più, l’omaggio della verità: almeno la soggettiva verità di chi ha il compito di commemorarla.

Franca Rame era nata attrice, la sua era una famiglia di teatranti girovaghi, calcò le scene, si fa per dire, quando era ancora infante. Negli Anni cinquanta fu scritturata nella compagnia di Tino Scotti per lo spettacolo Ghe pensi mi di Marcello Marchesi. La sua carriera sembrava tracciata nel solco rivistaiolo. Era molto bella, e bella è rimasta fino all’ultimo.

La svolta della sua vita avvenne nel 1954 quando sposò – nella basilica di Sant’Ambrogio, a Milano – Dario Fo, acclamato giullare che con la patetica figura del «poer nano » aveva conquistato le platee. Poteva essere un sodalizio artistico, e lo fu. Ma la miscela di quei due caratteri produsse una deflagrazione politica alimentata poi dalle ribellioni, dalle utopie, dalle insensatezze del ’68. La normalità era borghese, stantia e reazionaria: anche nello spettacolo. Non più le recite delle compagnie di giro, ma i collettivi, le comuni, i misteri buffi nelle fabbriche e nelle scuole occupate. La coppia Fo-Rame si fece paladina della controinformazione, bollò come adulterato ciò che la stampa pubblicava e la trasmissione trasmetteva. I messaggi di stampa e televisione erano menzogna, ciò che la polizia faceva era infallibilmente orrido. È difficile dire quale fosse in concreto l’apporto di ciascuno dei due al lavoro di coppia. Di sicuro Franca non era una comprimaria. Sembra certo che dei due fosse lei la più veemente nel volere inni all’anticlericalismo d’una sinistra radicale. La recitazione diventava invettiva e predicazione rivoluzionaria, il lazzo si accompagnava all’accusa feroce. La società in cui viviamo era intollerabile, il soccorso rosso si prodigava per i carcerati e per tutte le altre vittime della tirannia capitalista.

La commedia irrompeva nell’attualità più cupa, con Morte accidentale di un anarchico veniva proclamata la colpevolezza, per la morte di Pinelli, del commissario Calabresi: poi «giustiziato » da chi non sopportava di vederlo, dopo i suoi crimini, in vita. Fo-Rame s’inserirono anche in Tangentopoli con la pièce Settimo ruba un po’ meno. Il Nobel a Dario Fo – imprevedibile e, secondo tanti, contestabile – andava attribuito anche a lei, «compagna » in tutti i sensi, quello familiare e quello di nomenklature d’un tempo. Al fanatismo teatrale di Franca Rame alcuni delinquenti intrisi d’ideologia fascistoide reagirono con il suo rapimento e con il suo stupro. Avvenne nel 1973, e solo cinque anni dopo la Rame ne parlò, in scena. Anche questo turpe episodio rafforzò il femminismo al quale si era sempre dedicata. Avrebbe voluto riempire di casalinghe le assemblee elettive. E l’idea non era niente male.

Da irregolare che era sempre stata, vantandosene, Franca Rame divenne regolare, ossia associata ai rituali, ai compromessi, alle ipocrisie contro le quali aveva tuonato, nelle elezioni del 2006. Fu candidata a un seggio senatoriale dell’Italia dei valori in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria. Venne eletta in Piemonte, ed ebbe come bersaglio di politica internazionale il presidente americano George W. Bush. Agli Usa aveva sempre addebitato ogni efferatezza. Qualcuno arricciava il naso per la sua militanza nel partito di un Antonio Di Pietro, simile all’immagine del questurino più che a quella del rivoluzionario e lei, per giustificarsi, diceva «siamo in guerra ». Si mostrò tuttavia fedele ai suoi principi quando nel 2008 lasciò Palazzo Madama spiegando che «le istituzioni mi sono sembrate refrattarie a ogni sguardo, proposta, sollecitazione ». Fo e Rame avevano scritto insieme un libro autobiografico, Una vita all’improvviso. Riportarono in scena Mistero buffo nel marzo del 2012. Un mese dopo un ictus folgorò Franca.

Con la sua bellezza e con la sua bravura poteva avere una vita facile e sontuosa, da regina della scena. Ha scelto una strada molto diversa: della quale moltissimi non condividono nulla. Usò gli strumenti di comunicazione e di libertà che una democrazia come quella italiana le offriva nel contempo scagliandosi contro quella democrazia. Non fu convincente ma fu una combattente.


Franca Rame, la bellissima moribonda e il baciamano di Calderoli
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 30 maggio 2013)

Da quando l’ho conosciuta io, cioè da almeno quindici anni, è sempre stata moribonda. Bella – perché era tanto bella, la più bella – e moribonda.
“Maaarco, sto maaalissiiiiimo…”, ogni sua telefonata si apriva così. Poi partiva uno sfavillìo di battute, idee, progetti, commenti sull’ultimo articolo o l’ultima puntata di Servizio Pubblico, suggerimenti da farci un giornale intero. “Francuccia, non mi pare che tu stia poi così male”. “Ma va là, tu non puoi capire, sto sempre a letto. O muoio da me o trovo qualcuno che mi ammazzi. A proposito, tu che sei il diavolo conosci mica un killer?”. Una volta era la pressione (sempre bassa, bassissima), una volta la depressione, una volta l’ischemia, una volta l’aritmia, una volta la respirazione, una volta la vertebra schiacciata, una volta il prurito, insomma non ho mai conosciuto una moribonda più in salute di lei.

La prima volta fu a Palermo, a un dibattito su mafia e giustizia. Non ci eravamo mai visti prima. Lei insultò Leonardo Marino, il pentito del delitto Calabresi, io intervenni a difenderlo. Lei non replicò. Alle due di notte rientravo in albergo, e mi sentii toccare una spalla: “Lei, signorino, è quello che oggi mi ha contraddetta su Marino?”. “Sì e se vuole le spiego perché”. Tre ore di accanito dibattito sul divanetto della reception, Dario intanto era passato e salito, augurandoci la buona notte. Non la convinsi io, non mi convinse lei. Però alla fine, barcollando verso la camera, esalò: “Vabbè, per me Sofri è innocente perché lo dico io. Ma, siccome scrive sul Foglio, forse un po’ di galera se l’è meritata. E adesso vado a letto perché sono le cinque e io sto malissimo”.

Nel marzo 2001 vado a presentare L’odore dei soldi su Rai 2, al Satyricon di Daniele Luttazzi. Succede il finimondo. L’indomani mattina il primo squillo sul telefonino è di Franca. “Maaarco, erano anni che non avevo un orgaaasmo!”.

Un’altra volta presentò il mio libro su Montanelli, con cui lei e Dario avevano avuto scontri epici negli anni 70. Eccola lì in prima fila, maestosa, smagliante e fiera, accanto a Dario, al Circolo della Stampa di Milano. “Che ci fai qui, Francuccia?”. “Non dirlo a nessuno, ma Montanelli era bellissimo”.

La prima dell’ultima pièce scritta con Dario, L’anomalo bicefalo, su Berlusconi e Putin. “Marco, alla fine sul palco voglio organizzare un dibattito sul lodo Schifani, invitiamo qualche giudice?”. “Se vuoi provo con Armando Spataro”. E così, dopo gli applausi finali, Spataro e io la raggiungiamo in camerino. Il magistrato fa il baciamano e i complimenti. Lei lo fissa: “Ma io a lei la conosco”. “Può darsi”. “Ma sì, lei è quello che voleva arrestare mio figlio negli anni 70!”. “Arrestare proprio no, però insomma, mi occupavo anche di gruppi extraparlamentari…”. Tutti e due se la ridono di gusto. E lei: “Guarda te i miracoli che fa Berlusconi. Ma chi me lo doveva dire che sarei passata dalla parte dei magistrati”.

Nel 2006, sarà stato febbraio, lei mi chiama con la solita voce dall’oltretomba. Io la prendo in giro, ormai è un gioco: “Francuccia, stai morendo o sei già morta?”. “Peggio, peggio”. “Cosa?”. “C’è qui Di Pietro che vuole candidarmi al Senato”. “E allora?”. “E allora non so cosa dire. Nessuno mi aveva mai candidata al Senato. Dario dice che è meglio di no, Jacopo che è meglio di sì, così mi levo dai coglioni. Siamo uno a uno. Decidi tu”. “Direi di sì: vuoi mettere la scena madre di te che muori in pieno Senato?”. “Hai ragione, accetto”.

Qualche tempo dopo la incontro a Fiumicino, già senatrice, ringiovanita di vent’anni, dritta come un fuso, bella come un fiore. È tampinata da Calderoli, che si profonde in salamelecchi: senatrice di qua, senatrice di là. “Franca, vieni in taxi con me?”. “No, approfitto del passaggio di Calderoli, lui è vicepresidente e lo vengono a prendere”. Mi chiama un’ora dopo: “Maaarco, guai a te se dici a qualcuno quello che hai visto. Tu non ci crederai, ma il Calderoli è sempre così gentile, mi corteggia, mi fa anche il baciamano. Se i suoi elettori sapessero com’è davvero, non lo voterebbero più”. “Ma neanche te i tuoi, Franca”. “Ecco, appunto. Zitto”.

Due anni fa torna a teatro dopo un bel po’, col Mistero buffo al fianco di Dario. Un salutino in camerino, prima che entri in scena. “Maaarco, sto malissimo, mi sa che stasera svengo sul palco”. In effetti è pallida, si regge in piedi a stento, gli occhi persi dietro le lenti a fondo di bicchiere, sempre bellissima, ma di carta velina. Quando tocca a lei, però, è un’altra. Sicura, altera, avanza a grandi falcate, in gran forma come Totò che sui legni del palcoscenico ritrovava persino la vista, attacca col monologo di Maria sotto la Croce e incanta tutti. Dario se la bacia tutta dietro la quinta.

“Da quando è nato il Fatto, ho di nuovo il mio giornale. Posso mandarvi delle cosette?”. E quante ne ha mandate, di “cosette”. Lettere aperte, articoli, racconti, appelli da far firmare ai lettori, proposte di intervista, post per il suo blog, campagne contro gli sprechi della casta, le spese militari, gli inciuci, per i familiari dei soldati morti di uranio impoverito, per quella sinistra a cui ha dato tutto senza riceverne nulla, l’ultimo per Rodotà. Aveva quasi finito un libro sulle sue memorie di un anno e mezzo in Senato: “Non vedo l’ora di fartelo leggere. Lì c’è tutta l’inutilità del Parlamento. Ti guardano, ti sentono, ma non ti ascoltano. Una volta ho fatto un esperimento con un collega senatore: gli ho detto che avevo nella mia valigia un cadavere e che all’aeroporto stavano per scoprirmi perché un dito era uscito dalla cerniera lampo. Sai cosa mi ha risposto, guardandomi in trasparenza come tutti? ‘Ah sì, ne parliamo nella riunione di gruppo’…”.

Da una delle ultime mail: “Caro Marco, mi sto esaltando… una pagina del Fatto tutta per me. Grazie! Grazie! Da un po’ di tempo non mi faccio sentire con congratulazioni, ma dopo l’ischemia faccio fatica a riprendermi. Ho, come dico sempre, tanti anni e quindi accetto serena ciò che mi sta capitando. Verrà l’estate e andrà meglio, speriamo. Aspettiamo giovedì sera con allegria e tensione… Nella puntata ultima guardavo la tua faccia onesta, e per la prima volta ho realizzato che i tuoi capelli si stanno ingrigendo. Mi ha fatto una gran tenerezza e ho sentito il bene che ti voglio come fossi della mia famiglia. Un abbraccio grande, franca. Ps. Ti allego un altro racconto un po ‘ imbarazzata”.

Quanto era bella Franca.


I funerali di Little Tony, qui.


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Bart