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Zanon: “Che errore, così il voto non conta più nulla”

1 Aprile 2013

Stefano Zurlo intervista il costituzionalista Nicolò Zanon
(da “il Giornale”, 1 aprile 2013)

«Non me l’aspettavo ». Niccolò Za ­non, costituzionalista e membro laico al Csm, non nasconde il suo disagio: «Qual ­cosa nella scelta del presidente Napolita ­no, non torna ».
Che cosa, professor Zanon?
«La creazione di questi due gruppi di studio non risolve il problema del governo e dunque non risponde al voto degli italiani. In un certo senso, e lo dico con rispetto per l’alta fi ­gura del Presidente, è co ­me se gli italiani non fos ­sero andati alle urne ».
Napolitano ci ha provato.
«E infatti se questa è stata la sua scelta vuol dire che la situazione è anche peggio di come la conosciamo da fuori. Però siamo dentro una serie di para ­dossi. Abbiamo un governo, quello ca ­peggiato da Mario Monti, che in teoria re ­st ­a per la gestione dell’ordinaria ammini ­strazione. Ma che cosa c’è di ordinario in una situazione che è straordinaria come la nostra? Può un governo uscente, senza investitura popolare e senza fiducia delle Camere, prendere decisioni straordina ­rie come, per esempio, il rinvio della Ta ­res o la riduzione dell’Imu? ».
Ma se non ci sono i numeri?
«Il quadro è difficile, difficilissimo, ci stiamo avvitando dentro una crisi sem ­pre più grave. E il Quirinale è rimasto uno dei pochi punti fermi del Paese. Io credo che Napolitano senta di avere poco tem ­po a disposizione e dunque prova a svele ­nire il clima, nominando dieci saggi che uniscono esperienza politi ­ca e competenza tecnica ».
L’obiettivo?
«Non sappiamo quale sarà il loro mandato, quando e come dovran ­no riferirgli, a quali do ­mande dovranno rispon ­dere. Però, per fare un esempio, Quaglariello e Violante hanno già lavorato insieme sul tema delle riforme istituzionali ed erano a un passo dal ­l’accordo. Poi tutto è naufragato ».
La Terza Repubblica nascerà dal ­l’azione dei dieci saggi?
«Mi accontenterei di molto meno. Ma ­gari i dieci uomini del Presidente riusci ­ranno a creare le condizioni per un’inte ­sa sul nome del successore di Napolita ­no ».
E si congela il voto degli italiani?
«In effetti, credevo che, esaurito il tenta ­tivo di Bersani, Napolitano avrebbe pun ­tato su una figura di alta caratura per for ­mare il cosiddetto governo del presiden ­te ».
C’è qualcosa di anomalo in questa pro ­cedura?
«Nei fatti i poteri del presidente della Repubblica si dilatano sempre di più. Qui discutiamo degli assetti istituzionali del Paese e siamo scavalcati dagli avveni ­menti. Stiamo entrando dentro una re ­pubblica presidenziale. Ma non dimenti ­chiamo il contesto in cui ci muoviamo ».
Le tre minoranze non sono d’accordo su nulla?
«C’è chi non vuole il governo politico, chi non accetta quello tecnico, chi non vuole né l’uno né l’altro.Il risultato è la pa ­ralisi, lo stallo, il blocco del sistema. Atten ­zione: qua rischiamo di ritrovarci dentro uno scenario sempre più cupo. Napolita ­no scade fra poche settimane. E poi? Cre ­do che un nome, in un modo o nell’altro, uscirà fuori.Ma fra una votazione e l’altra c’è la probabilità che Monti resti ancora per un certo periodo e che gli italiani si ri ­trovino senza un governo legittimato dal ­la fiducia e senza un capo dello Stato ».
Dunque?
«Dunque Napolitano le prova tutte per superare l’impasse. Per trovare punti di confluenza fra partiti e culture che oggi si fronteggiano in modo ostile in parlamen ­to. Ad una situazione eccezionale ha ri ­sposto con modalità del tutto nuove. E che suscitano perplessità. Speriamo che la sua intuizione sia quella giusta per tro ­vare la famosa quadra ».


Saggi in campo, crescono i dubbi Pdl. Il Pd critico: “Non sono la soluzione”. Grillo: no ai badanti della democrazia
di Redazione
(da “La Stampa”, 1 aprile 2013)

Dieci saggi al lavoro in due commissioni sui temi delle riforme istituzionali e e delle riforme economiche. La mossa di Giorgio Napolitano per trovare una convergenza tra le varie forze politiche innesca reazioni e commenti anche nel giorno di Pasqua. E nei partiti crescono i dubbi.

LA MOSSA DEL COLLE

Il Capo dello Stato ha ripreso in mano la partita guadagnando tempo prezioso in attesa che prevalga quel «senso di responsabilità » che da settimane il capo dello Stato chiede, inascoltato. Napolitano ha fatto sapere che resterà in carica «fino all’ultimo giorno del mandato nell’interesse nazionale » e ha blindato il Governo tecnico definendolo «pienamente operativo » ed anzi prossimo a varare importanti e necessari provvedimenti economici. Ma dopo le prime reazioni a caldo, tra le forze politiche emergono i primi distinguo di Pdl, Pdl e Grillo.

I “BERLUSCONES” ALL’ATTACCO

I più duri – ma già ieri si erano avute le prime avvisaglie con Alfano – sono gli esponenti del Pdl. Di prima mattina ci ha pensato l’ex capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, a puntare il dito contro gli esperti del Colle quasi intimandogli di concludere il loro lavoro istruttorio in «7-10 giorni al massimo » per poi aprire la strada ad un esecutivo politico. A rincarare la dose il suo successore, Renato Brunetta che, lasciando intendere di parlare non a titolo personale, accusa tra le righe la decisione di tirare per le lunghe una crisi politica apertasi ormai l’8 dicembre scorso con le dimissioni del governo Monti. «Il presidente della Repubblica – spiega Brunetta premettendo di non voler giudicare il capo dello Stato – prova a prendere altro tempo, chiedendo a dieci soggetti di indicare un programma e un percorso. Tale iniziativa – sentenzia – credo non cambierà i dati del problema ». «Dai tecnici ai saggi, per la serie fine pena mai », chiosa Giorgia Meloni.

I PALETTI DI 5 STELLE E I DUBBI DEL PD

A mettere dei paletti arriva anche il Movimento 5 stelle. Dopo alcune dichiarazioni – anche in contraddizione tra loro – registrate fino a tarda sera (e ancora oggi) che criticavano o esaltavano la mossa del Quirinale, a mettere ordine arriva lo stesso Beppe Grillo che con un post non firmato sul suo blog spiega senza giri di parole che quella individuata da Napolitano, «al momento, è la miglior soluzione possibile in un Paese che ha visto Parlamenti svuotati di ogni autorità e significato ». Ma se ciò può in qualche modo rispondere alla necessità di «ridare al Parlamento la sua centralità » non può però prescindere dall’urgenza di istituire le Commissioni perché «il Paese ha bisogno di un parlamento funzionante » e non di «fantomatici negoziatori » o di «badanti della democrazia ». Dal fronte del Pd e di Scelta Civica si confermano i giudizi di ieri con la piena disponibilità a collaborare. Precisando però, in casa Democrat, che i saggi non possono sostituire i politici e che – parole di Dario Franceschini – ricorrere a loro è utile «ma non risolutivo ».

IL FRONTE ROSA

Non molla, nel frattempo, il fronte “rosa” della critica di chi vede nell’assenza di donne tra i saggi, un’offesa alle loro capacità. In attesa di capire come sarà alla fine l’accoglienza finale per la task force quirinalizia in parlamento, i 10 saggi si preparano al primo giorno di scuola, martedì, quando con ogni probabilità saliranno al Quirinale per comprendere nel dettaglio quale sarà il loro mandato. In settimana, potrebbero già avere i primi incontri con i presidenti di commissione e, forse, con lo stesso Monti.


Al via la difficile missione dei saggi. Il Quirinale: «Scelti con criteri oggettivi »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 1 aprile 2013)

Il portavoce del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene sulle polemiche scatenate dalla nomina dei 10 saggi che dovranno definire proposte in materia istituzionale e economica utilizzabili da subito o come base condivisa per un futuro governo. Su twitter Pasquale Cascella, portavoce del Quirinale, spiega la scelta del Capo dello Stato. «Non sono generici saggi -afferma- ma personalità scelte con criteri oggettivi in funzione del lavoro già svolto e del ruolo ricoperto ». Quindi riferisce i retroscena della telefonata con il presidente della Banca centrale europea: «Per la verità è stato Napolitano a chiamare Draghi (e altri) per approfondire la valutazione sulla situazione determinatasi ».

SCETTICISMO – Il lavoro dei saggi inizia martedì mattina e si presenta quasi tutto in salita per lo scetticismo crescente di quasi tutte le forze politiche. Grillo definisce i saggi dei «badanti della democrazia », Fabrizio Cicchitto, per il Pdl, concede loro un tempo massimo di dieci giorni per convincere gli italiani della loro utilità. Ancora più netta Daniela Santanchè che per i saggi auspica «un lavoro brevissimo anche perché di tempo non ce ne è più ». Come Sandro Bondi che attacca Monti e lancia una stoccata a Napolitano: «Non si può condividere l’affermazione del Presidente della Repubblica secondo cui un governo il Paese in questo momento ce l’ha e può lavorare. Non possiamo dimenticare che solo un mese fa ci sono state nuove elezioni politiche per cui il governo della precedente legislatura, se pur in carica per ragioni formali, non ha alcuna legittimazione non avendo ottenuto la fiducia del nuovo Parlamento ». Ma scettico si mostra anche il Pd. L’ex segretario Dario Franceschini parla di «soluzione utile, che può aiutare, ma che non può essere sostitutiva del luogo in cui certe decisioni si devono prendere, ovvero il Parlamento, né mi pare una soluzione risolutiva ».

I CENTRISTI – Solo i centristi sembrano pienamente in sintonia con Napolitano. «La soluzione trovata dal Presidente della Repubblica è stata dettata dalla straordinarietà della situazione del Paese -afferma Giuliano Cazzola di Scelta Civica- Quelli che ne prendono le distanze dovrebbero spiegare quali altre soluzioni erano possibili. Di certo è stato opportuno aver rivitalizzato il governo Monti, che ha ben governato nella passata legislatura e che resta sicuramente un esecutivo migliore e più serio di quello a cui pensava Pier Luigi Bersani ». Quanto alla scelta dei saggi è «la conseguenza di un Parlamento paralizzato dai veti reciproci. Poi, può essere preso sul serio un Parlamento pieno di grillini? ».


Operazione freezer
di Claudio Cerasa
(da “Dagospia”, 1 aprile 2013)

L’operazione freezer magistralmente architettata da Giorgio Napolitanola notte del ventinove marzo, dopo ventiquattro ore di spericolate spifferate quirinalizie sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica (era tutta tattica, ovviamente), ha, come si è visto, di fatto congelato questa diciassettesima legislatura.

Ma, oltre ad aver infilato dentro una ghiacciaia il risultato elettorale, ha prodotto alcuni effetti importanti che avranno un peso rilevante non solo nei prossimi giorni ma probabilmente nei prossimi anni.

Al di là della formula irrituale della doppia bicamerale nominata da Napolitano per tentare di ricreare sotto forma di bonsai una sorta di semi governo del Presidente, l’intera operazione freezer portata avanti dal Capo dello Stato ha fatto fare un significativo e improvviso salto costituzionale al nostro paese, trasformandolo, nel giro di pochi mesi, da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale.

In Italia, si sa, la formazione del governo non è contemplata all’interno della Carta costituzionale e dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi in tutti gli esecutivi nati a seguito di un risultato elettorale, il ruolo del Presidente della Repubblica è sempre stato più simile a quello di un notaio che a quello di un dominus – e il più delle volte il capo dello Stato, una volta dato l’incarico a un Presidente del Consiglio, non si è mai rifiutato di trasformare quell’incarico in una nomina utile a formare un nuovo governo.

Con Pier Luigi Bersani invece Giorgio Napolitano ha seguito una prassi diversa rispetto a quella adottata durante la prima repubblica e pur essendo il segretario del Pd il leader della coalizione arrivata prima alle elezioni, seppur di un soffio, il Presidente ha scelto, in modo irrituale, di togliersi i panni del notaio e di vestire quelli del dominus.

Fino a vincolare il percorso del Presidente del Consiglio incaricato ad alcuni paletti, i famosi numeri certi, che non essendo stati soddisfatti non hanno permesso al segretario di tentare di fare quello che in passato hanno fatto molti presidenti del consiglio risultati vincitori alle elezioni ma senza una maggioranza parlamentare certa: andare alle Camere e verificare i numeri.

Napolitano, invece, ha detto di no, ha scelto di prendere in mano la situazione, “personalmente”, e – dopo aver già dato una spallata decisiva allo status di Repubblica parlamentare del nostro paese un anno e mezzo fa sfiduciando lui (e non il Parlamento) un Presidente del Consiglio eletto (era Berlusconi) e sostituendolo con un nuovo Presidente del Consiglio politicamente partorito dal Quirinale e non da Montecitorio – ha, con un altro gesto irrituale, prima congelato il risultato elettorale e in seguito fatto entrare sul circuito parlamentare una safety car direttamente guidata dal Capo dello Stato.

La safety car di Napolitano, che oggi si chiama Convenzione e domani potrebbe chiamarsi governo del Presidente, ha congelato tutto e ha prodotto, all’interno del panorama politico, altri effetti non secondari: il primo riguarda Silvio Berlusconi e il secondo invece riguarda Pier Luigi Bersani. I due leader che per ragioni diverse hanno subito più danni dal contraccolpo generato dai siluri lanciati dal Quirinale.

Il primo, Berlusconi, pur potendosi vantare di essere uscito da questa fase post elettorale con un profilo più solido, e sorprendentemente più responsabile, rischia di essere quello che politicamente potrebbe più perderci dal congelamento del sistema. E’ vero che Napolitano ha imposto al Pd, nel governo bonsai, quelle larghe intese che il Pd ha sempre negato di volere, ma è anche vero che mettendo tutto in ghiacciaia Napolitano ha fatto saltare i piani del centrodestra: prima, l’elezione condivisa del Presidente della Repubblica era il fulcro delle trattative per far partire un governo; ora che invece un governo c’è già, chi può costringere il centrosinistra ad eleggere necessariamente con il centrodestra un Presidente della Repubblica? Risposta esatta.

Per quanto riguarda Bersani, invece, il discorso è leggermente diverso. E anche se tecnicamente Bersani è ancora in campo (chi lo sa cosa potrà accadere dopo l’elezione del Presidente della Repubblica) la verità, politicamente parlando, è che alla fine dei conti, e dopo una serie di entusiasmanti consultazioni in cui il leader del centrosinistra ha provato in tutti i modi a dimostrare che il vaffa di Grillo non era un vaffa ma era un gesto politico tutto da interpretare, il succo di questa fase elettorale è questo: Bersani ha dovuto arrendersi ai paletti del Quirinale e ha dovuto riconoscere che la linea “o governo Bersani oppure elezioni” è stata sostituita dalla linea “o governo Bersani oppure un governo qualsiasi per evitare le elezioni”.

Se tecnicamente dunque il non vittorioso e non nominato segretario del Pd è ancora in campo politicamente, si può dire che nel giro di qualche giorno il leader del centrosinistra si è ritrovato a fare i conti con una maggioranza silenziosa che si era formata dietro le sue spalle e che, pur mostrandosi leale nei confronti del tentativo del segretario, si è manifestata un minuto dopo che quel tentativo ha mostrato la sua fragilità, e di colpo ha di fatto rottamato la linea del segretario.

Una maggioranza silenziosa guidata da Matteo Renzi ed Enrico Letta – gli unici che in questi mesi hanno sempre rivendicato la necessità di evitare il voto qualora il tentativo di Bersani non fosse andato a buon fine – che è emersa venerdì sera quando il vicesegretario del Pd, alla fine del suo colloquio con Napolitano, ha promesso fiducia incondizionata alle scelte del Presidente della Repubblica.

Da quel momento la linea Napolitano è diventata la linea guida del Pd. E se le cose resteranno così anche dopo la fine della fase freezer si potrà dire allora che per il Pd sarà davvero cominciata una nuova stagione in cui il protagonista, comunque andranno le cose, non sarà più il non risolutivo segretario del Pd.


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Bart