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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #1

21 Giugno 2008

di Carlo Capone
[Carlo Capone ha pubblicato il romanzo “Il naso di Pinocchio”, Sovera Editore, 2004. Alcuni suoi racconti sono apparsi nell’antologia “Da un mondo all’altro”, Baldini Castoldi Dalai, 2006]

Dormono tutti. Tutti, ma proprio tutti, riposano nel colombario. L’idea fu del Preside Pascutti. Un fondo pensione che includesse anche la casa. E tutti, ma proprio tutti, ci cascarono. Perché nessuno, proprio nessuno, lesse sul contratto che la casa era quella ultraterrena. Ora sono lì, litigano uno accanto all’altro, in eterno Collegio docenti.

Litigarono perfino sui posti. Chi voleva l’esposizione a mezzogiorno, chi rivolta al tramonto e chi alla Mecca. Poi si stufarono e tirarono a sorte, e anche adesso qualcuno sospettò del segretario. Era stato lui a seguire i lavori, lui soltanto conosceva le nicchie asciutte e quelle in cui filtrava l’acqua.
All’inaugurazione del colombario, tutti, ma proprio tutti, accorsero ad ammirare quella costruzione di tre piani.. Erano anche soddisfatti, finalmente un buon affare. Con l’ultima finanziaria il governo aveva disposto sgravi fiscali per le multipropietà di qualunque tipo.
Poi cominciò la triste processione, i vuoti si riempirono in fretta. Colpa, si disse, della trielina, di cui per anni la donna delle pulizie, l’unica tuttora in vita, aveva asperso i gabinetti. Anche a colombario gremito non cessarono le contestazioni. Adesso litigavano gli eredi, a causa di spese condominiali e interventi di manutenzione. Si fece avanti un amministratore, promise mari e monti. Ma la sfortuna era in agguato. Un brutto giorno un marmo si staccò dal loculo del professor Bertoglio e il poveretto finì sull’altro fianco della collina, nell’apposito recinto per amministratori di condominio Oggi una statuina del dio Mercurio veglia sul suo riposo.
Passarono gli anni, anche gli eredi si stufarono dei cari. Il colombario restò in balia dei venti, la pioggia scolorì gli stucchi, mangiucchiò i rilievi. Il più bello, quello del preside, raffigurante un domatore del circo, fu profanato da ignoti. Eppure…
…eppure nelle notti di estate, quando si crepa in quei loculi senza condizionatore, o nelle sere di inverno, quando i morti accendono i fuochi per scaldarsi, proprio in quei momenti è possibile ascoltare. Qualcuno parla di gioco di spifferi, altri sorridono di fantasmi, ma nessuno osa spiegare a chi appartengano le voci.
Restarono impresse sul walkie dell’allievo Ugatti, durante un’uscita premio dal manicomio criminale di Montelupo. Ugatti, malgrado l’orrore dei suoi crimini, era pur sempre un sentimentale. Chiese di essere condotto sulla tomba dei suoi ex professori. Dopo le orazioni si impappinò tra cuffia e manette e cercò di afferrare il walkie per il tasto di registrazione. Le guardie, che non gradivano indugiare, pensarono a un espediente per fuggire. A nulla valsero i lamenti di Ugatti, strazianti come quelli di Pollicino. Venne trascinato a forza, senza che potesse recuperare l’apparecchio.
Fu la donna delle pulizie, ormai centenaria, a raccattarlo qualche tempo dopo. Come ogni settimana, era venuta a sostare in preghiera. Al dispensario le avevano fatto credere che in quel posto riposassero i suoi cari, una schiatta di bidelli in servizio dai tempi di Giolitti. La vecchia notò l’oggetto, fu incuriosita dalla cuffia e, dopo aver premuto i tasti a casaccio, ascoltò stupita il contenuto.
Oggi la cassetta giace sul ripiano del suo comodino. Quando le prende malinconia, infila la cuffia e giura di mettersi in contatto coi morti. Ma chi volete presti fede al delirio di una schizofrenica in pensione? Eppure…

Il Preside

Non è vero, sono tutte fregnacce, che colesterolo e ipertensione favoriscano l’infarto. Ero appena reduce da un check up completo, un affare da dieci milioni a carico del contribuente. La Asl, quel mattino, mi aveva consegnato i referti. Tutto, ma proprio tutto, avevano controllato, perfino l’effetto cancerogeno del callo sul ditino. Dunque, entrai in scuola al settimo cielo, forte come un bue e libero da ipocondrie. A un tratto, mi ero da poco appassionato alla lettura di un giallo, la porta dell’ufficio si spalancò da sola. “Un colpo di vento”, pensai nell’alzare gli occhi. Strano, però. Si era in inverno, l’impianto di riscaldamento era fortuitamente fuori uso e tutti, ma proprio tutti, avevamo serrato le finestre.
Come del resto tutti, ma proprio tutti, sapevano che quella porta restava sempre socchiusa. Il motivo era noto: causa la serratura difettosa temevo la morte per claustrofobia. Come dite voi di sotto? E’ una mia invenzione? Madonna, che sfacciati! Possibile non ricordiate quella volta, quando restai imprigionato tre giorni e quattro notti perchè nessuno volle chiamare il fabbro? Ma figurarsi, niente è più crudele di una maldicenza. Qui al colombario sono ancora convinti che fosse un espediente per spiarli, tramite la fessura.
La porta, dicevo. Quando si aprì, la sala professori era deserta. Guardai l’ora, le undici meno un quarto. Impossibile, mi dissi, dovrebbe esserci qualcuno. In altre occasioni avrei scatenato un putiferio. Quel giorno, vuoi per gli esami clinici vuoi perché ero a un passo dalla pensione, lasciai stare. ‘Saranno al supermercato’, e tornai a leggere.
Dunque, mi ero immerso quando, con la coda dell’occhio, vidi sfrecciare un bipede col casco da motociclista. Poiché la cosa si verificava spesso e poiché conoscevo bene l’autore della trovata, per non dargli soddisfazione decisi di ignorare.
Ripigliai.
Un attimo e ricomparve il tizio con il casco. E io a fingere di non guardare. L’essere, questa volta, indugiò oltre la soglia. Vi giuro, ebbi l’impressione che lo facesse apposta, insomma che volesse provocare. “Chiappone!”, feci per strillare. Chiappone era il soprannome di Bertoglio, datogli dai colleghi in omaggio al suo assetto anatomico. Temendo una causa di servizio mi ero sempre astenuto dall’imitarli, ma quel giorno l’avrei fatto volentieri, se il grido non fosse rimasto nella strozza. Il motivo? Invece dei pantaloni avevo visto una gonna. Prima che deglutissi, l’immagine, eterea come quella di un fantasma, saltellò via dalla sala insegnanti. Il mio cuore era un martello, dava colpi infernali sullo sterno. Attinsi a un’ultima risorsa, per disperazione mi persuasi di avere la cataratta. Me tapino! ben presto, quale folata di libellule, una torma di individui inondò la sala. Tutti, uomini, donne, bidelli, indossavano lo sconcio copricapo, in un tripudio di fogge e colori diversi. Devo a questo punto ammettere che ce n’erano di veramente carini. Blu, a spicchi arancione, perfino a fiori. Su tutti spiccava quello al profumo di mentuccia. Il suo odore gentile giunse fino alla mia scrivania.
Era troppo. Mentre il dolore in petto si acuiva balzai dalla scrivania e corsi tra di loro. I mostri erano immobili, mi fissavano in silenzio, in pose da manichino. A uno a uno li chiamai per nome. “Bertoglio, De Marchi, Gustazzoni, Bernabò, Jannaccone, vi prego, rispondete, siete voi?”. Silenzio, tutti zitti, statue di ghiaccio nel gelo della sala. Allora, come serpi, sorsero i dubbi, fui preso dal bisogno di toccare. Dovevo, a tutti i costi io dovevo capire, se mi stessero pigliando per i fondelli o dipendesse dalla fantasia. Me sventurato! Iniziò un’estenuante caccia: appena mi avvicinavo a una visiera l’essere maledetto si involava, come una farfalla con il cacciatore. Ben presto regredii a bimbetto, quando giocavamo ai quattro cantoni. E credo anche di aver protestato, perché non era giusto stessi sempre io sotto. Per mia fortuna comparvero i foulard, ritenni allora fossimo tra Lupetti e mi diedi a comporre le squadre del rubabandiera. “ Siamo intesi? Tu, tu e tu, insieme”, dissi rosso e accaldato ai più vicini. Ma quelli scossero la testa; uno, mi sembra, fece anche il gesto del dito. Da quei cenni compresi che le squadre erano formate: la prima da loro tutti, l’altra da me solo. Piansi, a quel punto, caddi in ginocchio e per disperazione presi a cazzotti il pavimento. Nel dimenarmi ebbi un attacco di scarlattina, forse vaneggiai in aramaico antico. Il buio che avvolse le ultime invocazioni filtrò due voci. Credo di ricordare cosa dissero.
“Bestia, hai esagerato, stavolta”, la prima. Quella di Lucetto De Marchi, presumo.
“Iiiio?”, il proprietario del casco a fiorellini. “ Tu, piuttosto. Volevi vendicarti perché non ti ha dato l’incentivo”.
Gli ultimi istanti di vita furono scanditi da un cicalino. “Basta, spegnete quella sveglia, che c’ho sonno!”, credo di aver detto. La risposta fu una serie di schizzi in piena faccia. Acqua? penso di sì. Anche se ignoro perché il tipo in abito scuro l’abbia fatto. Sta a vedere che voleva sfottere!

Chiappone

Fu un brutto giorno quello in cui persi alle corse, il culmine di una settimana convulsa.
L’attesa del Gran Premio si era consumata tra mille indiscrezioni. Una fra tutte, quella del collega Gustazzoni.
“Gioca su Coriolano”, aveva insistito, “vai sul sicuro, non può mai perdere il mio cane”,
Io, a essere sinceri, ero perplesso. D’accordo, Coriolano era un vincente: mai una sbandata in curva, sempre il primo a schizzare dalle gabbie e, fatto cruciale, innamorato pazzo del coniglio di latta. Gustazzoni giurava di averlo portato finanche dallo psicoanalista. Eppure qualcosa non quadrava. Un amico del giro, per esempio, mi aveva confidato che la storia degli amori era una copertura. Quel cane soffriva di ernia, e Gustazzoni l’aveva fatto visitare dall’ortopedico. Altro che analista!
A chi prestare fede? Al collega di lontane bravate scolastiche o alle voci del giro? Fu Tressette, il mio allibratore di fiducia, a infrangere le ultime resistenze. Quando chiesi la quotazione di Coriolano – una formalità, già sapevo quale sarebbe stata – appresi che lo dava due a sette. “Hai la meningite?”, domandai. E lui: “Quella verrà a te, a furia di dormire col casco”. Ma vai! Se perfino Tressette abbassava la sua quota eterna – da cui il nome di battaglia- davvero Coriolano non aveva avversari, un po’ come correre da soli.
Dovete sapere che una quotazione di due a sette significa che, se punti …diciamo trenta milioni, ne vinci più di otto. Io, però, non avevo tutti quei soldi. A quel tempo integravo la pensione con sporadici lavoretti. Tipo vendere trac e castagnole sotto scuola o lenti all’infrarosso allo stadio le domeniche di nebbia. Oddìo, proprio infrarossi non ci giurerei. Ma chi volete se ne accorga, quando la febbre del tifo cresce e ti annebbia la vista?
Stavo per rinunziare. Poi ripensai al De Chirico lasciatomi da nonnina. Era falso, ma lo sapevamo solo in due: la buonanima e il sottoscritto.
Il piano si materializzò in una notte. Il sabato sarei andato al Monte dei Pegni con tanto di autentica contraffatta, la domenica avrei incassato la vincita e il lunedì avrei riscattato il quadro. Semplice, vi pare? Di fronte a un simile capolavoro il Monte non avrebbero fatto storie, e se qualcuno si fosse insospettito non ci sarebbe stato tempo per indagare.
Al Monte filò tutto liscio, il direttore si mostrò lusingato di incamerare un opera del Maestro. Guardò la certificazione, annuì soddisfatto e dispose immediatamente per il prestito. Ora veniva il bello. Quella domenica c’era gran folla al cinodromo. Dovetti fare a spinte per avvicinarmi al baracchino di Tressette. Tutti puntavano su Coriolano vincente, al punto che la sua quota era scesa a uno a sette. Tressette si comportò da gran signore. “A te che sei cliente lo do a due settimi”, disse prendendo i soldi. E io, tanta fu la gioia, non feci più caso a niente. Nemmeno a Gustazzoni che scommetteva su Eolo Quinto, un cane di cane, un poveraccio messo per far scena, e che Tressette, infrangendo la sua regola d’oro, dava furtivamente cento a uno. Unici scommettitori, lui e Gustazzoni.
La corsa fu una coltellata al cuore. Parte bene Coriolano e prende la corda, mette venti metri tra sè e il gruppo. Io sono avvolto in una nuvola di cipria, vedo nonna in cielo che sorride. Al termine del secondo giro Coriolano prende a toccarsi la schiena, un filo di spuma gli cola dalla bocca. Sente il pronostico, provo a darmi coraggio. Mentre lo vedo che scuote il capo e si volta. Il gruppo sta guadagnando terreno, uno dei primi fa occhiolino al coniglio. Prima dell’ultima curva gli sono addosso, io avverto brividi dentro il midollo. Ce n’è uno, tra gli inseguitori, che inizia a farsi vedere. E’ scuro, ha l’eczema e tira il gruppo come un idemonio. Tempo di scorgergli qualcosa nella bocca, poi un filino di fumo che fuoriesce dalla sua marmitta e lui – sì, Eolo Quinto- mette la freccia e supera Coriolano. Questi, pazzo di gelosia, tenta l’impresa folle, cerca di azzannargli la chiappa. Ma Eolo ha la scia in quel posto: Coriolano annusa e ci rimane secco. Tra gli starnuti, verrà superato dall’intera torma. Che nulla potrà, tuttavia, contro lo strapotere di Eolo Quinto.
A casa telefonai all’amico della soffiata. Gli chiesi spiegazioni. Lui, dopo una reticenza iniziale, vuotò il sacco, parlò di liquirizia ormonale e peperoncino al curry nel culo. Allora, come in sogno, andai in cucina, aprii l’oblò della lavatrice e vi estrassi la sfera di gomma. Era colma di detersivo, a occhio giudicai che bastasse. Prima, però, preparai una cioccolata calda. Non lo sopporto il detersivo se non ha il gusto di cacao. Bevvi assaporando fino all’ultimo, e vi assicuro che l’esperienza è intrigante. Avverti una bolla che ti cresce dentro e senti lo stomaco sempre più leggero.
Al risveglio, mi ritrovai in un boschetto di faggi. “Mi ricorda qualcosa, come ci fossi stato”, pensai, sbattendo le ciglia. Giacevo su un tappeto di foglie e arbusti. Tra me e la luce del tramonto c’era un signore in smoking scuro, con fascia e papillon rossi.
“Andiamo?”, propose. Un filo di malizia gli storceva il sorriso.
“Chi sei?”, gli domandai prima di ruttare. Stavo ancora smaltendo la sbornia da detersivo.
“Luc”, rispose asciutto, “il Pubblico Ministero”.
“E la difesa?”, risposi di getto. Non so spiegare il motivo per cui lo dissi. Mi venne naturale e basta.
Il signor Luc si mostrò sorpreso. Un lampo di tenerezza illuminò i suoi occhi. Dal movimento della testa, lieve, ripetuto, sembrò volermi dire: “Non c’è nessun avvocato, in questi casi”. Ed io allora capii. Contro suicidio e truffa non c’è scusante che valga.
Lo seguii senza fiatare.
Il viaggio fu lungo e tormentato: scivolammo fra gole sinuose e scure, rischiammo i gorghi di due fiumi in piena, l’acqua del mare tentò di ghermirci. Dopo due secoli e due notti vidi in lontananza il suo rifugio: un palazzo di ghiaccio al centro di un oceano in fiamme.
I primi tempi furono duri. Soffrivo di emicranie e disturbi alla vista. Le prime erano causate della mancanza di casco, i secondi credo dipendessero dal riverbero del fuoco. Fortuna che dopo un po’ ti abitui, guardi la situazione da un’ottica diversa. Io, per esempio, non mi faccio mai mancare tequila bum bum e bloodymary. Non costa niente, in più è a portata di mano.
In fondo non mi è andata così male. Il signor Luc mi ha preso in simpatia, tanto da inserirmi nel suo staff di direzione. Il lavoro consiste nell’istruire le Cause che discuterà con la controparte, il signor Frankie, per capirci, un burino in jens e maglietta che è l’opposto del mio padrone: puzza, c’ha le pulci e si gratta in continuazione. Prima del dibattimento devo approntare una partita doppia: da un lato scrivo i punti di forza e dall’altro le scusanti, quelle a cui si appiglierà il Difensore. Il signor Luc è contento del mio lavoro, mai trovato nulla da eccepire. Allora mi sono fatto coraggio e da un po’ mi prendo le mie soddisfazioni. Un esempio? Beh, quando è toccato a Gustazzoni e Tressette ho infilato tre o quattro voci tra i punti di forza. Quelli deboli si compendiavano in un presunto ravvedimento operoso. Io, allora, al comma ‘Qui li freghiamo’, ho inserito ‘corruzione di sacerdote in punto di morte’ e pare sia stato questo a far vincere il mio Signore.
Con il preside Pascutti è stato diverso. Ho deciso di aiutarlo, anche se l’accusa di aver organizzato lo scherzo dei caschi non l’ho mai digerita. Appena arrivato appresi che era dei nostri. Il precedente segretario del signor Luc, un distinto uxoricida adesso a riposo, mi confidò che era stato un giochetto vincere quella Causa.
“Pensa, prima di morire ha preso un prete a pernacchie ”
Quando rilevai il suo posto decisi di intervenire. In fondo non facevo niente di male, sapevo bene come si era svolta la cosa. Approntai un dossier intestato a Pascutti e vi stampigliai RICORSO IN CASSAZIONE. In appello è bastato addurre, tra i punti di debolezza, una certificazione di sindrome paranoica acuta. In questi casi vince sempre il signor Frankie, per insufficienza di prove. E così è stato nel caso di Pascutti.
Orco diavolo, s’è fatto tardi! devo tornare subito a palazzo. Se il signor Luc scopre che sono al colombario diventa un demonio. Come? Dite che il mondo è pieno di anime che vanno a spasso? Capisco, direi anch’io lo stesso se non conoscessi il finale. Dunque, una volta al mese vengo di nascosto e ritiro gli ex voto. Che risate! Qui si è sparsa la voce che sono una specie di santo, insomma che intercedo col Boss in difesa dei cristiani. E dire che non pretendo neanche la mazzetta. Me la riservo per i musulmani.

Gustazzoni

Se pesco il delinquente che mi ha fregato, giuro che faccio una sciocchezza! Ma come, avevo predisposto tutto alla perfezione: tre appartamenti, due terreni e un canile avviato in eredità al prete, e cosa mi tocca fare? il barcaiolo di quello spocchioso in giacca e nocchetta.. Ma vada pure per questo, vogare lubrifica le articolazioni , un lifting niente male in vista della resurrezione. Qui al porto dicono che il fisico potrà influire sul Giudizio Finale. Il vero guaio è che mi tocca sgobbare giorno e notte, e vi assicuro che una tale locuzione perde significato in un simile posto. Tutti i dannati giorni un via vai continuo, avanti e indietro a traghettare, al minimo della paga sindacale.
Il padrone è un gran lavoratore, meriterebbe almeno un cavalierato. Pur di imbarcare gente non si preoccupa nemmeno di riordinarla. Che so: oggi leccaculi, spie e seminatori di zizzanie. Domani: ipocriti, assassini e volatagabbana. Macchè, li carica tutti sulla barca e poco ci manca che non affondiamo. Tocca a me governare la rotta, difendere il Capo dagli schizzi e, soprattutto, fare in fretta. Capita, infatti, che il Signore imbrogli le carte, insomma infinocchi quel babbeo del Frankie. Il quale se ne accorge sempre in ritardo e a quel punto spedisce i suoi tamarri. Certe sceneggiate! Mentre prendiamo il largo ne scorgo le sagome sulla riva. Sputano, si sbracciano, urlano “Pataccari!”. “Rema, stupido, fai presto”, incita il padrone. “Sì, remo. Fallo un po’ tu una volta”, mi verrebbe da rispondere, ma non ne ho il tempo. Dopo le minacce quegli animali passano ai fatti: grazie alla loro natura – che secondo me è chiaramente scimmiesca, altro che santi!- spiccano un balzo e ci piovono addosso. Già l’equilibrio è precario, metteteci pugni e schiaffi, e ditemi se non è un miracolo se non siamo mai finiti nella merda infuocata!
Vabbè, consoliamoci con altro, pensiamo al ripescaggio Finale. Oggi sono qui per caso, ho saputo di un pezzente in cerca di sistemazione, pare non sappia a chi diavolo votarsi. E’ uno di quelli né carne né pesce, il giorno della Causa c’era sciopero dei tribunali. Poveraccio, un precario in attesa di giudizio.

Il supplente

Faccio il tappabuchi anche da morto! In rianimazione mi avevano assicurato il posto fisso. Un bel loculo caldo, fiori di cartone, la luce eterna, e la promessa che prima di 99 anni nessuno mi avrebbe smosso.
“E’ fatta!”, ho esultato appena morto. “Finalmente posso pensare al futuro”. Come no, un’altra fregatura! Dopo tre mesi ho ricevuto l’ordine di sfratto. Nella sua cappella in cima alla collina il Provveditore mi ha spiegato che il loculo fisso spetta agli insegnati di ruolo, io ero morto supplente. Non è bastato esibire quattro lauree, tedesco scritto e parlato e idoneità a dieci concorsi, l’ultimo sostenuto a sessant’anni. Mi ha risposto che avrei potuto tentare fino a ottanta e non sarei mai passato. A meno della sponsorizzazione di una nota ditta di assorbenti.
Ho dovuto rassegnarmi, oggi qui domani là, appena arriva il legittimo insegnante devo traslocare. “E adesso? Dove ce lo portiamo?’, chiedono disperati i miei cari. “Proviamo al colombario della materna”, sbuffano i necrofori del camposanto. “E’ un intellettuale, non li vogliamo i comunisti”, subito insorgono i parenti di questi altri. E ricomincia il calvario. Una mortaccia! a furia di spostamenti mi hanno montato le ruote sotto la cassa.
L’altra notte ho detto basta, sono andato al monumento dell’onorevole Baro, il politico più in vista del camposanto, per chiedergli se c’era posto dai bidelli. Lui sulle prime ha nicchiato, qui non è come in vita, sconti non se ne fanno a nessuno. Poi, saranno state le occhiaie o il volto tirato, si è mosso a compassione. “Faccia una cosa”, mi ha detto, “ vada a una seduta spiritica importante”. “ E chi me lo da il permesso?”, ho scosso la testa , “mi assegnano sempre a quelle degli studenti”. “Ma nooo, la mando io, stavolta. Sa che le dico? La destino al tavolino di mio figlio”.
“Cavoli, il figlio”, mi sono detto. “Uno che resuscita pure i morti”.
Il giorno dopo ho indossato il vestito buono, quello dell’ultima cerimonia, e sono andato. Che delusione! Il figlio dell’onorevole è un cristiano come io sono di ruolo. A momenti rischiavo l’infarto, a furia di sollevare quel cacchio di tavolino. Ero convinto di essermi spiegato bene, di aver fornito la documentazione necessaria, e cosa ti va a inventare il mascalzone? Geme e si contorce, caccia panna dalla bocca e poi spiega ai presenti che io sono l’anima del padre. E mica è finita! Annuncia che l’anima benedetta chiede trecento messe, tutte commissionate da estranei alla famiglia. “Ma qui ci vuole una sovvenzione statale!” , è scoppiato a ridere il solito scettico, uno che non manca mai in queste riunioni. “Se lo faccio io non vale”, ha risposto secco l’impostore. E ha iniziato a sproloquiare di triangolo delle Ponziane, della Sfinge di Nicolino e di una causa in Appello, ma qui non ho ben capito, che non si vince senza trecento messe.
Non ci ho visto più, mi sono sentito preso in giro, e ho dato un gran calcio al tavolino. Sarà stata la rabbia, o avrò messo troppa energia, fatto è che l’attrezzo è andato a schiantarsi sulla nuca dello scettico. E’ scoppiato il finimondo. Due hanno vomitato per lo spavento, altri sono scivolati sul pavimento viscido, un’anziana signora ha accusato le doglie. ‘Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa’ farfugliava in ginocchio il tizio del tavolino. E ha preso a invocare Budda, Confucio e San Pistillo.
Quel lazzaro di Baro ha colto al volo l’occasione. “Avete visto?”, ha esclamato additando il poveretto, “ecco il castigo per chi si prende gioco dei morti!”. E quelli hanno versato quindici milioni sull’unghia.
Amen, non faccio più tentativi. Appena mi sfrattano dal loculo attuale mi rivolgo alla Facoltà di Medicina. Ho saputo che c’è un gran bisogno di reperti da studiare. Cuore e cervello ahimè li ho persi, e non per cause naturali. Però a tibia e bacino mi difendo bene. Senza contare una curiosità anatomica che appassionerà di sicuro gli studenti. Un campanellino, uno solo, purtroppo, che pende dall’ultimo ciuffo che mi è rimasto in teschio.

Lucetto De Marchi

Si gela in questo posto. Ho anche protestato con chi di dovere e sapete cosa ha risposto? Che sono un insoddisfatto, rompo in continuazione e sto sempre a sottilizzare. Io però non mi arrendo. Sarò anche un piantagrane, come dicevano a scuola, oppure sarà l’effetto di tanti inverni col riscaldamento rotto, ma dovete credermi: ‘sto loculo è veramente una siberia! Mica è quello di Pascutti, con stufa, termoisolante e scaldabagno? Un evo o un altro giuro che spacco tutto! Non è giusto che si facciano disparità anche al colombario. Uno si fa il culo tutto il giorno, avanti e indietro a sfacchinare per la ditta, e cosa ci guadagna? Il loculo all’ultimo piano con le tegole rotte, la lapide che viene giù a pezzi e i mortacci dei parenti mentre si arrampicano per deporre un fiore.
Un’indecenza! se non mi danno la nicchia come si deve mi dimetto e passo alla concorrenza. E non vengano a dire che sono un ingrato, non adducano la solita storia della raccomandazione! Secondo alcuni sarei scampato all’accusa di omicidio colposo di Pascutti grazie ai maneggi di qualcuno in alto. Bassezze, volgari insinuazioni, sono pulito io! mai avuto a che fare con Mortopoli. Perciò, se alla prossima pioggia il tetto scorre, vado in Direzione e dico ‘trovatevi un altro fesso!’
Esagero? Pensate sia un piantagrane? Statemi a sentire, allora. Un giorno viene un pezzo da novanta, una persona di Frankie, per capirci, e mi dice: “Sai Lucio, siamo a corto di personale, che ne diresti di aiutare la baracca? E’ roba importante, c’è di mezzo il Vaticano”
“Avete sbagliato indirizzo”, rispondo io, magari sul polemico. “ Per queste cose rivolgetevi ai Santi, fanno audience, loro”.
Il tipo mi guarda storto, alza gli occhi al cielo e poi insinua: “Ma tu non eri quello che ci teneva alla carriera?”
“Insomma”, chino lo sguardo.
“Lo vedi? Dacci retta, non te ne pentirai”.
“E… di cosa si tratterebbe?”
“Un bel lavoro, direi eccitante”.
E su due piedi mi propone di sostituire nientemeno che Gennaro (“Ormai è stufo. Sapessi il casino che piantano i fedeli se non si presenta al miracolo!”).
Cosa avreste fatto al posto mio? Viene un personaggio importante, in odore di promozione a Trino, e fa delle proposte. A uno statale, poi! un essere che ignora la gratificazione, dorme nel sottoscala dell’edificio sociale e viene guardato come uno zombie dai vicini. Lo so è difficile da comprendere senza esserci passati. Ma provatevi ad acquistare un paio di sci a rate. “Mi fa vedere la busta paga?”, chiede il commesso del negozio. “E’ proprio necessario?”, ribatti. “Una formalità, per la finanziaria”. E mentre cacci il cedolino già ti senti una cacca. Mica per la paura di perdere la rateizzazione? No-oooh! per come ti guarderà dopo aver saputo quanto guadagni.
La carriera, dunque! bastò quella magica parola perché accettassi.
E così sono iniziati i guai. Non avete idea che fatica sciogliere il sangue di Gennaro! Mi avevano assicurato fosse un giochetto, due o tre soffi e il liquido inizia a bollire. La prima volta tutto liscio, la seconda, un disastro. Colpa del Puzzone di Moena, tenuto in borsa da una donna di prima fila. Il tanfo di quel formaggio è tra i più feroci, dopo un po’ ti stende secco. Io, poi, ho l’olfatto delicato, figurarsi quando ho avvertito la puzza, non riuscivo più a soffiare, e il pubblico si è spazientito. Conoscete i napoletani, no? Guai se il miracolo non si avvera. Hanno cominciato a insultare, tirando in ballo prima la moglie e, visto che mi impappinavo, mamma e mia zia. Se mi toccano la zia divento una bestia. ‘Ma dove stiamo, al miracolo del gorgonzola?’, ho strillato da far tremare il Duomo. Provocando la seguente reazione: ampolla del quattrocento in frantumi, grumi di sangue dappertutto, Sindaco ricoverato in rianimazione e Vescovo scappato in Mongolia. Non vi dico Genny! secondo me quel ragazzo non è a posto. E’ andato a protestare col Presidente: “Qui c’è qualcuno che rema contro! Avevo chiesto un professionista e mi avete affidato un cretino!”
A Napoli nel frattempo c’erano focolai di rivolta, la Celere caricava i dimostranti e voci di corridoio riferivano di un interessamento della camorra. In cambio del tesoro di San Gennaro si offriva di organizzare il miracolo fino al Tremila. In tutta fretta fu convocato un Direttivo straordinario.
In esso lo Spirito illuminò le menti. Proprio in quei giorni c’era stata una lieve scossa di terremoto, con epicentro il Vesuvio. Fu allora promosso un principio di eruzione, cui sarebbe seguita una processione con la statua di Genny e conseguente arresto del cataclisma. A me, per placare le ire del vulcano, fu ordinato di fare da tappo alla lava. Tentai di oppormi, citai il manuale di istruzioni, dissi che sconsiglia spiriti padani per il miracolo di Gennaro. Per tutta risposta mi hanno spedito a un corso di rieducazione celeste. Fascisti!
A proposito di padani, non vi ho raccontato quest’altra. Per rimediare al pasticcio del sangue, mi fu proposto di fare da scorta a un convoglio di pellegrini di Buguggiate. (“Bravi cristiani, gente di provincia. Hanno bisogno di uno spirito guida nella confusione del Giubileo del 2050”, mi fu detto).
Sembravano così carini quando partimmo in torpedone da Varese! Inni, laudi Pontificali, invocazioni. Ero al settimo piano, ‘finalmente un lavoro che paga’ , pensai e già mi vedevo nel loculo con la Jacuzzi. A Orte accadde l’imprevisto. Uno dei pellegrini, calzata una mitra con le corna, intonò il padrenostro in bustocco. Seguirono, l’Avemaria in bergamasco, l’Agnus Dei in vicentino, il confiteor in astigiano e così via fino in piazza san Pietro. Qui spuntarono i ritratti di un tamarro in abiti pontificali. “Viva Padanio Antipapa!”, strepitò il capo comitiva, agitando l’effigie. “Vogliamo la secessione dal Paradiso di Roma!”, gli fece eco quello con la mitra.
Brutti fetenti! Questi volevano lo scisma di Settentrione. Mi precipitai in pullman per consultare i superiori. “Mantieni la posizione”, gracchiarono all’interfono, “in attesa che arrivino i rinforzi”. Cercai di comunicare con il cuore dei pellegrini, ma risultava sempre occupato. E ti credo, era impregnato di odio verso le guardie svizzere. “Vogliamo il Vaticano del nord”, “Svizzeri terroni!”, inveivano come ossessi. Troppo anche per gli svizzeri, ai quali girarono i santissimi. Roteando le alabarde, si avventarono sui rivoltosi e ne fecero strame. Oggetto di particolare accanimento si rivelò l’antipapa, cui vennero mozzate le corna di netto.
“Pezzo di fesso”, dissero i Capi al processo, “a chi pensavi durante il viaggio, alle pecore in Polonia?”, e io, a quel punto, ci restai davvero male.
“Primo, non possiedo questi poteri, non me li avete mai dati”, replicai sdegnato, “poi vi assicuro che si tratta di una frangia di esagitati, sono bravi fedeli a Buguggiate”. A discarico, riferii di un mio nipote che vive proprio in quel posto. Ragazzo d’oro, ogni domenica mi porta i fiori e singhiozza. “Beato te, nonno, ai tuoi tempi sì che sì stava bene. Oggi, invece, con tutti sti negri che vogliono fare i professori e ci rubano il posto!”
Col senno di poi avrei fatto meglio a tacere. Venni accusato di collusione, di aver sempre taciuto pur di ricevere le mazzetta floreale. Pure corrotto, adesso. Proprio io che in vita mi sono sempre battuto per la trasparenza.
E sia, ingoiamo anche da morto. Io però aspetto, prima o poi qualcuno dovrà pur farsi vivo e allora…., brrrrr, … ma che gelo! E dire che ho messo anche i salsicciotti al davanzale. Da dove viene questo spiffero, e cos’è tutta ‘sta luce? Dio Buono! E’ sparita la lapide! Anche qui? Anche tra i morti ci sono i mariuoli? Eeeeh ma stavolta non finisce così, non potranno dire che sono un piantagrane, adesso so con chi pigliarmela!
“Segretariooo!

Il Segretario

Siamo in troppi in questo colombario, lo dissi anche a Pascutti quando fu il momento di decidere. “Fanne costruire uno da cinquanta, stammi a sentire, staremo meglio più larghi”. Credete che mi abbia ascoltato? “Siamo in 113 ad averne diritto”, obiettò, come a dire ‘i privilegi dei professori non si toccano!’. Bravo il cretino. Per colpa sua riposiamo uno sull’altro, immersi in un fetore di fogna. ‘Perché, quando scoppiavano i cessi a scuola, non era lo stesso?’, ha replicato lui, ultimamente. “Colpa di gente come te se la finanza pubblica non si risana ”, ho concluso io e gli ho sbattuto la lapide in faccia.
Inutile, sempre lo stesso andazzo. Prima si lamentano che gli insegnanti sono troppi, poi, appena si presenta l’opportunità di sfoltire il personale, se la fanno sotto. Ora mi domando, c’era proprio bisogno di garantire il loculo per 99 anni? Cosa volete che rimanga dopo tanto tempo? Niente, quattro ossa e un po’ di denti. Resti mortali che tolgono solo spazio. Il signor Luc ha perciò presentato una proposta di legge articolata in tre punti: traslazione all’ossario comune dopo vent’anni di colombario, niente ricambio per le nicchie evacuate e, al loro posto, una bella sala congressi. Il testo di legge prevede anche il criterio di scelta, voglio dire il parametro in base al quale si stabilisce chi resta e chi parte. Io trovo che sia un capolavoro di giustizia. Detto in breve, si fa una bella esumazione, con tanto di bascula pesapersone, e chi pesa di meno se ne va alla fossa comune. Bello, pulito e trasparente. Apriti oceano, questi sono più permalosi da morti che da vivi. All’ultima riunione di corrente è scoppiato il solito baccano. Tanto che il guardiano del cimitero ha chiamato l’esorcista.
“Non se ne parla nemmeno”, è scattata la collega Jannaccone, “ho vergogna a farmi vedere nuda”.
“ Guardatela, Santa Maria Goretti”, ha ribattuto acida la Balestri, da noi soprannominata la Tabaccaia di Fellini, “dice che si vergogna. Come non sapessimo che portava la prima di reggipetto ”
Figuratevi la Jannaccone. Se potesse, le tirerebbe la pelle di dosso.
“Certo, e me ne vanto. Mica tenevo un tunnel ferroviario… io!”
Si sarebbero accapigliate, va a capire prendendosi per dove, se non fosse intervenuto il Signor Luc in persona. Anche se non lo ammettono, le due streghe hanno un debole per lui. Da quel momento la discussione si è incanalata sui binari giusti. Il Padrone ci ha spiegato il suo progetto, ha parlato di deregulation nel mondo ultraterreno. Perfino i dirigenti del partito avverso sono convinti che il posto fisso per 99 anni ormai sia un’utopia. La cosa che ci divide è la norma attuativa. Quelli di Frankie propongono una graduale riduzione del tempo di permanenza in loculo, fino a raggiungere il limite invalicabile di 50 anni. Dopo i quali si procederebbe all’evacuazione secondo un rigido criterio temporale: prima i vecchi e poi i bambini.
Noi, come ho detto, siamo per la cedolare secca. Venti anni e poi la bilancia, senza guardare in faccia a nessuno. Ci sembra giusto privilegiare la competizione: chi si conserva meglio ha diritto a rimanere più a lungo nel suo loculo. Ma se dopo vent’anni, poniamo, sei già un mucchietto di polvere, mentre il tuo vicino, poniamo sempre, farebbe ancora la sua figura tra i vivi, non si capisce perché tu gli debba sottrarre spazio!
Dopo quella riunione il signor Luc mi ha tirato in disparte.
“ Sei uno in gamba, Saverio. E’ arrivato il momento di dimostrarlo coi fatti”.
“Suo per sempre, eccellenza. Lei dice e io faccio”, ho risposto, tutto rosso (?).
“Bravo, ragazzo, apri bene … ehm …le orecchie”. E mi ha spiegato tutto. Che mente eletta! Che dimensione superiore, il signor Luc! Mi ha illuminato sulla parte manageriale del piano. Insomma mi ha spiegato come orientare, tra virgolette, la scelta di chi destinare alla fossa comune. Vi siete incuriositi, vero? volete sapere l’inghippo. Vi capisco, solo una mente satanica poteva idearlo. Una trovata così diabolica da potersi ridurre in tre parole: AERAZIONE CONTINUATA DELLA SALMA! Sììì, avete capito bene, esporre il corpo a spifferi, correnti d’aria, insomma a quella magica sostanza chiamata ossigeno. Lo sanno tutti, del resto, che all’aria aperta il corpo si sciupa meglio! Ehii, ma che maniere! Chi è questo villano che strilla? Scusate, chiamano da sopra. Ah, sei tu? (Zitti, è quel piantagrane di De Marchi)
Che c’è, cos’hai adesso? Su, facciamo in fretta, sentiamo l’ultima lamentazione. La lapide? T’hanno rubato la lapide? Chi, io? No, scusa, cosa ti spinge a credere che sia stato io? Cooome? Ancora la storia del cappotto quella volta a scuola? Senti, De Marchi, fammi il piacere, vatti a fare un giretto all’ossario, così ti passano le manie. Ma guarda questo che si va a inventare. Che poi, tanto per chiarire, cosa vuoi me ne faccia di una lapide di marmo, mi hai preso per un rigattiere? Come dici? Il freddo, gli spifferi? Ehhhh, quante storie! Dai, ti farà bene un poco di aria fresca!

Bernabò

Ero in treno, il giorno in cui caddi ammalato, col cuore gonfio di mille angosce. Dove sarà in questo momento, cosa starà facendo, ma soprattutto: mi starà pensando? L’anno scolastico si era da poco concluso, con Piero Ugatti sepolto da una valanga di due, fatta eccezione per il mio dieci in filosofia. Come avveniva da tre anni a quella parte la cosa aveva suscitato sospetti. Colpa anche mia, lo ammetto, ero stato io ad alimentare il fuoco del pettegolezzo. Ma che potevo fare, il fascino di quel ragazzo mi soggiogava. E lui, lui se ne approfittava; sì, se ne approfittava, il delinquente. Sapeste che sguardi! Quando lo interrogavo i suoi occhi da scugnizzo erano la mela di Biancaneve. E quella mano, dio quella mano!, lieve come una carezza di primo mattino, sapiente nel cercare i punti giusti: un brivido, quando giravo tra i banchi durante il compito in classe.
Piero lo conobbi già uomo fatto. Il Preside aveva subìto pressioni perché venisse riammesso malgrado sei bocciature. La prima volta che lo vidi mi sorrise, coi suoi denti più bianchi del ghiaccio, lo sguardo lucido come rugiada di primavera, la bocca appena storta in un broncio perverso. Ne fui preso all’istante, subito rimanendo attratto dalla sua figura, scolpita nel bronzo come quella di un guerriero. Da allora fu supplizio, una pena del cuore che acceca i pensieri e non ti lascia mai.
La cosa peggiorò quando, me sventurato, gli diedi il numero del cellulare. Piero telefonava anche di notte: scherzi, allusioni pecorecce, a volte ricatti. E io, pur di ascoltare la sua voce, accettavo tutto. Attendevo la sua chiamata fino a tarda ora. Al primo squillo portavo il cellulare al cuore quindi all’orecchio. “Ciao, ti sono piaciuti i finocchi stasera?”, di solito esordiva. “Piero, ti prego, non scherzare”, rispondevo in lacrime, “dove sei stato fino a quest’ora? sai che non dormo se non ti so al sicuro”.
Un brutto giorno accadde il fatto. All’uscita di scuola si avvicinò e disse: “Ci verresti stasera al cinema con noi?”
Ero talmente preso dai suoi boccoli che non feci caso a quel noi. Me ne accorsi la sera. Al Gloria proiettavano ‘La Mazza’, l’ultimo successo di Tinto Brass. Piero era attorniato da un concentrato di filibusta. Tra il primo e il secondo tempo mi trascinarono in bagno, lui mi spinse contro le mattonelle. “Sono amici di infanzia”, disse accennando alle spalle. “ Se ci tieni a me, devi essere carino anche con loro ”.
Io, per amore, ubbidii.
Il treno frenò all’improvviso. Finii sulla poltrona di fronte, tra le ginocchia di un marinaio di Gela. Dall’esterno giunse uno scoppio di voci, poi si sentì un viavai concitato. Mi sporsi dal finestrino: più avanti, di fianco alla massicciata, c’era un lenzuolo sporco di sangue. L’idea fu illuminante, come un lampo nel buio. “L’ho ucciso io”, mi persuasi all’istante. E scoppiai a piangere tra le braccia del marinaio. Per quindici giorni e altrettante notti fui divorato dal senso di colpa. ‘Sono un assassino’, ripetevo incessantemente, ‘se è vero che è stato il treno a uccidere quel poveretto, e se è indiscutibile che io c’ero sopra, non ci sono dubbi sulla mia colpevolezza’.
Andò avanti così non ricordo quanto. Parlavo da solo per strada, la notte ero assalito da incubi di morte, giunsi ad autodenunciarmi alla polizia. Poi, senza preavviso, bussarono gli infermieri. “Che ne direbbe di una vacanza da noi?”, proposero con gentilezza, e subito capii.
Quella fu la mia prima volta a Villa Clara. Vi ritornai per sempre dopo una tremenda ricaduta. Non so, avevo trovato in un cassetto una vecchia foto di Piero. Eravamo in gita scolastica a Londra, ai piedi della stele di Nelson: ci tenevamo per mano. Appena il tempo di stracciare la foto e già mi incolpavo dell’assassinio di Giulio Cesare, Kennedy e Umberto I. I medici questa volta ricorsero alle tecniche più avanzate, allestirono uno pscicodramma tutto per me, con tanto di Corte e carabinieri col pennacchio. Io interpretavo sia il ruolo di vittima che di accusatore. Pretesero che impersonassi soprattutto la difesa, un passaggio cruciale ai fini di una completa guarigione. Non ne fui capace, il ricordo di Piero, di una vita di saune, cinemini e serate sulla Paullesse, fu come avere l’avvocato d’ufficio. Mi condannai all’ergastolo, con interdizione perpetua ai bisogni primari. A nulla valsero appello e ricorso in cassazione, furono costretti a innestarmi un ano artificiale, quello vero risultando sprangato per punizione. Per dieci lunghi anni fui nutrito con flebo al maraschino e brodo di cappone per via intramuscolo. Pur di risvegliarmi provarono con le canzoni di Renato Zero, le voci di Busi e Mastelloni e l’aerosol di Dolce e Gabbana. Tutto inutile, col tempo mi ero convinto che la pena fosse perfino lieve. Decisi per il 41 bis, insomma la segregazione totale. Fu la fine: in poche settimane persi le funzioni vitali, malgrado, come ultima risorsa, avessero esposto un grande ritratto di Piero ai piedi del letto.
Frankie mi accolse con un grande abbraccio. Ne fui stupito, a tutto avrei pensato eccetto che alla sua comprensione. “ Diamo inizio?”, chiese alla controparte. “Te lo puoi anche tenere. Non li vogliamo questi qui, noi”, disse schifato quel bel tipo del Luc.
Mi hanno assegnato un loculo con le tendine, un segno di civetteria che ho gradito molto. Ci vivo bene in questo posto, ho messo su anche tre chili. Il segretario, poi, tutta un’altra persona rispetto al passato. L’altro giorno, dopo essersi complimentato, mi ha detto “Sì, ma adesso non esagerare, il sovrappeso fa venire l’ipertensione”, e mi ha dato uno di quei preparati per diete. E’ buono, ha il sapore di vaniglia. E che effetti portentosi. In due settimane sono tutto polvere e ossa!

Il Boss

Mi annoio da sempre. L’unica botta di vita risale a qualche miliardo di anni fa. In attesa di Novantesimo Infinito ingannavo il tempo col tirassegno. A un tratto arrivò la notizia dell’ennesimo scudetto rubato dalla Juve. Non ci vidi più e sferrai un cazzotto all’antimateria, dimenticando la freccetta che stringevo in pugno. Che botta, ragazzi! Un bang niente male. Da quel momento sono iniziate le preoccupazioni. “E adesso?”, ho sospirato. “ Dico: ‘tutti a nanna, figlioli, c’è stato un errore’?” No, no, per l’amor di Me. Sono Uno a posto, io. Mi sono messo al lavoro con tutta la pazienza e l’amore di cui sono capace e per prima cosa ho istituito il Parlamento. Eh sì! Alla democrazia ci tengo da matti, Libertas innanzitutto. Poi ho messo mano alla legge elettorale: maggioritario secco, chi vince governa cinque eoni e chi perde va all’inferno. La forma partitica è rigidamente bipolare. Al seggio, gli elettori ricevono una scheda con due simboli. A sinistra il cartello che comprende PRC (Partito della Rifondazione Cherubina), Ulivo (una trovata pasquale di mio Figlio) e mastelliani (non so chi siano, ma pare stiano sempre dappertutto). Sul lato destro il Polo del Libero Arbitrio, cui aderiscono: FI (Forza Inferi), AN (iniziali di ‘A Noi’, e non capisco perché proprio a loro, mah! ) e infine la Lega Polare (vogliono una netta separazione: da una parte lo Zodiaco settentrionale, dall’altra quello dei segni di terra – i terroni, come usano simpaticamente definirli ).
I seggi elettorali si trovano in ogni cimitero, dove di urne ce n’è in abbondanza. La notte di Ognissanti tutti i defunti lasciano i fossi e si recano a votare. Come è noto, l’elettore esprime la preferenza segnando il simbolo prescelto con la croce. E qui cominciano i casini. Molti sono incapaci di tenere una matita in mano, altri, i più anziani, vorrebbero usare la penna d’oca se non proprio lo stilo per tavolette. E non parliamo degli analfabeti, quelli per intenderci del tipo Abilis, Afarensis o Herectus. Appena il Presidente di seggio allunga la matita, prima se la guardano, poi l’annusano e qui i casi sono due: o l’accendono per farsi due boccate oppure pretendono di sbucciarla e mangiare la mina. Poi c’è la grana degli ebrei. Niente, non c’è verso, ogni volta mi obbligano a sospendere tutto perché si rifiutano di apporre la croce, dicono che voglio sfottere, che insomma non la smetto coi messaggi trasversali. A quel punto mi tocca convocare Giuda, pagargli trasferta intera e spedirlo in fretta a spiegare che quel giorno non era in sè, aveva appena firmato un pacco di cambiali e scoperto la moglie a letto con un altro. Solo allora si convincono e accettano di votare, ma a una condizione: che al posto della croce possano apporre una stella. Subito iniziano nuove discussioni. “Il loro voto non è più segreto”, eccepiscono i cupi altri, in puro dialetto carinziano.
Un capitolo a parte riguarda i brogli elettorali. Accade anche da noi, lo ammetto, specie in quei collegi dove l’esito è incerto. Uno dei più chiacchierati è quello di un colombario di tre piani, un condominio di ex professori. Stando alla relazione di un mio Ispettore ne succederebbero di tutti i colori : clima da guerra santa, campagna elettorale senza esclusione di colpi e voci insistenti di mazzette. Ma si trattasse di questo, non mi preoccuperei , la lotta è lotta pure tra noi. Il problema è un altro. Pare che tra di essi ci sia un millantatore- c’è scritto proprio così nella relazione- ma il termine appropriato sarebbe pataccaro! Come definire infatti un delinquente che promette revisioni del Processo in cambio del voto a uno dei due schieramenti?
Basta, per venirne a capo, per capire se c’è dolo pregresso, dovrò sorbirmi la storia delle loro vicende terrene. Il funzionario ha corredato il rapporto con un allegato suddiviso in capitoli, scritto dopo aver visionato il film delle loro esistenze. “Hai usato la tecnica del narratore onnisciente”, ho sorriso, sfogliando distrattamente. “In omaggio a Vostra eccellenza”.
“E perché non c’hai messo la firma?”
Ha perso il candore, è diventato paonazzo. “Sono sucettibili, basta un niente e fanno ricorso al TAR. Tengo famiglia ”
Vabbè ho capito, iniziamo a leggere, poi Dio ci pensa. Però, che pizza, una noia immortale! E tutto per essermi messo contro la Juve.

[Continua…]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart