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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #2

22 Giugno 2008

di Carlo Capone

IL CAPPOTTO

Il cappotto sparì una mattina di Dicembre. “L’avrò dimenticato in aula”, si disse Lucetto e ritornò nel circo massimo. A quell’ora le belve erano sfollate e i sintomi andavano attenuandosi. Riesplosero davanti il porca tana sulla porta. Aprì e sorprese Pirillo che scrutava in alto.

“Ha visto un cappotto?”, chiese, e gli tornò in mente il porca.
Il bidello non si voltò nemmeno, gli indicò l’affresco sul soffitto. “E lei ha visto che hanno combinato?”. “No, voglio il cappotto”, strepitò Lucetto, seguendo il corso dei desideri. Guardò anche lui.
“Ma è il kamasutra!”
“Sti bastardi!”, sussurrò Pirillo, continuando a mirare.
Restarono a naso in su, Pirillo ad imprecare in ostrogoto antico, Lucetto a coltivarsi le spore. Le quali prolificarono con crescita esponenziale. “Me l’hai rubato tu!”, e caricò sul bidello . “Per chi mi prende?”, si indignò costui, “sono un professionista, io!”. L’unghia del suo mignolo luccicò come una stella cometa. Fuori nevicava che Dio ci abbia in gloria.
Il freddo funzionò da battericida, le larve accusarono un calo di glicemia. “Sarà stato uno scherzo dei ragazzi” sospirò allora Lucetto e abbandonò mestamente l’arena. Prima che uscisse, Pirillo ebbe un rigurgito di compassione :
“Non sono stati loro, me ne sarei accorto”.
“Grazie”, borbottò Lucetto, sparendo in corridoio. Dal quale sentì la seguente imprecazione: “Dopo la merda anche il cappotto, ma tu vedi che giornata!”.
“E tu vedi che professionista!”, si masticò le mele nello scendere le scale. “Di lotto, biliardo e Marlboro!”, stava per sputarne un pezzo, quando una crista di scivolata gli rammentò che era un bipede bisognoso di attrito.
Al solito una collega del professionista aveva passato i gradini a cera. Era la quarta volta in mattinata. E quattro al dì erano le pillole di neurolettico prescrittele in quel posto dove entrava e usciva.
“M’ha sporcato tutto, l’ammazzerei!”, cominciò a strillare la signora. Per stizza diede un calcio al secchio che ruzzolò ai piedi della scalinata.
“Ha visto un cappotto?”, chiese Lucetto, tenutosi in piedi grazie al corrimano.
“Sì, che camminava da solo”
“Questa non è sana”, pensò Lucetto e riprese a scendere in punta di talloni.
Tutto quel fracasso richiamò attenzione. L’uomo dell’ufficio targato ‘Presidenza’ schizzò fuori come un demonio, per un pelo non inforcò il secchio. “Vi faccio una lettera così, questa è la volta buona!”, strillò come un tacchino. Causa il freddo indossava il loden di suo figlio. Che doveva essere un granatiere a cavallo, visto che il padre, conciato in quel modo, ricordava il nano Cucciolo in Siberia.
“Preside, è sparito il mio cappotto”, gli comunicò allarmato Lucetto. Senza volere studiò il suo abbigliamento. Così, per caso, mica pensando a male? L’uomo di presidenza si guardò le vesti. Cosi, mica per altro, ci mancherebbe: siamo gente seria qui dentro. Quindi, fiero dei galloni, che poi erano galli con l’anoressia, assunse il contegno che si addice. “L’avrà dimenticato in classe”. E si rimboccò i maniconi .
“L’ho lasciato in sala insegnanti stamattina, sono sicuro”, replicò Lucetto. “E costa pure mezzo milione, altro che la tua pellecchia”.
“E allora si tratterà di uno scherzo”, se ne uscì il manager. Con un sorrisetto, ma con un sorrisetto così cretino che, se non fossi il capo, il secchio te lo infilerei in testa.
“I ragazzi non c’entrano”, protestò Lucetto, “le chiavi degli armadietti le abbiamo noi insegnanti”. Non finì la frase e i sintomi riprodussero altre spore. Di ceppo identico ai saccaromiceti che gli guastavano la fantasia dopo una contestazione dei frugoletti . “E’ Chiappone che li aizza”, gli suggerivano i germi quando le iene, i serpenti, gli avvoltoi, insomma la parte migliore della nazione, assaltavano l’ufficio con la targhetta. Il giorno successivo Cucciolo lo convocava in infermeria. “Le famiglie! ha pensato alle famiglie?”, se la faceva sotto l’uomo dalla targa sulla porta. E Lucetto, al quinto schizzo, conveniva che sì, ma dai, in fondo è giusto: correggere all‘ungamento limita la libertà espressiva.
“Avete sentito la puzza?”, si intromise a quel punto il professor Bertoglio. Cucciolo e Stronzolo si girarono di scatto. Fissarono entrambi il nuovo arrivato. Così, per caso, senza un preciso motivo. Mica ci sono i delinquenti, qui al Liceo!
“La puzza?”, mentì come un ladro l’uomo della targa.
“Non avete sentito niente? stamattina in classe non si respirava”, esclamò Bertoglio detto anche Chiappone. Era tutta invidia. Ogni giorno Bertoglio si presentava in quel bord…, no, mani…, vabbè in quel posto che inizia con scu e fa rima con scarola, a cavallo di un Gilera duemila con sellino a due piazze. “Per via del culo”, insinuavano in molti. “Alla francese!”, puntualizzava lui. ‘Sarà pure invidia’, malignò anche Lucetto quel mattino. Bertoglio, come sempre, indossava il casco. ‘Ma un bel cappotto gli farebbe comodo. Con tutti i soldi che succhia il Gilera‘.
“Tutto a posto coi gabinetti, preside, li ho aggiustati”, gridò in quel momento Pirillo dalla cima delle scale. Cucciolo, Stronzolo e Chiappone si guardarono in faccia. “Un inconveniente”, si strinse nelle spalle il primo della terna. E gli altri due cominciarono a intuire. “Per l’acqua dei cessi però non ci sono santi”, allargò le braccia il professionista, “quella è andata a finire…”
“Nell’impianto di riscaldamento!”, latrò Lucetto all’indirizzo della targa. Dietro la quale, nel frattempo, s’era andato a infrattare colui che si vociferava vi soggiornasse.
Colui, abbandonatosi in poltrona, per un po’ si stropicciò i ghiaccioli. Poi, sfilate le scarpe, fece lo stesso con il contenuto. Quando la puzza si confuse con quell’altra, riacquistò l’orgoglio di se stesso e si interessò alla scrivania. Ai quattro angoli c’erano un modem, uno scanner, Hal novemila e un amplificatore della madonna. In preda al desiderio si avventò sulla tastiera e iniziò a palpare dappertutto. “Senti, impara le posizioni e poi ne riparliamo”, si stufò dopo un po’ la sfinge. E l’uomo, costernato, si afflosciò sulla scrivania.
L’indomani Lucetto mise l’impermeabile. Non perchè mancasse di apposito ricambio. Però, sai com’è, non si sa mai. Durante la notte era soffiato vento di tramontana. Un sole terso illuminava un paesaggio fisso nel ghiaccio. “Lucetto, e il cappotto?”, domandò Chiappone in sala professori. “Tu non ne sai niente ?”, rispose Lucetto, che era un po’ permaloso. “Saranno stati i ragazzi”, si intromise Balestri, la prof di Matematica. Aveva un paio di zinne, ma un paio di zinne, che la tabaccaia di Fellini sembrava appena uscita da Mathausen. “O i bidelli”, aggiunse Chiappone, con fare circospetto. “Brutta gente”, proseguì dopo aver alzato la visiera del casco ed essersi guardato intorno, “ho saputo che uno fa il contrabbandiere”. “E a me hanno detto che in segreteria c’è una ragazza in cura”, sussurrò la tabaccaia. “In cura?”, si avvicinò la professoressa Jannaccone. Teneva i denti da cavallo e il marito non si spingeva mai oltre un rapporto tradizionale. “Cleptomania!”, rivelò la Tabaccaia. “Ma allora è lei!”, esclamarono insieme Chiappone e Lucetto. “A che punto, a che punto!”, scosse il capo la Jannaccone, lisciandosi uno stinco con lo zoccolo.
“Preside, qui dobbiamo provvedere”, proruppe Lucetto all’indirizzo di Cucciolo, che era comparso sulla soglia.
“A cosa ?”, disse colui.
“Alla denuncia di sparizione!”.
“Senta De Marchi lei è un distratto. Sarà entrato a scuola senza cappotto”.
“Con questo gelo?”.
“E perché, stamattina come è venuto?”, rispose il Preside, che se voleva ci sapeva fare. A queste parole tutti fissarono muti il pavimento. E i saccaromiceti iniziarono a nutrirsi.
Il giorno dopo c’erano dieci gradi sotto zero. I bidelli, le segretarie e i ragazzi vennero a scuola con sciarpa e cappotto. Il preside e la sua torma furono invece assaliti dai bollori. Qualcuno tirò in ballo perfino l’anticiclone di Calabria. Poi accadde un fatto curioso. Le lettere anonime fioccarono al ritmo di un paio al giorno, quindi si riprodussero come germi e infine assunsero carattere di valanga. C’era di tutto in quei messaggi. E ognuno recava la sua certezza. Il più gettonato risultò Chiappone, per via di quell’invidia maledetta. Ma anche Ceretti, che si sarebbe giocato la mamma al Totosei, ebbe un certo numero di preferenze. Lo stesso Lucetto si beccò la sua razione. Un lestofante insinuò che era stato lui a compiere il misfatto: per sabotare i cessi li aveva turati con il cappotto!
Passarono i giorni e i batteri fecero il nido. Adesso i sofferenti venivano a scuola chi in tram chi in bicicletta, nessuno si azzardava ad usare la macchina. Sai com’è, non per sfiducia, qualche landruncolo potrebbe approfittare…
I bei tempi ormai erano lontani e la sala insegnanti appariva un deserto con le ragnatele. Più di tutti, le spore inguaiarono Lizzardi, uno di quelli vicini alla pensione. In un raptus di terrore si fece estrarre due capsule d’oro e le depositò in cassetta di sicurezza.
Il giorno ventitré erano esausti. Vuoi per l’affare del cappotto, vuoi perché le tredicesime facevano schifo e vuoi perché io non ce la faccio più, giuro che mi sparo. Questo, una volta, era un bel mestiere e adesso siamo ridotti a bruti di Caienna.
Il venticinque nevicò ancora e ognuno singhiozzò davanti a una pergamena. Poi, consumato un fetente di pasto, assunsero la dose giornaliera di antibiotico. Come accadeva da molti anni a quella parte.

***

“Tu!”, corrugò la fronte il preside Pascutti.
Stava per avventarsi, ma l’antibiotico gli fiaccò l’intrapresa. Allora si lasciò andare sulla poltrona e nascose il viso tra le mani. Dall’altro lato della scrivania l’uomo in giacca e cravatta si era illuminato in un sorrisetto. Così viscido, ma così viscido che, se non fosse per la debolezza, te la tirerei addosso la stufetta.
“Andiamo, Lino”, disse il segretario, “mica crederai che l’ho fatto per i soldi?”
“Ladro!”, sibilò Pascutti, “a momenti si scannavano per quel cappotto”.
“Missione compiuta, allora”, rispose il segretario. Il sorriso sfumò in un ghigno compiaciuto.
“Missione ? Saverio ma ti senti bene? o il freddo ti ha dato alla testa?”
L’altro lo fissò in silenzio. Quindi portò due dita alla cravatta, per lisciarsela più volte. “La circolare, la 220/01. L’hai già dimenticata?”
“Quella sugli…”
“Esuberi”, annuì lentamente il segretario.
“E che c’entrano, cosa c’entrano gli esuberi col cappotto?”, scattò Pascutti. All’indirizzo di un labbro leporino che, sollevatosi, espulse un sibilo di insofferenza.
“Ti avverto, Lino, alla ripresa ne spariranno altri”, replicò labbrone, con due occhi che ardevano di febbre.
“E poi toccherà ai cassetti. Ai libri, ai dischetti, alle stilografiche che ci sono dentro. Si scanneranno, Lino. E’ garantito”. Era stravolto, come davanti a un piatto di spaghetti.
“Tu sei malato, veramente matto”, mormorò il preside, impietrito.
“Nessuno potrà più opporsi, nessuno, lo capisci?”, proseguì l’altro in un diluvio di sputi, “finalmente potranno partire le lettere. Tante, tante lettere di licenziamento, in ogni scuola del Paese”.
“La circolare non dice questo”.
“Secondo te sono cose che si mettono per iscritto?”
“No, ma non ci credo lo stesso. E seppure fosse, io… io il killer non lo faccio”.
“Cazzi tuoi, Lino”, scattò allora in piedi il segretario, “ma ricordatelo, Lino, ricordatelo”.
“Cosa?”, domandò il preside rialzando il viso.
“Il bilancio dello Stato val bene un cappotto !”

[Continua…]


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Bart