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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #3

24 Giugno 2008

di Carlo Capone

ESAME DI STATO

1. PRELIMINARI

I sette giunsero alla spicciolata, di primo mattino, quando le ombre sono lunghe e il pistolero ha la fondina floscia. Deposto a turno il destriero, si incamminarono verso scuola a passo incerto. Lucetto fu il primo a mollare.

“Dottor Lavezzari!”
L’uomo vestito in nero si girò di tre quarti. Socchiuse gli occhi contro i raggi del sole.
“Io?”.
“Come, non ricorda?, ci siamo conosciuti a Peschiera, al corso di aggiornamento sulla psicologia del gruppo”.
“Peschiera, il gruppo?”
A essere sinceri lui faceva il Preside a Castrovillari Marina. E non si era mai allontanato dalla Calabria.
“Memorabile il suo intervento sul femmineo interiore nell’età evolutiva, Presidente”.
“Interiore,…, femmina?”, si domandò ancora l’uomo in nero. Un colorito terreo gli era comparso in viso. “Femmina?”, sibilò stavolta al cielo. “Sìììì, la femmina, quella troia, la sbudello!”, e serrò i pugni. Per spiccare un balzo ferino e sparire nell’androne di ingresso.
“Avrò fatto male?”, si chiese Lucetto.
“Cambia tattica, non ci casca”, gli suggerì Chiappone.
“Ho visto. Ma è sicuro che è di Bergamo?”
“Abita a uno sputo dal Gattamelata. Nero su bianco”.
“Che Dio ci assista”, sospirò la Jannaccone, e stracciò in mille pezzi la relazione dell’agenzia investigativa.
Da quando erano stati diffusi i nomi dei commissari esterni, lei De Marchi e Chiappone – gli interni – avevano attivato radio fante.
Lucetto era stato il primo a spargere veleni.“Ho saputo che questo Presidente fa le pulci”.
“Ai ragazzi ?”, aveva nitrito speranzosa la Jannaccone.
“Macchè, ai professori!”. E si erano allontanati in silenzio.
“Tu come stai col programma?”, sussurrò la Jannaccone una settimana dopo. Era dimagrita cinque chili, come se l’esame dovesse sostenerlo lei.
“Non c’è male”, rispose Chiappone, “ieri ho fatto il primo compito in classe”.
“Del secondo quadrimestre?”
“No, dell’anno”
“Come dell’anno? E il programma?”
“Già finito!”.
Poichè la donna era sbiancata, Bertoglio si affrettò a precisare: “Ma il secondo lo faccio svolgere l’ultimo giorno, così andranno all’esame con tutto il programma fresco fresco in mente. Una potenza, sono una potenza!”
“Io ti denuncio!”, provenne in quel momento dal fondo al corridoio. Era Lucetto, forte del sesto compito in classe nel quadrimestre.
“Me lo fai un favore?”, disse allora Chiappone alla Jannaccone.
“Dimmi”
“Levami questo stronzo di torno”. E si allontanò scagliando in aria il registro.
Un’allieva fece capolino dall’aula.“Prof, ce l’ha con noi?”.
“Torni in classe, lei”, intimò la Jannaccone, che non si era ancora liberata di certi retaggi Gentiliani.

***

I primi contrasti sorsero al momento di sistemarsi. Nessuno dei tre interni voleva capitare di fianco al Presidente. Gli esterni, invece, se ne stavano in disparte, a parlottare come carbonari.
A un tratto l’uomo in nero portò la mano alla cintura: tutti trattennero il respiro. A causa dell’eccessiva magrezza, o del completo scuro, o per i baffi che gli cascavano ai lati della bocca, somigliava a Lee Van Cleef ne ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’. Quando ficcò i pollici sotto la cinta scoppiò il putiferio. Si avventarono sulle sedie come un branco di bufali in calore. Gli esterni alla destra del presidente, gli interni di fronte, lungo il bordo corto di un gran tavolo fermato con le punesse. L’uomo in nero li squadrò a uno a uno, senza fiatare. Fuori, malgrado fosse Giugno, il sole si oscurò: due lampi ne illuminarono le asperità del volto.
Il tuono che seguì fu devastante, uno degli esterni non resse e attaccò la pippa sulla procedura di svolgimento dell’esame. Lo seguì a ruota il secondo, soffermandosi sulla opportunità di nominare un segretario per la stesura del verbale. Il terzo, infine, dissertò di criteri di valutazione e di esame dei curricula di chi ti è stramorto. “Somigliano a il Buono, il Brutto e il Cattivo”, venne da pensare a Lucetto, mentre li osservava. E, senza una spiegazione, fu attratto dalla sagoma dell’uomo in nero.
“Quanto alla relazione finale”, stava concludendo il terzo membro. Il Presidente spiccò un balzo dalla sedia. “Fatale?”
“Finale, signor Presidente, il collega si riferisce alla relazione che lei dovrà redigere sul nostro operato al termine dell’esame”, intervenne Chiappone. L’uomo in nero strabuzzò gli occhi, contrasse il viso in una maschera assassina. “La relazione, sììì!, la relazione”, e assestò una terribile manata sul ripiano. Da sotto il quale si materializzarono Panico, Sconforto e Depressione, con fuso, arcolaio e rocchetto.
Calò un gelo di morte, rotto dai gemiti della Jannaccone. “E’ la volta che andiamo tutti a casa, questo è un killer del Ministero”,
Chiappone invece non mosse casco.“Il killer di ‘sto batacchio”. Vent’anni di carriera, tre pubblicazioni su Saffo e un sesto posto alle Olimpiadi di Greco, da tutti perciò ribattezzate Chiapponiadi, riteneva lo ponessero al sicuro.
“Tanto per capirci: nella mia materia li interrogo io!”, abbaiò al primo degli esterni, il Buono.
Questi, un noto cacasotto, gli mollò un sorriso di conciliazione, tipo non farmi male, ho la malattia di cuore. Il Brutto preferì ficcare gli occhi nella scollatura della Jannaccone. I denti della donna produssero il consueto effetto. L’uomo si ritrasse con guaiti, in preda a delirio di limitazione. Quanto al Cattivo, con manovra diversiva afferrò il tabellone dei voti finali e iniziò a compulsare. “Tutti bravi e studiosi questi frugoletti, eh?”
“Qualcosa da eccepire sul nostro operato?”, si sentì punto Chiappone, che aveva distribuito nove e dieci come un seminatore.
“Ci mancherebbe”, sorrise acido il Cattivo, “sto solo affermando che il voto minimo che avete assegnato è sette. Ammetterai che è strano. Poi dicono che la scuola va a puttane”, Si rivolse al presidente, certo della sua approvazione.
“Basta! anche puttana! io vi denuncio tutti”, scattò quest’ultimo. “La dignità! Sapete che cos’è la dignità? O per voi non è più un valore?”
“Il mutuo, le rate”, riprese a gemere la Jannaccone, subito redarguita da Lucetto. “E datti una calmata! fanno sempre così il primo giorno. Come non sapessero in che stato siamo messi”.
“Nooo!”, ululava intanto il Presidente. Gli occhi erano due tizzoni ardenti, la bocca uno sgorbio che vomitava bile. “Nooo!, voi non potete gettare il fango, voi non potete dire che è una puttana…”
“Era un modo di dire, io credevo che lei assentisse”, azzardò a quel punto il Cattivo. Che aveva seguito la sparata a bocca aperta.
“Un modo di dire?”, l’assalì Lavezzari, “un modo di dire a me? Dopo vent’anni? Ma lo sa che io potrei, ma lo sa che se solo volessi, la puttana, come la chiama lei, lo sa come la concerei? Glielo spiego io: la strozzo come una spugna, l’allungo come un elastico e le faccio schizzare il marcio che ha in corpo!”
“Dio mio, è un fanatico, si è sposato con la scuola”. La Jannaccone non nascondeva più le sue paure. Sarebbe strisciata ai piedi del Presidente se questi, di colpo, non si fosse calmato. “Per oggi basta. La seduta è tolta”. Al termine si aggiustò il cravattino, che nessuno aveva ancora notato. Un fiocco, ecco cos’era, a ben pensarci, una striscia annodata al colletto come i pistoleri nei film della frontiera.
“Il nastro adesivo!”, ordinò il presidente, come furono tutti in piedi. Si riferiva al sigillo che si appone all’aula dei commissari.
“Perché, ha paura che se ne scappino?”, fece Chiappone, riferendosi al malloppo di scartoffie rimaste sul tavolo.
“Paura?”, diventò una belva il Presidente. “Se quando torno non la trovo al suo posto, non immagina nemmeno di cosa sono capace. Io!”. Con un gesto imperioso fece sgombrare l’aula, quindi tirò a sé la porta e, nel girare la chiave, grugnì a denti stretti: ‘la chiave, sììì, la chiave che serra tutto!’, prima di infilarla in tasca e intimare: “Sigilli!”.
“Ma è proprio sicuro?”, sussurrò Lucetto all’orecchio di Chiappone, quando furono a metà del rotolo di adesivo. “Metta qui”, “E qui”, “E anche qui”, ordinava a mitraglia l’uomo nero. E i sei a incerottare anche il muro.
“Cosa, è sicuro?”, chiese a sua volta Chiappone, gettando via il suo rocchetto .
“Che viene da Bergamo”. Intanto il Presidente era di nuovo in preda all’abulia.
“Bergamo alta, ed è pure leghista”.
“L’assicurazione”, guaì stavolta la Jannaccone. Che era di Casalpusterlengo, ma con marito della provincia di Avellino. Il Buono scoppiò addirittura in lacrime “I balocchi, i balocchi del bambino!”
“A domani”, li congedò l’uomo nero al termine della sigillatura. E si allontanò a passo spedito. I commissari fecero a botte, pur di stargli al passo.
“Cacasotto!”, li bollò Chiappone da lontano, e calzò il casco all’incontrario.

2. IL TEMA

Il giorno dopo Chiappone si presentò vestito in nero e con scarpe verdi della Valleverde. Lucetto, che detestava i lecchini, sfoggiava una smagliante cravatta tricolore. La Jannaccone, invece, aveva optato per la sua arma letale: un sorriso del tipo ‘con quella bocca può fare ciò che vuole’. Quanto ai tre esterni, il Buono s’era portato una bibbia- perché non si sa mai, asseriva- il Brutto, insegnante di matematica, un compasso- per legittima difesa, a sentire Lucetto- il Cattivo, docente di filosofia, un suo saggio sul filosofo Pomponazzi- vi faccio vedere io chi sono, il monito indiretto al presidente.
Questi alle nove in punto diede il segnale.“Facciamo entrare?”
Deposto il vangelo, il Buono corse alla porta e aprì agli studenti. “Perquisiamo?”, chiese il Cattivo al Presidente. Lucetto non gradì quell’ironia:
“Perché siamo a Treblinka?
“No, vicini a un ripetitore della Omnitel”, rispose candido il Cattivo. Nel frattempo i ragazzi si erano già sistemati.
“Cacciate tutto!”, latrò il Cattivo al loro indirizzo. E quelli, senza una piega, estrassero le banconote da cento e le agitarono come bandiere.
“Tiè”, fece Chiappone al Cattivo, con gesto eloquente. “Ci vediamo all’orale”, gli rispose costui. “Si, all’Oral Corral”, ribattè l’altro. “Oh, come sono simpatico, oh come sono”, e si avviò verso il tavolo della Commissione.
“Io, a quello gli sparo in culo, giuro che lo faccio”, sussurrò il Cattivo al Brutto. “Stai calmo amigo, c’è Sartana”, tentò di rincuorarlo costui. “Si, e io Er Monnezza”.
Alle nove e cinque arrivarono i Carabinieri.
“Madonna, ci arrestano!”. La Jannaccone si era coperta il viso con le mani.
“Stupida, portano le buste coi temi”, la rimbrottò Lucetto e fece il saluto militare al maresciallo.
“Un testimone!”, si rivolse poi ai ragazzi, tenendo bene in vista il plico. E qui il Presidente cambiò di nuovo umore.
“Perché, siamo a una separazione per colpa?”
“Ma che cazzo dici?”, fece tra sé Lucetto. Ci vuole una pazienza! con questi presidenti di Commissione.
“Forse mi sono espresso male: serve un allievo che verifichi l’integrità delle buste pervenute dal Ministero”.
“Si, si, va bene, che pignoli”.
“Col cazzo, i pignoli. Tu ci vuoi fottere sui cavilli”. Anche Lucetto si era convinto che, al minimo sgarro, sarebbe scattata l’inchiesta ministeriale. “Servisse a levarci di torno Bertoglio, la prospettiva sarebbe eccitante”, concluse tra sé mentre un ragazzo constatatava. “Il guaio è che questi del Ministero tagliano alla cieca, senza distinguere chi dorme e chi si fa il mazzo”.
“Professor De Marchi!”.
Il giovane Langhi, l’allievo del cuore di Lucetto, si era alzato dall’ultimo banco della fila.
“Dimmi”, fece Lucetto, che non aveva ancora letto le tracce. “Dimmi, dimmi”. Sprizzando gioia e affetto si fece l’intera sala al galoppo.
“Noi Corazzini non l’abbiamo fatto”
“Corazzini? E chi se ne fotte di Corazzini?”
Gli strappò il foglio di mano e lesse velocemente. Poi, con le vene del collo che ballavano la mazurka, iniziò a imprecare come un carrettiere.
“Ma dico io! Ho fatto Foscolo, Leopardi, Manzoni, Aleardi, Verga, Capuana, D’Annunzio, Pascoli, Carducci, Montale, Pavese, Moravia”. Le vene pulsavano come impazzite. Lucetto fu costretto a fermarsi. Diede una serie di profondi respiri, prima di riattaccare.
“E Di Giacomo? Dove lo mettiamo Salvatore Di Giacomo? Per non parlare di Porta, Berchet, Prati, Guerrazzi, Fogazzaro, Gozzano, Pirandello, Svevo, Campana. E il ripasso? no, dico, io ho fatto anche il ripasso degli ultimi tre anni, vi rendete conto?”. E riattaccò per venti minuti con una serqua di novellatori, cronachisti e poeti, tra cui anche Folcacchiero dei Folcacchieri. “E che ti vanno a proporre ‘sti str…”.
“Comeee? Ho sentito bene ?”, strillò dal tavolo di Presidenza il Cattivo.
“Sti, sti, …,”
Un ghigno di iena animò il viso del Brutto. “Stitico? fai uso di lassativi?”.
“Questi stregoni del Ministero”, evacuò finalmente l’altro, con la minima in cielo. “E che ti vanno a proporre questi … strateghi? Sergio Corazzini!”, concluse flebilmente, prima di accusare un leggero collasso.
Quando rinvenne, la Commissione si consultò per le opportune decisioni.
La Jannaccone si ricordò di essere mamma. “Non ci vedo nulla di strano se non fanno il tema di letteratura. Ci sono gli altri, di etica, di attualità …”
“Eh, no, no, no”, obiettò il Cattivo. “Questo è un esame di maturità classica. Senza il supporto dell’elemento letterario la valutazione risulterà claudicante”.
Lucetto lo guatò con furia assassina. Per le pistolettate che ti pigli in culo.
Come al solito il presidente non prese parte alla discussione. Si era impossessato delle forbici e intagliava origami con la carta della busta. I sei fecero finta di niente. Una trappola, per vedere se lo facciamo anche noi, e tornarono a confrontarsi. La discussione durò cinque ore, durante le quali accaddero i seguenti fatti.
Il presidente fabbricò una flottiglia di barchette e due pulcinella che sbattono le mani. I sei membri diedero luogo a una dolorosa diatriba sul valore letterario di Corazzini- uno dei massimi esponenti della letteratura mondiale, secondo gli esterni, un tisico ubriacone cui puzzavano le ascelle, a giudizio di Lucetto. I giovani, infine, si buttarono sulla pecora Dolly, sfilando da minuscole cartucciere tutti i quotidiani con articoli sull’argomento. Qualcuno, per saggiare il grado di severità della Commissione, si mise anche a fare il verso della pecora. Visto che i commissari continuavano a litigare, in tre o quattro attaccarono con il bue, ma neanche stavolta la cosa fu raccolta. Allora si stufarono e iniziarono a scrivere, intonando chi la Quinta e chi la Nona di Beethoven.

3. LA PROVA DI INDIRIZZO

Il secondo giorno toccò alla versione dal Greco, la materia di Chiappone. Gli accordi con gli allievi non ammettevano ripensamenti. Alla traduzione avrebbe pensato lui, altrimenti sarebbe stata giustizia sommaria. Chiappone aveva esitato a lungo di fronte a quell’ignobile ricatto. Però, visto l’evolversi delle cose, aveva acconsentito alla richiesta. All’apertura delle buste fu colto da violenti dolori addominali.
“Hai preso anche tu i lassativi?”, ridacchiò il Cattivo.
Chiappone lo ignorò chiedendo di accedere ai servizi. “Presidente, posso?”
“Vuoi che ti aiuti a sfilare le mutande?”, rincarò il Cattivo.
“No, grazie, alle mutande ci penso io”.
“Sììì, le mutande, le mutande della puttana!”, scattò allora il Presidente. Poiché continuava a farfugliare senza che si capisse, l’effetto, lato studenti, fu di un ossesso balzato in piedi per accertarsi che nessuno copiasse.
“Presidente, si calmi”. Era la Jannaccone, che scosse il capo, materna. “Madonna, lui e questa scuola”. E riprese il rammendo all’uncinetto.
“Sì, ha ragione”, ammise mesto Lavezzari, lasciandosi cadere come un sacco. E da quel momento non proferì parola.
Nei cessi, intanto, Chiappone era alle prese con l’Anabasi di Senofonte. Nella fretta aveva dimenticato i foglietti.
“E adesso?”, si grattò la nuca. Lo sguardo, per deduzione, cadde sul rotolo di carta. Ne ghermì l’estremità con uno strattone selvaggio e tirò fino a estrarne un chilometro. Quindi, abbassata la tavoletta, si inginocchiò dinanzi al vaso e iniziò a scrivere sullo scrittoio di fortuna.
Terminata la traduzione, ne ricopiò il testo su svariate strisce. Che arricciò alla meglio, sistemandole dietro lo sciacquone.
“Tutto bene?”, fece il Buono quando rientrò in aula di esame.
“Si”, grugnì Chiappone e si mise a trafficare con la visiera del casco.
Alle undici, come da regolamento, fu concesso agli studenti di recarsi al bagno. Vi andò prima Langhi e ritornò paonazzo. Poi fu la volta di Perlino che, sacramentando, prese a calci il banco. Ben presto l’aula si riempì di imprecazioni. “Porca puttana!”, tuonò qualcuno dal corridoio. I sei giudici guardarono verso la porta.
“Porca puttana. Ci risiamo!”, rincarò la voce. “Ma chi è questo lazzaro?”, chiese il Cattivo, rivolto alla Jannaccone. La donna si strinse nelle spalle, presagendo momenti atroci. Tutti si aspettavano che rientrasse l’ennesimo allievo e invece irruppe il bidello.
“C’è Pascutti con voi?”.
“Nooo, è a fare esami in un altro Liceo”.
“E come facciamo?”, si angosciò Pirillo, “qui ci vogliono i pompieri”.
“I pompieri?”
“O i pompieri o qualcuno che mi dia una mano, da solo non ce la faccio”.
“Una mano cosa?”, domandò Lucetto, in preda a foschi ricordi.
“A chiudere la valvola principale dell’impianto di riscaldamento”.
“A Giugno?”, fece il Brutto.
“E certo, anche se non è in funzione, l’acqua dell’impianto è andata di nuovo a finire nei cessi”.
A quelle parole tutti restarono interdetti. Chiappone fu colto da repentino pallore: “Pure… negli sciacquoni?”
“Negli sciacquoni? Proprio lì si è verificato il travaso. Che faccio, chiamo il 113?”
“L’aiuto io. Io, io : nessuno si allontani”, scattò Bertoglio.
Il Buono tentò di trattenerlo. “Ma che ti importa? ci pensa il vicepreside a chiamare l’impresa o i pompieri”.
Ma Chiappone fu irremovibile. “Mentre aspettiamo si allaga tutto e dobbiamo sospendere l’esame”.
“Andiamo”, ordinò a Pirillo e insieme scomparvero in corridoio. Dal quale emersero mezz’ora dopo, sporchi, puzzolenti e, nel caso di Chiappone, col pianto in canna. A scopo precauzionale aveva portato con sé il casco. Che, per asciugare il sudore, depose sul tavolo. “Attento!”, urlò il Buono, ma invano. In un attimo furono inondati da un torrente di acqua di cesso.
La scena che seguì fu da Titanic. I naufraghi sgombrarono affannosamente il tavolo dalle carte. “Che fai? Provochi ‘sto bordello e non dai nemmeno una mano?”, disse il Cattivo a Chiappone. Questi non rispose, da alcuni istanti scrutava tra le file dei banchi. C’era carta fradicia dappertutto.
Alla consegna degli elaborati, gli allievi sfilarono davanti alla Commissione. Chiappone restò per tutto il tempo a capo chino. Poi si fece coraggio e chiese all’ultimo.
”Com’è andata ?”
“Alla grande”, fu gelato dal ragazzo. “Ce l’abbiamo fatta da soli”. E si allontanò senza salutare.

4. LA TERZA PROVA

“Come sapete, l’ordinanza Ministeriale raccomanda massima riservatezza riguardo alla stesura della terza prova”, esordì il Buono, guardandosi intorno con circospezione. Lo avevano nominato vicepresidente, visto che Lavezzari non la smetteva con gli origami. E lui, come primo atto, li aveva convocati alle due di mattino del giorno fatale.
Siccome Pascutti era un fanatico del bilancio, il contratto con l’Enel prevedeva – da mezzanotte alle cinque durante l’anno, per l’intera giornata da Giugno ad Agosto – erogazione di corrente a basso voltaggio.
“Non so, quest’atmosfera mi fa un po’ effetto”, confidò Lucetto alla Jannaccone. Fuori latravano i cani e un vento d’africa gonfiava la zanzariera alla finestra.
“Ciò premesso”, disse il Buono, “procediamo alla compilazione della prova a quiz. Avete portato le domande?”
In quel momento ci fu uno sbalzo di corrente. La luce, intensa, lo investì in pieno. Solo allora videro il grembiulino che portava in vita. Era proprio buffo: nero, orlato in oro, con un grande occhio al centro di un triangolo. “Ma è una checca?”, domandò Lucetto a Chiappone.
“Sarà la nuova moda”.
“Allora è deciso”, proseguì il Buono, “le materie oggetto della verifica sono Greco, Inglese, Matematica e Filosofia. Datemi i quesiti”.
Subito, come moschettieri, Chiappone, la Jannaccone, il Brutto e il Cattivo, sguainarono dalla tasca i rispettivi fogli. Quelli del Brutto e il Cattivo erano criptati secondo il codice di Sua Maestà Britannica durante la guerra. Chiappone esibì un normale questionario, ma tanto, lui era carta conosciuta. All’ultimo compito in classe dell’anno l’avevano crocifisso alla lavagna.
Il Cattivo guardò il foglio ed esplose. “Ma cos’è, il totip?”
A fianco di ogni quesito c’era una terna di possibili risposte, rispettivamente contrassegnate con uno, due e ics. In fondo, spiccava in grassetto la colonna vincente. “Le risposte esatte”, disse Chiappone gonfiando il petto. “Le risposte esatte, eh?”, ghignò il Cattivo. “Dammi qua, allora”, e gli strappò il foglio di mano. Presone un altro, riscrisse tutte le domande, ma in ordine diverso. “Ecco, questa è la parte che riguarda il Professor Bertoglio”, e lo consegnò al Buono.
“Signor Presidente, io protesto”, fece Chiappone. “Perché, cosa ha fatto di male?”, eccepì Lavezzari. Aveva da poco ultimato l’ennesimo origami: un’esile indonesiana intrecciata a un superbo guerriero assiro. “Ho solo cambiato l’ordine delle domande, qualcosa da ridire?”, rise maligno il Cattivo. “No, ma sai com’è…”, sbiancò Chiappone. “Ecco le mie domande”, gorgheggiò in quel moneto Il Brutto, “calcolo combinatorio: tutte le probabilità di fare tredici al totocalcio”.
Bertoglio era sul ciglio dell’abisso: “Un miliardo e settecento milioni, se non sbaglio?”
“Più un centinaio di migliaia e rotti. Ma adesso non esageriamo”.
“I pinoli?”, ripetè Chiappone e attaccò a recitare: “Quando la mamma mi preparava gli involtini, ci metteva sempre il pecorino, e poi l’uvetta e poi i pinoli e poi l’erbetta”. “E’ ammattito?”, chiese il Buono al Brutto. Chiappone era inebetito, o forse pensava al Comma 22 : “E poi i pinoli e poi l’erbetta, e voglio il pecorino, dentro l’involtino, e dammi l’uvetta e tu lasciala cantare, che si vuole maritare, maritare con la civetta, sul comò della gallina, che fa centomila…”
La Jannaccone iniziò a frignare. “E chi lo ferma adesso? Io c’ho paura dei pazzi”. Era di nuovo calato il voltaggio e, nella luce crepuscolare, il delirio di Chiappone assumeva tinte macbethiane. “Svegliamo il Presidente, presto”, disse Lucetto. E si avventarono su Lavezzari, il quale aveva approfittato per schiacciare un pisolino. A causa degli improvvisi scossoni, si destò e diede un urlo beluino. “Puttana, sgualdrina, adesso vi aggiusto io, te e lui!” “Ma no, ma no, Presidente, è solo un attacco isterico”, cercò di calmarlo Lucetto, la fronte imperlata di gocce. Lavezzari (o Caddìa, o Pantaleo, o vattelapesca chi diavolo fosse) mostrò di afferrare la portata degli eventi. Datosi un contegno, si avvicinò a Chiappone e ordinò : “Lazzaro, alzati e cammina!”, ma Chiappone niente, proseguiva con la filastrocca. “Lazzaro mi hai sentito, pezzo di lazzarone?”
“Lazzarone a chi?”, fece Chiappone, a queste parole. E dovettero intervenire gli altri per sedare l’accenno di rissa.
Adesso toccava alla Jannaccone. “Cosa ci ha preparato ?”, le domandò il Presidente, con un sorriso.
“Gnocchi, salsicce e capitone”, stava per uscirsene la donna. “Devono rispondere a domande di filosofia, matematica e storia. In inglese, è ovvio”.
“Tu lo sai l’inglese?”, chiese il Brutto al Cattivo.
“No, nemmeno una parola”.
Nessuno, eccetto la Jannaccone, era in grado di spiaccicare una frase in quella lingua boreale. Lavezzari (O Cuddìa, o Pantaleo, o vattelappesca chi fosse) lesse ad alta voce la prima domanda: “Vat is iour name?”.
Si rivolse alla Commissione: “Qualcuno sa l’inglese?”
Silenzio.
“Mica per altro, per la regolarità dell’esame”, si giustificò allora con la Jannaccone, che già mostrava le zanne. “Sì, regolare come il festival di Sanremo”, pensò subito a male il Cattivo, che colse l’attimo per presentare il suo foglietto.
Le prime due domande riguardavano la vita e le opere del Pomponazzi, la terza un breve sunto sugli aspetti salienti della sua filosofia, la quarta chiedeva che l’allievo illustrasse l’influsso del suo pensiero sulle speculazioni di Cartesio, Kant, Hegel e De Crescenzo. La quinta, infine, invitava a riflettere sui progressi della specie umana grazie alla spinta propulsiva del signor Pomponazzi.
“Un bel lavoro”, disse soddisfatto Lavezzari quando ebbe il quadro completo della situazione. “E io? Niente?”, protestò flebilmente il Buono, “me lo dite che sono venuto a fare?”. “Leggiti la Bibbia”, lo liquidò Chiappone. Che teneva certi pensieri!
Contrariamente alle previsioni, la prova si svolse senza grossi intoppi. Ci fu soltanto un momento di imbarazzo quando fu necessario legare Chiappone con le mani dietro la schiena. Al solito era stato il Cattivo a rompere le mele, sorprendendo Bertoglio che faceva le boccacce. “Professore, professore”, l’aveva redarguito bonario il Buono, dopo un poco. “Non c’è bisogno che lei suggerisca. Vede ? non alzano nemmeno la testa, tanto sono impegnati a rispondere ai suoi quesiti”. “E qui sta il problema”, dovette pensare Chiappone, ma non disse. Optò di nuovo per la tecnica del giorno prima ed emise un rutto imperiale. “Oggi tocca allo stomaco?”, ironizzò il Cattivo. “Guardi, è inutile, i cessi sono fuori uso”, aggiunse il Brutto, “ma che fa con quelle dita?” Chiappone faceva strani gesti con le dita. “Cinesin, cinesin”, finse quando lo beccarono in fallo. “Stia a posto con le mani!”, si spazientì il Cattivo e gli serrò i polsi con le manette. Nel frattempo i ragazzi andavano intuendo che qualcosa non quadrava, un po’ tutti cominciarono a sospettare. Col piffero avrebbero fatto tredici al totocalcio, come da lui promesso al terzo giorno di passione alla lavagna.
Alla vista di Chiappone legato alla sedia e ammanettato, lo sconcerto prese un po’ tutti, specie quando Baffi, il migliore nei calcoli, fece trapelare che il risultato del compito di matematica era qualche miliardo di probabilità e spiccioli. La cosa non poteva passare senza vendetta. Già con Senofonte avevano fatto i vermi, ma adesso era davvero troppo. “Scusi, Presidente”, si alzò in piedi il solito Langhi, “visto che siamo particolarmente preparati in matematica, potremmo calcolare, oltre alle probabilità di vittoria al totocalcio, anche le relative vincite in base alle quote dell’allibratore?”
“Veramente, io adesso non so, forse il collega”, tentennò il Buono, visto che a Lavezzari nemmeno la bomba acca lo sottraeva a quel fottuto origami.
“Dovete rispondere solo alla mia domanda, intesi?”, intervenne subito il Brutto. L’uscita del ragazzo gli risultava sospetta e, quale ne fosse lo scopo, sentiva la solita puzza di gabinetto.
“Via, professore”, riprese con sulfureo candore Langhi, “sarebbe interessante inserire la quota di Bastardone vincente, renderebbe più realistica la prova. Oppure, che so, sapere a quanto è dato Fuoritaspetto …”
“O Iscariota”, intervenne un secondo allievo.
“O Tantotiacchiappo”.
“Buffon”, “Maramaldo”, “Bruto”, via via tutti gli altri.
“Oh! insomma, la si finisca”, troncò quella disgustosa litania il Cattivo. “Altrimenti chiamo i carabinieri”.
“Anche noi”, si udì dal fondo, prima che Chiappone si abbattesse al suolo con la sedia e il casco.
Per il resto, filò tutto liscio. Oddìo, a cercare la pagliuzza, al termine della prova il Presidente ebbe un altro dei suoi attacchi. Una piiizza! Ancora a inveire contro la puttana e poi a minacciare che dopo l’esame si sarebbe rivolto alla Giustizia, con tanto di prove scritte e filmati. Ormai nessuno gli dava più retta. “E smettila!”, arrivò a permettersi il Brutto. “Come se non lo sapesse in che stato siamo”, gli fece eco il Buono. Il culmine fu raggiunto all’atto della solita sigillatura. Lavezzari si accanì di nuovo con la toppa. “Sìììì, la chiave! La chiave che serra tutto!”. “Presidente, dai! Manco fosse la cintura di castità”, fu la volta di Chiappone. Per incanto, Lavezzari smise di ansimare. Lo sguardo riacquistò in limpidezza, un sorriso angelico gli addolcì i lineamenti, gli adagiò una mano sulla spalla. “Lei è un grand’uomo, Bertoglio, un grande”. Quindi augurò buona domenica a tutti e si allontanò, fischiettando. “Ma che gli avrò detto di così importante?”, si domandava intanto Chiappone.
“C’è la tresca, è chiaro!”, esultò il Cattivo.
“Se nemmeno lo conosco!”
“Lunedì, appureremo Lunedì”.

5. LA CORREZIONE

Il lunedì mattina impiegarono un’ora per staccare gli adesivi. E un’altra andò persa per aprire le buste con gli elaborati, cucite a filo doppio dalla Jannaccone.
Al Presidente brillavano gli occhi.
“Miei diletti. Vi ricordo che il nuovo esame di maturità prevede una scala di voti che va da uno a quindici”.
“Sembra di buon umore oggi”, sussurrò Lucetto a Chiappone, che si fregò i pollici. “Una potenza, sono una potenza”.
“Iniziamo dal tema?”, lo fulminò il Cattivo. Le sue pupille luccicavano come quelle di un tagliatore di teste, un misto di ferocia e fanatismo. Chiappone e Lucetto non lo ressero quello sguardo, e iniziarono a contorcersi. “Dies Irae!!”, “La diarrea, quella autentica”. Il Brutto e il Cattivo avevano dato inizio alla lettura.
“Come pensavo! nessuno ha svolto il tema su Corazzini”, concluse poco dopo il Brutto. La dea kalì era ormai padrona dei suoi istinti, un filo tagliente gli luccicava tra le mani. Scosse la testa e attorcigliò la corda sul palmo: “Grave, grave”.
“Ma tu non eri soltanto Brutto?”, piagnucolò Lucetto, per la strizza.
L’altro scattò come un demonio: “Come???”.
“Niente, niente”, si intromise Chiappone.che gli sussurrò all’orecchio. “Sta calmo, il Presidente è dei nostri”. “Dici?” “Una potenza, sono una…ma,… l’hai fatto il bidè stamattina?”
“Presidente”, intervenne il Cattivo, “dobbiamo prendere una decisione”
“A cosa ti riferisci, mio buon amico?”
“Come, a cosa? Ma li ha visti i compiti? Non ce n’è uno su Corazzini. A quanto pare sono tutti interessati alla pecora Dolly”
“Non ci vedo nulla di strano. La clonazione impone riflessioni di carattere etico, sociale, perché no, anche sessuale…”
“Appunto! a costoro interessa la clonazione di Martina Colombari. Qualcuno è arrivato a scrivere che ne vorrebbe due, nel caso la prima gli mettesse le corna. Non ho mai visto niente del genere, ma in che razza di Liceo siamo?”, e si voltò scandalizzato verso Lucetto. I cui occhi imploravano parce victis.
“Su su, non sottilizziamo, mio dolce compagno di intrapresa”, ribattè il Presidente, allargando le braccia come il Cristo sul Pan di Zucchero.
“Sottilizzare?”, trasecolò il Cattivo, più incazzato di Caifa e tre quarti di Sinedrio, “vuole prendermi in giro???”. Il tremito diventò parossistico, tanto che Lucetto e Chiappone temettero un assalto con lacci strangolatori. Poi, a sorpresa, il Cattivo riacquistò il controllo. Annuendo più volte, quasi un’intuizione malvagia gli squarciasse i pensieri, si lasciò andare sullo schienale. Il consueto ghigno accompagnò le sue parole. “Che fesso. Come non sapessi che c’è la tresca!”
“La che???”, scattò in piedi il Presidente. Nell’impeto si udì un tintinnio di speroni.
Il Cattivo non mosse ciglio. Con gesto involontario si accarezzò la fondina, cosa che indusse il Presidente ad aprire il fuoco. “Farabutto, io ti squarto!”. E dovettero accorrere, il bibliotecario, Sergio Leone, Jervis, venti bidelli e due squadre di pompieri per ricondurlo a uno stato decente.
Ripresi i lavori, il Presidente volle correggere i temi di persona. Il primo a cadere sotto la mitraglia fu Langhi Roberto, seguito da Biondi Fulgenzio, morto dopo breve agonia, e da Genny Portolano cui Lucetto, in lacrime, avrebbe almeno voluto assegnare una medaglia al valore. Lavezzari fu inflessibile, colpo di grazia a forma e contenuto e avanti con gli altri. A quel punto Lucetto gettò nella mischia la seconda linea ma il Presidente, fulmineo, ordinò al Cattivo di muovere la cavalleria, che in un lampo vendicò l’onta della Colombari. I fanti, investiti dall’orda, caddero senza un lamento, passandosi la bandiera di mano in mano, lottando fino all’ultima subordinata, in un vortice di vampe e fumo, tra urla, imprecazioni, fuoco di pire e delle Parche il canto. Alle cinque del pomeriggio Lucetto, disperato, ricorse alla vecchia guardia. Erano belli, rudi e mascolini, forti dello studio finanche del Folcacchieri. La prima linea del Brutto fu presto travolta, quindi toccò a quella di Lavezzari, cui bastò la minaccia di un esposto al Ministero per ritirarsi al riparo dei suoi origami. Rimaneva la teppaglia del Cattivo. Uomini assatanati, pendagli da forca, il cui unico motto era dopo tre righe ti fotto. La vecchia guardia avanzò decisa, sulle note del piffero e del tamburo, a colpi di biochimica, etica e teologia. Di fronte ai suoi argomenti gli sgherri del Cattivo ripiegarono in disordine, molti di essi fissarono sgomenti il Generale. Questi, esaminate le carte, mutò il fiato in affanno. Già i primi gettavano le armi, si davano prigioni quando, a sorpresa, dal fumo della mischia, sbucò il tema di Ficaroni, il pluriripetente protetto da Chiappone – perché il padre era direttore di banca e lui non riusciva a pagare le rate del Gilera, secondo molti. Ma lasciamo stare, immonda dietrologia. Ficaroni, che non sapeva niente di clonazione, aveva chiesto aita ai compagni, senza ottenerne alcuno. Verso lo scadere del tempo, qualcuno di essi si era mosso a compassione sussurrandogli alcune frasi a mezza bocca. E Ficaroni, senza riflettere, aveva scambiato pecore per vacche. Si era perciò buttato su Sapore di Mare dei Vanzina che, come è noto, tra i tanti miti degli anni sessanta ripropone anche quello della famosa mucca. Da lui ribattezzata vacca Carolina.
Terminata la lettura del tema il Cattivo diede un urlo selvaggio. La vecchia guardia attonita abbassò le insegne, all’ordine di resa rispose con il grido di Lucetto: “Da domani il Gilera te lo vai a cercare allo scasso”. Chiappone, cui era indirizzata la minaccia, alzò lentamente le mani e abbandonò il campo.
“Dove crede di andare?”, gli intimò il Presidente. “C’è da correggere la versione di Greco”.
“Può farlo il professor De Marchi. Ha la mia piena fiducia”, rispose stancamente. “Non aveva detto che li correggeva lei?”, ironizzò il Brutto, col solito ghignetto.
“Non c’è bisogno, la versione è andata bene”
“E come fa a saperlo?”
“Perché l’hanno fatta da soli”
In effetti le sorti della giornata rivolsero al meglio. Anche il Cattivo ammise che la traduzione non era così male: “Si vede che non c’è stato aiuto”.
“Passiamo alla terza prova”, proclamò allora il presidente.
“Che amore!”, gli fece la Jannaccone. Si riferiva all’ultima figurina da lui ritagliata. Una danzatrice del ventre a cavallo di un serpente boa.
“Modestamente”, arrossì Lavezzari. In fondo era soltanto un cucciolone, come aveva intuito l’astuta. Il suo test di Inglese diede esiti eccellenti, anche perché nessuno si azzardò a metterci naso, fatta eccezione per il Buono il quale, pur non conoscendo la lingua, intanto era stato ignorato da tutti, poi era un appassionato di rugby. Per darsi importanza obiettò che nel quiz non erano state inserite parole come drop, touche e goal. “Ma dove stiamo al bar dello Sport?”, ringhiò il Cattivo. Il Buono, un sensibile della madonna, scoppiò in singhiozzi e a nulla valse l’offerta di un lecca lecca, tre automobiline e quattro alabarde spaziali da parte della Jannaccone, che aveva due nipoti a Cortemaggiore.
Occorsero molte carezze prima che il Buono riacquistasse il contegno di un professionista dell’Istruzione. A quel punto Lavezzari estrasse dalla busta il pacco dei test di Chiappone.
“Sentiamo la colonna vincente”, ironizzò subito il Cattivo. “Tanto, al bar dello sport ci siamo già. Manca solo Aldo Biscardi ”. Chiappone lesse la schedina con voce cupa, dicendo anche igs per fargli dispetto. Come dalle più fosche previsioni, risultò che la media delle risposte esatte era fra sei e quattro. Su un totale di tredici quesiti proposti.
“Come mai questa debacle?”, domandò il Buono a Chiappone.
“Chiedilo alla statistica”.
“Mi vuoi?”, si fece avanti il Brutto. Che era incazzato come un animale per la faccenda degli allibratori. I simpatici delinquenti, infatti, avevano citato a memoria i totalizzatori di Agnano, San Siro e Tor di Valle.
Dopo quest’altra disfatta si passò all’ultimo test, il saggio su Pomponazzi. Il Cattivo si diede avidamente a compulsare. In un clima di attesa lesse e rilesse tutti gli elaborati. Il silenzio canicolare era rotto soltanto dallo sforbicio di Lavezzari. Quando fu sazio di lettura, sollevò lo sguardo e annunciò allibito:
“Sono tutti uguali, tutti! Nemmeno una virgola di differenza”
“E … cosa avrebbero scritto?”, azzardò Lucetto, tra i gridolini del presidente per via di un origami ben riuscito.
“Lo volete proprio sapere?”
Nessuna risposta.
“Sicuri sicuri ?”
Come sopra.
“Guardate che vi ho avvertiti”
Ripetuti sospiri di insofferenza.
“Va bene, visto che insistete, ve ne leggo uno. Tanto è come leggerli tutti”
Pietro Pomponazzi nacque a Viggiù, nella prima metà del quattrocento, o giù di lì. Celebre il suo trattato sui vigili del fuoco che scatenò le ire dell’Inquisizione. In esso il Pomponazzi sosteneva che esiste una doppia verità fra ragione e fede. Altro la Garzantina non riporta.
Quanto all’essenza della sua filosofia, possiamo affermare che solo la fede ci spinge a sperare che la madre degli imbecilli si ammali di scarlattina e la pianti di figliare come una coniglia. La ragione, invece, ammonisce che essa gode sempre di ottima salute, al punto di offrirsi come donatrice alla banca mondiale degli ovuli e degli spermatozoi.
Venendo all’influsso di Pomponazzi sui posteri, gli va dato atto che questi non gli resero giustizia. Invidiosi delle sue conquiste speculative fecero di tutto perché non si intuisse l’apporto determinante della sua dottrina. Un esempio su tutti: la Critica del Giudizio di Emanuele Kant. In essa il Sommo Pomponazzi non viene mai citato esplicitamente. Eppure Kant scrive quest’opera per conciliare i disordinati mondi della natura con la libertà morale. Per raggiungere l’obiettivo arriva a inventarsi il giudizio estetico. Esso nasce in noi, per dirla in breve e non sottrarre spazio alla trattazione sul Pomponazzi, quando, commossi e partecipi nella contemplazione di uno spettacolo o di un oggetto dell’arte o della natura, proviamo un piacere che non ha legami con la conoscenza empirica. Un tale piacere deriva dall’accordo che sorge tra quei fenomeni e le nostre più profonde aspirazioni. Ovviamente ciò vale anche per il brutto, non importa quale, purchè sublime. Un esempio per chiarire. Quando sette cialtroni si esibiscono davanti a un gruppo di … facciamo una trentina di spettatori, la fede spinge a sperare che il diavolo se li porti in fretta. La ragione, invece, afferma il contrario, dice che li devi sopportare fino al termine della sceneggiata. Questa è la doppia verità del Pomponazzi, cui il Kant aggiunge appena un tocco quando conclude che la composizione del contrasto consiste nel giudicarli soltanto una sublime accolita di frustrati. Vuoi mettere quando sei pervenuto a questo giudizio di sintesi? Tutto un altro esame.
“Io non vorrei sbagliare, ma ho l’impressione che questi vogliano alludere a qualcosa, qualcosa che al momento mi sfugge. Voi che dite?”, esordì Chiappone. Dopo la lettura c’erano stati attimi di imbarazzo, durante i quali il Cattivo si era rigirato ripetutamente il foglio tra le mani. Si era anche cavato un confetto di tasca, furtivamente portato alle labbra e ingoiato in fretta.
“Ma no, ma no”, parlò finalmente il Cattivo, “il testo è eccellente, e la risposta soddisfa i quesiti. Non vedete come l’aggancio tra Kant e il Pomonazzi è ben focalizzato?”, e si ficcò in bocca altre cinque o sei di quei bussolotti.
“Allora tu saresti soddisfatto?”, insinuò Chiappone, con un sorriso, ma con un sorriso così maligno, che nemmeno Satana in quaranta giorni nel Deserto.
“Si…, sono contento, va bene?”, ammise il Cattivo, con affanno da ricovero in terapia intensiva. “Anzi propongo di assegnare quindici a tutti”.
“Quindici ?”. “Si, a tutti”, chinò il capo. “E smettetela, per favore”, supplicò a Chiappone e Lucetto. I due, non contenti, avevano attaccato con lo scassaquindici. “Per i mie-i, per i miei cin-que, per i miei no-ve …”
Il Cattivo ruppe in lacrime di disperazione“Basta, basta”, sussurrò flebilemnte, premendosi le mani sulle orecchie. Ma non ci fu niente da fare. Dovette sorbirsi cinque partite, perché alla quarta Lucetto si era portato sul due a due.

EPILOGO

Raccontano al Liceo che la mattina degli orali il Buono piantò il casino. Non ci stava, nemmeno per tutto l’oro, a recitare il ruolo di comparsa. Dovevano smetterla con quel pregiudizio che la Storia dell’Arte è materia secondaria, dovevano capire, una volta per tutte, che lui era un uomo ed era stufo di essere preso a pesci in faccia. Anzi, se non lo avessero ascoltato, avrebbe invalidato l’esame, sicuro, invalidato, viste le conoscenze che aveva in Vaticano. Poiché erano già le dieci del mattino e i ragazzi incominciavano a tempestare la porta di sputi e calci, decisero di rendergli giustizia. La cosa si rivelò una trappola micidiale. Ogni colloquio ebbe inizio con domanda sul Toro Farnese. Passi per la plasticità, il rimando al bello assoluto e a Platone, il guaio fu che il Buono voleva sapere tutto, anche i particolari su corna e rognoni. Come ovvio, appena fu toccato l’argomento, il Presidente ebbe uno dei suoi strani attacchi. Troia puttana e sgualdrina fioccarono sulle teste di tutti. “E c’ha ragione”, fece a un certo punto Lucetto. “A furia di queste pedanterie la scuola va davvero a puttane”.
Come Dio volle, il Buono si convinse e attaccò a interrogare su Paolo Uccello. Qui fu il Brutto a impermalosirsi, per via di certe maligne allusioni cui era fatto oggetto da colleghi e ragazzi nel suo Liceo.
“Colleghi, vi prego, io sono una donna”, implorò a un certo punto la Jannaccone. Ma figurarsi, ormai era una guerra di tutti contro nessuno. Fortuna che la poverina fosse una con testa e denti a posto. Decise di prendere il toro per le corna e iniziò a interrogare in lingua. Tutti tacquero intristiti. La tipa mostrava di saperci fare e imbastì con i ragazzi i dialoghi originali di Amleto, Il Mercante di Venezia e Coriolano.
Al ventuno del mese i soldi erano già finiti. Le preoccupazioni economiche li spinsero a porre fine all’esame. Il consiglio di scrutinio fu breve, fin quando non si trattò di assegnare i voti. Dopo i primi tentativi realizzarono che la somma di tutte quelle valutazioni, in ventesimi il credito scolastico, in quindicesimi gli scritti e in trentacinquesimi gli orali non tornava per niente, che cioè venivano fuori voti come 104, -7 e 60,1. Il Presidente, in preda a uno dei suoi attacchi, propose allora di ricorrere alla tombola, soluzione che non dispiacque subito. Poi il senso del dovere ebbe il sopravvento, la cosa rischiava di penalizzare i più bravi. Un po’ tutti, a dire il vero, ce l’avevano con il Brutto, il quale, causa una cambiale in protesto, era caduto in uno stato di sopore. I conti allora li fece Chiappone, nessuno seppe mai se corretti o pensando al Gilera, e finalmente, ai primi di un torrido agosto, pervennero al quadro finale. Da cui si evinceva che erano tutti promossi, eccetto un tal Buccione, mai sentito nominare. Si resero necessarie accurate indagini, durate una settimana, al termine della quale saltò fuori che era l’unico privatista. “Non promosso con cinquantanove su cento!”, sentenziò il Presidente. “Tutti d’accordo?”
“Questo fa ricorso, è sicuro”, disse Chiappone. “Anch’io al posto suo farei lo stesso”, aggiunse la Jannaccone. “Potrei capire trentacinque, quaranta, che so, cinquanta. Ma cinquantanove no, è da str…”, si morse le labbra il Cattivo.
“Ma qual è il problema?”, intervenne il Buono. “Gli diamo un voto in più a uno degli scritti o all’orale e tutto si sistema”.
“Non si può”, riprese il Cattivo.
“E perché?”
“Perché abbiamo già verbalizzato tutto”
“Oddìo”, fece la Jannaccone, “se lo bocciamo con cinquantanove chiederà il risarcimento al TAR ”.
“Il TAAARRRRR, il tribunale!”, si ingrifò di nuovo il Presidente. Cui il caldo infernale faceva un po’ male.
Chiappone fu il più deciso nella ricerca di un accomodamento: “Sono disposto a tutto, purchè si risolava la faccenda”
“Lo sappiamo, lo sappiamo”, ribattè acido il Cattivo.
Non riuscivano a venirne a capo e già minimo tabellare di stipendio, sfratto per finita locazione e perdita dello sconto dell’un per cento su biglietto del luna park si agitavano nelle ombre della sera.
“Il bonus, il bonus di cinque punti”, si illuminò sul far della notte il Buono.
“Stupido”, lo schernì il Cattivo, “il regolamento dice che va dato solo ai bravi, purchè abbiano riportato almeno novanta su cento dopo tutte le prove”.
“Ah, già”
“Potremmo agire sul credito formativo”, disse allora, pensoso, Chiappone.
“Quello che si assegna a ogni alunno prima di venire ammesso all’esame?”
“Si, lo ricordate?”, disse ai due interni. “Allo scrutinio di fine anno lo abbiamo assegnato a seconda della media finale”
“Come, se non ricordo!”, fece ampi gesti il Brutto. “Tutti ammessi con diciotto e diciannove. Su venti punti che avevate a disposizione. Una vergogna”.
Chiappone non lo degnò nemmeno di uno sguardo. Proseguì:
“Nel credito si può inserire qualche punto anche in base alla frequenza di un corso, un’accademia, insomma qualsiasi cosa che attesti l’ansia del ragazzo di sapere e conoscere. Quanto c’ha di credito sto comesichiama?”, chiese a Lucetto.
“Due”. “Tanto non era dei vostri!”, scosse il capo il Cattivo.
“Avete guardato fra i documenti che ha presentato?”, proseguì Bertoglio, rivolto a De Marchi.
“Si”
“E che c’è?”
“Solo un corso di biliardo”.
“Occhei”, sospirò soddisfatto. “Anche quest’anno possiamo andare in vacanza tranquilli.”

[Continua…]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart