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LETTERATURA: “Le dame di cuori trafitti” di Ivan Arnaldi, Philobiblon edizioni 2001

24 Giugno 2008

di Francesco Improta

L’ultimo romanzo di Ivan Araldi Le dame di cuori trafitti, pubblicato da Philobiblon in una splendida veste tipografica, nasce, come sembra suggerire la stessa dedica, nel segno dello scherzo, in una dimensione prevalentemente ludica; inizialmente esso si presenta come un romanzo storico per la felice commistione di elementi, situazioni e personaggi reali con invenzioni di una fervida immaginazione e anche la finzione del ritrovamento di un manoscritto sembra ricondurci al più famoso prodotto nostrano di tale genere, ma procedendo nella lettura ci si ac ­corge dell’abilità dell’autore, dimostrata ampiamente in tutte le sue opere precedenti, di fondere e rivisitare, nel crogiuolo della sua fantasia, generi e tecniche differenti: dal romanzo itinerale al pamphlet politico, dal racconto libertino alla riflessione morale, dal romanzo-saggio alla poesia, alquanto licenziosa, che, in terzine dantesche, conclude il ro ­manzo.
Fin dall’inizio facciamo conoscenza con il narratore e probabilmente autore del manoscritto rinvenuto nella biblioteca di famiglia, il Cavaliere del Belino, nome che in Liguria ha una colorita valenza semantica e simbolica, e che sembra preludere alle avventure di cui egli stesso sarà protagonista e testimone nel corso della vicenda; a dire il vero il titolo onorifico gli è stato conferito, insieme con l’investitura di alcune terre, che da Castellaro digradano dolcemente verso il mare, dal Marchese Spinola per i meriti da lui conseguiti, in qualità di biblio ­tecario, al servizio della nobile famiglia genovese del portico di San Luca. Partito per raccogliere documenti e testimonianze su Ambrogio Spinola che, al soldo di Filippo II, aveva sedato i focolai di rivolta nelle Fiandre, durante il viaggio incontra il Cavaliere Rosso, custode degli ideali della cavalleria e convinto assertore e difensore del fin’amore; costui è mosso dal desiderio, meglio ancora dal sacro furore, di sfidare e, possibilmente, uccidere Don Giovanni Tenorio, reo di prendersi gio ­co delle più belle nobildonne europee, da lui puntualmente sedotte ed ingannate. I due decidono di proseguire il viaggio insieme; si compone così una di quelle coppie di compagni di avventure che è alla base di molti romanzi e non solo di quel periodo, penso a Morgante e Margutte, a Patagruello e Panurgo, a Don Chisciotte e Sancio Panza, e, prima ancora, a Encolpio e Ascilto. Ambientato nel Seicento, il romanzo di Arnaldi ne ripercorre eventi, tematiche ed atmosfere: innanzitutto si nota l’intento di rievocare l’etica aristocratica del mondo cavalleresco, le cerimonie e i rituali, le virtù e i vizi della corte e, al contempo, l’ambizione di costruire una stupefacente macchina letteraria sulle intrigate vicende dei due eroi, né manca il tema dell’enquíªte, protratta nello spazio e nel tempo, attraverso innumerevoli viaggi e avventure che, tuttavia, in questo caso non conducono al ritrovamento dell’oggetto del proprio desiderio. Né miglior sorte ha la vicenda simbolica, che da sempre è connessa ai romanzi d’avventura, ossia la ricerca dell’essenza umana dell’eroe, la sua formazione, attraverso i pericoli, gli allettamenti e le illusioni della vita, affrontati e vinti con l’esercizio delle virtù cortesi e cavalleresche che qui sono assenti, derise o capovolte come nei poemi parodistici o eroicomici. Se la fatica dell’eroe abortisce mise ­ramente, è premiata, nel migliore dei modi, quella dello scrittore, che racconta con i moduli retorici, le pause ragionative, le digressioni dello storico e la curiosità del viaggiatore, l’intrigata vicenda avventurosa dei suoi personaggi e, al contempo, il complesso e articolato quadro storico del cosiddetto secolo d’oro; un secolo, il diciassettesimo dell’era cri ­stiana, lacerato da violente contraddizioni, in cui splendori e miserie si confondono continuamente e non si sa se ammirare lo sfarzo di uno stato potente, quello spagnolo, o deplorare i vizi di una società marcia e delinquenziale, come chiaramente sostiene Arnaldi che si scaglia contro l’oro, sporco di sangue, che affluiva dalle Americhe nelle casse dello Stato e contro l’etica dominante, basata sulla rapina e sulla violenza. Un secolo in cui i poveri, che si moltiplicavano come funghi, venivano considerati motivo di prestigio e la stessa carità cristiana si esercitava o meglio veniva ostentata nella costruzione di ricoveri ed alberghi dei poveri elevati al rango di edifici monumentali. Contraddizioni queste che erano già state rilevate e stigmatizzate nelle loro opere da Cer ­vantes, Aleman e Quevedo che, parlando del Seicento, lo avevano definito il secolo di ferro e non d’oro. Ma torniamo al viaggio che con ­sente al narratore non solo di percorrere spazi, di gustare paesaggi ma anche – come si legge testualmente – “di recitare sogni quasi fossero vita e di annusare atmosfere evanescenti che san di femmina tra vapori di vino rosso“. E qui sono volutamente enunciati i tre motivi fon ­damentali del romanzo: il vino, la teatralità e l’erotismo. Il vino, cui rimanda la stessa casata degli Spinola di Genova, il cui nome deri ­verebbe dalla generosità con la quale facevano spinolare il vino dalle botti per onorare i forestieri, è, oggi come allora, un ingrediente indispensabile nella vita di un uomo e specie di un viaggiatore; il vino serve a ristorare, a togliere di dosso la polvere e la sete, a riscaldare nella stagione fredda, a rinfrescare in quella calda, a infondere coraggio prima delle schermaglie amorose e, quindi, a convincersi della propria virilità anche se un eccesso di vino finisce con il conciliare il sonno più che i convegni d’amore, come succede al nostro sprovveduto “eroe” in Borgogna, terra di grandi tradizioni enologiche, paradiso di Bacco e dei suoi seguaci, dove, nonostante una bella e spregiudicata burgunda si prodigasse in carezze esperte e lascive, il cavaliere del Belino, a di ­spetto del nome e del titolo, mette a nudo una “virilità annebbiata, affogata, sprofondata, morta e defunta nel vino“.
Per quanto riguarda la teatralità vale la pena ricordare che nella società dell’antico regime, e nel Seicento in particolare, la teatralità ricopriva un ruolo fondamentale, mondo naturale e mondo sociale erano visti come uno spettacolo, di cui gli uomini erano attori e spettatori nello stesso tempo. Chi vive sostiene una parte che può mutare incessan ­temente o diventare costante e immutabile; tutto ci viene incontro at ­traverso la mediazione della scena, che svela e nasconde al contempo perché “tutte le cose vanno ammascherate” come, tra gli altri, sug ­gerisce G. B. Basile. Questa teatralità già presente nel Manierismo si accentua proprio nel Barocco, quando la scena si espande verso l’esterno, alla ricerca della sorpresa e dell’illusione, nel piacere della trasformazione continua, proiettata verso spazi infiniti. E poiché il teatro propone di per sé molteplici piani di finzione e di comunicazione, sia nel Manierismo che nel barocco è diffusissimo il motivo della mise en abime, del teatro nel teatro; l’azione teatrale si arricchisce di ulteriori azioni interne, ogni scena può nasconderne un’altra, ogni spet ­tacolo può contenerne sempre un altro: realtà e finzione si rispecchiano variamente e diventa sempre più difficile distinguerle e separarle. E se il mondo è teatro, la vita può essere interpretata come qualcosa che si dilegua e si cancella, come mera apparenza, sogno – mi riferisco al capolavoro di Calderon de la Barca. La mise en abime nel romanzo di Arnaldi si rileva più volte si pensi alla notte agitata, trascorsa dal bibliotecario/cavaliere nel castello di Couche sulla Saonna, dove il fantasma di Margherita, duchessa surriscaldata dall’amore, si sovrap ­pone e si confonde con quello della burgunda licenziosa e disponibile, oppure al testo che il cavaliere Rosso gli porge e che mette in scena la vita di corte e la storia di Ginevra e Lancillotto, con il famoso “asag” che, secondo il codice dell’amore cortese, è un rituale pieno di figure eccitanti e di passaggi scabrosi.
E siamo giunti così al terzo motivo, l’erotismo che, a ben guardare, è il tema fondamentale del romanzo. Dalle leggende celtiche alla storia moderna (specialmente quella spagnola e francese), passando per le corti signorili del Medio Evo, è tutto un pullulare di fate, madonne, dame galanti o preziose e dame di cuori trafitti, pronte a celebrare, con la devozione delle sacerdotesse di Venere, tutti i riti e le schermaglie d’amore. Chi per passione, chi per interesse, chi per gratitudine o per ammirazione sono tutte disposte a concedere le loro grazie e i loro favori, mostrando in più di un’occasione, anche quando coltivano pen ­sieri immondi e desideri inconfessabili, una certa propensione o meglio una vera e propria vocazione per il gioco sottile della seduzione, si preoccupano di farsi sedurre, “provocano il seduttore per subire l’affronto e avere così la coscienza pulita delle sedotte“. Lo stesso ignaro e inesperto bibliotecario, dopo una sosta al castello di Malicorne, dove riesce a frugare tra le crinoline e le sete più nascoste di Madame Doralice, comincia a perdersi nelle trame dell’amore e, dimenticata l’aria malsana delle biblioteche, decide d’intraprendere un viaggio nei labirinti dell’amore. Un amore che nel Seicento impazza dappertutto nelle strade e nelle taverne, nelle case aristocratiche e nei tuguri, nelle regge e nei conventi perché si vive nel bel mezzo di una rivoluzione sessuale, “al tradizionale primato aristocratico del sangue è subentrato il più prosaico valore dello sperma“, come dice testualmente Pierre Brantome in Le dame galanti. E tutto ciò a causa della corruzione e del degrado morale vigenti in quel periodo ed esecrati da Don Chisciotte, né ciò deve meravigliarci perché nei periodi di crisi profonda, quando vengono meno valori e certezze, l’uomo si abbarbica, per sentirsi vivo, alle pulsioni fondamentali Eros e Thanatos che, presenti da sempre – come risulta anche dal Cantico dei Cantici -, sono particolarmente sentite nel Seicento, quando il senso del macabro è percorso da un torbido erotismo e l’amore non può sottrarsi alla perversa fascinazione della morte. L’erotismo nella civiltà barocca non è esente da venature sadiche e masochistiche, riconducibili probabilmente all’educazione cattolica dominante, decisamente repressiva; la congiunzione sessuale, del resto, ha sempre un che di guerriero, l’amore, accanto al piacere o meglio commisto con esso, comporta in ogni caso una quota piuttosto elevata di sofferenza. L’anima in barocco, di là dalle sue manifestazioni più acclarate e appariscenti, nasconde queste complicazioni e queste distorsioni.
Il romanzo si conclude con un canto in terzine dantesche, inneggiante al sesso e alla lussuria, composto dalla Sulamita, un’epigona del Cavaliere del Belino e con un florilegio di espressioni, sempre di matrice fem ­minile o femminista, in onore di “quello stendardo” di cui si parla nel Cantico dei Cantici, insegna ammaliante del potere virile.
Romanzo in conclusione gradevole e intrigante che coniuga sapien ­temente l’amore per l’intreccio con l’interesse per le ricostruzioni e le rivisitazioni storiche, denso di reminiscenze e citazioni letterarie (i poe ­mi cavallereschi, la poesia provenzale, Andrea Cappellano, le tre corone Dante, Petrarca, Boccaccio, Boiardo, Rabelais, Ariosto, Cervantes, la letteratura picaresca, Shakespeare e altri ancora). Sembra che Arnaldi percorra alcuni autori o momenti della grande letteratura europea del passato con la stessa disinvoltura e padronanza con cui il Cavaliere del Belino e il Cavaliere Rosso attraversano l’Europa in cerca di Don Giovanni, figura emblematica e riassuntiva del romanzo in quanto “esalta il fascino femminile della seduzione e la potenza virile del seduttore” e il tutto sorretto da una scrittura corposa e accattivante che tiene desta l’attenzione del lettore e che, senza essere particolarmente ricercata, risulta efficace e pregnante e finisce, in sintonia con l’epoca descritta, con lo scolpire personaggi, situazioni e costumi.

 


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