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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #4

25 Giugno 2008

di Carlo Capone

VISITA DI ISTRUZIONE

Il Lombardo e il Piemonte si mossero all’alba di un mattino di marzo. “Pericolo, esplosivi!”, ammoniva il cartello sul retro del secondo. Avanzarono furtivi, l’uno addossato all’altro, fin quando una sirena squarciò la coltre di pioggia e nebbia.

Lucetto, che si era appisolato, ebbe un sussulto e si guardò intorno come un babbeo. “E adesso sbrigatela tu che sei il capo”, gli mollò una gomitata il collega Bernabò.
Durante la settimana si erano insultati come carrettieri su chi dovesse ricoprire il ruolo di capocomitiva. Bernabò vantando una maggiore anzianità di servizio, Lucetto sostenendo che non era adatto per quel ruolo.
“Mi volete spiegare il motivo? Almeno adesso, prima della partenza?”, aveva insistito Bernabò, sotto il diluvio. L’acqua gli inzuppava il faccione di orso gentile, le gambe reggevano a stento il tronco da boscaiolo.
I due colleghi avevano guardato altrove, senza replicare. Poi Lucetto aveva posto fine alla diatriba con un’affettuosa pacca sulla spalla “Dai, andiamo, che è meglio”.
Prima del casello autostradale la pantera della Finanza si frappose tra i due torpedoni. Una paletta si sporse dal finestrino.
“Sarà per lo scherzo del cartello”, sospirò Lucetto all’autista. “Accosta che scendo e spiego tutto”.
Uscito all’aperto, fece ampi gesti ai finanzieri “Scusateci, avete ragione. Provvediamo subito”. E si avviò al Lombardo, fermo più avanti.
Aveva già staccato l’adesivo quando il lamento di un cane ruppe il silenzio della bruma. “Non ditemi che qualcuno si è portato il cane, e no, per favore!”, sacramentò. Fatto dietrofront scorse un pastore tedesco che usciva dalla vettura.
La Jannaccone intanto si era affacciata dal finestrino del pullman. “De Marchi, hai spiegato che si tratta di uno scherzo dei ragazzi?”
“Certo che gliel’ho detto. Tutto a posto, tranquilla”.
Al riparo dei vetri visi accigliati seguivano le mosse dei finanzieri. Anche Lucetto fece lo stesso, dapprima senza capire, poi cominciando a intuire. “Ma che fa con quella bestia?”
Un finanziere stava salendo sul Piemonte in compagnia del cane. “Signori!”, protestò allora all’indirizzo di entrambi e schizzò verso il torpedone.
“Agente, brigadiere, maresciallo! Posso essere utile?”, continuò quando vi fu sopra.
Il milite non gli degnò risposta. “Vai Brutus, vai”, stava sussurrando all’orecchio del cane che, liberato dal guinzaglio prese ad annusare dappertutto.
“Ahuuuu!”, fece a un tratto, sporgendo con il muso dall’ultima fila di poltrone, dopo aver rovistato fra le gambe della Merlini.
“Tranquilla, Angelica, stai calma”, gridò Lucetto alla giovane allieva, nota per compostezza e irreprensibili costumi, additata da Lucetto per doti di sobrietà ed equilibrio.
“Auuuuuh!”, latrò ancora Brutus, ripuntando il naso nel grembo della fanciulla. “Auuuuuh!”, fece per la terza volta e le azzannò la tasca del giubbino. “Professor De Marchi, la prego ci aiuti”, iniziò a gemere la ragazza. Con espressione così dolce e indifesa che Lucetto, inconsciamente di lei perduto, spiccò un balzo da canguro e in un amen fu sul cane. Fra urla, morsi e dita negli occhi, uomo e bestia rotolarono avvinghiati lungo il corridoio. Lucetto stava già per rimetterci un orecchio e tre quarti di testicolo sinistro quando il milite chiamò a sé la belva e pose fine all’inutile carneficina. “Io non le consento, ha capito?, io non le permetto nel modo più assoluto di comportarsi in questo modo”, ansimò dal pavimento il paladino. “Auuuuh!”, latrò ancora Brutus, nell’atto di avventarsi. “Dai Tartaglione, lascia perdere. Tanto lo sappiamo, no?”, ammiccò un altro finanziere.
“Ma che dice? che sapete? Ce lo spiega?”. Il milite portò la mano alla visiera e si limitò a dire: “Auguri e buon viaggio”. Senza aggiungere altro abbandonò il torpedone seguito dal cane.
Il capocomitiva, nel frattempo, era stato colto da lieve malore. Rinvenne quando il convoglio si fu rimesso in moto.
“Caro, caro De Marchi. Ti fa ancora male?”
La voce di Bernabò era quella di una mamma, le carezze di una tailandese in carriera. Nel delirio Lucetto credette di essere a letto con la moglie: “E dai, Mary, non fare la porcona”. Poi schiuse le palpebre, si guardò intorno e realizzò, nell’ordine: che era sul torpedone in gita scolastica, un cane l’aveva morso al coglione sinistro e Bernabò gli stava facendo i massaggini.
“Si, si, grazie. Grazie davvero, Bernabò. Ma adesso basta, eh?”
Il collega si ritenne punto sull’essere. “Mamma mia, De Marchi. Che carattere!”. E andò a sedersi in fondo, tra i maschi di terza.
Durante la traversata d’Europa il Piemonte e il Lombardo si persero spesso di vista. I due conducenti erano tifosi l’uno dell’Inter l’altro della Juve, che da poco aveva rubato l’ennesimo scudetto. I primi dissensi sulla rotta per l’Inghilterra erano nati dalle parti di Milano. L’autista del Piemonte affermava che bisognava dirigersi a ovest, attraverso la Francia, mentre l’interista insisteva per la Germania, via Monaco di Baviera. Un sinistro mugolio dei gitanti aveva posto fine alla diatriba. “Sbrighiamoci e facciamo il tocco”, aveva infine acconsentito l’interista, via baracchino. “Coi segnali di fumo?”, aveva ribattuto l’altro. “Ah, già è vero”. Alla fine si erano accordati sulla sfida a chi la manda più lontano, con Bernabò giudice di linea. “Vince lui”, aveva proclamato dopo la misurazione, rivolto all’interista. Ed era corso ad alzargli colui che, dopo una gara, in genere è il braccio destro.
Giunsero a Calais dopo venti ore di viaggio e numerose soste per controllo documenti. Lucetto era disgustato da tutte quelle perquisizioni, particolarmente fitte quando furono dalle parti di Amsterdam. “Ma per chi ci hanno presi, per terroristi?”, aveva confidato alla Jannaccone dopo l’ennesima zuffa, questa volta con un superbo danese. La donna aveva chinato il capo con mestizia: “Saranno le nuove norme comunitarie”.
Prima che l’Eurostar si mettesse in moto, ricevettero la visita della Gendarmeria francese.
“Prepariamoci”, sospirò Lucetto. Ma quelli, invece di salire, presero a sigillare le porte del torpedone.
“Aaaah! lo fanno per ragioni di sicurezza!”
“Pensi sempre a male tu, De Marchi”, insorse Bernabò.
“Si, ma stai fermo con quelle mani”.
“Eeeeh, che maniere!!! Dopo tutto quello che ho fatto per rianimarti”.
L’altro preferì glissare“ . La senti la puzza?”.
“No”, fece Bernabò, che soffriva di sinusite. Colpa di tante serate sulla Paullese. “Nelle veglie ai raduni degli alpini”, a detta sua.
“Eppure io la sento”, insistè Lucetto. Dopo l’irruzione della finanza i ragazzi fumavano come turchi chi Winston, chi Marlboro, chi Emmeesse. “Non so, è diversa da quella delle normali sigarette”, storse le labbra Lucetto.
“Viene da fuori, prof”, lo rassicurò Angelica.
“E’ vero, dolce. Sarà anche colpa della fame. A proposito dove ha prenotato l’albergo Gustazzoni?”
“A Soho”, rispose la Jannaccone.
“Sbaglio o è un quartiere un po’ così?”
“Gnurant!”, lo bacchettò la donna, che aveva conseguito l’abilitazione a Varigotti. “E’ il quartiere più ‘in’ di Londra. Quello a cui ti riferisci è Chelsea”.
Il Piemonte e il Lombardo intanto sfrecciavano sulla M1, l’autostrada che porta diritti a Victoria Station.
Giunti a destinazione tossivano tutti come bruti. “Io questa puzza non la capisco”, continuava a ripetere Lucetto. “E piantala, sei monotono”, gli fece Bernabò nella hall di Pippo’s, l’albergo prenotato dalla scuola. Il portiere, che aveva fatto il marine alla NATO di Pozzuoli, nutriva una serie di pregiudizi sugli italiani. “Faccia al muro, pezzi di merda”, ordinò in italo partenopeo nel chiedere i documenti. “Come siete noiosi!”, sbuffò Lucetto. “Anche questo fa parte delle norme comunitarie ?”, chiese a Bernabò quando diedero le chiappe all’uomo. “Sìììììì!”, rispose il collega, con la lingua da fuori. “Mi lasci mascalzone!”, si difese invece la Jannaccone. “Sta’ fetente e zoccola!”, la zittì Grawosky, tale era il suo nome che spiccava dentro il tatuaggio sul polso. Tra sbuffi, imprecazioni e un isolato sospiro di piacere, la perquisizione ebbe fine. Tornato al bureau Grawosky si rivolse alla dolce Angelica: “Famm’appiccià”.
Lucetto scattò come un prode Orlando: “Tu quella non la tocchi, capito? Angelica stai tranquilla, ci sono io”. Si era portato a tu per tu con Grawosky. “Dai prof, in fondo è un tipo”, se ne uscì la pulzella, facendo scorrere la lingua tra le labbra. “Strunz!”, gli alitò in viso Grawosky. E ghermì il pacchetto tesogli dalla ragazza.
“A letto, a letto, lupacchioni!”, allentò la tensione Bernabò, tutto eccitato. E finalmente la comitiva si avviò alle scale.
Lucetto si accertò che ciascuna camera fosse occupata da studenti dello stesso sesso. “E smettila, smettetela con questo viziaccio! Fumi pure senza filtro”. Si riferiva a Giussani che si ostinava a fumare anche a quell’ora. “Ti controllo!”, abbaiò sulla soglia della matrimoniale che gli era stata assegnata.
“E’ anche pericoloso, oltretutto. Con tutta la moquette che c’è per terra”. Era talmente preso dai suoi compiti da non essersi accorto del compagno di stanza.
“Lucio!”, sospirò languido Bernabò alle sue spalle. E Lucetto prese a squadrare la vasca da bagno.

***

La mattina seguente nevicava a piccoli fiocchi. Gli autisti erano due pupazzi di neve, avendo litigato lì fuori per l’intera notte. Come custode dell’incolumità collettiva Lucetto pretese che montassero le catene.
“Ma lei è pazzo!?” eccepì lo iuventino. “Ha pensato al danno ai semiassi?”
“Perché, quello che ci avete arrecato voi l’anno scorso?”, scattò subito l’interista. “Bauscia!”, lo insultò l’autista del Piemonte. “Gobbo fottuto”, si avventò l’altro. Dovette intervenire la forza pubblica per separarli. Già che c’erano, i poliziotti fecero un controllo di documenti. E sarebbero sopraggiunti anche dei cani se un inceppo della Jannaccone sulla lingua non avesse risolto tutto. “Da dove venite?”, chiese il poliziotto. “In Italia”. E quelli capirono che erano sulla strada del ritorno. Se la sbrigassero i francesi.
La fila per entrare al British Museum era lunga due ore.
“Per favore, siamo gente civile, non sgarriamo con le precedenze”, si raccomandò Lucetto. Nel voltarsi sentì di nuovo quello strano odore e scosse ripetutamente la testa: “Inutile, non la smetteranno mai con quel viziaccio”.
“La senti la puzza?”, incalzò la Jannaccone. Anche Lucetto restò leggermente perplesso. “Sarà pure un’impressione, ma a volte sospetto che ci prendano un po’ in giro”. Più indietro Bernabò faceva i dispettucci a due minatori gallesi. E Angelica, nascosta dai compagni, si intratteneva lingua in bocca con Grawosky.
“Poveri cari” stava intanto pensando Lucetto. “Due ore fermi sotto la neve. Ma per le mummie egiziane questo e altro”.
Quando furono alla biglietteria, convocò Faggio e Ugatti. I due, durante la gita a Reggio Calabria, si erano distinti per tentata evirazione del Bronzo A di Riace. “Mi raccomando!”, li incenerì con gli occhi. “Ci siamo capiti. Vero?”
Al controllo ci fu una spiacevole incomprensione. Lucetto aveva pagato per ventidue ridotti e tre adulti. Ma i severi guardiani di Sua Maestà eccepirono che i biglietti degli adulti erano due. “Tre, siamo tre !”, protestò, in inglese.
“Sì, ma avete pagato per due”, ironizzò l’altro. “Italiani, per caso?”
“Senta, non cominciamo, per favore”. Più in là Faggio e Ugatti trafficavano col sarcofago del faraone. “Io non voglio perdere il mio buon umore, io voglio comportarmi da persona civile”, proseguiva intanto Lucetto. “Posso pertanto garantirle che nel pagare il biglietto ho anche fatto tre con la mano”, e si aiutò col pollice, l’indice e il medio aperti.
“Appunto, ha pagato per due. Lei è anche un ladro confesso”. Prima che si prendessero per i baveri intervenne la Jannaccone. Lucetto, indignato, si fece da parte: “Diglielo tu a sto’ cretino, altrimenti non so che succede”. Per prima cosa la donna mostrò un sorriso dei suoi. Buca con acqua. L’uomo non soffriva di complessi di castrazione. Allora ricorse alla lingua. Esposte bene in vista le tre dita, disse “Trois, trois”, in francese, idioma che maneggiava meglio, causa una parentela a Ventimiglia.
“Due, come si voleva dimostrare”, proclamò il guardiano. L’equivoco fu chiarito dal solito Langhi, il primo della classe.
“Guardi, professoressa, che qui il pollice non conta”.
Lucetto si sentì in dovere di difendere la categoria.
“Se lo succhiano a colazione?”
“Ma no, che ha capito. Usano l’indice per indicare l’uno, il medio per dire due, e così via. Il pollice lo usano dal cinque in poi”.
La visita alla sezione archeologica del British si rivelò eccitante. Ci fu soltanto un momento di panico quando suonò la sirena di emergenza. Dopo circa un’ora si venne a sapere che la mummia del faraone era stata oggetto di violenza carnale.
“Cose che capitano in un complesso così grande”, commentò Lucetto. Piuttosto, nella confusione generale, aveva perso di vista Bernabò e Angelica. Nessuno osò riferirgli, all’uscita, che Grawosky e i minatori avevano abusato di entrambi dietro una cariatide del tempio di Atena Nike.
“A Buckingam, per il cambio della guardia”, ordinò Lucetto quando risalirono sul torpedone. E subito scoppiò un aspro diverbio tra i due autisti, che sfociò in una sfida alla Gioventù Bruciata, appena la radio comunicò il risultato del cosiddetto derby di Italia. Ciechi di rabbia, aizzarono il Lombardo e il Piemonte l’un contro l’altro. L’intero Mall fu messo a soqquadro da quei due mastodonti che tiravano a speronarsi. Nell’impeto travolsero anche due gentiluomini in giacca e panciotto. “Sorry, extremely sorry, Sirs”, implorò Lucetto, schizzato dal Piemonte e chinatosi sui due corpi sull’asfalto. Già avvertiva abbaiare di cani quando uno dei due si riprese e, ansimando, gli indicò il gilè. “Che panza ragazzi”, non riuscì a trattenere osservandone il gonfiore. “Pure quest’altro è bello pieno”, esclamò la Jannaccone indicando il secondo. “Ma questo è una bomba!”, ritrasse la mano Bernabò, che non se ne perdeva una.
“Si, e tu uno sporcaccione, Bernabò”, allargò le braccia Lucetto. “Guarda, hai superato ogni limite, te lo devo proprio dire”.
“Ti dico che è una bomba!”
“Si, sì , Bernabò, capisco. In fondo non è colpa tua. Ecco i cani, e stavolta ci arrestano di sicuro”.
I cani, invece, non li degnarono di un fiuto. Come lupi sulla preda si avventarono sui due gentiluomini, annusandoli dappertutto. “No, no, qui ”, fece Lucetto, sconsolato, ai due funzionari in borghese che li guidavano. “Vi siete sbagliati, siamo noi da arrestare. Sapete, il torpedone ha avuto un guasto ai freni”.
“E meno male Sir!”. Era uno dei dei poliziotti, che non esitò a cingerlo in un abbraccio. Lucetto ebbe un moto di sconcerto. Pure questo come Bernabò?
La sera furono scortati in albergo da due reggimenti della Guardia reale. Ad attenderli all’ingresso di Pippo’s c’era Grawosky in tuba e coda. Poco più indietro, i due gallesi in smoking paglierino.
“Che bonazzi!”, fece Bernabò dal torpedone.
“Prof, ma è vero che abbiamo sventato un attentato dell’IRA?”, chiese un allievo. “Non so, io non so niente!”, scattò Lucetto, la cui unica preoccupazione era che le carte stessero a posto.
Quella sera Lucetto, Bernabò e Grawosky si ritrovarono al bar dell’albergo. Bernabò alzò soddisfatto il suo wiskey in alto “Ci vuole, dopo una giornata come questa,!”. E tre turiste francesi presero lucciole per fiaschi, ritenendo che ce l’avesse con loro.
“Neh, cumpà”, fece a un certo punto Grawosky a Lucetto, “ma tu l’e visto quant so’ bone chelli due?”
Lucetto non si era accorto che le francesi guardavano con insistenza. Ricambiò con un sorriso impacciato. “Due sì, sono veramente appetitose, la terza, a essere sinceri è…è…”
“Nu cess!”
“Non volevo dirlo, ma se lei… insiste per un parere… beh quella al centro è davvero un aborto”.
“A rammo a o’ ricchione!”, gli sussurrò in un orecchio Grawosky.
“Perché, ritiene proprio… che loro… con noi… magari… forse?”, avvampò Lucetto che, in via di principio, era un fedele. ‘Perché sei brutto!’, replicava secca la consorte quando lui glielo rinfacciava. Per rincarare “E te la faresti anche sotto. Nel caso in cui…”.
Poiché le tre continuavano a fissare con insistenza, Grawosky li prese entrambi per la collottola e li trascinò al tavolo delle francesi.
“Vi andrebbe il gioco della bottiglia?”
“Hiiiii”, sorrisero le tre sceme. E, senza aspettare che Grawosky finisse, li invitarono in camera loro. Qui, passandosi a turno una bottiglia di amaro Lucano, sedettero in cerchio sul pavimento, gli uomini da un lato, le donne di fronte.
“Conoscete le regole?”, chiese Grawosky, più allupato di un toro. “Si fa girare la bottiglia come fosse la roulette. La ragazza estratta sceglie l’uomo che le assegnerà la penitenza”.
“E… quale sarebbe la… penitenza, signor Grawosky?”, deglutì Lucetto che già sbavava per la deliziosa Hanriette.
“Un bacio, una carezza,… na’ maniata!”
“Scusi, non ho capito il significato dell’ultima parola”, chiese Bernabò, puntato con voracità da Jaqueline, bella tre volte Letitia Casta.
“Na mana miez’ e cosce, sce’!”, lo schernì il portiere, con un laido sghignazzo.
“Stupido, non capisci l’italiano?”, gli fece eco Lucetto, per darsi un tono. Soffriva già come un animale, alla vista di Hanriette che faceva piedino a Grawosky.
“E se esce l’uomo?”, azzardò Bernabò, speranzoso.
Mabelle, un brontosauro con triplo mento e proboscide, ruppe tutti gli indugi. “Allez, mes amis. Nous allons à jouer”.
Grawosky afferrò la bottiglia e le impresse un certo effetto. Il collo, dopo una strana rotazione, andò a fermarsi giusto tra le gambe di Harriette.
“Penitenza, penitenza”, applaudì Bernabò, come un piccino. Mentre Harriette indicava Grawosky.
“Non ha fatto neanche un giro, non vale”, protestò invece Lucetto, insospettito da certi sguardi di Mabelle.
“Strunz!”, si voltò l’inglese. “Te facesse schifo Jaqueline?”
“A me? Noooo! ma che dice, signor Grawosky”.
“E non chiamarmi signore, franfellicco”, rispose Grawosky. Prima di balzare su Harriette e prodursi in una serie di succhiotti da resuscitare Wellington e Napoleone.
“Allez, allez”, esultò Mabelle, tutta eccitata.
“Allez!”, si unì Jaqueline, sempre più determinata nella sua scelta.
“Dai Lucio, fai vedere la bottiglia”, ci si mise pure Bernabò.
L’unico che iniziava a temere per gli sviluppi era proprio Lucetto. “Qui, se non gira giusta, o Bernabò o la vaccona”.
“Allez!”, disse anche lui, tanto per fare. Nel momento in cui Jaqueline gli soffiò la bottiglia e, fattala girare nel solito modo, se la trovò fra le gambe. “Allez, allez!”. In un lampo Jaqueline si allungò in avanti e Lucetto ebbe l’impressione che fosse diretta verso di lui. Socchiuse gli occhi. Prima di avvertire un lieve strofinio di proboscide sotto il naso.

***

“Sai, Lucio, da ieri mi sento più completo”. La mattina dopo Bernabò era un altro.
Lucetto lo guardò di traverso. “Ma tu non eri…?”.
Mabelle aveva preteso il kamasutra a memoria, a ogni sbaglio un colpo di proboscide.
“Gioie, si va a Windsor Castle stamattina”. Bernabò s’era avviato verso i ragazzi, sbattendo le mani in segno di adunata. Lucetto lo seguì con lo sguardo, scuotendo la testa. Il pensiero di Harriette tra le braccia di Grawosky fece il resto. Dato un lungo sospiro, prese la decisione. “Qui ci vuole un Lucano”. E si avviò mestamente al bar. “Versamene un altro, Sam”, ordinò a capo chino.
“Provaci ancora, strunz!”, rispose il barman, che poi era Grawosky.
“Dici?”
“E si capisce. E femmene so’ comme e ‘cozz”.
“Sarebbe?”
“S’arapano chiano chiano!”
“Arapano? Forse vuol dire ‘si arrapano’, signor Grawosky?”
“Ma lo capisci o no l’italiano?”
“Pochino”
“Aprono, ho detto ‘si aprono piano piano’. E’ chiaro adesso…”
“…strunz?”
“ Esattamente!”
Previo pagamento di una commissione di duecento sterline, Grawosky si offrì come intermediario. “Vaco incoppa a du essa e a cunvinco a venì a Vindsor Castle”.
Di lì a non poco, la trattativa era stata lunga e contorta, Harriette fece la sua apparizione nella hall dell’albergo. Lucetto, nel vederla, vomitò quattro Lucano per l’emozione. La ragazza era un frullato di candore e malizia, una Valentina di Crepax incrociata con la Bardot prima maniera. Per l’occasione indossava una mini da infarto e una blouse in lana sottile sbottonata in petto. Unico ornamento, un foulard di Gucci intorno al collo. “Scusa il ritardo, ma sai com’è, tu mi capisci!”, ridacchiò beato Grawosky facendo boccuccia.
“Ragazzi, stamattina abbiamo l’esperta”, si inventò Lucetto per non saltargli addosso.
“In bordelli londinesi”, borbottò la Jannaccone sul torpedone.
I ragazzi invece furono subito entusiasti e accolsero con cameratismo la nuova venuta. “Dai Harriette, siediti con noi” , propose Angelica.
“Merci”, rispose l’altra sistemandosi di fianco.
“Vergognati De Marchi, una puttanella tra le nostre ragazze!” .
“Dai, Jannaccone, non piantarmi il casino, adesso”.
“Dico quello che mi pare, dico. Proprio in gita scolastica dovevi prenderti la sbandata. Davanti ai ragazzi?”
“A proposito, la senti la puzza?”
“Proviene dalle parti di Angelica e Hanriette, se ti interessa”.
“Fatti un pediluvio, sono i tuoi piedi”. Mabelle gli aveva imposto la succhiata del suo alluce destro e lui doveva sfogarsi a tutti i costi.
Il Tamigi che scorre dalle parti di Windsor è un fiume sinuoso e pigro, di colore smeraldo se la giornata è tersa. Durante la visita alle sale del castello Lucetto cercò in tutti i modi di agganciare Hanriette. Ma la ragazza evitava qualunque contatto, anzi faceva coppia con Angelica con cui parlava fitto fitto. Appena la comitiva si inoltrò nella cosiddetta ala di Enrico VIII sparirono misteriosamente. “Chi sono, i fantasmi?”, scherzò Lucetto con un visitatore. Si riferiva ai rantoli e ai sospiri, simili a ululati di spettri, che provenivano da qualche ignoto anfratto. L’uomo era un linguista di fama mondiale, sapeva riconoscere l’accento uzbeko da un semplice sbadiglio. “Una savoiarda, due gallesi e una bustocca”, sentenziò dopo aver imposto il silenzio. “E meno male che Bernabò è di Guastalla”, borbottò la Jannaccone. “A proposito dov’è andato?”. “In visita alle segrete del castello”, rispose, in preda a cupi pensieri, Lucetto.
Accaddero altri fatti strani in quel palazzo. Prima si sparse la voce che ignoti vandali avevano trafugato la testa di Anna Bolena. Poi ci fu il soccorso di urgenza a un anziano valletto colto da infarto nelle segrete. “La succursale della Paullese, eh?”, fece De Marchi a Bernabò, riapparso per incanto. Infine vennero notate scritte sul muro di cinta del castello. “Femminuccia”, la più carina. E qualcuno giurò di aver visto Mabelle nei dintorni del castello.
“Senti, io mi butto”, confidò Lucetto a Bernabò fissando il fiume. Il sole caldo del pomeriggio, dissoltasi la neve, produceva analogo effetto con i cuori. Coppie di innamorati in barche a remi si abbandonavano con pigrizia alla corrente. Sui ponti, affacciati alle balaustre, i ragazzi si davano di gomito con i coetanei del posto.
“Per così poco?”, rispose Bernabò
“Che hai capito? Mi riferivo ad Hanriette”.
“Perché non le proponi una romantica gita sul Tamigi?”
Il pontile di imbarco andava affollandosi di coppiette in calore. Anche sui ponti c’era fermento. I bokmaker londinesi erano accorsi a frotte.
“Oh, ma tu la sai governare una barca?”, si assicurò Lucetto con il collega, prima di buttarsi.
“Socio fondatore del Canottieri Olona”.
“Vicino alla Paullese? Se non ricordo male” .
“Embè? Che c’è di strano?”
“L’idea è buona. Remi tu però”.
“E tu al timone”.
Sulle prime Hanriette fece resistenza. La gita in barca non rientrava nei patti con Grawosky. “Ti prego, cherie!”, la scongiurò Lucetto sul pontile. “Altrimenti mi butto!”
Si era liberato del cappotto restando in giacca e cravatta, al contrario di Bernabò che sfoggiava una canotta giallo Positano.
“Maremma bucaiola!”, imprecò tra sé Hanriette. “Che mi tocca fare per cinquanta sterline!”. Accettò a denti stretti. “Allons”.
Il noleggiatore pretese dieci sterline per l’affitto della barca e cento di deposito cauzionale. Lucetto ebbe da ridire:
“Una ladrata!”.
“So come funziona”, rispose l’uomo e gli aggiustò il nodo della cravatta.
Quando furono a bordo Lucetto assunse il comando. “Vai Bernabò, dirigiti al centro del fiume”. Un altro tocco al nodo e si rivolse alla ragazza: “Sarà come un piccolo viaggio di nozze, mia dolcia”.
“Dolce, De Marchi, si dice dolce!”, corresse Bernabò, già congestionato per la fatica di remare.
Lucetto, che pure gli stava di fronte, non lo ascoltò nemmeno. Seduto di fianco al suo amore si produceva in smorfiette e poi dava i pizzicottini e poi faceva gli occhietti di triglietta. Hanriette, insensibile, guardava avanti, c’era qualcosa che la teneva in apprensione. Finalmente Lucetto si decise al gran passo: dopo un colpo di tosse, le allungò una mano sulla spalla. Cosa che provocò una fulminea scrollata e poco mancò andassero tutti a far visita ai salmoni. Allora cambiò strategia e la buttò sul romanticismo, marca Bolero Film e Carosello. “ Hanriette, tu sei mia. Chiudi il gas e vieni via”. “Merde!”, si girò lei di scatto. “Ho… ho capito bene? Pure tu, Bernabò, hai sentito? Nooo, avrà detto qualcosa di diverso e io ho capito male. E’ vero, è così? Dimmi qualcosa, Bernabò”.
“E che devo dire? qui si mette male”, fu la risposta di Bernabò.
“Maremma maiala!”, imprecò ancora la francese. “La corrente!”
Anche Lucetto avvertì qualcosa. La barca si muoveva come se un sub la trascinasse da sotto. Cercò di scacciare i brutti pensieri: “Rema, rema, amico mio, è solo un piccolo vortice”. Ma il vortice era l’anticiclone dell’Irlanda. Dovette arrendersi.
“Insomma, Bernabò, che cavolo succede?”
“Succede che non ce la faccio a reggere la corrente. Andiamo dove cacchio vuole il fiume!”
“Mortacci tua”, imprecò Henriette.
“Ho capito, la corrente. Ma tu non eri un canottiere Olona?”
“Si, prima che l’Olona divenisse una cloaca all’aperto”.
“Chi t’è viecchio!”, fu la volta di Lucetto.
A un tratto Bernabò mollò i remi.
“Non ce la faccio, è troppo forte”.
“Assassino, andremo alla deriva”.
“E perché, quest’altro imbecille?”
Bernabò si riferiva a una scialuppa vicina. Il babbeo ai remi sudava come una bestia, nel tentativo di governare non era chiaro se la barca o la sua dama che starnazzava.
Causa l’ennesimo vortice, i due scafi si distanziarono. Quello di Lucetto finì di piatto contro un cabinato all’ormeggio. Nell’urto sentirono un fracasso di vetri e stoviglie. E Bernabò si beccò anche una dentiera in piena faccia. Poi la corrente mutò idea. Adesso voleva divertirsi a sponda carambola e fungo sotto il ponte. Lucetto era in piena direzione di orchestra: “Col destro, col destro ti dico. Bene, cooosì, braaavo. No, che fai? Troppo, adesso. Vai col sinistro”.
E il ponte si avvicinava minaccioso.
Quando vi furono sotto, il gioco dei risucchi li scaraventò contro il pilone destro e poi su quello di sinistra. E continuarono col tic e tac per un quarto d’ora. “Sinistro, destro, sinistro”, si sgolava Lucetto.
Bernabò perse le staffe. “Mo’ te lo suono in fronte!”
L’unica che conservava un briciolo di freddezza era la ragazza.
“Le cordon rouge!”.
“Ti pare il momento di pensare allo champagne?”
“Le cordon, cretinò”. E i due finalmente scorsero la funicella rossa legata al timone.
“Il timone!”, trasecolò Lucetto, che la corda ce l’aveva giusto sotto il culo. “E tu saresti un canottiere!”
Grazie al timone guadagnarono un pontile sul fiume. Era la darsena privata di una villa elisabettiana. Subito vi sporse il proprietario e fece ampi gesti.
“Via, via dai coglioni!”.
“Per favore”, supplicò Lucetto. “Abbiamo salvato la pelle per miracolo. Adesso chiamo qualcuno e faccio riprendere la barca”.
“Non me ne fotte niente, ve ne dove andare subito. E’ proprietà privata, questa”.
“Guardi che è già un miracolo se siamo salvi. Vuole mandarci a morte?”
“Prendete quella carretta e via! O chiamo la polizia”.
“E vabbè, ce ne andiamo. Chiuda pure”.
L’uomo, a quelle parole, ritenne di fidarsi. Rinchiuse le imposte.
“Tiè”, gli fece Lucetto, sinistro su avambraccio. “Leghiamo la barca a questo ramo e torniamo dal noleggiatore. La venga a riprendere lui! Dammi la corda, Bernabò”.
“Eccola”.
“Un bel nodo al ramo e così siamo sicuri. Adesso possiamo andarcene”.
“Le bateau!”, strillò in quel momento Hanriette. “Che c’è, che succede?”, si girò il commodoro e guardò verso il fiume.
La corda penzolava dal ramo come un serpente moscio. Il timone, assicurato all’altra estremità, non aveva resistito alla corrente e si era staccato dalla poppa. “La barca, la corrente se la porta!”. Bernabò si passò la mano sulla faccia.
“Auuuh!”, si sentì proprio allora.
“Questa mi pare di conoscerla. Però non ricordo dove…”.
“Auuuuuh!”.
“Si, anche a me dice qualcosa”,
“Auuuh!”, latrò Brutus per la terza volta.
“Aspetta, forse ci sono”, si battè la fronte Lucetto.
“Hauuuh!”, si aggiunsero una decina di colleghi del cane.
“La poli…zia”, balbettarono in coro alzando le braccia.
Furono tradotti a Scotland Yard dove il Coroner, in seduta solenne, li sputò pubblicamente in faccia accusandoli di sfascio di scialuppa, violazione di proprietà privata, schiamazzi, atti osceni, sfruttamento della prostituzione, furto della testa di Anna Bolena, uso e spaccio di stupefacenti, rissa aggravata con supporters del Manchester e corruzione di valletto.
Il lunedì, in Italia, Pascutti convocò Lucetto nel suo Ufficio.
“Cos’è sta roba?”, chiese indicando la scrivania.
“Il foglio di via”, mormorò l’altro a capo chino. Prima di scoppiare in lacrime sulla sua spalla e chiedere perdono.

[Continua…]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart