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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #5

26 Giugno 2008

di Carlo Capone

PICCOLI PRESTITI

La voce di corridoio che Chiappone si trovasse in difficoltà economiche, al punto di meditare il suicidio, era ormai più di una banale diceria. Da rigagnolo di frasi a mezza bocca, vaghe illazioni, qui lo dico e qui lo nego, col passare dei giorni andava acquistando il carattere torrentizio del pettegolezzo.
La prima a parlarne apertamente fu la Jannaccone:
“Ha comprato tre chili di filo di scozia. Me l’ha detto mia cognata che ha la merceria”.
“Filo di scozia? Ma non è quello per i calzini?”, eccepì Vaccarossa, l’economo di segreteria.
“Certo, ma con tre chili vesti un reggimento”.
“E con ciò?”
“E allora , secondo me, gli serve per fabbricare una corda”.
“Una corda?”. Vaccarossa mutò espressione. Anche lui aveva notato Chiappone ridotto a uno straccio.
“Mica è finita? in classe non combina nulla. I ragazzi vanno a lezioni private”.
“E dove sta la notizia? Piuttosto, adesso che ci penso, beh, l’altro giorno mi è capitata fra le mani la sua busta paga”.
“La busta! e quanto guadagna? quanto guadagna?”
“Questo non te lo dico”. Un indecenza, non puoi mollare un istante e subito ti pigliano in castagna.
Intuendo di aver sbagliato approccio, la Jannaccone mutò strategià. “Sai, Vaccarossa, quella mia parente… la merciaia, mi parlava di una svendita di mutande da uomo….”
“Ah sì? A che prezzo?”
Dopo essersi guardata intorno, la donna gli soffiò all’orecchio. “Mille lire a pezzo…., per gli amici, naturalmente”.
Vaccarossa accusò una lieve scarica di adrenalina, le guance si dipinsero di rosa intenso, si guardò intorno anche lui. Poi spifferò a mezza bocca: “Trentacinquemila, al netto delle trattenute!”. E da quel momento fu chiaro a tutti che Chiappone si era impegnato anche i calzini.
Passarono i giorni, e Chiappone dimagriva a vista d’occhio. “Io proporrei di ribattezzarlo Chiappino”, malignò Ceretti. Le occhiatacce di Bernabò e Lucetto bocciarono sul nascere l’iniziativa.
“Bertoglio!”. Fu Bernabò a rompere gli indugi una mattina. Mancava poco all’inizio delle lezioni e Chiappone armeggiava con l’attaccapanni in sala insegnanti. I colleghi, tutti in disparte, parlottavano tra loro senza voltarsi.
“ Hai fatto la cura dimagrante?”
“Del portafoglio”, stava per rispondere Chiappone, mentre assicurava il casco con la catena. Pudore e senso di riservatezza gli imposero di assecondare.
“Sì, la glicemia”, accennò al lucchetto.
La glicemia era il salumiere di fronte scuola, un essere disgustoso dalle mani sudate, al punto che il provolone dolce mutava in piccante dopo l’affettatura.
Tutto era iniziato tre giorni dopo gli esami. A sorpresa gli avevano revocato il prestito per il pagamento del Gilera. Avrebbe potuto rivolgersi al responsabile fidi della sua banca, per mera coincidenza padre di un allievo. Ma, causa un diverbio col giovane dopo l’esposizione dei risultati – e lui, perbacco, era un uomo di cristallo!- aveva sdegnosamente optato per l’Aventino. Purtroppo c’erano in ballo altre pendenze. Gli effetti per il tavolo falso ottocento, le rate della bistecchiera Buffalo Bill in refrattario, il saldo del costume di Casanova per Carnevale, il conto per il lifting al sottomento e il mutuo sul gommone dieci posti, che aveva addirittura richiesto l’ipoteca sul guardaroba.
Il mancato sostegno bancario aveva provocato un effetto valanga. In pochi mesi non bastarono neppure quattro cessioni e mezzo del quinto, la vendita della sciabola di nonno a Calatafimi e le mance di galoppino allo Sferisterio. Il colpo finale l’aveva dato Gervasotto. “Non se se la prenda, professore, ma ci sarebbe quel conto…”
“Conto?Aaaah! Il contorno! Vuole dire che oggi c’è il mitico contorno alla Gervasotto”. E giù a ridere per la disperazione. “Una potenza, sono una potenza, eh Gervasotto?”
“A me non fa ridere per niente, professore. Mi riferivo al cont…”
“Fermo! Al conte, al conte Dracula! C’ho azzeccato, è vero che ho indovinato, signor Gervasotto?”
Il signor Gervasotto, proprietario del ristorante ‘Da Gervasotto alla pentolaccia’, alzò gli occhi al cielo. “Senti, Chiappone, adesso mi sono rotto. O paghi tre mesi di pranzi a sbafo o scrivo all’avvocato”.
“La prego, signor Gervasotto, non mi strozzi”, implorò Chiappone. Si riferiva a un’eventuale dilazione. Ma il signor Gervasotto delle chiacchiere se ne fotteva e l’aveva afferrato per la gola. “Da oggi basta con la bella vita. Te ne vai da Umberto!”
L’indomani si recò da Umberto La Bomba, il salumiere di fiducia dei dipendenti di Poste, Scuola e Parastato. Il negozio era deserto. Dietro il banco di vendita La Bomba si pettinava a uno specchio. Di tanto in tanto allungava due dita in un barattolo di strutto.
“Un etto di zola”, azzardò Chiappone alle sue spalle, con voce rotta dall’emozione.
“C’ho da fare”, fu la risposta, via specchio.
“Si figuri, aspetto”, e diede un’occhiata all’ambiente. Strano quel posto: scaffali privi di merce, ossi di prosciutto e avanzi di salame che pendevano dal soffitto e frigo dei surgelati rovente come una stufa.
Il salumiere nel frattempo aveva terminato di incatramarsi i capelli e si era girato. “Allora?”, disse nettandosi le mani sul grembiule.
“Uunettodizola”, fece Chiappone, tutto di un fiato.
“Comeeee?”
“Zola, si… signor Umberto, gorgonzola”.
L’altro ridusse gli occhi a due fessure, lo squadrò dall’alto della pedana. A un tratto portò l’unghia del mignolo tra i denti e vi trafficò fino a sputarvi qualcosa.
“E tu saresti venuto qui per un etto di gorgonzola? Ma vattene dai barboni, pezzente!”
“Era solo un modo per introdurre il discorso. Vede Umberto…”.
“Puuuh”, espulse di nuovo La Bomba.
“ …vede… signor La Bomba”, non battè ciglio Chiappone. Gli era finito qualcosa in un occhio, se ne liberò con uno stropiccìo furtivo. “Lei è uomo di mondo, credevo avesse intuito”.
La Bomba adesso armeggiava con naso e bocca.
“Puuh”, salivò al termine dell’impasto. Ma questa volta Bertoglio schivò il proiettile con una finta di corpo. Il salumiere ne fu ammirato. “Sei un tipo svelto. Quanti salami vuoi?”
“ Venti”, disse Chiappone tutto di un soffio.
“ Te li do, ma al trenta mensile”.
“Al trenta? Non si potrebbe fare un po’ di meno?”
“Bere o affogare”.
“Va bene, va bene, accetto”, annuì Chiappone, a capo chino. Per istinto aveva poggiato le mani sulla vetrina. Le ritirasse unte e appiccicose. “E quando posso venire a ritirare la… merce?”
“Tiè!”, fece La Bomba, e gli tirò un salame che faceva mostra di sé tra i provoloni.
L’oggetto volò oltre il frigo dei surgelati. Chiappone, dopo averlo evitato, restò fermo come un salume. “E corri, vai , imbecille!”, inveì La Bomba.
“Vado?”
“ Ci vogliamo guardare i provoloni?”
“Vado, vado”, obbedì Chiappone e si avviò al salame. Dopo averlo raccolto, lo guardò, lo rigirò tra le mani, se lo portò al naso. Per rialzare lentamente il viso.
“Odora di plastica!”
“Svita!”.
“Il salame?”
“E chi se no, ‘sta minchia?”
Allora svitò con forza e, con stupore, si ritrovò le due estremità nelle mani. Dentro c’erano arrotolati venti milioni in biglietti da cento.

***

Ritornato in sala insegnati, prese carta e penna e tracciò l’itinerario del riscatto. Ormai non pensava ad altro, al punto da dimenticare l’amato casco a scuola. “Tanto l’ho assicurato con la catena”, si tranquillizzò nell’entrare in banca, dove chiese all’usciere: “Il dottor Ficaroni”. “E’ in riunione”, rispose l’uomo, con indisponenza. Due artigli l’afferrarono per il bavero, facendogli assaporare le gioie della levitazione. “Senti, brutto stronzo”, gli soffiò sul naso Chiappone, “ se non mi fai entrare subito, torno con Umberto La Bomba. Ho saputo che ti piacciono molto i suoi salami”.
“Pro-prooovoloni”, penzolò impaurito l’usciere, cui erano toccate tutte monete da mille lire.
“Dottor Ficaroni, permette se entro?”
Il funzionario sollevò gli occhi dalla scrivania di cristallo. Lo stupore si tramutò in stizza. “Usciere!”, sbraitò all’interfono.
“E’ inutile, non risponderà”, sorrise Chiappone, come una iena.
“Ma insomma, chi è lei ?”
“Come, non ricorda, dottore?”
“No!”.
“E fa male, dottore. Sempre bisognerebbe tenere a mente gli insegnanti dei propri figli”.
“Nel suo caso ex… insegnanti”, si decise ad ammettere Ficaroni.
“Allora ricorda!”
“Si, soprattutto il voto di Riccardo. Appena sessanta su cento. Fate schifo!”
“A dire il vero, non sono venuto per giustificarmi”.
L’altro incrociò le braccia al petto e fece finta di riflettere. Dopo un po’ fu colto da folgorazione. “Aaaah! Ora capisco. Lei è venuto per quel fido…”
“Esatto”.
“Beh, se proprio ne ha bisogno, vada al negozio di animali qui di fronte. Ne trovarà quanti ne vuole”.
Chiappone si illuminò a giorno. Era la risposta che aspettava.
“Vede, dottor Ficaroni, il suo consiglio è pertinente. Ma non lo seguirò per due ragioni. Primo, correrei il rischio di imbattermi in Riccardo, dentro la voliera dei pappagallini. Secondo, gli dovrei urlare, oltre il recinto dei macachi, il giudizio della Commissione sul suo tema. Nel quale il virgulto ha dissertato sulla mucca Carolina quando la traccia chiedeva di riflettere sui rischi della clonazione. Mi dispiace, direttore, di fronte a questo tema, anche il fantasma delle rate della Gilera è scoppiato in singhiozzi”.
“Lei ci ha ricattati!”, sibilò allora Ficaroni, i tendini del collo come corde di violino.
“Perché, lei cosa ha fatto quando la banca mi ha spedito il depliant sui piccoli prestiti, sapendo che ne avevo bisogno?”
“Ufficio marketing, normale pubblicità bancaria”.
“Con i suoi personali saluti a fondo pagina. No, mi creda, far promuovere uno che ignora perfino la mucca Carolina, da lui chiamata vacca, è stato più arduo che convincere un leone a farsi vegetariano”.
“Farabutto!”, scattò in piedi Ficaroni, “ esca da questo ufficio, o chiamo la polizia”. Nella foga non si accorse della lampo abbassata.
Bertoglio guardò nella fessura. Un ciuffo di tessuto turchese vi sporgeva come un fringuello. Riprese con calma: “E io chiamo La Bomba”.
“ La Bomba? Mai sentito”.
“Come, fa finta di non conoscerlo? E’ il fornitore ufficiale di questa banca. Quello da cui spedite i poveracci come noialtri. Le è tornata la memoria adesso?”
Estratto un fascio di biglietti dal taschino, li depose a uno a uno sul cristallo. Ficaroni seguì la conta a bocca aperta, ritto come un salame e col ciuffo in mostra. Allontanandosi, Chiappone ne avvertì il respiro. Prima di uscire aggiunse senza voltarsi “E si aggiusti la patta, sporcaccione!”
Appena fu all’aperto si gonfiò come un suino. “ Una potenza , sono una potenza!”
E ora toccava agli altri. Decise di centellinare la vendetta. “Uno a settimana”.
Cominciò dal sarto, quello del costume di Casanova. Il debito fu saldato in banconote da cento stipate in un profilattico. “Faccia attenzione, a volte si rompono!”, si raccomandò al saldo. L’uomo giaceva al suolo, ancora intontito per la botta in piena fronte.
Il gommone, invece, fu pagato con seimila barchette munite di bandierina, uno stuzzicadenti che spuntava dalla barba di Marco Polo. Quindi venne il turno del chirurgo estetico, tacitato con tre protesi imbottite di biglietti sulle vergogne. La soddisfazione, ahimè, si spense di lì a poco, quando i telegiornali annunciarono che la Parietti stava per lanciare una nuova moda.
Quanto alla bistecchiera, beh, quella si era rivelata una spesa superflua, lo ammetteva lui stesso. Capitò a fagiolo l’annuncio sul giornale di un certo Annibale Barca. L’uomo, che si spacciava per collezionista, era alla disperata ricerca di quegli arnesi. Chiappone si precipitò a chiamare, compose un numero che non finiva mai. “Hallo?”, rispose una voce roca. L’accento era quello della contea di Milwakee. “Con chi parlo?”. L’altro attaccò una pippa in americano. Decisero di comunicare in alfabeto morse: schiocco di lingua al posto del punto, rutto di trachea invece di trattino. Dopo una conversazione di due ore la trattativa fallì miseramente. A detta del signor Annibale quel tipo di bistecchiera faceva troppa puzza. “Pago anche questo”, sospirò Chiappone e, per l’indomani, preparò supposte di maiale farcite di bigliettoni.
Rimaneva il debito del tavolo falso. Lo liquidò senza discussioni. L’antiquario non credeva ai suoi occhi. “Serve qualcos’altro?”, sorrise viscido.
“Un archibugio”, fece Chiappone.
“Ce ne ho giusto uno. Seicento originale”.
“Ancora in funzione?”
“ E che sono, un pataccaro?”
“Me lo fa vedere ?”
“Lo maneggi con cura, è un pezzo raro”, si raccomandò l’uomo, appena glielo porse.
Chiappone guardò nella canna, vi soffiò dentro. Poi, a sorpresa, imbracciò l’archibugio e fece fuoco. Contro una cassapanca della zia dell’antiquario, servita fino a poco prima per stivare il letame.
“Assassino, la panca del quattrocento!”, stava per avventarsi l’antiquario. “La denuncio!”.
“E io pretendo la percentuale”, ribattè invece Chiappone.
“La che?”
“Ora che ci sono i tarli vale di più. Non sembra nemmeno una patacca!”
Quella sera andò a letto tra il cinguettio degli uccellini. “Sono povero, ma senza debiti”, sospirò beato, prima di addormentarsi. L’incubo si materializzò dopo un quarto d’ora. C’erano due salumieri in quel sogno, uno lo teneva fermo, faccia al muro, l’altro era La Bomba che brandiva un nodoso prosciutto. “Che ne facciamo di questo infame?”, domandò il primo salumiere. “Lo buttiamo a mare con tutto il casco”, rispose La Bomba. L’altro allora gli afferrò il collo e fece per sollevarlo. Chiappone si dimenava, faceva sforzi , nel vano tentativo di urlare. “Aspetta”, intimò a un tratto La Bomba. Il collega l’aveva issato in spalla come un capretto. “Gli vogliamo far prendere il raffreddore?”, sghignazzò. “E no che non vogliamo!”, lo imitò il compare, con una risataccia. “Dammi qua, gli metto la supposta”, proseguì La Bomba. E Chiappone si svegliò con un urlo animalesco, in preda a un improvviso attacco di ragadi anali.
Pezzo di fesso! a furia di vendette, aveva dimenticato il debito mensile col pizzicagnolo. Rabbia e sconforto assunsero le tinte della disperazione, l’urlo si deformò in lugubre ululato.
“Che sia dannato per sempre! E il mio sangue ricada sui miei figli!”
“Chiappone, per caso hai visto tuo fratello?”, chiese anche una voce dall’alto.
“Non lo so , fatti gli affari tuoi. Auuuuh!”, seguitò il peccatore.
Pochi minuti e si aggiunsero i cani. Tutto il quartiere si svegliò fra i latrati. Qualcuno giunse a imbracciare il fucile e numerosi colpi echeggiarono sinistri. Dovettero accorrere gli accalappiacani, i quali scatenarono un orribile caccia all’animale. Chiappone, nel frattempo, aveva smorzato i toni, ora si lamentava sommessamente.
“ Che ci faccio con trentacinquemila lire al mese, che ci faccio!?”
Per lenire l’altro dolore si era lasciato cadere sul cuscino, dove affogava l’angoscia tra i singulti. All’alba, finalmente, riuscì ad appisolarsi. Stavolta l’incubo fu di carattere bizzarro. C’era una grande sedia al centro della stanza. Due lame, infilzate in croce dal di sotto, vi erano affondate fino all’elsa. Quindi apparve La Bomba, in abito da libertino settecentesco. Per l’occasione si era passato un chilo di cipria sui capelli e impugnava un vasetto di colore scuro.
“Rachidi, emorroidi, dolori anali?”, domandava La Bomba con un ghigno diabolico. “Niente paura, oggi il rimedio c’è, balsamo extravergine La Bomba, l’unico che lenisce lo stress da usura”. “E se qualcuno è allergico alla pomata?”, sbucò dalle quinte l’altro pizzicagnolo. Se non fosse stato per il volto incipriato, la parrucca sbilenca e una sorta di proboscide che fuoriusciva dai pantaloni, si sarebbe detto che era il dottor Ficaroni. “Glielo somministriamo per via orale”, e prouppero in un riso sguaiato.
Nella realtà il balsamo La Bomba si tradusse in un’ipoteca sulla casa . Ma i soldi bastarono a stento per pagare gli interessi. In pochi mesi Chiappone andò sotto di centoventi milioni.
Oramai la salumeria era la meta di un periodico calvario. Non sapendo più come uscirne, provò col baratto in natura. Ma, dopo qualche titubanza, La Bomba ritornò a picchiare.
“Hai portato i soldi?”, sparò a bruciapelo la volta successiva.
“Ancora un po’ di pazienza, signor La Bomba. Nel frattempo andrebbero bene questi mocassini?
“Fai vedere!”
“Vero capretto, minimo mezzo milione”.
“Come il De Chirico di quella troia di tua nonna?”
“Autentico, glielo assicuro. Me l’ha giurato lei in punto di morte”.
“Puuuh!”, fece La Bomba nelle scarpe. E le rispedì al mittente, che dovette sorbirsi anche la gragnuola finale.
“Basta, hai capito che ho detto basta? Se non paghi fino all’ultima lira te ne vai a dormire all’albergo”.
“A essere onesti, io all’albergo già ci dormo”, ribattè Chiappone, rigirandosi il casco tra le mani. Alludeva a una delle clausole imposte da La Bomba. Dare ospitalità a suo nipote Gioacchino, detto Buffone, il quale, poveretto, non era un parassita della società come lui, si faceva il mazzo in una fabbrica di motorini e non rincasava mai prima di mezzanotte.
Punto dall’ironia di Chiappone il pizzicagnolo spiccò un balzo da animale e atterrò a un palmo dal suo naso.
Glielo scosse furiosamente: “Adesso facciamo anche gli spiritosi?”
“Mi lasci, la scoggiuro, molli”, supplicò Chiappino. “Era sodo una badduda innocente”.
“Puuh”, ripose nel solito modo La Bomba. “Guarda in che mani è finito quel povero Gioacchino”.
Quel povero Gioacchino, a parte il consumo dei pasti, il cambio di lenzuola trisettimanale, la mazzetta domenicale di Porche con le ali, Bocche Bollenti e Congiunzioni Astrali, si ritirava ogni notte con un motorino in spalla.
“Mi porto il lavoro a casa, arrotondo con gli straordinari”, s’era giustificato la prima volta. “Mica rubo lo stipendio come voi professori!?”
“Posso capire, mi metto nei panni”, aveva ribattuto Chiappone un mese dopo, “ma ormai non c’è più spazio neanche per andare al gabinetto”.
“Eeeh, per quattro motorini!”
“Quattro? Mi ha riempito la casa con i suoi straordinari, perfino la camera da letto”.
Buffone aveva deposto la bicicletta, uno splendido esemplare da cinque milioni. “Senti coso”. Si era avvicinato con fare prepotente.
“Sergio”, cercò di arginare Chiappone. Non era facile, il giovane misurava un metro e novanta al garrese. Senza contare la cresta da moicano che gli solcava il cranio rapato a zero.
“Puuuuh”, fece Buffone, tanto per cominciare.
“Abitudine di famiglia”, sospirò Chiappone. L’opera di rimozione si rivelò più difficile del previsto. Buffone non amava scaccolarsi come lo zio, preferiva la cicca.
“Se le moto ti danno tanto fastidio”, gliela staccò insieme a mezzo sopracciglio, “vattene a dormire nello sgabuzzino. Okkei?”.
“E’ pieno zeppo di copertoni”. Si tastò sopra l’occhio. “Meglio che indossi il casco quando discuto con questa gente”.
“E ti lamenti? hai pure il materasso a molle” sputò ancora Buffone. E questa volta imitò lo zio.
Quell’interesse un po’ gravoso fece lievitare il debito a dismisura. Chiappone continuava a rilasciare autografi come Leonardo di Caprio. Stando alle cifre, gli restavano ancora la targhetta sulla porta, la vasca dei pesciolini, vaso e lavabo. Quanto al bidè, da tempo l’aveva concesso in usufrutto. Gioacchino se ne serviva per lo shampoo antipiattola.
Ma passi per le piattole, in fondo erano affari del ragazzo. La disgrazia erano i suoi amici, certi bassotti alti uno e sessanta, piatti di grugno e dalla spalla tosta, che si presentavano a mezzanotte, depositavano i motocicli e ordinavano primo secondo e dolce.
“Ma si può sapere chi sono?”, chiese una sera. Un rivolo di lacrime gli solcava il viso, causa i bisticci con la mezzaluna tritacipolle.
L’altro rispose con un’alzata di spalle “Colleghi di lavoro” .
“Anche loro portano il lavoro a casa?”
“Mica siamo come te? Parassita!”
“A proposito, volevo avvisare che è finito lo shampoo”.
Da un po’ di tempo avvertiva strani pruriti traendone ovvie conclusioni. Gioacchino, che non era fesso, se la prese a male. Si avvicinò al suo pomo di adamo e gli tirò l’elastico del papillon.
“Preoccupati delle tue pendenze, chiaro?”, emise un sorrisaccio mollandolo di colpo.
“Gulp!”, annuì Chiappone. Una potenza quello smoking da cameriere.
In quei giorni Pascutti fu subissato di lettere di protesta. Erano i genitori dei ragazzi, allarmati per le voci su una presunta diffusione di piattole e pidocchi nella scuola. Pascutti dapprima fece spallucce. “Le piattole alle soglie del Duemila. Andiamo!”. Poi, di fronte alla marea montante, fu costretto a chiamare l’ufficio di Igiene. L’ordine impartito agli allievi fu perentorio.
“Tutti in Presidenza, marsh, a due a due”.
La settimana successiva convocò il Collegio Docenti e proclamò soddisfatto:
“Come volevasi dimostrare non hanno trovato nulla”.
“Preside”, si alzò allora Ceretti , che non se ne perdeva una che è una, “secondo me non basta”.
“Cos’altro vuole, che usiamo i lanciafiamme?”.
Durante l’ispezione aveva passato giorni d’inferno, a cominciare da quei pescecani di giornalisti, sempre assetati di notizie, per finire con la fottuta troupe giapponese, munita di cronista e parabola satellitare.
“Se non mi fa terminare!”, rintuzzò Ceretti.
“Dica”, sbuffò Pascutti, la minima come il Toro in piazza Affari.
“L’indagine risulterà incompleta se ad essa non si sottoporranno anche i docenti” .
Un silenzio carico di incertezza calò sull’uditorio. Ceretti, nel frattempo, cavalcava la tigre. E, già che c’era, la lupa, la iena e lo struzzo. “Perché proprio i ragazzi?”, chiese all’assemblea, le mani ai fianchi come dal balcone.
“Già, perché?”, ripetè Pascutti, come uno stoccafisso.
“Il nostro rango di educatori…”, riattaccò Ceretti.
“E di masochisti”, si udì dal fondo.
“Il nostro io etico, dicevo, impone che anche il personale docente si sottoponga a visita. Chiedo perciò che la cosa venga messa ai voti”.
Di nuovo quel silenzio, quel meriggiare pallido e assorto. “Qui, se non voto a favore, crederanno che ho i pidocchi”, il pensiero di molti. “E se la manicure espertissima, citofono indipendente, massima riservatezza, avesse le piattole?” , rabbrividirono altri.
Fu deciso di votare a scrutinio segreto, apponendo sulla scheda la scritta contrario o favorevole. Uno squallido espediente del vicepreside, il quale sapeva a memoria la grafia di tutti. Pascutti indisse all’istante i comizi elettorali – “Se non la finiamo presto, ci rimetto le coronarie” – e il risultato fu il seguente: Favorevoli all’ispezione: tutti. Contrari, nessuno. Bianca, una.
“Vorrei proprio sapere chi è ‘sto zozzone”, masticò il vicepreside.
“Subito, nel mio ufficio, a gruppi di quattro”, intimò Pascutti.
L’ispezione si rivelò un supplizio. Non tanto per le piattole, quanto per la messa a nudo delle intime debolezze. Le donne si divisero subito in due schiere. Quelle sposate, che accettarono di farsi visitare senza storie. E quelle nubili, che se la presero a male, viste le numerose scommesse su chi Maria Goretti e chi un porto di mare. Diversa fu la preoccupazione che avvelenò l’attesa dei maschi. I quali, è risaputo, tengono da matti alla dimensione, a scapito dello spessore intellettivo.
Quello di Chiappone si rivelò un caso a parte. Per un capriccio del sorteggio gli toccò l’ultimo posto nella fila. Appena entrato in presidenza, attaccò a polemizzare: “ Qui si viola la legge sulla Privacy. Mi riservo azioni future!”. “Dai Bertoglio, tirati giù le mutande e facciamo in fretta”, ingiunse Pascutti, che dopo quella processione di attributi aveva lo stomaco come un frullatore.
“Preside io l’ho avvertita!”, minacciò ancora Chiappone, in costume da bagno. Una sorpresa piccante. I suoi boxer erano tappezzati di figurine. Coppie di coniglietti, orsachiotti, minuscoli elefantini, maialetti, graziosissimi, che si esibivano in scene di sesso estremo. Il medico inarcò le ciglia. Erano le otto di sera e aveva appetito. Che gli passò del tutto quando Chiappone abbassò le mutande.
“Guardi qui”, fece a Pascutti.
“Ma questo è il villaggio dei puffi!”, esclamò il preside.
L’urlo di Gustazzoni fu straziante. “Fermatelo, per l’amor di Dio!”
Ma Chiappone era già in aria, volava alto verso il suo destino. Il tuffo si rivelò così perfetto, forse perché meditato chi sa quante volte, che il vetro della finestra si frantumò senza rumore. Miriadi di schegge lucentissime invasero la stanza e la illuminarono a festa. Una di esse, peccato non potesse vedere, centrò il culo dell’ufficiale sanitario.
Appena fu col busto oltre il davanzale, spalancò gli occhi e guardò in basso. La città era una grande torta, le sue luci tremolavano come fiamme di candeline. Una di queste crebbe a dismisura, come una bolla di sapone. In un battito di ali gli fu vicina. Dentro c’erano La Bomba, Gioachino e Ficaroni. E si grattavano come maiali, in preda a lupus eritematoso, orticaria maligna e fuoco di Sant’Antonio. Richiuse gli occhi, senza gioire, e restò al buio per diverso tempo. Quando li riaprì scorse una fiammella.
“Sergio, che t’hanno fatto, piccolo mio?”, chiese una figuretta, dal suo interno.
“Una sciocchezza, non preoccuparti, che poi stai male”.
“Sergio, io ti conosco, stai dicendo bugie”. Era la voce di una vecchina dolce, con due occhi limpidi e una bocca da bambina.
“Te l’ho detto, non è successo niente. Solo una divergenza di valutazione”.
“Il De Chirico, vuoi dire?”
Chiappone chinò lo sguardo, parve riflettere. Poi lo rialzò, timidamente: “Certo, nonnina, potevi anche dirmelo che era falso”. Il vuoto d’aria lo risucchiò in basso, fino alla perdita dei sensi.
Quando rinvenne era disteso su un tappeto di foglie autunnali. A pochi passi due tizi discutevano con pacatezza. L’uno era un gentiluomo in abito di gala, con papillon e fascia rossi. E rosse erano le sue pupille, lampi di fuoco nel buio della notte. L’altro era un poveraccio, vestiva jeans e maglietta. Chiappone ne avvertì la puzza. I piedi, presumibilmente.
“E’ un cialtrone, a che ti serve?”, disse il poveraccio, grattandosi furiosamente la testa.
“Hai le zecche?”, sorrise perfido il gentiluomo.
“Per favore Luc, non cambiare discorso. Parlo sul serio”.
Luc accennò una smorfia. Diede alcuni tocchi al bavero in seta della giacca.
“Stammi a sentire, Frankie”, attaccò, “lo sai meglio di me come funzionano queste cose. Il regolamento parla chiaro”.
Toccò a Frankie trattenere un moto di stizza.
“Ci sono i corollari di protocollo, mi sembra”.
“Cavilli”, liquidò l’altro.
“Io le chiamerei attenuanti”.
“Secondo te sono previste attenuanti in caso di debiti, piattole, guida senza casco, schiamazzi notturni e suicidio?”
Di nuovo quel terribile prurito. Frankie si grattò selvaggiamente. Gli veniva sempre, quando c’era da discutere con quel tipo. Fortuna che la cosa accadesse di rado, altrimenti avrebbe commesso anche lui una sciocchezza. Di solito il rito si esauriva in fretta: breve lettura dei capi di imputazione, arringa della difesa e rapido accordo tra le parti. Nel caso di Chiappone c’era stato il ricorso della nonna. Una di quelle situazioni per cui il Boss esigeva il dibattito.
Fissò l’altro negli occhi:
“Noi due ci conosciamo da tanto tempo, Luc, o sbaglio?”
“Non sbagli, purtroppo”.
“Giusto. Seguimi nel discorso, allora”.
“Purché ti sbrighi”, acconsentì il gentiluomo. “Mi aspettano, alla festa”.
“Ci mancherebbe, solo due millisecondi, anch’io più di tanto non ti sopporto. I corollari, dicevo. Beh, non potrai negare che la frustrazione di una vita da verme, le piccole invidie, le maldicenze di un ambiente che ti scortica vivo, l’inutile aspirazione a una vita normale e, per finire, il lavoro”. Qui Frankie si interruppe per avvicinarsi: “Dico, ma l’hai visto il lavoro da operetta di quest’uomo?”
“L’insegnante, se non sbaglio”.
“Appunto, mi aiuti a dire. Non ti sembra, allora, che un lavoro del genere, sommato a tutto il resto, già di per sé costituisca una pena infernale?”
Il gentiluomo scurì le pupille, scosse leggermente la testa impomatata. Gli dava fastidio ammettere che anche lui detestava questo tipo di situazioni. Non solo perché doveva sorbirsi lo straccione e la sua puzza, ma anche perché a nessuno piace perdere una causa.
Con gesto a effetto cavò il foulard dal taschino e si pulì il monocolo. Non ne aveva certo bisogno, uno come lui ci vedeva finanche troppo. Lo fece per un motivo pedestre, prendere tempo e trovare una via di uscita.
Riposto il fazzoletto gli rispuntò il bagliore alle pupille.
“E se facessimo patta?”
“Scherzi?!”
“Calma, fratello, non voglio fregarti”.
“A parte il fatto che non abbiamo mai mangiato nello stesso piatto…”
“Per fortuna”, sorrise beffardo il gentiluomo.
“Appunto. Non ho capito dove vuoi arrivare”.
“Semplice” proseguì Luc. I suoi occhi ardevano come fiamme nel tempo spazio. “Lo rispediamo al mittente. E chi s’è visto s’è visto”.
“Ma se è morto!? Che cris… ehm… che cribbio stai dicendo ?”, avvampò Frankie.
“Hai mai sentito parlare di coma, imbecille?”
“Guarda che mi scordo di essere quello che sono e ti faccio il mazzo a paniere!”. Era un idealista, il Frankie, con le scappatoie giuridiche e i compromessi non andava d’accordo.
‘Ma pensa te che mi doveva capitare. Proprio oggi che è il mio onomastico, poi. No, no, nemmeno per idea. E, per dispetto, gli diede le spalle e sparò una scorreggia.
L’altro non si scompose, attese con calma. L’eternità seguente Frankie rifece dietrofront e domandò a occhi bassi:
“Hanno già staccato il tubo del respiratore?”
“No. E tu lo sai”.
“E certo che lo so, porcaccia ladra, certo!”
Frugava tra le foglie con la punta della scarpa per darsi un contegno. “C’era bisogno che me lo dicesse lui, c’era bisogno”, e prese a calci uno sterpo. Ancora silenzio.
“Allora?”, incalzò Luc.
Un sospiro imbronciato fu l’unica risposta. Seguirono altri borbottii, conditi di imprecazioni, forse giaculatorie. Al termine decise per una sofferta presa d’atto, riattaccò senza levare gli occhi da terra. “In fondo, tutto sommato, analizzando il contesto…”.
“Si può fare”, annuì Luc, suadente.
“E come la mettiamo con i debiti? Questo, se torna giù, comincia daccapo”. Per la prima volta accennò a Chiappone, poco distante.
“Ci penso io a La Bomba”, annuì di nuovo Luc, più volte. E, proseguendo piano piano a fare sì col mento, prese a indietreggiare. Frankie venne attratto dal suo abito di gala. Era punteggiato di schegge luminose, come lucciole su un prato estivo. Le lucciole crebbero in brillantezza, presto si fusero in un alone incandescente. Che divenne una scia vertiginosa quando Luc spiccò il volo in direzione di Sirio.
Nel medesimo istante, nonna riprese a sferruzzare. Un amore quel golfino di stelle per il nipote.

[Continua…]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart