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Scoperta, sulle tasse ci hanno imbrogliato

14 Febbraio 2013

di Giuseppe De Bellis
(da “il Giornale”, 14 febbraio 2013)

l rigore è un elastico: s’allunga e s’accorcia a seconda di chi lo tira. Va così: la Francia dice all’Europa che non ce la farà a stare nei parametri chiesti per i patti contabili di Bruxelles.

E Bruxelles dice per la prima volta che in fondo tutta questa austerity imposta ai Paesi membri non è così fiscale. Il commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha terrorizzato per anni i governi europei dicendo che chi sgarrava era fuori ma adesso tranquillizza tutti: «Se la crescita si deteriora in maniera imprevista, un Paese può beneficiare di rinvii per la correzione del deficit eccessivo ».

Tecnicamente è una buona notizia. È come se l’Europa avesse tirato su la testa dai libri contabili e applicato una dottrina economica semplice e spesso vincente: in periodi di recessione troppa rigidità, troppo rigore, troppi vincoli non fanno altro che peggiorare la situazione. Era quello che chiedevano da tempo molti Paesi, compresa l’Italia che con il governo Berlusconi aveva già posto il problema all’Unione europea. Pareva un insulto, oggi invece è un colpo di genio. A Bruxelles c’è vita, adesso. L’uscita di Olli Rehn è la presa di coscienza tardiva che le istanze di alcuni governi non erano capricci, ma necessità: una piccola deregulation per far ripartire l’economia. Anche i tecnocrati si sono ravveduti e così hanno implicitamente sconfessato un anno e mezzo di politiche restrittive e soffocanti, hanno schiaffeggiato metaforicamente l’ossessione per il rigore di Mario Monti e di Angela Merkel. Questa è la buona notizia, appunto. Che nasconde ovviamente il suo lato negativo: il ritardo ha danneggiato noi.

Perché le manovre, le correzioni di bilancio, le regole da rispettare al millimetro si sono tramutate nell’oppressione fiscale nella quale viviamo da un anno a questa parte. Potevamo risparmiarcene un po’, se solo Rehn e gli altri signori di Bruxelles avessero adottato tempo fa l’elasticità che applicano ora.
Il rigore da solo non paga. Bastava rileggere la storia per capirlo, invece hanno aspettato che un Paese grande e più centrale sforasse gli accordi e gli impegni: la Francia. Ieri il premier Jean Marc Ayrault ha certificato che Parigi non ce la farà a ridurre il deficit al 3% nel 2013 come previsto dai patti. In meno di un giorno il rigore Ue s’è improvvisamente smontato: più tempo? Si può. C’est la vie: più pesi, più ottieni. Peccato che l’altra vita sia la nostra: degli italiani, ma anche degli spagnoli, dei portoghesi, dei greci, cioè coloro con i quali l’atteggiamento dei burocrati europei è sempre stato duro.
Ecco, oggi è il nostro riscatto. Stiamo pagando le conseguenze di scelte (sbagliate) altrui, ma ci consoliamo parzialmente con la presa d’atto dell’errore dell’Europa.

C’è un giudice, da qualche parte. Qualcuno che storicamente, politicamente ed economicamente darà le responsabilità giuste a chi ha prolungato l’agonia di un Continente. Un’agonia dalla quale adesso non ci portano fuori né Olli Rehn, né Angela Merkel, né Mario Monti. La speranza per uscire dai guai, sempre che qualcuno non l’ammazzi prima, è ciò che sembra adesso l’Unione europea e l’America si siano decise a fare: un’area di libero scambio transatlantica. È la seconda buona notizia del giorno, e questa al momento non ha alcun retrogusto amaro: Washington e Bruxelles finalmente stanno pensando di liberalizzare il commercio tra loro. Cioè: niente barriere, niente dazi, niente divieti. Un unico mondo, occidentale, che contrasti l’avanzata galoppante della Cina e dei suoi fratelli asiatici. È la sveglia che suona, vivaddio.

La presa di coscienza collettiva che le crisi si superano all’opposto rispetto a quanto fecero dopo il crac del ’29: allora i Paesi si chiusero a riccio, proteggendo ognuno se stesso. Il risultato fu la catastrofe. Quasi un secolo dopo si pensa di fare esattamente l’opposto: più libertà uguale più scambi, più commercio, più circolazione, più concorrenza, prezzi più bassi, più consumi, più sviluppo. Ci sono ostacoli e ci sono uomini che possono distruggere anche le idee migliori. Però se passasse, questo sarebbe l’accordo del secolo: l’America e l’Ocse stimano che da solo valga una crescita del Pil europeo fino all’1 per cento l’anno. Miliardi di risparmi per le aziende che esportano, quindi più risorse per creare lavoro e investimenti. Cioè la ripresa. L’Economist scrive che è l’unica possibilità per l’Occidente di rimanere in concorrenza con l’Oriente. A metà del Settecento Adam Smith non poteva immaginare che cosa sarebbe stata la Cina del 2013, però sapeva che il libero scambio era la strada per la crescita. Forse ora l’hanno capito persino a Bruxelles.


Vi spiego chi sono i nemici del Papa
di Antonio Socci
(da “il Giornale”, 14 febbraio 2013)

Perché una corazzata come il Corriere della sera sta così amplificando il presunto smarrimento della Chiesa in seguito alle dimissioni del Papa?
Ieri l’apertura della prima pagina strillava: «Tutte le insidie di un interregno. Ansia e timori tra i cardinali “Ora va fermato il contagio” ».

Non si capisce a che tipo di contagio ci si riferisca. C’è forse un’epidemia di peste in Vaticano? O di gotta? O di lebbra? O forse al Corriere temono che a cascata vi sia una sequela di dimissioni? Magari. Del resto le dimissioni del Pontefice azzerano automaticamente tutte le cariche. È forse questo il problema?

Spero che la scelta “interventista” del Corriere non sia una replica – in grande – dell’«operazione Todi » con cui il quotidiano di via Solferino teleguidò dove voleva le organizzazioni cattoliche nell’autunno 2011. Fu un successone per il giornale di De Bortoli. Ma una catastrofe per i cattolici.

Torniamo a ieri. Non so chi sia l’anonimo ecclesiastico che avrebbe dichiarato a Massimo Franco: «Queste dimissioni di Benedetto XVI sono un vulnus; una ferita istituzionale, giuridica di immagine. Sono un disastro ».

Franco sostiene che l’anonimo monsignore sarebbe «uno degli uomini più in vista della Curia ». Io ho i miei dubbi. Comunque se davvero un monsignore importante di Curia attacca così il Papa (e sui giornali, sotto anonimato, cioè tirando il sasso – al Pontefice a cui dovrebbe lealtà – e nascondendo la mano) si capisce perché Benedetto XVI ha dovuto soffrire tanto in questi anni. E si capisce perché si è dimesso per aprire la strada a un Papa forte, energico, che metta in riga tanti bei soggettini del genere. Che sono braccia rubate all’agricoltura e andrebbero mandati a faticare raccogliendo pomodori.

Anche perché non si vede come si possa definire «vulnus, ferita istituzionale e giuridica », una possibilità come le dimissioni perfettamente prevista dal Codice di diritto canonico. Si ha piuttosto l’impressione che i monsignori anonimi che attaccano il Papa siano quelli che temono di perdere peso. E che la buttano in caciara per salvare qualche cadrega.

Il Corriere titolava l’articolo di Franco con questa assurda formula: «La Chiesa teme la “ferita” al ruolo del Pontefice ». Sposando così le fantasiose teorie di Scalfari su Repubblica. Ma non c’è nessun uomo di Chiesa serio e ferrato nella dottrina che può affermare una tale baggianata. Perché la sacralità, o meglio l’essere «Vicario di Cristo » e l’«infallibilità » sono prerogative del ministero petrino, non della persona momentaneamente incaricata. E il gesto di umiltà di Benedetto XVI – così raro in un mondo dove ci si sbrana per conquistare potere – ha proprio lo scopo di esaltare il ministero e mettere in secondo piano se stesso, ovvero la persona che si trova a portare questa responsabilità.

Per lo stesso motivo il grande don Bosco correggeva i suoi ragazzi che gridavano «Viva Pio IX » dicendo loro: «Bisogna dire: Viva il Papa! ». E si badi bene che lui era un convinto ammiratore di Pio IX.

Il presunto ecclesiastico anonimo poi si mette anche a teorizzare il «virus » che sarebbe stato scatenato dal Pontefice: «Se passa l’idea dell’efficienza fisica come metro di giudizio per restare o andare via, rischiamo effetti devastanti. C’è solo da sperare che arrivi un nuovo Pontefice in grado di riprendere in mano la situazione, fissare dei confini netti, romani, impedendo una deriva ».

È la conferma che questo «prelato » anonimo è soprattutto preoccupato della cadrega. È evidente che non può capire uno come Joseph Ratzinger che mette l’amore di Dio e della Chiesa sopra a tutto e si fa liberamente da parte, rinunciando al pontificato per il bene della Chiesa.

Ma il ragionamento dell’anonimo fa acqua anche da un punto di vista pratico. Perché Ratzinger ha semplicemente usato una possibilità già riconosciuta dal Codice di diritto canonico, non impone niente a nessuno dei suoi successori. Tanto meno a chi non ha una perfetta efficienza fisica.

Così come la decisione di Giovanni Paolo II di restare Papa anche durante la grave malattia (per testimoniare il valore della sofferenza) non è stata affatto vincolante per il successore. Entrambi hanno deciso con lo stesso cuore: l’amore per la Chiesa.

L’anonimo del Corriere che lancia un apocalittico allarme per il «precedente » creato dalle dimissioni, dovute alla stanchezza dell’età, sembra non sia a conoscenza di una regola stabilita da Paolo VI e, questa sì, «dagli effetti devastanti » (per usare il suo linguaggio), perché obbligatoria, non facoltativa: il limite di età.

Sia quello dei vescovi (75 anni) sia quello per i cardinali, che dopo gli 80 anni non possono più entrare in conclave. E a prescindere dalla loro efficienza fisica (potrebbero anche essere in perfetta salute a 82 anni, ma non entrano). Questa è la regola già esistente.

Invece Benedetto XVI non stabilisce nessuna nuova regola e nessun vincolo per nessuno. Che senso ha dunque – da parte del Corriere – alimentare tanto allarmismo e su dichiarazioni così assurde?

Oltretutto il senso che a queste dimissioni è stato dato da Corriere e Repubblica è totalmente smentito perfino dai precedenti storici. Tanto per fare un esempio: Pio XII.

Era il 1954. Il Pontefice era gravemente malato. La fidata assistente suor Pascalina Lehnert, nel suo libro di memorie, Pio XII. Il privilegio di servirlo (Rusconi), alla pagina 199, riferisce quello che accadde: «“Mi dica la verità: crede veramente che potrò guarire e adempiere interamente la mia missione?”, chiese il Santo Padre al dottor Niehans. “Altrimenti – aggiunse, come inciso – mi ritiro senza esitazioni. Ho appunto terminato di completare il Sacro Collegio; i cardinali non si troveranno in imbarazzo nell’eleggere un nuovo Papa, perché di questi tempi può essere Papa solo qualcuno in grado di impegnarsi a fondo” ».

Sembra lo stesso identico ragionamento di Benedetto XVI. In quel caso Pio XII guarì e dunque non ebbe bisogno di dimettersi, ma – come si vede dalle sue parole – era decisissimo a farlo. E senza alcun dramma. Anche Pacelli dunque «relativizzava » o «laicizzava » il papato, come scrivono oggi certi giornali? Al contrario, voleva proteggerlo.

Dunque niente allarmismo per il gesto del Papa. Casomai l’allarme va suonato per il fatto stesso che esistono ecclesiastici importanti in Curia che possono attaccare il Papa sui giornali e sotto anonimato. Questo sì che è un problema: la (mancata) fedeltà al Papa. E «il carrierismo », come Benedetto XVI ha denunciato a più riprese, l’ultima proprio ieri.

Da questo punto di vista la lezione più bella e dirompente – quanto a libertà dal potere e dalle tentazioni mondane – il Pontefice l’ha data, a tutta la Chiesa, proprio con le sue dimissioni.

Come ha scritto don Julian Carron: «Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti… Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo ».

Don Carron lancia anche un’esortazione importante ai cattolici: «Accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio. Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo ».

Il monsignore anonimo («uno degli uomini più in vista della Curia ») avrebbe fatto meglio a pregare così per il Papa e la Chiesa piuttosto che parlare – sotto anonimato – con i giornalisti per attaccare e screditare il Pontefice.


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Bart