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Caso Napolitano. Scotta il telefono

5 Agosto 2012

di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 5 agosto 2012)

Guido Bertolaso  non è certo un amico del “Fatto”, che lui ha ricoperto di cause civili con richieste di risarcimenti milionari. Ma,  accettando di parlare con Malcom Pagani  sulla sua triste istoria di ex potente (per lunghi anni come dominus della Protezione Civile, il più potente dopo Berlusconi) travolto dallo scandalo della cricca, ha voluto chiarire le circostanze di due telefonate avute con il presidente  Napolitano  nel marzo-aprile 2009, prima e dopo i giorni del terremoto dell’Aquila, finite agli atti dell’inchiesta di Firenze sul G8 alla Maddalena. Bertolaso  chiede che quelle intercettazioni siano rese pubbliche, affinché dai dialoghi “con il primo cittadino italiano si capisca chi era davvero il mio referente nei momenti di difficoltà e di emergenza”. Una richiesta più che legittima da parte di un personaggio che, sentendosi ingiustamente dipinto “come lo scherano di Berlusconi  e Letta”, vuole dimostrare che altri e più alti erano i suoi interlocutori istituzionali.
Ma di quelle telefonate molto si è parlato a proposito di altre, quelle tra Mancino e Napolitano, intercettate dalla Procura di Palermo nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia. Come mai, ci siamo chiesti pressoché isolati, Napolitano ha sollevato presso la Consulta il  conflitto di attribuzionicontro i pm palermitani, ma non contro quelli di Firenze e Perugia (dove il processo passò per competenza e, diversamente da Palermo, le sue intercettazioni indirette furono trascritte e allegate agli atti)? Forse perché le conversazioni con Bertolaso non erano scottanti come quelle con Mancino? A maggior ragione, dopo le affermazioni dell’ex capo della Protezione civile, la questione delle telefonate presidenziali non può essere liquidata dai giuristi di corte come una sorta di sacrilegio contro un potere inviolabile. E in ogni caso, adesso, per il Quirinale sarà più  difficile sfuggire alla domanda sul conflitto sollevato in un caso e non nell’altro. Se poi fosse lo stesso inquilino del Colle a rivelarci ciò che si dicevano lui e Bertolaso e che Bertolaso non vuole svelare, sarebbe ancora meglio.

Michele Vietti, the Quirinal minds
di Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 5 agosto 2012)

“Io lo so – dice Michele Vietti, vice presidente del Csm – che la complessità della materia di una legge sulle intercettazioni impedirà ad una legge organica sull’argomento di vedere la luce: troppe volte si è annunciata la decisione politica, troppe volte è stata disattesa”. Ora, però, a premere per un’accelerazione di un nuovo “bavaglio” non è più solo Berlusconi e il Pdl, per questioni di bottega. Al coro di chi vuole regolamentare una materia che dopo l’esplosione dell’affaire Quirinale-Procura di Palermo si è fatto nettamente più urticante, sono diventati parecchi. Pochi giorni fa, durante la cerimonia del Ventaglio al Senato, persino Renato Schifani ha chiesto ufficialmente al governo tecnico di “fare il miracolo” e portare a casa la legge. “Ho detto alla Severino – ha detto Schifani – che un ministro tecnico come è lei può mettere attorno al tavolo tutti gli attori per trovare un giusto equilibrio tra esigenze di indagine, quelle dell’informazione e tutela della privacy”.

Peccato che la realtà sia un po’ diversa. E che la vera emergenza, ora, non sia più quella di solo un anno fa, quando di questi tempi alla Camera si dibatteva anche sulla necessità di stringere le corde ai polsi della magistratura per rendere più difficile l’uso delle intercettazioni a scopo investigativo. C’è la necessità oggettiva di chiudere per sempre alla possibilità che le intercettazioni finiscano sulle pagine dei giornali. Soprattutto che ci finisca qualcuno. E sul come raggiungere l’obiettivo, i lavori sono in corso.

Il 31 luglio, Michele Vietti è stato al Qurinale. Una visita “doverosa” al Capo dello Stato prima della chiusura estiva del Csm “dove ci sono da riorganizzazre le commissioni – ci ha detto Vietti – e dovevo informare il Presidente di tutte le novità”. Però, è chiaro, il colloquio non è stato solo su questo. E per quantoVietti voglia mantenere la massima riservatezza sui temi trattati al Colle, alla fine la sua opinione su come si potrebbe districare la materia intercettazioni ce la dice: “Premetto che tutto quello che ho detto, anche precedentemente, sull’argomento, era in pieno accordo con la Presidenza della Repubblica – diceVietti – ma ora credo che sia venuto il momento, non riuscendo a trovare un accordo di ‘sistema’, di andare avanti per approssimazioni successive”. Ovvero? “Andare avanti per priorità – prosegue Vietti – e la priorità che individuo adesso è senza dubbio quella di tutelare i soggetti terzi che vengono intercertati, ma si trovano fuori dal processo”. “In poche parole – è sempre il pensiero di Vietti – la cosa più importante sarebbe quella di trovare una misura che, ad un certo punto dell’iter d’indagine, obblighi a tutelare i soggetti terzi, senza intaccare né le indagini, né la possibilità di pubblicazione degli atti riguardanti un procedimento. Anche perché, è chiaro, dire che non si può pubblicare nulla è impraticabile, dunque che almeno si trovi il modo di far uscire di scena subito chi non c’entra”. Vietti, giusto qualche giorno fa, aveva ricordato che oggi è già prevista un’udienza filtro nella quale le parti decidono cosa lasciare nel fascicolo processuale e cosa, invece, non utilizzare. Peccato che venga spesso disattesa. Il problema dei soggetti terzi, dunque, c’è. Fino a quando qualcuno non deciderà di intervenire direttamente sulla legge, ora alla Camera, per modificare questa parte divenuta, adesso, la più “sensibile” dell’intera materia. Ed è molto probabile che sia proprio la ministra Severino, attraverso degli emendamenti del governo, a chiedere una forma di tutela ad hoc per “chi è fuori dal processo”.

A settembre, di sicuro, ci sarà la svolta. Ma il collegamento tra queste nuove urgenze sulle intercettazioni e il conflitto d’attribuzione sollevato da Napolitano proprio perché intercettato in quanto “soggetto terzo”, destano non pochi sospetti. Che Vietti, com’è naturale, nega con forza. “Ci vorranno mesi prima che la Corte si esprima, ma non v’è dubbio che anche solo in caso di accoglimento del ricorso, ci saranno delle ricadute su più fronti, ecco perché credo che sia meglio trovare un accordo ora, proprio per approssimazione, piuttosto che decidere sulla base di suggestioni”. Suggestioni che volano molto alto.


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Bart