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Se continua così ci cucchiamo di nuovo i tecnici

11 Novembre 2012

di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 11 novembre 2012)

Si discute, e si litiga, da circa un anno sulla riforma della legge elettorale, intanto ci è sfuggito qualcosa meritevole di segnalazione.

Umberto Bossi è politicamente morto, e la Lega si riprende a fatica dalla botta subita; Gianfranco Fini è uscito dal cono di luce; Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro sono stati azzoppati e non si sa che ne sarà di loro. Tutto ciò è accaduto per caso o è frutto di un piano orchestrato da una mente ignota?

Pur non essendo dietrologi vocazionali, abbiamo il sospetto che la neutralizzazione in breve tempo di quattro soggetti politici (potenziali oppositori) non possa essere un incidente della storia. Troppi indizi non faranno una prova, ma quasi. Sta di fatto che se al quadro partitico italiano togli il Pdl (che al momento ha la maggioranza relativa), la Lega, l’Italia dei valori e il Fli, rimane ben poco: il Pd, dilaniato dalla lotta interna fra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi; il Sel di Nichi Vendola, strutturalmente deboluccio; l’Udc di Pier Ferdinando Casini, da lustri condannato ad avere una quantità di consensi inversamente proporzionale al numero di apparizioni televisive del proprio leader e fondatore. C’è poi il Movimento 5 Stelle, dato in costante crescita, ma insofferente a qualsiasi alleanza, almeno stando alle dichiarazioni di Beppe Grillo.

La lunga premessa per porre una domanda retorica: nel 2013 quale risultato uscirà dalle urne? Se da qui alla prossima primavera i quattro partiti barcollanti non si rialzeranno, avremo il Pd vincitore, sì, ma con un patrimonio di voti talmente esiguo da non consentirgli di presentare in Parlamento una maggioranza in grado di sostenere un governo duraturo e attrezzato per affrontare un’esigenza che rischia di essere perpetua.

Quindi? Nell’eventualità, Bersani dice che si tratterebbe di tornare a votare. Pia illusione. Figuriamoci se il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, assumerebbe una simile decisione senza prima aver tentato una soluzione diversa col pretesto di non voler offrire agli speculatori internazionali il destro per aggredirci e ulteriormente impoverirci. Cioè? La solita e sperimentata grande ammucchiata, la fotocopia, magari con qualche ritocco, dell’attuale maggioranza che puntella l’esecutivo tecnico. Va da sé che presidente del Consiglio sarebbe confermato Mario Monti, il quale anche ieri ha detto di essere pronto a sacrificarsi di nuovo per salvare la Patria e, aggiungiamo noi, le banche e i finanzieri di cui egli è un autorevole tutore.

E Grillo come si comporterebbe? Assisterebbe impassibile al replay montiano? Dipenderà da quanti deputati e senatori sarà riuscito a fare eleggere. Per adesso è difficile azzardare previsioni: benché i sondaggi valutino i grillini già vicini al 20 per cento, sembra improbabile che possano eguagliare o addirittura superare il Pd. Comunque Montecitorio e Palazzo Madama si trasformeranno in una bolgia: una ragione in più per spingere Napolitano a persuadere i partiti tradizionali – nessuno dei quali in buona salute – ad accettare loro malgrado la coabitazione nella stessa, pur innaturale, maggioranza.
Inutile sottolineare che un’ipotesi del genere piace assai anche all’Europa di Angela Merkel, di cui il presidente della Repubblica e Monti sono fedeli esecutori in nome dei superiori interessi dell’Unione, soprattutto monetaria. L’euro si è squalificato almeno quanto la nostra politichetta antiquata, ma conta molto di più. Prepariamoci a inchinarci al dio soldo, che è potente, anzi, prepotente.


Elezioni, Monti: “Ho un consenso superiore ai partiti”. Ma Bersani lo stoppa
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 11 novembre 2012)

Mentre a destra e a sinistra fervono le  primarie, la partita su chi governerà l’Italia dopo le elezioni sembra giocarsi altrove. L’ipotesi di un  Monti bis  prende sempre più corpo, con il professore che manda quotidiani segnali di disponibilità, tanto da far montare la reazione del segretario del  Pd  Pier Luigi Bersani  che cerca di svincolarsi dalla trappola di una  legge elettorale  fatta su misura per un risultato confuso, che spalancherebbe le porte al ritorno del professore a Palazzo Chigi:  ”Quello che non accettiamo è di mettere l’Italia all’avventura togliendole ogni possibile governabilità”. Comunque sia, chiarisce, “in caso di pareggio si rivota, altro che Monti bis”.

Il destino del professore, infatti, è intrecciato a quello della nuova  legge elettorale, in eterna discussione tra tatticismi e calcoli di convenienza. Intanto Monti  rivendica una sostanziosa quota di consenso personale : “Non credo possa considerarsi solo uno che, per quello che possono valere i sondaggi, sembra avere un consenso superiore a quello di cui godono i partiti che lo sostengono in Parlamento”, afferma nell’intervista che apre il libro  ”Le parole e i fatti”, pubblicato dal Corriere della sera.  E ieri sera un periodico francese aveva diffuso un’altra intervista nella quale Monti ribadiva la sua disponibilità a restare alla guida del Paese nel caso dalle urne uscisse un quadro confuso.

“A quelli che lavorano per produrre  un pareggio  dico: ‘Badate bene che in quel caso si rivota, altro che Monti bis’”, chiarisce Bersani in un’intervista a La Stampa. “Lo dico sulla base di un ragionamento non solo politico, ma anche squisitamente matematico. Forse pensano che tra sei mesi, quando a Montecitorio ci saranno cento e passa deputati di  Grillo, si potrebbe replicare la maggioranza che c’è ora? Non esiste”. Bersani è poi tornato sull’argomento: “Quello che non accettiamo è di mettere l’Italia all’avventura togliendole ogni possibile governabilità, magari da parte di quelle stesse forze che ci consegnarono il Porcellum”.  Per il segretario del Pd  ”siamo al lupo e l’agnello in salsa elettorale. Veniamo accusati di arroganza da coloro che hanno pensato di procedere a colpi di mano parlamentari sulla legge elettorale”.

A tessere la tela del Monti bis, oltre al centrista  Pier Ferdinando Casini, c’è il presidente della Camera – e fondatore di  Fli  â€“  Gianfranco Fini, che in un’intervista a Repubblica apre alla riunificazione del centrodestra a patto che il  Pdl  sia pronto, dopo il voto, a “continuare con l’agenda Monti”. E cioè “a far nascere un governo politico guidato dallo stesso Monti”. Se  Angelino Alfano vincerà le primarie, continua Fini, “voglio vedere se immagina se stesso a Palazzo Chigi, come, d’altra parte, sta già facendo Bersani. Noi della lista per l’Italia stiamo lavorando per tenere Monti a palazzo Chigi dopo il voto”.

Anche  Casini, protagonista ieri di un duro scontro c0n Bersani, torna sulla questione: “Bersani vuole un premio per il partito di maggioranza relativa del 10 per cento. Eravamo d’accordo prima, siamo d’accordo oggi, saremo d’accordo domani. In realtà”, aggiunge, “il dibattito di ieri ha dimostrato che molti pensano ad un centro che deve essere subalterno e  vassallo  della sinistra: non esiste”.

La partita della legge elettorale si gioca soprattutto sul  premio di maggioranza, lo strumento principe della “governabilità”.  Alla nuova normativa serve “un premio di  governabilità”, spiega appunto su Repubblica il politologo  Roberto D’Alimonte. “Dare il 10% al primo partito non gli consentirebbe di arrivare alla maggioranza assoluta, ma di avere una massa critica per riuscire a fare un governo che non sia di grandi ammucchiate”, spiega. Senza il premio “di consolazione”, continua, “essendo il 42,5% impossibile da raggiungere, si tornerebbe al  proporzionale puro, che in questa situazione di frammentazione e di disaffezione alla politica sarebbe una follia. Con un rischio in più: i voti segreti alla Camera potrebbero cassare le  preferenze, e lasciare le liste bloccate. Il peggio del peggio”.

La strada segnata dall’esperto non piace a Pdl e  Udc, che per motivi diversi vedrebbero bene un Monti bis. Sono “esattamente quelli che hanno voluto il  Porcellum, una legge fatta su misura perché nessuno vincesse”, ricorda D’Alimonte. All’epoca – era il 2005 – il centrodestra aveva la necessità di arginare la vittoria del centrosinistra, preannunciata da tutti i sondaggi dopo l’esito deludente del quinquennio berlusconiano. In un intervento sul Sole 24 Ore, il politologo invita dunque le forze politiche a “non cadere nell’errore di fare una  riforma elettorale ad personam”. Perché “tra Bersani e Casini sembra che ci sia di mezzo Monti, o meglio il Monti bis”, scrive. Il problema, aggiunge, è che “questo dissidio rischia di avere un impatto negativo sulla riforma elettorale”.


Carte false
di Paolo Flores d’Arcais
(da “il Fatto Quotidiano”, 11 novembre 2012)

Renato Schifani  sarà una nullità politica ma è pur sempre il presidente del Senato, una sorta di vice-Napolitano (art. 86 della Costituzione).  E un vice-Napolitano che  confessa le “carte false” della legge elettorale in gestazione, il cui unico scopo è impedire la vittoria di una delle forze politiche che si presenteranno alle urne, è uno  scandalo  che dovrebbe fare davvero scandalo, invece di dare avvio al gran ballo del minimalismo.

Soprattutto  dopo l’altra confessione, di Monti: “Nell’ipotesi in cui fosse impossibile costituire una maggioranza, io sarei là”. E invece imperversano i reggicoda mediatici della partitocrazia con i sussiegosi “ma quale golpe” e “uno sbarramento ci vuole”, quasi che la “Porcata” l’abbia inventataGrillo  anziché la Casta, e l’urgenza improcrastinabile di cambiarla non sia apparsa al Colle improvvisamente, quando M5S ha cominciato a veleggiare su  numeri a due cifre.

Perfino Bersani ha dovuto balbettare che Grillo ha ragione, tanto sono sfacciate e indecenti le finalità della nuova legge. Del resto, se si volesse davvero riavvicinare le istituzioni ai cittadini basterebbe proporre  l’uninominale a doppio turno  con primarie incorporate. La “voce dal sen fuggita” del vice-Napolitano conferma, invece, che le nomenklature vogliono solo continuare a occupare le istituzioni come “Cosa loro”, “riformando” la Porcata in Porcata-plus. Tutta la partitocrazia, purtroppo, Pd compreso, visto che 42,5% o 40% di sbarramento sempre una legge truffa contro l’Altrapolitica resta. Chi minimizza insolentisce la Costituzione repubblicana, chi fa finta di nulla la sta rottamando: verbo disgustoso se si vuole indicare il rinnovamento, che qui rende perfettamente l’idea della lugubre manovra partitocratica in atto.

Quella di Grillo non è certo  l’Altrapolitica  che preferisco. Quella che vorrei, davvero in grado di portare il Paese fuori della crisi, è il riformismo della  Fiom  e dei  girotondi. Ma Grillo è stato l’unico a scegliere la rottura radicale con la partitocrazia – compresa la sua componente di centrosinistra – e questa era e resta la lucida precondizione di ogni rinnovamento. Senza la quale non si produce realismo politico, ma al massimo un sequel del Gattopardo.


Qui due dichiarazioni di Giampiero Samorì. E anche qui.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart