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Se continua così, la casta farà karakiri

24 Agosto 2011

L’altro giorno nel suo editoriale Maurizio Belpietro ci informava che da quando Libero, il quotidiano che dirige, ha intrapreso una campagna di denuncia contro i numerosi privilegi in testa ai politici, non trascorre giorno in cui non riceva telefonate indignate dei parlamentari, anche amici, o inviti a desistere. Gli dicono che si tratta di demagogia, la parola magica diventata di moda per contrastare la verità.

Stamani sono andato dal macellaio per ritirare delle fettine di tacchino destinate alla mia nipotina, e l’ho trovato che aveva spiegato sul bancone Libero, il giornale di Belpietro. Subito me lo ha mostrato.

“Leggi quest’altra notizia sulla casta. Lo sai   che al Senato ogni anno vengono cambiate le posate della mensa?”
“Come, come?”
“Ecco qui” e mi sbatte la pagina di fronte.

Insomma, mentre a casa nostra le posate durano almeno trent’anni, ed anzi spesso, quando hanno un certo pregio, passano di generazione in generazione, i nostri parlamentari sono schizzinosi e ogni anno pretendono che le loro “caste” manine impugnino forchette, cucchiai e coltelli di nuovo conio. Lindi e vergini, come loro, nella stragrande maggioranza, non sono mai stati. Ci vorrebbe una bella analisi freudiana per capire il perché di una tale assurda pretesa, che ci costa, anche questa, un bel po’ di soldi.

Certo, sono piccolezze, rispetto ad altri sprechi denunciati, ma sono indice di una specie di consorteria che si considera diversa dal popolo che rappresenta. Stipendi e pensioni d’oro, voli gratuiti, pranzi quasi a zero lire, tessere affinché ai parlamentari siano aperte gratis tante porte che altri disgraziati sono costretti a vedere sempre chiuse, e così via.

Tutto ciò dimostra che quegli uomini non ci rappresentano, non sono affatto “uno di noi”, non hanno a cuore le sorti del popolo, ma la propria diversità rispetto ad esso.
Al mio indignato macellaio ho risposto che presto queste denunce saranno dimenticate e tutto proseguirà come prima.

“No, ti sbagli, qui qualcosa dovrà succedere. Ora che la gente conosce queste sconcezze, non le tollererà più.”

Lascio all’amico questa illusione. Ma l’amarezza mi accompagna e ancora mentre scrivo ho la saliva impastata di ribellione.
Ho aperto il cassetto delle posate di famiglia, molto umili, e mi sono chiesto perché l’uomo che ho eletto a rappresentarmi non ritiene dignitoso fare come me (e come milioni e milioni di cittadini) e, una volta eletto, si allontani da me e mi scruti dall’alto in basso, forse addirittura sprezzandomi.

Mi domando se sia mai possibile che egli possa rappresentarmi.
C’è qualcosa che non quadra in questa democrazia italiana, la quale, più che malata, mi appare morente.

Altri articoli

“Così la Casta di soppiatto ammorbidisce i tagli” di Claudio Borghi. Qui.


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Bart