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Solidarietà per il liberale Ostellino

5 Ottobre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 ottobre 2013)

“Solidarietà per il liberale Piero Ostellino”. E’ la campagna che il nostro giornale vuole lanciare in difesa dell’ex direttore ed attuale editorialista del “Corriere della Sera” oggetto di una sistematica e violenta aggressione via web a causa dei valori di libertà che esprime nei suoi articoli sul quotidiano di via Solferino.

Di fronte alla valanga di insulti e minacce che gli viene rivolta per non essere omologato al pensiero unico politicamente corretto, Ostellino ha chiesto agli intellettuali ed ai giornalisti che si definiscono “liberali” di prendere le distanze e contestare un fenomeno di intolleranza così brutale. Un fenomeno che, di fatto, punta a cancellare uno dei principali diritti di libertà sanciti dalla Costituzione repubblicana: quello di opinione. La sua richiesta non ha trovato una sola risposta positiva. Ad eccezione di quella, proveniente non da un esponente del mondo intellettuale e del giornalismo di sinistra ma del versante opposto della destra, di Marcello Veneziani.

A dimostrazione e conferma che la cultura dell’intolleranza manifestata a livello di base da chi tende a trasformare la rete nel terreno delle esecuzioni degli avversari politici considerati o criminali o antropologicamente tarati, è pienamente condivisa (e alimentata) dai massimi vertici della nomenklatura intellettuale della sinistra. Non si può essere, come diceva Popper, tolleranti con gli intolleranti. Perché si lascia campo libero a chi tende ad approfittare dei valori della democrazia liberale per cancellare ogni possibile area di dissenso e distruggere a proprio vantaggio la democrazia stessa.

Ma per i liberali essere intolleranti con gli intolleranti non significa usare gli stessi metodi e la stessa violenza di chi si contesta. Almeno fino a quando sarà ancora possibile non c’è altra strada che reagire alle aggressioni ed ai linciaggi mediatici con i soli strumenti della democrazia. Per questo chiediamo ai componenti de “La Comunità de L’Opinione” ed a chiunque creda che alla base della democrazia repubblicana ci debba essere la difesa delle libertà, di partecipare alla campagna “Solidarietà per Piero Ostellino”. Perché oggi, nelle condizioni in cui versa il paese, rivendicare il diritto d’opinione del giornalista liberale, significa battersi per la difesa della libertà di tutti i cittadini!

Loris Facchinetti
Paolo Pillitteri
Alessandro De Rossi
Andrea Mancia

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Segretario unico e via gli estremisti. Alfano detta le sue condizioni
di Andrea Garibaldi
(dal “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2013)

ROMA â— I filogovernativi, sicuri di aver vinto, di essere spinti dal vento del rinnovamento. Vogliono un partito che frequenti la democrazia (magari con un vero congresso), vogliono gli estremisti messi da parte. E vogliono che Angelino Alfano governi il partito, senza lacci. Tutto questo lo chiedono a Berlusconi, che ormai li ascolta con attenzione, è pronto ad accogliere in particolare la richiesta su Alfano («Sei il migliore », gli dice).

Fra quelli che invece volevano si votasse ad ogni costo la sfiducia al governo, alcuni mediano, nel nome dell’unità, altri non intendono farsi da parte. A Palazzo Grazioli, Berlusconi riceve all’ora di pranzo Alfano e con lui i capigruppo di Camera e Senato, Brunetta e Schifani. E Gianni Letta. Incontro lunghissimo, fino alle 17. Alfano porta la linea dei settanta parlamentari che mercoledì hanno spostato tutto il partito sulla fiducia al governo. Berlusconi si mostra molto provato. Settimana feroce. Gli ondeggiamenti sul governo, la decadenza da senatore quasi all’atto finale: «Non fatemi assistere a lacerazioni del partito ». Si esamina una proposta di «direttorio », Alfano affiancato da Verdini, Bondi,Brunetta e Schifani. Alfano scuote la testa: «Il segnale di novità deve essere profondo, Presidente… ». In molti hanno fatto capire la stessa cosa. Cicchitto ha parlato di «defalchizzazione », liberazione dai «falchi », gli estremisti: «Il Pdl va defalchizzato e non deberlusconizzato. Bisogna dare ad Alfano la possibilità di costruire un grande partito moderato, riformista e garantista ». Quagliariello: «Attorno ad Alfano è nata una nuova classe dirigente, che ha saputo riconoscere ciò che domandava il Paese ». Lupi: «Il partito deve rinnovarsi con una nuova linea e una nuova classe dirigente ». In politica chi sbaglia paga, si ripete nelle file dei filogovernativi. E c’è un elenco di nomi che dovrebbero fare il «passo indietro » affinché il Pdl non si spezzi, affinché Berlusconi possa traghettare tutti in Forza Italia, se è questo che desidera. L’elenco è breve: Verdini, Bondi, Santanché, Capezzone. E si vorrebbe che Sallusti lasciasse Il Giornale, per far tornare Belpietro. Poi, c’è il caso più delicato, quello di Renato Brunetta. «Brunetta si comporta come se stessimo all’opposizione », spiegano nell’entourage dei ministri Pdl. Il sostituto già sarebbe pronto, basterebbe far tornare Cicchitto alla guida dei deputati (Cicchitto, con Formigoni, ieri è stato fra i primi a dare solidarietà a Berlusconi dopo il voto sulla decadenza).

Ma Brunetta è un ostacolo importante. Berlusconi sulla sua sostituzione prende tempo, deciderà fra qualche giorno, e intanto tiene per sé le deleghe del partito. Tuttavia, congedati Alfano e gli altri dà ascolto proprio a Cicchitto. E in serata è la volta dei ministri Quagliariello, Lupi e De Girolamo. Su Alfano segretario plenipotenziario è convinto. Sul resto, cerca il cemento per tenere assieme il partito. «Occorre una forte riorganizzazioneâ—dice Andrea Augello, schierato con Alfano â— Ma senza notti dei corti né dei lunghi coltelli. Tutti dovranno essere rappresentati, anche chi è diventato minoranza a causa di posizioni politiche sbagliate ». Ieri è stata la giornata dei mediatori. Dirigenti che non hanno seguito Alfano ma che ora lanciano appelli all’unità. Schifani svolge quest’opera da giorni. Ieri è toccato aGasparri, Matteoli, Romani, Gelmini, Polverini. E anche Bondi, che però poi ha dichiarato: «Come possiamo assistere alla defenestrazione del presidente Berlusconi per mano del Pd, con il quale collaboriamo? ». Domanda che per Alfano e il suo gruppo non è più proponibile. Per loro, il governo, se lavorerà bene, andrà avanti fino al 2015.


L’appello di Marina: preservare l’unità del partito
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 4 ottobre 2013)

ROMA – Silvio Berlusconi sta per affrontare il passaggio più drammatico della sua storia politica e il Pdl si dilania in uno scontro di potere senza eguali, perciò Marina Berlusconi – a quei dirigenti politici che la chiamano per manifestarle vicinanza e affetto – non si stanca di ripetere che «bisogna preservare l’unità del partito », e per riuscirci «servono esercizi di intelligenza e lungimiranza ». È un appello a tenere insieme i moderati, quello che torna nei suoi conversari: «Mio padre non è patrimonio né dei falchi né delle colombe. Lui ha dato voce e rappresentanza ai moderati, li ha uniti, e oggi è l’unica vera possibilità di sintesi tra le varie posizioni ».

L’«unità dei moderati » è insomma il «valore assoluto, che va salvaguardato », d’altronde «l’intera storia politica » del Cavaliere – a suo modo di vedere – è stata segnata da questo obiettivo: «Questa è stata la motivazione principale della sua discesa in campo e del suo cammino ». Perciò con i suoi interlocutori auspica che si ponga fine al conflitto e che si mettano alle spalle le amarezze di questi giorni. Marina applica a se stessa il precetto, e quando percepisce che tentano di carpire i suoi umori profondi, e le chiedono se sono veri i giudizi pesanti che le sono stati attribuiti su alcuni dirigenti del Pdl, lei risponde che «una cosa sono le valutazioni personali, altra le valutazioni politiche. E in una fase come questa devono prevalere le valutazioni politiche ».

Parla come un politico, sebbene continui a dire di non volerlo fare: «Penso che si possa seguire la politica con attenzione, anche esprimendo un’opinione, senza per questo avere alcuna intenzione di impegnarsi direttamente ». Da tempo ha messo nel conto di venire strumentalizzata nella lotta intestina che sta dividendo il Pdl, sa che fa parte del gioco anche se preferirebbe non si giocasse con lei, con il suo nome. E non c’è volta che non le ripetano la stessa cosa: allora scende in campo? «L’ho già smentito più volte. Non ho mai partecipato e non ho intenzione di partecipare alla vita del partito. Non mi ritengo né falco né colomba. Mi ritengo quello che sono: una figlia che cerca di stare il più possibile vicino a suo padre e che ha a cuore soltanto una cosa, il bene di suo padre ».
Ed è nel nome del padre che più volte si rivolge ai dirigenti del Pdl, chiedendo «l’unità », sebbene abbia altro a cui pensare alla vigilia del giorno in cui il Cavaliere dovrà affrontare il giudizio della Giunta di palazzo Madama, primo passo verso il verdetto della sua decadenza da parlamentare. Non si sofferma sul suo stato d’animo, «è inutile vi dica quale effetto mi faccia. Piuttosto bisognerebbe pensare a quale effetto dovrebbe fare a tutti », come a sottolineare la portata dell’evento. «Perché qui – secondo la primogenita di Silvio Berlusconi – non stiamo parlando solo del destino del leader del centrodestra e dei diritti di milioni di italiani che da vent’anni lo votano. Anche se già questa sarebbe una questione enorme. In realtà la posta in gioco è ancora più alta. Siamo di fronte a un vero e proprio attentato alla democrazia. E denunciare gli abusi intollerabili della magistratura, significa difendere la democrazia stessa, il diritto nostro e dei nostri figli di crescere e vivere in un Paese civile e democratico ».

È la versione di Marina Berlusconi, è la sua difesa di Silvio Berlusconi, in perfetta coincidenza con il pensiero del padre: «La terzietà e l’imparzialità dei giudici sono purtroppo diventati concetti astratti, troppo spesso slegati dalla realtà. Ci sono troppi magistrati che decidono esclusivamente per faziosità, troppi scandali finti inventati per andare in prima pagina e troppi scandali veri su cui scende il silenzio. Ci sono troppe sentenze, troppi provvedimenti che calpestano le regole del diritto e hanno conseguenze pesanti sulla politica, l’economia, sulla vita di tutti noi. L’Italia è malata di malagiustizia, e se non guarirà in fretta continuerà a pagare prezzi sempre più alti ».

Quando la figlia parla di giustizia, è come se parlasse il padre, è un fiume in piena che spazia dai principi ai processi senza soluzione: «La sentenza sui diritti Mediaset, per esempio, è l’ennesimo scempio della verità. Basti pensare che per gli stessi fatti la Cassazione aveva già scagionato mio padre per ben due volte, che la cifra contestata come evasione è irrisoria rispetto a quanto versato al fisco dalla società nello stesso periodo, che non c’è lo straccio di una prova. Anzi, tutti gli elementi dimostrano il contrario di quanto sostiene l’accusa. Questo è stato chiamato “processo diritti tv”, in realtà è un processo al diritto, e alla fine i veri condannati sono proprio il diritto e la verità ». Almeno su questo punto avverte la solidarietà sincera del partito verso il Cavaliere, perché «al di là delle diverse valutazioni nel campo dei moderati, una posizione comune non è mai stata messa in discussione: la difesa di mio padre dall’aggressione e dalla persecuzione giudiziaria alla quale è sottoposto da vent’anni ».

Semmai smentisce che lo strappo sul governo operato dal leader del centrodestra fosse legato ai suoi destini personali: «Non è vero, serviva un gesto forte per spronare una politica economica troppo debole e troppo timida. La vera ragion d’essere delle larghe intese dovrebbe essere quella delle riforme. Perché le ricette sulle cose da fare ci sono, il vero problema è trovare il modo per realizzarle, e quindi cambiare un sistema che si è dimostrato paralizzante e inadeguato. Abbiamo già assistito al fallimento dell’esperienza del governo dei tecnici. Il successo o il fallimento delle larghe intese dipenderà da quello che si riuscirà a fare sul terreno delle riforme ». E dopo averla ascoltata, a tutti scatta istintivamente sempre la stessa domanda: allora scenderà in campo? «Assolutamente no. Ho già smentito e non ho cambiato idea ».


Travaglio: “Salvate Sallusti dall’opportunista Alfano”
di Redazione
(da “Libero”, 5 ottobre 2013)

Salvate Alessandro Sallusti. L’appello lo lancia, niente meno, Marco Travaglio nel suo editoriale su Il Fatto Quotidiano. Il re dei manettari, pur di attaccare Angelino Alfano, prende posizione sulla bagarre interna al centrodestra e dà per certi i rumors di stampa: Angelino vuole la testa del direttore de Il Giornale e questo non ha niente – parole di Travaglio – “di liberale, popolare ed europeo”. “Quando, ancora due mesi fa, – sostiene Travaglio – si trattava di manganellare chi chiedeva le sue dimissioni per il sequestro e la deportazione della moglie e della bimba di un dissidente kazako ordinati da agenti di Astana che scorrazzavano per il Viminale e perpetrati dalla polizia italiana all’insaputa del presunto ministro dell’Interno, Il Giornale di zio Tibia (Sallusti ndr) gli andava benissimo. Ora che gli dà del traditore, non più”.

Opportunista – Marco Manetta dice che i frondisti berlusconiani vogliono “cacciare il direttore del Giornale per sostituirlo con uno più morbido e accomodante nei loro confronti (i pretendenti non mancano)”. Dato l’assioma teorico, Travaglio se la prende con Alfano “che si definisce ‘diversamente berlusconiano’ e invece è solo un berlusconiano opportunista”. La colpa non espiata sembrano essere i mesi in cui Alfano è stato “difeso” da Sallusti. Ora che non è più comodo – ragiona Travaglio – ecco che il direttore va defenestrato, ma non è così che si trattano i colleghi. Conclusione? “Il berlusconismo non finisce con la morte (peraltro presunta) di B.: finirà quando anche l’ultimo berlusconiano sarà sparito dalla circolazione senza lasciare tracce”.

Lodo – E allora Travaglio cerca queste tracce e spolvera tutti i presunti scheletri nell’armadio di Alfano: chiede ai lettori “chi ricorda i rapporti con Massimo Ciancimino?”. E racconta e parla e scrive per poi arrivare, solo a fondo pagina, all’unico scheletro che, davvero, Travaglio non gli perdonerà mai: quando “nel 2005, proprio al Giornale, l’onorevole Angelino si dicharò ‘unilateralmente innamorato di Silvio Berlusconi'”.


Le ultime ore del senatore B.
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 4 ottobre 2013)

La decadenza è per lui uno di quegli eventi così intrattabilmente, spigolosamente, certi, che ieri non sapeva bene nemmeno dove metterlo nel quotidiano possibilismo della sua vita. “Non è più questo che mi preoccupa”, s’è confidato Silvio Berlusconi, nel giorno in cui la Giunta del Senato lo avvia verso quell’espulsione che si consumerà tra nove giorni, nella seduta plenaria di Palazzo Madama. Così, con Mariarosaria Rossi, l’assistente e senatrice, e con l’onorevole (e avvocato) Niccolò Ghedini, il Cavaliere, inquietato dalla baldanza delle procure che potrebbero voler esibire il suo scalpo nella gogna del carcere, ha fatto uno strano, per lui, esercizio di rassegnato fatalismo, un’ammissione che forse occulta la segreta speranza d’una via di fuga nel voto segreto del 14 ottobre. “Subisco un’ingiustizia”, ha detto, “ma va bene, va bene tutto”, si può sopportare la violenza degli arresti domiciliari, persino l’umiliazione della decadenza, chissà, “ma il carcere però no, a tanto non possono voler arrivare nemmeno quegli irresponsabili, perché si sfascia tutto”.

Scuro in volto, Ghedini, adatta il suo corpo donchisciottesco a una postura ombrosa e contratta di fronte al suo Capo, non condivide il fatalismo, vorrebbe salvare il Cavaliere, ma vorrebbe farlo a modo suo, secondo una grammatica esplosiva che Berlusconi sembra aver messo in un angolo, come le cose che si scartano, che si vogliono annullare, nessuna manifestazione, nessuna contrazione violenta, niente spasmi, né di piazza né in Parlamento.
“Il boia non s’illuda”, dice Renato Brunetta, “sta rotolando il titolo di senatore, non la testa dell’uomo e del politico”. Eppure la tragedia dell’espulsione, nella lunga seduta della commissione per le elezioni, dopo un avvio serioso, in cravatta senatoriale, sempre più ha preso un contorno farsesco, toni da commedia pecoreccia, “tutto quello che potevano sbagliare oggi l’hanno sbagliato”, dice il senatore del Pdl Andrea Augello. E si riferisce al grillino Vito Crimi che, dal chiuso della camera di consiglio, pubblica su Facebook una foto del Cavaliere accompagnata da sguaiate allusioni sugli infortuni viscerali d’un corpo senile, roba da anatomia patologica, da film con Alvaro Vitali, tra flatulenze e prolassi muscolari, mentre un tal avvocato, legale del senatore che subentrerà al posto del Cavaliere, un uomo del centrodestra, in Aula, in un clima ormai surreale, insisteva, con qualche sgrammaticatura, inciampando nei congiuntivi, sull’opportunità di far decadere Berlusconi, cioè il leader del partito cui appartiene il suo assistito. “Sembrava uscito da una commedia di Nino Martoglio, ‘Civitoti in Pretura’”, racconta ancora Augello, “dal punto di vista procedurale, per tacere dell’estetica, è stato un disastro”. E dunque, nell’ineluttabile sfacelo, una sfumatura certo non di vittoria, ma di riscatto, un po’, sì. La corte esplosa del Pdl si è abbandonata agli strepiti, “la decadenza è una mascalzonata” (Giovanardi), “una brutta pagina per la democrazia” (Lupi), e dunque falchi e colombe, hanno ritrovato così, per un attimo, intorno al malconcio Sovrano, se non un sentimento di reciproca solidarietà almeno qualcosa che dia un senso al loro stare insieme.

Ma nel Pdl si vive sempre una vita di clan, un casereccio, petulante, spirito di rissa. Mentre un nuovo gruppo di falchi si condensa attorno all’ex ministro Raffaele Fitto, nel gruppo dei vincitori c’è chi vorrebbe consumare vendette contro gli sconfitti Verdini e Santanchè. Angelino Alfano è andato a sedersi, ancora, di nuovo, per il secondo giorno consecutivo, sui divani di Palazzo Grazioli. E al Cavaliere, stanco, ha finito d’esporre le nuove geometrie, i suoi piani, “non dovremmo presentare il simbolo di Forza Italia alle prossime elezioni europee. Il nostro marchio, presidente, è il Pdl”. La successione è avvenuta, per attrito morbido, qualcuno usa l’espressione parricidio, ma Berlusconi non sembra dolersene troppo (ma chi può dirlo?), il colpo di grazia filiale lo ha liberato dagli incessanti tormenti della paternità. E lui si prepara ad accontentare Alfano, per quel che può, e vuole. E’ ancora il padrone del casato, e per Alfano è un elemento indispensabile della nuova costruzione, “non si raccolgono voti se passiamo per traditori”, confessano i diversamente berlusconiani. E poi ci sono i quattrini d’un partito che ha vissuto all’ombra del potere finanziario del suo padrone, l’ultimo assegno staccato dal Cavaliere, 17 milioni di euro, risale a giugno, e quei soldi stanno per finire. Alfano ha bisogno di Berlusconi. “Lui continuerà a comandare anche dopo che sarà morto”, dice Carlo Freccero, come Lenin nel mausoleo, attraverso un codice, un’emanazione, una luce immortale e un conto in banca.


“Truccavano concorsi”. Denunciati cinque ‘saggi’ scelti da Letta per la Costituzione
di Antonio Massari
(da “il Fatto Quotidiano”, 5 ottobre 2013)

In quali mani è la nostra Costituzione? Una risposta ce l’hanno i pm e gli investigatori della Guardia di Finanza che, sull’asse Roma – Bari, indagano con la procura di Bari: cinque “saggi”, incaricati dal presidente Napolitano di riformare la Carta Costituzionale, sono stati denunciati dalla Gdf per truffa, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico.

L’inchiesta conta ben 38 persone al momento denunciate: docenti accusati d’aver costituito un’associazione per delinquere che ha pilotato, negli ultimi tre anni, i concorsi per diventare professori nelle università italiane. Tra loro anche i cinque “saggi” Augusto Barbera e Giuseppe de Vergottini dell’università di Bologna, Carmela Salazar dell”Università di Reggio Calabria, Lorenza Violini dell’Università di Milano e Beniamino Caravita della Sapienza di Roma. Quest’ultimo ha subito una perquisizione già due anni fa. Ma secondo il suo legale, Renato Borzone, il professor Caravita “non ha alcuna responsabilità e, a giudicare dal numero di proroghe, l’indagine dovrebbe essere già conclusa”.

In realtà siamo in fase d’indagine preliminare, quindi tutti gli eventuali reati sono da accertare nelle sedi giudiziarie, ma lo spaccato che emerge dall’inchiesta appare da un lato desolante, dall’altro devastante, per l’intera università italiana. E non solo. Mentre erano in corso le indagini, infatti, ben 5 denunciati sono stati elevati al rango di saggi della Repubblica, con incarico conferito direttamente dal presidente Napolitano. E oggi, alla luce dell’inchiesta, possiamo rileggere alcune cronache dell’epoca: “Se si dà retta alle indiscrezioni – scriveva la Stampa – Napolitano pare abbia personalmente depennato svariati nomi che non gli sembravano consoni al ruolo o comunque all’altezza della sfida istituzionale”. Oppure il Foglio: “Trentacinque prof. d’obbedienza quirinalizia per fiancheggiare Letta e attutire le intemperanze dei partiti”, titolava, menzionando una frase del Presidente – “Ricordatevi che la vostra non sarà una lotta tra guastatori e difensori della purezza costituzionale” – e aggiungendo: “Li ha coccolati con lo sguardo mentre li ha accolti al Quirinale, tutti e trentacinque quanti sono questi suoi professoroni costituzionalisti, il meglio degli atenei d’Italia, i suoi “saggi”, lo strumento ricorrente e permanente della politica presidenziale di Giorgio Napolitano…”.

Cinque di loro, però, sono finiti denunciati nell’inchiesta condotta dal pm di Bari Renato Nitti, in collaborazione con la Guardia di Finanza, e le accuse sono piuttosto dure. L’inchiesta nasce quattro anni fa, nel 2009, quando Nitti indaga su un concorso bandito dall’Università telematica Giustino Fortunato. È quello il primo momento in cui, la procura barese e la Gdf, incappano nelle vicende dell’istituto di diritto Costituzionale. Gli investigatori intercettano il professor Aldo Loiodice, che è professore ordinario di Costituzionale ed è anche il rettore della Giustino Fortunato, ma nel frattempo interviene la riforma dell’ex ministro Gelmini, che cambia le regole del concorso.

Il localismo è destinato a finire: nasce una super commissione nazionale, per ogni singolo istituto universitario, che dovrà poi nominare i futuri professori. Il primo concorso dovrebbe chiudersi proprio nelle prossime settimane. La Finanza, nel frattempo, ascolta in diretta telefonate e strategie dei docenti, che si confrontano con il modello Gelmini, e scopre il tentativo di far eleggere, nella commissione nazionale, professori ritenuti avvicinabili: lo scopo, secondo l’accusa, è quello di manipolare i concorsi e pilotare le nomine. I 38 denunciati – tra loro anche Annamaria Bernini e Federico Gustavo Pizzetti di diritto pubblico comparato – appartengono a ben 8 diverse università. Gli istituti finiti nel mirino degli investigatori, per il concorso in questione, sono tre: diritto Costituzionale, diritto Canonico ed Ecclesiastico e diritto Pubblico Comparato.

Il professor Augusto Barbera nega qualsiasi coinvolgimento: “Non potevo ricevere pressioni, poiché non sono in commissione, e non ne ho esercitate, quindi non capisco in che modo possa essere coinvolto. Se qualcuno ha fatto il mio nome a sproposito non posso saperlo. Posso soltanto dire di essere estraneo alla vicenda. Con la riforma Gelmini, poi, gli accordi non sono possibili: la commissione è sorteggiata su centinaia di nominativi. Certo, poi può sempre accadere che un collega faccia qualche pressione”.

Un ‘saggio’, dinanzi a un eventuale avviso di garanzia, non dovrebbe rimettere il proprio mandato? “La commissione s’è chiusa il 17 settembre 2013: il nostro compito è finito. Se poi arriva un avviso di garanzia, e io non ne ho ricevuti, ognuno si comporta secondo la propria sensibilità: potrei dire che sono disposto a dimettermi, anche se avendo concluso il mio compito non sono più un saggio e, soprattutto, un avviso di garanzia non significa nulla, anzi, si tratta di un atto a garanzia dell’indagato. Piuttosto, posso dire che se dovessi ricevere un avviso di garanzia, sarei immediatamente disponibile a collaborare con la magistratura perché questo è il mio primo dovere”.


Alfano, il delfino con la lupara
Carmelo Lopapa per la Repubblica
(da “Dagospia”, 5 ottobre 2013)

Via la catena di comando del partito, ancora in mano ai falchi, e candidatura alla premiership del centrodestra. Angelino Alfano, che aveva già strappato il sostegno di Berlusconi al governo con la prova di forza al Senato, va a rivendicare e in parte ottiene una mezza rivoluzione nel Pdl. Tre ore di colloquio tra i due, iniziato a pranzo e concluso alle 17, negli appartamenti di Palazzo Grazioli, presenti i capigruppo Brunetta e Schifani. È con tutti loro il Cavaliere quando da Palazzo Madama viene gelato dal via libera alla decadenza in giunta.

Ma la residenza è un approdo da tutte le sponde pidielline, in mattinata arriva Claudio Scajola e a seguire la coordinatrice dei giovani Annagrazia Calabria. Il piatto clou tuttavia è servito a ora di pranzo. Il segretario detta le condizioni per tenere unito il Pdl, ora che Berlusconi lo va predicando a chiunque incontri e che Sandro Bondi e altri fedelissimi lanciano appelli per scongiurare la spaccatura.

Ma tutto dovrà passare attraverso un «repulisti » sul quale il vicepremier, e dopo di lui Cicchitto e i ministri Lupi, Quagliariello e De Girolamo – ricevuti anche loro in serata – sono irremovibili. E allora ecco la rimozione dei coordinatori, Bondi e Verdini, del capogruppo alla Camera Brunetta, della responsabile organizzativa Santanché, l’avvicendamento alla direzione del “Giornale” (Sallusti), tra le pesanti richieste messe sul tavolo. La notizia fa il giro dei palazzi in poche ore e surriscalda un clima già tesissimo, nel partito.

«Presidente, se crede in me, vorrei che non ci fossero altri ostacoli nella costruzione della leadership del centrodestra, Renzi è già in campo dall’altra parte » è uno dei passaggi cruciali del discorso di Alfano a Berlusconi. Un punto sul quale il Cavaliere concede ampie garanzie.

Del resto, quando la sera prima decine di deputati erano andati a Palazzo Grazioli portandogli le firme di cento parlamentari disposti a restare al suo fianco contro i “governativi”, li aveva quasi fulminati: «Dal sondaggio che mi hanno consegnato, emerge che il 70 per cento dei nostri elettori era per la fiducia », la loro linea era quella giusta, insomma. «Non posso permettere ora che venga distrutto il progetto politico che ho costruito in questi vent’anni: con la spaccatura ci indeboliremmo. E poi, se rompiamo con Alfano, che risultato otteniamo ».

Saverio Romano, ma anche Verdini e poi Fitto tra i più animati. «Non possiamo essere spazzati via per il solo fatto di essere stati leali a lei, il partito dovrà rappresentare tutti » è la tesi del deputato pugliese. È in quell’area che matura l’idea di affiancare ad Alfano un coordinamento di otto dirigenti. Dentro, oltre ai capigruppo, Lupi, Bondi, Carfagna, Gelmini e lo stesso Fitto. Ipotesi già stroncata ieri, tanto dal vicepremier quanto dai ministri arrivati a Palazzo Grazioli.

Alfano non vuole alcuna struttura che abbia l’impronta del commissariamento. «Si tratta di defalchizzare il partito » è semmai il problema, per dirla con Cicchitto. Sembra che nei colloqui a due in giornata Berlusconi abbia concesso ampie aperture: «Io ad Angelino voglio bene e lo stimo pure. Per me resta il migliore dei nostri, nonostante quel che mi ha fatto. Al momento è lui il nostro candidato premier ».

Sul repulisti sa di dover concedere qualcosa, il capo. Raccontano si sia detto pronto a sacrificare la Santanché all’organizzazione, ma non Verdini, oppone resistenza sul direttore del Giornale Sallusti. Brunetta alla Camera diventa molto in bilico. «Angelino non può pretendere di avere in mano il cento per cento del partito » si è sfogato Berlusconi, garantendo comunque a tutti i suoi «piena agibilità politica » anche nel partito a impronta Alfano.

Loro, i falchi, non si sentono affatto sicuri, ora che perfino l’avversario Cicchitto ha trovato udienza a Grazioli. Il segretario è stato chiaro col leader: «Se la linea premiata dagli elettori è la nostra, non vorrei che da domani si tornasse a sparare a zero contro il governo, diversamente sarebbero loro a mettersi fuori dal partito ». Ecco perché si torna a parlare di gruppo forzista autonomo. La resa dei conti non è finita.


Fucilato dal socio
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 5 ottobre 2013)

Primo sì alla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. La giunta del Senato ha votato ieri a maggioranza, contrari solo Pdl, Lega e Gal.
A giorni l’aula dovrà confermare e a quel punto, salvo teorici colpi di scena possibili col voto segreto, Berlusconi non sarà più parlamentare, con un paio di mesi di anticipo sulla decadenza per via giudiziaria (il ricalcolo della pena accessoria della decadenza deciso dalla Cassazione). Il voto era talmente annunciato e scontato che Berlusconi ha rinunciato alla difesa. L’unico colpo di scena è arrivato dal membro grillino della giunta, Vito Crimi, che postando su Facebook un messaggio squallido e volgare contro il Cavaliere durante la seduta segreta ha rischiato di far saltare tutto per violazione dei regolamenti.

Nel Pdl lo sdegno per la pagliacciata grillina è stato immediato, quello contro il voto unanime. «Democrazia violata », «Stato di diritto calpestato », «decisione indegna » sono le frasi più ricorrenti. Ho però notato che da parte dei dirigenti del Pdl (se si esclude qualche falco) c’è la condanna della porcata ma non viene citato (al massimo sfiorato, con rispetto) l’autore, cioè il porco. Che certo non può essere il grillino, nel suo squallore coerente col ruolo di oppositore e fanatico giustizialista. E allora, mi permetto io di colmare la lacuna. Lo dico: il malfattore è il Pd, fedele ed entusiasta alleato di governo. Può essere che dire oggi: la sinistra ha ucciso per sfregio Berlusconi (decadrebbe comunque tra poche settimane per via giudiziaria), ha violato la Costituzione (la legge Severino è stata applicata in modo retroattivo e perciò illegale), non ha accettato di chiedere un parere alla Corte costituzionale (come certificato da prestigiosi esperti anche di area Pd), può essere che tutto ciò rischi di irritare Epifani e Napolitano e di spegnere l’entusiasmo per la rinnovata armonia delle larghe intese. Ma quando ci sono di mezzo libertà individuali e politiche e l’onore di vent’anni di storia politica non si può indietreggiare di un solo metro.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi ora è chiaro con che razza di soci di governo abbiamo a che fare. Il calice amaro delle larghe intese, se deve essere bevuto, almeno che resti amaro, e si sappia che a un sorso al giorno si può anche morire (tutti) di mal di stomaco. Dopo ieri, il rischio è davvero alto.


Giap, il generale comunista che vinse sempre e non fu mai stalinista
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 5 ottobre 2013)

Esistono, nella storia, alcuni generali che hanno sconfitto l’esercito francese. Per esempio il Duca di Wellington che strapazzò Napoleone. Esistono anche dei generali che sconfissero in battaglia l’esercito degli Stati Uniti. Per esempio Toro Seduto, che uccise il generale Custer e mise in fuga le sue truppe lungo il Little Big Horn. Però esiste un solo generale – uno solo – che ha sconfitto sia i francesi sia gli americani. E non solo in battaglia, ma li ha proprio travolti e ha fatto loro perdere la guerra. Non solo: questo generale -piccolo di fisico e gigantesco di cervello – ha sconfitto anche l’esercito giapponese e poi quello cinese. Si chiamava Nguyen Giap, e oltre a battere francesi e americani, e giapponesi e cinesi – e anche il piccolo e ferocissimo esercito del dittatore Pol Pot, in Cambogia – possiamo dire che ha sconfitto anche la vecchiaia. E’ morto ieri, ad Hanoi, e nello scorso mese di agosto aveva compiuto la bellezza di 102 anni.

Ho Chi Min era il presidente del Vietnam del Nord. Personaggio amatissimo in tutto il mondo, Non solo dai comunisti. Aveva una ventina d’anni più di Giap ma aveva affidato al suo giovane allievo tutto il potere militare. Giap iniziò la sua carriera durante la seconda guerra, e nel 1945, a 32 anni, già col grado di generale, attaccò e liberò Tokyo (?ndr) occupata dai giapponesi. Da allora il suo mito non si fermò più. Crebbe, crebbe. Fino al suo più grande capolavoro militare che fu la battaglia di Dien Bien Phu, nel 1954. Giap affrontò l’esercito francese in campo aperto e lo sbaragliò. Stupendo il mondo intero. Il Vietnam era un paese che aveva subito per secoli la dominazione francese e la vittoria militare di Giap, ancora oggi, è ricordata in Francia come una clamorosa e cocente umiliazione.

Da allora Giap è un mito. Molto oltre i confini del Vietnam. Ma la sua consacrazione definitiva avviene negli anni sessanta, quando affronta gli americani e li sconfigge ripetutamente con la tattica ella guerriglia. Giap diceva: “le armi sono poche ma noi abbiamo due punti di superiorità; conosciamo il nemico e conosciamo il terreno; loro non conoscono né noi né la giungla”. E con questa tranquillità nel gennaio del 1968 lanciò la famosa offensiva del Tet (il Tet è una festività vietnamita), che si sviluppò in decine di punti diversi del Vietnam e provocò perdite fortissime all’esercito americano, guidato dal famoso generale Westmoreland, e agli alleati del Sud Vietnam. L’offensiva del Tet ebbe due risultati. Il primo fu un aumento grandioso della popolarità del Nord Vietnam in tutto il mondo, e il rilancio dei movimenti pacifisti in tutte le grandi città dell’Occidente. Il secondo risultato fu l’abbattimento della figura politica del Presidente degli Stati Uniti, Lyndon B. Johnson (il successore di Kennedy), che dopo sessanta giorni da quella sconfitta militare annunciò che si ritirava dalla corsa per la rielezione alla Casa Bianca.

A noi ragazzi certo piaceva Che Guevara. Però già allora ci era chiara una cosa: Guevara e Giap usavano lo stesso tipo di tecnica di guerra: e cioè la guerriglia, il mordi e fuggi, l’imboscata, l’uso della complicità del popolo. Però con una notevole differenze: Che Guevara era un grande perché perdeva, Giap era un grande perché vinceva. Giap ha sempre vinto.

Nel ’68 era già un generale anziano, quasi sessantenne, ma la sua carriera politico-militare non finì lì. Giap guidò il suo paese alla vittoria definitiva contro gli Stati Uniti (1 maggio 1975, con la fuga degli ultimi elicotteri americani da Saigon) e poi continuò a combattere, e all’inizio degli anni ottanta sconfisse in pochi giorni prima l’esercito cinese, che aveva cercato di invadere il Vietnam, e poi Pol Pot, invadendo la Cambogia, liberandola della atroce dittatura e poi ritirandosi.
Giap non era solo in militare, era anche un intellettuale. Aveva studiato Marx, era comunista. Ma non fu mai stalinista e cercò sempre di coniugare comunismo e libertà.

Oggi sono passati più di quarant’anni dalla guerra del Vietnam. Che segnò l’unica sconfitta militare conclamata della storia degli Stati Uniti. Chi aveva ragione in quella guerra, i vincitori o i vinti? Stanno tornando molti revisionismi, molti ripensamenti, si fa strada l’idea che in fon do quella fu la guerra tra una dittatura e l’esercito della libertà, cioè quello a stelle e strisce. E quindi che la ragione era dalla parte dell’America. Penso che siano idee e ripensamenti assolutamente sbagliati. La guerra condotta da Ho Chi Min e Giap fu contro un’invasore straniero e contro il diritto alla sopraffazione. La vittoria del Vietnam mise fino alla fase più aspra del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Provocò una crisi irreversibile. E aprì il modo al ritorno della globalizzazione. Io penso che l’Occidente ancora non è in grado di valutare i danni giganteschi e le ingiustizie provocate dal colonialismo nel corso dei secoli.


E’ morto Carlo Lizzani
di Marco Giusti
(da “Dagospia”, 5 ottobre 2013)

Se ne va anche Carlo Lizzani, pochi giorni dopo Giuliano Gemma. E anche lui, pur tra i padri nobili del Neorealismo, sia come regista, “Achtung! Banditi!” (1951), che come teorico e storico, poteva vantare la regia di ben due western importanti, “Un fiume di dollari” (1966) e, soprattutto,”Requiescant” (1967), che poteva vantare nel cast oltre a Lou Castel e Mark Damon anche Ninetto Davoli e Pier Paolo Pasolini come prete rivoluzionario.

E’ morto come Mario Monicelli, volando da un balcone del terzo piano in eta’ molto avanzata, 91 anni, forse risparmiandosi, lui che era sempre cosi’ lucido e professionale, inutili agonie. Lo avevamo visto da poco come protagonista e voce narrante di un documentario sul Neorealismo di Gianni Bazzocchi, “Non eravamo solo ladri di biciclette”, presentato a Venezia lo scorso settembre.

Nella Venezia che lo aveva visto tra i direttori piu’ vitali e innovativi, almeno per la mia generazione, negli anni 70, grazie alla prima apertura da parte della Biennale al cinema di genere e ai kolossal che uno dei suoi curatori, Enzo Ungari, seppe costruire con le proiezioni di “Mezzogiorno Mezzanotte”, in un trionfo di “Indiana Jones”, “Guerre stellari”, ma anche di quandi recuperi come i capolavori allora perduti di Alfred Hitchcock e Nicholas Ray.

Ma Lizzani stesso, al di la’ del suo status di regista di grandi fatti storici, penso a “Il processo di Verona” con Rod Steiger e Silvana Mangano, a “Il gobbo” con Gerard Blain e Pier Paolo Pasolini, a “L’oro di Roma”, fu tra i pochi registi da festival e di chiara orientazione politica a sapersi non solo ben destreggiarsi tra i generi considerati minori, ma addirittura a inventarsi dei modelli di cinema assolutamente nuovi.

Un film come “Banditi a Milano”, interpretato da Gian Maria Volonte’ e Tomas Milian, costruito a caldo sui misfatti della banda Cavallero, rimane un capolavoro del poliziesco sul modello del quale nascera’ un intero genere, il poliziottesco legato alla cronaca. Su questa linea sono degli assoluti successi anche il precedente “Svegliati e uccidi”, con Robert Hoffman e Lisa Gastoni, dedicato a Luciano Lutring, il solisya del mitra, il suo episodio americano di “Amore e rabbia”, “Barbagia”, “Torino nero”, dove si inventa come attore “serio” Bud Spencer.

Ma e’ con il grandioso “Crazy Joe” (1974), interpretato da un meraviglioso Peter Boyle, che cerca di innestare il suo cinema di cronaca nel nuovo genere americano della blaxploitation. Crazy Joe, bandito pazzo innamorato di Richard Widmark in “Il bacio della morte” di Henry Hathaway e’ un anarchico in lotta col capitalismo della societa’ americana che trova nei fratelli neri gli unici in grado di capire la sua lotta.

Anche se “Crazy Joe” non ando’ benissimo, lo preferiamo ai suoi kolossal storici di ricostruzione storica successivi, sia “Mussolini ultimo atto” (1974) con Rod Steiger come Mussolini e Lisa Gastoni come Claretta, ma ci sono anche Henry Fonda e altre decine di star, o il televisivo “Un’isola” (1986), versione di partito della vita carceraria di Giorgio Amendola, interpretato da un Massimo Ghini in versione militante pci, o “Caro Gorbaciov”.

Molti i film che diresse ispirati a grandi romanzi italiani contemporanei, cominciando con il notevole “Cronache di poveri amanti” (1954), tratto dal romanzo di Vasco Pratolini, scritto da Ugo Pirro e Sergio Amidei, interpretato da un cast che va da Anna Maria Ferrero a Antonella Lualdi, da Cosetta Greco a Marcello Mastroianni. O “La vita agra” (1963), tratto dal romanzo di Luciano Bianciardi e interpretato da un grande Ugo Tognazzi dove si puo’ ascoltare e vedere un giovanissimo Enzo Jannacci nella Milano magica degli anni 60.

Prototipo del regista serio, colto, civile, ma anche pronto alle innovazioni, Lizzani dette anche nei film meno riusciti, penso a “Lo svitato” con Dario Fo, delle prove di grande interesse e non imborghesimento. Non era molto portato per la commedia all’italiana, ma ci provo’ con film raramente riusciti come quelli di Monicelli o Risi o Comencini, “Il carabiniere a cavallo” (1961), anche se il suo episodio “L’autostrada del sole” con Alberto Sordi e Nicoletta Machiavelli nel film corale “Thrilling” e’ sorprendente.

Come sono a tratti sorprendenti alcuni suoi film a cavallo tra I generi, ad esempio “Roma bene” (1971) con Nino Manfredi, per meta’ commedia e per meta’ poliziesco, o il violento “Storie di vita e malavita” (1975) prodotto da Adelina Tattilo o il thriller erotico “Kleinhoff Hotel” (1977) con Corinne Clery, sua unica concessione a un genere che non ha mai frequentato.

Prova perfino a girare una spy story, “La guerra segreta” (1965), per il quale cura l’episodio italiano con Vittorio Gassman e Maria Grazia Buccella, mischia western e film banditesco alla sarda in “L’amante di Gramigna” (1969) con Gian Maria Volonte’ e Stefania Sandrelli. Arriva allo stracult col notevole e fortemente erotico “Mamma Ebe”, che vedemmo a Venezia pieno di nudi femminili e di scene di sadismo come non ci saremmo mai aspettati.

In qualche modo la sua stella si spegne negli anni 80, anche se continuera’ a fare film, soprattutto per la tv, fino e oltre il 2000, un “Maria Jose'” per lui vecchio regista pci cosi’ poco adatto, “Hotel Maina”. Non erano male pero’ ne’ “Celluloide” (1996), fedele ricostruzione della nascita di un capolavoro del Neorealismo come “Roma citta’ aperta” con Massimo Ghini come Roberto Rossellini e Giancarlo Giannini come Sergio Amidei, un film che molto piacque a Luciano Emmer che lo trovo’ perfetto, e il suo episodio, “Speranza”, nel film corale sul terremoto di Messina “Scossa”, presentato a Venezia nel 2011, che e’ anche il suo ultimo film.

Sempre pronto a qualsiasi dibattito storico e politico, sempre attento ai cambiamenti e alle novita’ del cinema, generoso nel ricostruire la storia del nostro cinema sotto ogni aspetto, Lizzani e’ una figura abbastanza anomala di uomo di cultura che non voleva farsi ingabbiare in facili etichette. E seppe uscire dalle tante che gli si potevano dare con film spesso spiazzanti e piu’ interessanti di come alla prima visione sembrassero. Il tempo sara’ galantuomo con Carlo Lizzani come lui lo e’ stato sempre nella vita.


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Bart