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LETTERATURA: I MAESTRI: André Malraux

6 Ottobre 2013

di Edmund Wilson
[da “Saggi letterari 1920-1950”, Garzanti, 1967]

Nessuno in America ha mai scritto nulla, che io sappia, sul romanziere francese André Malraux; e, benché io abbia letto solo due della sua mezza dozzina di libri e non sia in grado di illustrarne l’opera in modo esauriente, desidero ri ­chiamare l’attenzione dei lettori americani su questo scrit ­tore affascinante e ricco di interesse. Anche se la recente apoteosi di André Gide ha un poco raffreddato il lettore americano nei confronti degli autori francesi, farà forse piacere vedere nuovamente il genio francese riaffiorare lad ­dove meno ci si aspettava. Uno dei difetti comuni a molti recenti scrittori francesi è che sembravano come impregna ­ti dell’atmosfera del mondo letterario parigino, con la sua presuntuosa e troppo consapevole dipendenza dalla tradi ­tone letteraria nazionale. Ma André Malraux appare mol ­to lontano da Parigi e non tributa mai â— in ogni caso in nessuno dei libri che ho letto â— il suo devoto omaggio a Racine.

Malraux all’età di ventitré anni ebbe modo di visitare l’Oriente come capo di una spedizione archeologica in Indo ­cina, ma oggi ha abbandonato i problemi culturali dell’an ­tica Cambogia per occuparsi piuttosto dei problemi politici di quella attuale. L’Oriente di cui parla Malraux non è l’Oriente di Madame Butterfly. Nel 1928 pubblicò Les Conguérants, un romanzo sulle vicende della rivoluzione cinese del 1925. Il lettore sulle prime rimaneva sorpreso da quel ­l’insperato sforzo di far luce su un paese che sembrava fino allora lontano e misterioso. Vi si faceva un quadro, basato evidentemente su di una conoscenza approfondita, delle for ­ze in conflitto nella Cina moderna. Ogni figura, orientale o europea, ogni porto, ogni strada della Cina â— giunche e navi, pagode, moli e banchine â— erano sapientemente de ­lineati ed assumevano contorni precisi e concreti. E vi era qualcosa di ancora più notevole â— qualcosa che non si è ancora riscontrata in pari misura nei romanzi contempora ­nei: un’atmosfera di tensione psicologica, con le sue tipiche passioni e questioni morali, con i suoi rigidi e polemici at ­teggiamenti, che va ormai facendosi avvertibile in tutto il mondo. Una traduzione di Les Conquérants â— che mi dicono sia stata suggerita da Aldous Huxley â— è apparsa in Inghilterra, ma sembra non abbia riscosso alcun successo. Non so fino a qual punto può aver influito l’odiosa parte sostenuta dagli inglesi nel libro. Il romanzo non ha avuto miglior fortuna negli Stati Uniti. Delle copie stampate da Harcourt e Brace solo ottocento sono state vendute. Eppure io esorto gli editori americani ed inglesi â— specialmente ora che i critici cominciano a prendere Jules Romains sul serio più che non faccia lui stesso â— a considerare la possibilità di una traduzione del nuovo ed ancor più importante roman ­zo di Malraux: La condition humaine.

Ho detto di come Malraux sia riuscito a trasmetterci il senso di tensione provocato dai conflitti della civiltà moder ­na. Alla pubblicazione di Les Conquérants fece seguito una polemica tra Malraux e Trotzkij sulla Nouvelle Revue Franí§aise. (I due saggi di Trotzkij si trovano nel suo libro sulla rivoluzione cinese.) Trotzkij lamentava che Malraux, pur avendo scelto per protagonista un rivoluzionario, « aveva dato alle sue osservazioni un certo tono di superiorità blasé, quasi per giustificarsi, sia di fronte a se stesso sia verso i mandarini membri dell’Accademia di Francia e i trafficanti d’oppio spirituale, degli occasionali rapporti avuti con l’insurrezione popolare cinese ». Questa accusa era forse ecces ­siva ma è pur vero che nell’eroe di Malraux, Garin, esi ­ste una certa componente di antiquato romanticismo. Vi sono momenti in cui egli ci da l’impressione di essere sem ­plicemente un altro Rene o un altro Manfredo, chiuso, tormentato, minaccioso; un ribelle selvaggio e solitario che cerca nella rivoluzione quel che Rene cercava nelle foreste dell’America, aggrappandosi al suo ufficio di propaganda con la stessa disperazione che aveva condotto Byron in Grecia. Per metà svizzero e per metà sovietico, ex anarchico, Ga ­rin odia la borghesia senza tuttavia provare una vera soli ­darietà con le masse: « < Non amo l’umanità. Non amo neppure i poveri, il popolo â— proprio coloro per i quali com ­batto <Ma li preferite agli altri…> < Li preferisco, ma solo perché sono degli sconfitti. Sì: in fondo hanno più sentimento, più umanità degli altri â— hanno le virtù dei vinti. Una cosa è assolutamente certa, comunque: la borghesia dalla quale provengo mi ispira soltanto odio e disgusto. Ma quanto agli altri, so benissimo che quando vincessimo diventerebbero assolutamente spregevoli. Ad ogni modo, combat ­tiamo la stessa battaglia, questo è chiaro. > » Garin ammet ­te di essere dominato dalla sete di potere e, alla fine del li ­bro, logorato dalla fatica e ridotto in fin di vita dalla ma ­laria e dalla dissenteria, si dichiara nel delirio pentito di aver servito la causa comunista anziché quella dell’Inghil ­terra, poiché è l’Inghilterra che detiene il vero potere. Eppure, a dispetto dei suoi dubbi e del suo egoismo, egli resta fedele al movimento rivoluzionario e, proprio all’ultima pa ­gina, riceve il dispaccio con l’annuncio della vittoria. Secondo Trotzkij Garin aveva bisogno di « una buona iniezione di marxismo ». Malraux replicò dal canto suo che in Trotzkij stesso c’era qualcosa di Garin â— rilevando che quando nella sua autobiografia si legge « il drammatico resoconto della sua sconfitta, ci si dimentica che è un marxista, e forse Io dimentica anche lui ». Malraux nega inoltre che, come sosteneva Trotzkij quel libro fosse una « cronaca romanza ­ta » della rivoluzione cinese. « L’accento va posto, » egli di ­ce, « sul rapporto esistente tra individui e azione di massa, e non sulla sola azione di massa. » E spiega che « il libro vuoi essere soprattutto une accusation de la condition humaine ». La condition humaine: proprio queste parole danno il titolo al nuovo romanzo di Malraux, che sviluppa in modo più ampio i concetti impliciti in Les Conquérants. La con ­dition humaine è un libro di maggiori ambizioni e assai più notevole del precedente. In Les Conquérants Garin do ­mina quasi costantemente la scena, e c’è un personaggio che dice io nelle vesti del dottor Watson, profondamente turba ­to da ogni parola o atteggiamento del protagonista, e perciò sempre ad occhi aperti, mentre Garin continua a ricevere catastrofici telegrammi. Watson sostiene inoltre anche il ruo ­lo del Marlow di Conrad : è come un nostro vecchio amico, un osservatore immaginario che, da un punto di vista più o meno convenzionale, consideri un mistero o un problema morale. In questo nuovo libro, comunque, l’autore si sba ­razza del suo osservatore europeo e, raccogliendo la sfida di Trotzkij, affronta direttamente la rivoluzione. Tra le più di ­verse tradizioni culturali e i sistemi morali più inconcilia ­bili, egli assume una posizione che ne è al di fuori e che gli consente di fare a meno sia degli schemi dei « manda ­rini accademici » che di quelli dei comunisti ortodossi. Non conosco nessun libro moderno in cui i più svariati modelli sociali e nazionali siano rappresentati con tanta efficacia: al confronto persino il mirabile A Passage to India di E.M. Forster sembra un po’ provinciale; e â— cosa che oggi ac ­cade raramente al lettore di un romanzo francese â— ci si dimentica addirittura della nazionalità dell’autore.

Nella Condition humaine coesistono la vecchia Cina bud ­dista ed i suoi figli semi-occidentalizzati; l’evanescente im ­magine di una decaduta aristocratica Europa e la cupidigia di denaro tipica del grosso affarista europeo; il missionario calvinista americano che, senza rendersene conto, plasma il carattere del giovane terrorista cinese; e poi, germogliante sotto il cumulo delle cose come platano che cresca spaccan ­do il marciapiede, il nuovo mondo del rivoluzionario mar ­xista che impone un nuovo orientamento a tutti i valori morali. E tutto ciò non è affatto trattato a un livello giorna ­listico come avrebbe potuto fare un Paul Morand. Malraux ha costruito i suoi personaggi in modo organico e ben approfondito: non solo ne seguiamo le vicende e li vediamo nel contesto socio-politico, ma partecipiamo dei loro più intimi sentimenti.

Trattare un argomento così vasto* e difficile deve essere costato non poca fatica all’autore. Egli si è trovato eviden ­temente come un ingegnere di fronte al problema di pro ­gettare un edificio rispondente a un insieme di condizioni di tipo nuovo; ed ecco che si verifica un errore di calcolo. L’espediente di trasporre l’esposizione di avvenimenti poli ­tici in episodi drammatici, che ha dato luogo al personaggio di Garin ed ai suoi continui telegrammi, si risolve in realtà in una serie di dissertazioni così esaurienti e perfette dal punto di vista di un’analisi politica che, malgrado i tenta ­tivi dell’autore di caratterizzare i personaggi, mancano spesso di plausibilità. E talvolta ci capita di essere sviati dall’ar ­gomento, come quando, per esempio, nel bel mezzo di un capitolo dedicato alla spiegazione delle « condizioni oggetti-ve » l’autore si mette a discutere una tesi psicologica, oppure quando una descrizione, a prima vista del tutto estranea al ­la vicenda, come una cartolina illustrata di Shanghai, pren ­de bruscamente una piega assolutamente soggettiva.

Eppure, nel complesso, l’autore ha affrontato questi pro ­blemi con una bravura ed un’originalità sorprendenti. Egli ha un dono tutto speciale per gli effetti di contrasto : le pri ­me pagine del libro, che descrivono le attività di un gruppo di comunisti â— un cinese, un mezzosangue giapponese, un belga e un russo â— la notte prima dell’insurrezione, sono di una rara potenza drammatica. L’incapacità iniziale di Cen di recarsi ad uccidere l’uomo a cui deve sottrarre gli ordini per i fucili, e subito dopo l’immediata coscienza della sua vocazione di terrorista; le romanticherie del barone Clappique nel night-club e la successiva rivelazione del suo ignobile commercio; la moglie di Kyo che, al momento dell’insur ­rezione, confessa di essergli stata infedele e le ripercussioni di tale confessione sulla solidarietà rivoluzionaria; il reso ­conto che Cen fa al suo maestro, il sociologo buddista Gi ­sors, di quel che ha fatto e sentito, e l’immediato bisogno di Gisors di annegare l’angoscia e l’orrore nei fumi dell’op ­pio e nel sogno: la scia increspata di un’imbarcazione su un lago cosparso di ninfee che si espande a dissolvere ogni or ­rore ed angoscia nella purezza e nella pace del Divino; e a tale visione segue immediatamente quella reale dell’imbar ­cazione che salpa nel porto di Shanghai per andare a rubare le armi per l’insurrezione; ognuno di questi colpi di scena r come un lampo che illumina i conflitti e le anomalie della convulsa metropoli.

Ho già detto della bravura di Malraux nell’evitare gli sche ­mi convenzionali. Ma dove sta il suo centro? Qual è il suo quadro di riferimenti? Ciò che vuole mostrarci, egli dice, è la condizione umana. Come vede lui tale condizione? Quel che ogni essere umano desidera â— ce lo spiega per bocca del filo ­sofo Gisors â— non è tanto l’oggetto della propria ambizione, quanto il riuscire a sottrarsi alle leggi della vita e di illudersi di essere Dio. Gisors ci riesce per mezzo dell’oppio, Cen con l’assassinio â— un gesto di autoimmolazione per cui egli stesso è distruttore e distrutto ad un tempo; Ferral, l’uomo d’affari francese, tenta di raggiungere lo scopo attraverso contatti ses ­suali nei quali egli si identifica contemporaneamente nelle due entità del rapporto ; persine il rachitico barone Clappique sor ­tisce l’effetto al tavolo da gioco dove immagina di essere la pallina della roulette, signore delle vincite e delle perdite; il giapponese Kyo sale al di sopra della vita quando, per la sal ­vezza della rivoluzione, fa karakiri col cianuro; e il comunista russo Katov, quando vengono tutti condannati ad essere bru ­ciati nella caldaia di una locomotiva, offre ai compagni più deboli di lui il cianuro che aveva destinato a se stesso. Cen, ci dice Malraux, salva la propria anima; e così Kyo, ancora più nobilmente; e Katov nel modo più nobile di tutti per ­ché, sacrificandosi per gli altri, realizza pienamente se stesso. La fuga dalla condizione umana non è tuttavia l’unico tema del libro. Gli avvenimenti cui La condition humaine si riferisce, e che risalgono al 1927, erano probabilmente an ­cora in atto mentre l’autore scriveva Les Conquérants. Alla fine di questo libro la rivoluzione cinese â— è presentata come opera di Garin oltre che di Chiang Kai-shek â— è già data per vittoriosa; nella   Condition humaine, i comunisti falli ­scono nell’impresa,   perché   sacrificati da   Chiang Kai-shek agli interessi del capitalismo occidentale e paralizzati dagli stessi errori del Comintern. Sembra che Malraux, allinean ­dosi con Trotzkij, abbia fatto qualche progresso nel marxi ­smo. Essenzialmente marxista appare infatti l’interpretazio-ne che ci da degli ultimi avvenimenti â— malgrado1, come ho già detto, egli non indulga mai a facili soluzioni; e, pur se le critiche che i suoi personaggi muovono al Comintern so ­no più o meno quelle di Trotzkij, egli mantiene anche nei confronti di quest’ultimo un atteggiamento indipendente. Il marxismo, afferma Gisors, non è una dottrina ma una vo ­lontà; ed è quindi comprensibile che, nel mondo di Mal ­raux, i soli uomini che egli rispetti siano animati dalla vo ­lontà marxista. Le ultime pagine della Condition humaine vedono Gisors, che ha perduto il figlio Kyo, ritornare alla tradizione culturale dell’Oriente e all’oppio, mentre   May, la vedova di Kyo, parte alla volta di Mosca.

9 agosto 1933

Malraux, letto il mio articolo, mi scrisse la seguente lette ­ra (su carta intestata della n.r.f.):

Egregio Signore,

al mio rientro a Parigi, ho trovato l’articolo che lei ha avuto la bontà di dedicarmi.
Poiché desidero risponderle, mi permetta di fare prima qualche precisazione. Oltre ai libri che lei ha letto, ho pub ­blicato soltanto un volume ed un saggio (che le invio) â— il resto sono cose brevi e di nessuna importanza. D’altra parte, mio padre non è mai stato funzionario in Indocina.(1) Mi sono recato in Asia a 23 anni, come incaricato di una missione archeologica. Ho abbandonato allora l’archeologia ed organizzato il movimento Jeune-Annam, diventando com ­missario del Kuomintang in Indocina ed infine a Canton.

C’è del vero in quel che Trotzkij dice di Garin, e anche in quello che dice lei. Tuttavia bisognerebbe forse osservare una maggiore obiettività. Affermare che questo personaggio sia marxista, è certo inesatto. Può darsi che egli sia in errore, ma i fatti sono questi. Nel 1927 a Canton (in quell’anno le cose andavano assai diversamente) c’erano, strano a dirsi, più avventurieri rivoluzionari che marxisti. E l’argomento delle discussioni tra Borodin e Sun Yat-sen non era mai la lotta di classe. â— Non ne vorrei fare una questione : si tratta di una sfumatura. È verissimo infatti che nei miei libri T obietti vita non ha un ruolo di primissimo piano, e che Les Conquérants è un romanzo « espressionista », come lo sono, fatte le debite proporzioni, Wuthering Heights o I fratelli Karamazov.

Lei afferma giustamente che La condition humaine svi ­luppa alcuni concetti impliciti in Les Conquérants. E inoltre che questo nuovo libro è migliore del precedente (almeno è, per la verità, l’unico che io ami). La mia tecnica costrut ­tiva, effettivamente, non potrà mai eguagliare quella di uno scrittore come Morand: i suoi modelli si affidano all’osservazione ironica, i miei alla necessità di esprimere per mezzo di personaggi un certo ordine di valori etici.

La prego di voler considerare questa specie di dibattito soltanto come un modo di ringraziare più diffusamente il primo critico che in America si sia interessato a quel che scrivo, e di credere a tutta la mia simpatia di scrittore, dato che da tempo seguo l’impegnato lavoro della New Republic.

2 ottobre 1933

André Malraux

(1) Ciò corregge una mia errata affermazione che compariva nella prima stesura del mio articolo.


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