Dieci anni dalla “Dolce vita”

di Alfonso Madeo
[dal “Corriere della Sera”, martedì 27 gennaio 1970]

Roma, gennaio.

Quel giorno, neve a Milano tramontana a Roma. Gio ­vanni Gronchi andava a Mo ­sca per incontrarsi con Kru ­sciov. All’Avana, raffiche di mitra contro Mikoyan. Le cronache giudiziarie s’interes ­savano al processo Melone e alla causa per l’annullamen ­to del matrimonio Bergman-Rossellini. L’economia nazio ­nale conseguiva due risultati positivi: aumento del venti per cento delle esportazioni e riconoscimento europeo alla solidità della lira. Si celebra ­vano i funerali di Fred Buscaglione, morto in un banale incidente stradale a Porta Pinciana. La classe politica era impegnata nelle polemi ­che intorno al caso Milazzo in Sicilia. Calati in un’atmo ­sfera di pigrizia culturale, euforizzati dal miglioramento delle condizioni economiche generali, gl’italiani si avvia ­vano indolenti all’appuntamento con il giugno tambroniano. Cedevano con gra ­dualità soddisfacente gli indici di disoccupazione. Si diceva teddy-boy, lolita, ninfetta, fusto e maggiorata.

Storia remota

Fra mille difficoltà logisti ­che e finanziarie, Michelan ­gelo Antonioni girava L’av ­ventura. Achille Lauro pre ­vedeva incauto: «Lo stadio di Napoli educherà le masse ». Alberto Sordi era Gastone, Vittorio Gassman era II mat ­tatore. Crisi di Angelillo al ­l’Inter. Dior ordinava di ac ­corciare le gonne d’un cen ­timetro sotto il ginocchio. Il mondo si preparava a giusti ­ziare il tarzan del cavillo giu ­ridico, Chessman.

Era il 5 febbraio 1960. Sono passati dieci anni da quel giorno. Adesso pare storia re ­mota. Ma nessuno obietterà sull’opportunità d’una com ­memorazione in piena rego ­la. Siamo un popolo vittorio ­samente incline a celebra ­zioni d’ogni specie. E, dopo ­tutto, un decennale è sempre un decennale. E quel giorno all’inizio degli anni Sessanta non fu un giorno qualsiasi. E’ la data ufficiale d’una ri ­voluzione nel costume e nella cultura della società italiana. Difatti, ricorderete che quel giorno fu presentato al pub ­blico di Roma e di Milano un film di Federico Fellini de ­stinato ad incassare miliardi, ad invelenire i rapporti politici fra minoranze e mag ­gioranze in Parlamento, a turbare le coscienze religiose, ad investire con la violen ­za di un ciclone le strutture del moralismo benpensante, a scatenare ire clericali, a mo ­bilitare l’opinione pubblica. Si intitolava La dolce vita.

Quel giorno, gl’italiani fu ­rono costretti a specchiarsi in una immagine crudele e deformante di se stessi, delle proprie debolezze, delle pro ­prie manie. Prima di quel giorno, dopo il fascismo e la sconfitta, non era mai acca ­duto che un avvenimento ar ­tistico producesse tanto tur ­bamento da indurre un’intera società tradizionale alla revi ­sione di molti valori e alla presa di coscienza di nuove realtà sociali e psicologiche. Ciò avvenne in un clima di scandalo.

Il film era interpretato da Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Magali Noèl, Yvonne Fourneaux, Anouk Aimée, Na ­dia Gray. Era stato scritto da Ennio Flaiano e Tullio Pi- nelli. Venne a costare una cifra-record. Rivelò che il mi ­to della nordica bionda era profondamente radicato nel ­la mentalità dell’uomo meri ­dionale. Impose alla produ ­zione cinematografica corren ­te la moda dello spogliarello. Dimostrò che l’irruzione di Eros nella vita dell’italiano aveva operato serie modifica ­zioni nei rapporti sociali. Sve ­lò i miserabili retroscena di via Veneto. Denunciò l’esalta ­zione delle peggiori contraddizioni psicologiche e morali, che il modello consumistico si preparava a compiere. Era naturale che l’opera di Fel ­lini fosse accolta dagli spetta ­tori con una sorta di trauma. E andò così.

Quel giorno, nei cinemato ­grafi di Milano e di Roma, le reazioni furono vivaci: segno, conviene annotarlo, che Felli ­ni aveva fatto centro. Gli ap ­plausi si sovrapposero a gri ­da esasperate: « Basta! Ba ­sta! ». « Basta! », l’indomani, L’osservatore romano intitolò una sua nota d’intervento po ­lemico, che vale la pena di rileggere per comprendere il grado di tensione cui erano arrivati gli spiriti. «Bisogna, è tempo, che quel basta final ­mente gridato dagli spettatori â— scriveva l’organo del Vaticano, portavoce della cultura cattolica â— si indirizzi ai pub ­blici poteri, ai quali compete e la sanità del costume e il ri ­spetto al buon nome di un popolo civile ». Dunque, da un lato si batteva il tasto d’un più incisivo e drastico impe ­gno della censura e da un altro lato si insisteva sul dato oltraggioso da respingere con determinazione. A qualunque livello, poi, le discussioni si servivano di toni apocalittici.

Poche sere fa, a Roma, sono entrato in un cinemino di quart’ordine per rivedere La dolce vita. II film era stato rispolverato dal gestore in os ­sequio alla vocazione commemorativa nazionale. Ci saran ­no stati in sala una cin ­quantina di persone. Gruppet ­ti di giovani-bene, alcuni an ­ziani. Aria stanca. Quelli che erano stati i nodi scabrosi del racconto felliniano, le cause dello scandalo di dieci anni fa, s’inseguivano sullo scher ­mo con intatta forza espressiva. Niente, però, sembrava colpire il pubblico: gli anni Settanta ci colgono più maturi, più aggiornati, più disincantati. Forse, pure, più indifferenti. Abbiam fatto l’abi ­tudine alla nostra immagine riflessa negli specchi della satira.

La ventata moralistica non tardò ad abbattersi sul pae ­se, dopo la presa di posizione del giornale cattolico. Tre de ­putati democristiani si rivol ­sero al presidente del consi ­glio e al ministro degli inter ­ni con una interrogazione che reclamava misure rigorose per impedire la libera circola ­zione del film di Federico Fellini. Di nuovo intervenne L’Osservatore Romano.

Grosso scandalo.

Si mobilitarono le associa ­zioni di padri, madri, bene ­fattori dell’umanità, figli del ­la carità, fautori della fratel ­lanza, dame misericordiose. Considerato che La dolce vi ­ta era un’offesa al popolo ro ­mano, il senatore democri ­stiano Bonadies si decise a chiedere il ritiro del film a chiare lettere. Forze di poli ­zia erano chiamate a presi ­diare i cinema dove si proiet ­tava il film per timore di disordini, di scontri fra spet ­tatori di opposte convinzioni estetiche e morali. Il Centro cinematografico cattolico in ­cluse La dolce vita nel cata ­logo delle opere vietate a tutti, centenari compresi.

In un dibattito pubblico, presieduto da Moravia, si pre ­sentò Pier Paolo Pasolini a sostenere che Federico Fellini aveva diritto d’essere rite ­nuto un autore cattolico e al ­cuni gesuiti si isolarono da ­gli atteggiamenti di « condanna globale », riconoscendo al film meriti sottili di critica costruttiva: queste furono le prime voci di dissenso dalla campagna moralistica, che si allargava e investiva il paese.

L’anno era cominciato co ­me un anno qualsiasi, in una successione normale di avve ­nimenti lieti e tristi. Lo Scià di Persia aveva sposato Farah Diba e Soraya aveva inaugu ­rato la stagione delle vacan ­ze a Sankt Moritz, già avvolta dalla leggenda della melanco ­nia inguaribile. I medici ave ­vano consigliato la cura del sonno a Edith Piaf, il passe ­rotto stanco di Montmartre. Georgia Moll aveva rotto il fidanzamento con John Barrymore ir. Diciannovenne e paffuta, Mina si proponeva al ­le glorie di Sanremo. Il mer ­cato dei libri-strenne segnala ­va le preferenze del pubblico per Corrado Alvaro (L’ultimo diario) e Virgilio Brocchi (Mamma). Brividi di cordo ­glio popolare erano stati su ­scitati dalla morte di Fausto Coppi. Ora, a metà febbraio l’Italia accademica e tradizio ­nalista si trovava d’un colpo a fare i conti con uno scan ­dalo senza precedenti.

Aspra realtà

Ciò che meno tollerava la opinione pubblica era il silen ­zio di Fellini e così il Grande Federico s’indusse a uscirne. Pronunciò parole memorabili, dalle quali emergevano sgo ­mento e buonsenso. Non aveva voluto fare una satira sociale, no, sebbene la realtà gli apparisse ben più aspra e cattiva: son aggettivi suoi. E aggiunse severo: « Su La dol ­ce vita si sta imbastendo un caso nazionale. Proprio è ve ­ro che gl’italiani sono sempre pronti a sbranarsi. Ma vo ­gliamo smetterla di credere a cose in cui non vale la pena di credere, festival di Sanre ­mo e miti di uno stupido na ­zionalismo? Si sta creando una psicosi morbosa che ca ­rica lo spettatore di curiosità malsane. Vogliamo piantar ­la? ». Festival musicali e miti nazionalistici continuano ad impegnare gl’italiani, a dieci anni da quel giorno di feb ­braio: probabilmente, da que ­sto punto di vista, il tempo trascorre senza conseguenze nella società italiana. Peccato, proprio.

Come dire, secondo Fellini: italiani, siamo seri. C’è da os ­servare, però, che La dolce vita proponeva con serietà sostanziale una quantità di te ­mi seri ed era inevitabile che gli effetti nell’opinione pub ­blica fossero clamorosi. Tanto è vero che tutta la faccenda finì in politica. Meno di due settimane dalle « prime » di Milano e di Roma, difatti, il sottosegretario Magri prese la parola a nome del governo per un giudizio sul caso Fellini. Alla Camera si ebbe una « se ­duta calda », quale non si ri ­cordava da tempo. Magri de ­finì il film un « tenebroso af ­fresco di vita degradata e smarrita che urta la sensibili ­tà della gente sana » e la ­mentò che le commissioni di censura si fossero dimostrate di manica larga, benché il re ­gista non avesse ceduto a compiacimenti deteriori. A conclusione, venne auspicata l’opportunità che i produttori cinematografici elaborassero un codice di autocensura, ido ­neo ad integrare il codice di censura ministeriale.

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