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Sermonti. Ecco un altro che non ha letto la sentenza Esposito

8 Settembre 2013

O, se l’ha letta, non ci ha capito un tubo. Scrittore? Di che? Se la premessa è questa.
Mi pare un esempio paradigmatico della insussistenza, oltre che dell’incontinenza, che si è impadronita di coloro che in Italia vogliono spargere saggezza e conoscenza partendo però con il piede sbagliato. Ossia parlano di una saggezza e di una conoscenza di cui hanno sentito mormorare (magari nei libri di filosofia) ma di cui ignorano la sostanza.

Leggete qui:

“Possibile che gli sia consentito (come gli è stato consentito) di ridicolizzare magistrati del più alto ordine giudiziario come “impiegati che hanno fatto un compitino vincendo un concorso”, lui unto dal popolo, cioè presidente-padrone di un partito che ha riscosso parecchi consensi, comunque meno di un quarto del corpo elettorale, e che personalmente è disprezzato da quasi tutti gli altri elettori, e irriso nel resto d’Europa e del mondo?”

C’è la puzza della paccottiglia rimasticata, di un cliché avariato. Di un biascicamento da sdentatura precoce.

Naturalmente una lettera così, indirizzata in pompa magna al presidente Napolitano, la poteva ospitare soltanto un quotidiano come “Repubblica”, ormai alla deriva, preso dall’impazzimento di fronte alla resistenza di un uomo, Silvio Berlusconi, che si credeva di abbattere con una semplice spallata. Così non è stato e si è ricorsi all’appoggio di magistrati acquiescenti, cresciuti nello stesso ambiente salottiero in cui la verità è continuamente massacrata a vantaggio del potere di turno (un esempio qui).

Non ha capito, il Sermonti, che non si tratta di ridicolizzare alti magistrati nei confronti dei quali stravede come se fossero deità. Qui si tratta di difendere il diritto e la libertà, anche se la difesa riguarda un uomo detestato ed avversario politico. Si attribuisce a Voltaire la frase secondo la quale si può dissentire da un avversario ma si deve lottare per il suo diritto sacrosanto ad esprimersi.

Berlusconi è una vittima del clan che ha trasformato la verità in pastiche da teatro delle marionette, e Sermonti si appella a Napolitano per difendere la dignità degli alti magistrati che hanno combinato una delle peggiori arlecchinate (vedremo poi se si tratti addirittura di mascalzonate)  che la storia giuridica abbia mai conosciuto.

Senza prove si dà dell’imbroglione ad un vecchio americano che ha trascorso la sua vita a fare da intermediario tra case cinematografiche e televisioni pubbliche e private sparse in tutto il mondo, Frank Agrama. Si evita (scientemente o per incapacità? Scegliete voi) di tenere conto della sua testimonianza secondo la quale egli era intermediario anche della Rai, alla quale – si scopre dai suoi rendiconti – applicava una provvigione tre volte superiore a quella applicata a Mediaset. E la sua condanna si basa nientemeno che su di una lettera insignificante. Insignificante: poiché Frank Agrama chiedeva a Mediaset di rispettare il budget concordato, visto che gli ordini erano molto lontani dal raggiungerlo, e che egli poteva anche, pur di ottenterlo, rinunciare alla sua provvigione (il “costo zero”), visto che sarebbe stata la Paramount, di cui era agente esclusivo per vari Paesi tra cui l’Italia e la Svizzera, a riconoscergliele.

Da quella lettera non ne discende affatto che Mediaset abbia approfittato dell’offerta, anzi dovrebbe esserle riconosciuto il merito di una correttezza commerciale che pochi hanno. Poiché i magistrati non sono mai riusciti a trovare gli storni che Agrama avrebbe dovuto indirizzare ai conti di Berlusconi (lo ammettono nel processo) è evidente che le fatturazioni sono state emesse a fronte di provvigioni riscosse da Agrama, e di sua sola ed esclusiva spettanza.
Del resto sarebbe bastato valorizzare la testimonianza di Agrama nel punto in cui dichiara di essere anche il fornitore della Rai, per chiarire il perché non si sono trovati spostamenti di somme dai conti di Agrama a quelli di Berlusconi.

La Rai avrebbe confermato in quattro e quattro otto (sarebbe bastata anche una telefonata per raddrizzare le indagini) che Agrama è un reale intermediario e che i suoi servigi (agente esclusivo della Paramount) costavano un bel po’. Tante è vero che, da quella stessa testimonianza di Agrama, colpevolmente ignorata dai magistrati di casa nostra, si sarebbe scoperto che alla Rai Agrama prendeva una provvigione tre volte superiore a quella che richiedeva a Mediaset. Perché? Non certo per fare un imbroglio, visto che il passaggio di denaro non c’è stato tra lui e Berlusconi. Fa schifo ai magistrati ipotizzare che una tale differenza di trattamento tra Rai e Mediaset derivasse da una consolidata amicizia tra il socio maggioritario di Mediaset, Silvio Berlusconi, e il grande intermediario americano? Non si dimentichi che prima di entrare in politica, Berlusconi era un imprenditore che intratteneva rapporti in tutto il mondo, e le sue capacità di trattare gli affari erano note e riconosciute.

Invece i magistrati se ne sono lavate le mani, e sono andati dritti alla condanna. Perché? Mistero? Non tanto, in considerazione della caccia spietata che al leader dei moderati è stata fatta per circa vent’anni allo scopo di eliminarlo dalla scena politica. In combutta con certi giornali, la magistratura ne è diventata l’unico braccio “armato” in grado di colpire al cuore Berlusconi, anche inventandosi una condanna, e ciò in virtù di un potere di arbitrio diventato enorme ed incontrollato.

Sermonti dovrebbe chiedersi perché in Italia si condanna un cittadino senza prove e dovrebbe battersi per lui, come diceva Voltaire, anche se odiato ed avversario politico.

Ha letto, Sermonti, che i giudici svizzeri hanno riconosciuto che Agrama non è un intermediario fittizio, e ciò perché a confermarlo è stata la Televisione pubblica svizzera, che ha dichiarato altresì che per acquistare i diritti della Paramount si doveva passare obbligatoriamente per l’intermediazione di Agrama?
E ciò che doveva fare anche Mediaset. Quindi Agrama (lo capisce Sermonti?) non era il “socio occulto” di Berlusconi, ma un certificato uomo d’affari che era riuscito ad avere l’esclusiva della vendita dei diritti della Paramount.

I tre gradi di giudizio che hanno portato alla condanna definitiva di Berlusconi sono o una montatura (da sanzionare con il carcere) o la dimostrazione di frettolosità ed incompetenza (da sanzionare con il licenziamento per giusta causa) che stanno procurando non solo danni morali e materiali alla vittima (leader indiscusso di milioni e milioni di moderati italiani) ma anche al Paese, il quale è tuttora sottoposto al rischio di una crisi di governo.

Sermonti, che con quel “Presidente, mio Presidente” civetta immeritatamente con Walt Whitman, ha scritto delle sciocchezze, e sarebbe bene che se ne rendesse conto, e cambiasse rotta in difesa della giustizia e della libertà. Che sono valori molto più importanti del suo cieco antiberlusconismo.

Per tacere, infine, di Eugenio Scalfari, che nella sua omelia domenicale, ci fa assaggiare, ormai da troppo tempo, un vino diventato aceto.

Ha l’ardire di scrivere: “Se Berlusconi seguisse il consiglio che alcuni dei suoi collaboratori e familiari gli hanno dato e gli danno, dovrebbe dimettersi da senatore.
Guadagnerebbe un merito, agirebbe per il bene di un Paese che lui ha amato soltanto perché un vasto settore di opinione pubblica lo ha appoggiato e ancora l’appoggia da quasi vent’anni.”

Sembra la dichiarazione di una tortorella, ma vi è contenuta la stessa trappola in cui anche Napolitano e le colombe traditrici del Pdl vorrebbero far cadere Berlusconi: il riconoscimento della sua colpevolezza (che non c’è) e l’uscita dalla scena politica (l’obiettivo desiderato). Altrimenti? Altrimenti, chi può, scatenerà la finanza mondiale a danno delle sue aziende.
Nessuno di costoro ha la dignità e il coraggio di lottare in difesa di un cittadino su cui si è abbattuta una sentenza che offende il diritto e l’Italia.

Ma ho sempre nutrito fiducia nella nemesi, che sta nascosta, pronta però a ripristinare il torto che è stato commesso con tanto accanimento, cinismo, e voluttà. Non so chi colpirà tra i tanti che si sono adoperati per questo capolavoro di vergogna, ma a qualcuno toccherà, magari non domani, ma accadrà. Statene certi.


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2 Comments

  1. Commento by zarina — 8 Settembre 2013 @ 11:47

    Ma questo chi è?   Forse   un altro di quelli   in gara per accaparrarsi l’ultino, per ora, posto libero a palazzo madama?

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 8 Settembre 2013 @ 16:57

    Un altro dei tanti galletti stonati.

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