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La Svizzera archiviò il caso Mediaset. Ma i giudici italiani lo nascondono

8 Settembre 2013

di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 8 settembre 2013)

«Quanto appreso e ricevuto finora dalle autorità italiane sul presunto reato pregresso al reato di riciclaggio eventualmente commesso dagli imputati non appare sufficiente a costruire nel procedimento elvetico tutti gli elementi costitutivi dell’infrazione di amministrazione infedele ».

È con queste parole che il 15 dicembre 2010 il giudice istruttore svizzero Prisca Fischer chiede l’archiviazione, o meglio la «desistenza » come si chiama nel Canton Ticino, dell’inchiesta su quattro manager Mediaset avviata nel 2005 sulle somme ricevute per l’acquisto di diritti tv di film e programmi Paramount dal produttore americano Frank Agrama, ritenuto in Italia il «socio occulto » di Silvio Berlusconi. Puntualmente, il 20 maggio 2011, il pm federale archivia tutto.

Si tratta dell’inchiesta gemella e parallela a quella che il pm Fabio De Pasquale ha iniziato nel 2001 alla Procura di Milano. Ma mentre in Svizzera tutto si ferma perché non c’è il reato, al contrario in Italia si va avanti con il rinvio a giudizio, la prima condanna nel 2012, quella d’appello a maggio scorso fino alla definitiva in Cassazione del primo agosto di Berlusconi, Agrama e dei manager Mediaset coinvolti.

Le circa 40 pagine di conclusioni delle indagini svizzere, finora inedite, non vengono acquisite agli atti nel processo Mediaset e probabilmente sono sconosciute anche ai legali degli imputati ora condannati dalla giustizia italiana.

Eppure, anche se in questa inchiesta né il leader Pdl né il produttore americano sono indagati, poteva o doveva portare anche gli inquirenti milanesi (che certo ne erano a conoscenza) ad opposte conclusioni. Forse, avrebbero potuto cambiare la storia del processo Mediaset, così come l’abbiamo vista in questi anni. Perché il pm Mastroianni, che inizia le indagini svizzere, parte dallo stesso teorema di De Pasquale, quello di un consolidato sistema per gonfiare i prezzi dei prodotti Paramount da Agrama e creare fondi occulti all’estero con il pagamento di consulenze d’oro ad alcuni manager Mediaset.

E per anni, la giustizia svizzera fa accertamenti propri, ma anche sulla base degli atti dell’inchiesta italiana, in particolare sulla maxi-perizia tecnica affidata nel 2006 dalla Procura milanese alla società Kpmg che presenta la sia corposa relazione il 10 settembre 2009.

Questa relazione il giudice Fischer la esamina dettagliatamente e la mette a confronto con le prove acquisite direttamente a Berna e con le audizioni di testimoni, come la dirigente della tv pubblica svizzera Srg Ssr che ha acquistato, come Mediaset, Rai e altre emittenti straniere, i diritti da Agrama, le cui dichiarazioni sono state pubblicate pochi giorni fa dal settimanale Tempi.

E i conti non tornano, per il magistrato elvetico: il reato di riciclaggio e prima ancora quello di amministrazione infedele che da noi si chiamerebbe appropriazione indebita, non ci sono. Né, sembra di capire, i costi gonfiati ad arte, che rappresentano la provenienza illecita, o meglio criminale, del denaro.

«Tra il rapporto Kpmg e le spiegazioni fornite dalla Srg Ssr Idee Suisse – scrive nel suo rapporto finale la Fischer – esiste una discrepanza importante attorno al termine di “intermediario ” più volte utilizzato da Kpmg e in generale dalle autorità italiane riferendosi a Franklin Agrama. Da Srg Ssr Idee Suisse si è appreso che, contrariamente a quanto afferma Kpmg il mercato dei diritti televisivi non è facilmente analizzabile nella misura in cui i programmi da diffondere sono vendibili sempre e solo da un’entità, sia essa il produttore o chi per primo ne ha acquistato i diritti ».

Insomma, per il giudice istruttore Agrama non solo non era socio occulto di nessuno, non solo non era un intermediario fittizio come afferma la Cassazione, ma neppure era un semplice intermediario: era di più, il titolare e proprietario dei diritti tv Paramount per l’Italia e i Paesi di lingua italiana, l’unico a cui ci si potesse rivolgere per acquisire film e programmi doppiati nella nostra lingua. «Per un certo numero di anni – spiega ancora la Fischer- Agrama, e lui solo, aveva da vendere per l’Italia il prodotto Paramount… Come si sia trovato tra le mani un tale potere all’interno del mercato dei diritti televisivi è un quesito al quale il rapporto Kpmg non risponde ». E al giudice svizzero non interessa: la cosa accertata è che questo signore faceva il mercato, in quel settore, e determinava i prezzi. L’unica alternativa, aggiunge, per chi trovasse troppo alti i prezzi di questi prodotti era «acquisire programmi simili i cui diritti di trasmissione sono detenuti da entità diverse ». Cioè acquistare, ad esempio, altri film dalle concorrenti Fox o Metro Goldwyn Mayer.

Se invece la tv svizzera voleva trasmettere, come tutte quelle maggiori, capolavori di successo come Forrest Gump o Mission impossibile poteva acquistarli esclusivamente da Agrama, che non li vendeva neppure singolarmente ma in un package, un pacchetto che comprendeva anche film scadenti o vecchi. Il che, naturalmente, incideva sul prezzo complessivo. Questo, spiega la Fischer, era però «un passaggio obbligatorio ». C’è da chiedersi come tutto questo si concili con il teorema «benedetto » dalla Cassazione.


A caccia di più tempo per salvare il Cavaliere e la tenuta del governo
di Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”, 8 settembre 2013)

Tempo. Tutti i protagonisti di questa complicata vicenda hanno bisogno di tempo. Il fattore tempo è essenziale lungo l’asse della «trattativa » (questo il termine che usano, con significati opposti, falchi e colombe del Pdl) tra Arcore e Quirinale. Tempo per studiare nei minimi particolari, nei risvolti politici e giudiziari i tasselli del puzzle. Senza lasciare nulla al caso, con l’imperativo categorico di tenere in vita il governo Letta ed il sostegno delle larghe intese.

Avventure, altre maggioranze pasticciate, precarie, stampelle imprevedibili non sono contemplate dal capo dello Stato, che ha bisogno di tempo per valutare se e come concedere la grazia (sempre che Berlusconi si decida a chiederla) o la commutazione della pena detentiva in pecuniaria. Un’ipotesi, quest’ultima, che in ambienti del Popolo della libertà considerano la più probabile e anche la migliore. A loro giudizio, avrebbe un riflesso diretto sulla pena accessoria dell’interdizione del Cavaliere. Il quale ha questa come principale preoccupazione: l’espulsione dall’agone politico, l’incandidabilità, l’ineleggibilità, la fine della sua avventura politica con lo spettro di Craxi. Non è un caso che nel ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo l’ex premier abbia sottolineato proprio questo aspetto squisitamente politico: la volontà di eliminare un avversario politico, il prevalere degli «obiettivi politici sulle ragioni del diritto ». Evoca la volontà politica degli elettori e il fatto che lui è riconosciuto come il «leader incontrastato » del Pdl. Un’espressione usata da Napolitano nella dichiarazione del 13 agosto in seguito alla sentenza della Cassazione. Il presidente della Repubblica parlò, per l’appunto, di «leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza ».

Ecco allora il riconoscimento evocato da Arcore a Strasburgo; il fattore tempo che diventa determinate per i lavori della giunta che al Senato, da lunedì alle 15,30, dovrà aprire la pratica bollente della decadenza del «leader incontrastato ». Il relatore Augello (Pdl) chiederà di prendere in considerazione il ricorso del Cavaliere a Strasburgo e la possibilità di un altro ricorso, questa volta alla Corte Costituzionale, sempre contro la legge Severino e quindi la decadenza.

Tempo, sì, ma quanto? La linea dei Democratici presenti nella Giunta è che ci vorranno anni, molti anni, prima che la Corte di Strasburgo si pronunci. Per il vicepresidente del Senato Gasparri e l’ex ministro Gelmini non è così: ci vogliono mesi. Proprio quelli che servono a Berlusconi per trovare con il Quirinale una soluzione di grazia. Mesi che servono anche a Napolitano per valutare e soppesare gli atteggiamento del Pdl e del suo «leader incontrastato » rispetto al governo.

Certo, ora «il cerino è passato nella mani del Pd », osserva Gasparri; adesso il capogruppo Pdl al Senato Schifani si augura che nella riunione della giunta vengano «rispettati i tempi normali di lavoro », senza «accelerazioni scriteriate e irrazionali » per evitare uno scontro che sconvolga il governo. Certo, Berlusconi pensa di aver messo sotto scacco i Democratici, che nella giunta del Senato hanno l’onere della prova: devono dimostrare di essere responsabili. Ma in questo gioco pericoloso, fatto di mosse e bluff dei partiti, c’è un giocatore istituzionale che non usa trucchetti. Anche Napolitano ha però bisogno di tempo per verificare se il «leader incontrastato » terrà fede alle sue parole sul governo. E’ ovviamente il suo chiodo fisso: evitare di esporre l’Italia ai marosi economici, politici e finanziari, ora che il nostro Paese non è più un sorvegliato speciale.

Dunque, se si vuole evitare decadenze e ottenere qualche forma di grazia, innanzitutto il governo dovrà continuare a lavorare, fare la legge di stabilità e guardare avanti, verso il semestre italiano della Ue. Innanzitutto mettere la museruola ai falchi che non condividono affatto l’idea di prendere tempo. I condor non vedono soluzioni alternative allo staccare la spina all’esecutivo. Allungare il brodo è solo controproducente perchè si chiudono le finestre elettorali e il Pd ha il tempo per preparare altre maggioranze.


Video della testimonianza di Stefano Lorenzetto su Antonio Esposito resa a Controcorrente, la manifestazione organizzata in questi giorni da “il Giornale”.


Le prove dell’imbroglio
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 8 settembre 2013)

Se alle parole seguiranno i fatti, cosa non automatica in politica, Guglielmo Epifani ha decretato la morte del governo Letta.
«Domani in giunta del Senato – ha dichiarato – il Pd metterà la parola fine all’avventura politica di Silvio Berlusconi ».

Non bisogna essere falchi né colombe per capire che se ciò avvenisse davvero, un minuto dopo le larghe intese diverrebbero talmente strette da non permettere il passaggio neppure di quel minimo filo d’aria indispensabile per vivere. Lo sanno bene anche loro, quelli del Pd. E allora i casi sono due: o stanno mentendo per tenere buoni i loro elettori ma poi prenderanno tempo, oppure far cadere il governo è proprio quello che stanno cercando. Per liberarsi in un colpo solo di Berlusconi, del Pdl, e pure di Renzi che non avrebbe tempo per completare la scalata al Pd.

Fino a che siamo in tempo, speriamo che questa macchina infernale si fermi. I motivi non mancano, anzi ogni giorno si arricchiscono. Oggi ve ne offriamo altri due. Il primo è il ricorso presentato ieri alla Corte europea per i diritti dell’uomo da Silvio Berlusconi. Ve lo offriamo nella versione integrale perché, al di là dei tecnicismi, è un documento che apre squarci inquietanti sulle lacune e le omissioni di una inchiesta – quella Mediaset – che ha violato i più elementari diritti dell’imputato. Il secondo documento l’ha recuperato la nostra collega Anna Maria Greco. È una sentenza emessa da un magistrato svizzero che aveva aperto la stessa inchiesta sui diritti Mediaset.

Di più: gli inquirenti svizzeri avevano lavorato a stretto contatto con quelli italiani, scambiandosi documenti e informazioni. Bene: a differenza di quelli italiani, i giudici svizzeri hanno archiviato l’inchiesta non ravvisando alcun reato. La truffa sui diritti televisivi? Un teorema infondato, hanno concluso oltralpe.

Mi chiedo come è possibile che sulla stessa inchiesta due magistrature arrivino a conclusioni diametralmente opposte? A chi credere? Io non ho dubbi, e mi auguro che almeno un dubbio venga domani ai senatori che dovranno decidere se prendere per buona una sentenza farlocca figlia della follia giustizialista o se recuperare dignità e buon senso per vederci chiaro su ciò che è accaduto.


“Voglio solo difendermi”
di Tommaso Labate per il “Corriere della Sera”
(da “Dagospia”, 8 settembre 2013)

«L’unica cosa che ho in mente è una grande battaglia libertaria. Per questo, adesso, al Pd chiedo solo che mi sia consentito nella giunta del Senato quel diritto di difesa che è stato concesso in passato a tutti. Vorrei essere trattato come un cittadino normale ».

Nessuna minaccia all’esecutivo. Nessuna parola contro il presidente della Repubblica. Nessun ultimatum. Al contrario due sere fa, dopo cena, Silvio Berlusconi ha riattivato – in prima persona – il canale di contatto con quegli esponenti (politici e non) vicini al centrosinistra e pure al Quirinale che aveva bruscamente interrotto a metà settimana.

Dall’altra parte del telefono si aspettavano dall’ex premier un ulteriore pressing su come il Pd si esprimerà nel voto sulla decadenza, magari una richiesta esplicita da indirizzare a Guglielmo Epifani, magari che il Cavaliere ripetesse la metafora della barca («Se due amici sono in barca, uno dei due butta a mare l’altro e la barca sbanda, di chi sarebbe la colpa? ») con la quale aveva minacciato il governo Letta nella recente intervista rilasciata al settimanale Tempi .

E invece niente. «Dite a Enrico Letta che io sono una persona seria » s’è lasciato sfuggire, che non «vorrei che questo governo cadesse » e , soprattutto, che «al Pd chiedo soltanto una cosa: che mi si garantisca il diritto alla difesa ».

Berlusconi ha capito che non ci sono margini perché il voto dei Democratici in giunta sia diverso da quel «sì » alla decadenza che tutti gli esponenti del partito di Epifani ripetono come se fosse un mantra. E ha anche capito che i margini perché Giorgio Napolitano si spinga oltre i paletti fissati nella nota del 13 agosto sono praticamente nulli.

Per questo, adesso, si appella alla «non ostilità » sui tempi del Senato. Tempi che, stando all’ultima stima che il gruppo parlamentare del Pdl a Palazzo Madama gli ha confezionato su un foglietto di carta, potrebbero allungarsi anche oltre la fine di settembre. E solo perché si arrivi al voto nella giunta presieduta da Dario Stefano.

Le carte sono sul tavolo. E gli obiettivi minimi, ad Arcore, si sono ridotti a due. Il primo è fare in modo che la Corte d’appello di Milano, a cui la Cassazione ha rimandato il ricalcolo della pena accessoria, emetta il giudizio prima che il Senato certifichi la decadenza. Anche perché Berlusconi punta a che l’interdizione dai pubblici uffici sia ridotta a un anno e teme che, con la «sentenza » di Palazzo Madama già emessa, anche le previsioni più ottimistiche possano volgere al peggio.

Il secondo, invece, rimanda al ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Perché, come i suoi avvocati gli hanno spiegato in una delle ultime riunioni, «è difficilissimo che la corte di Strasburgo ammetta il ricorso. Ma, se lo ammettesse, l’esame potrebbe essere lungo. E il dossier, a prescindere da come andrà a finire, si trasformerebbe immediatamente in un caso internazionale ». In un caso, è il sottotesto, rispetto a cui chiedere al Senato di prendere ancora tempo sarebbe molto più facile. In una «questione umanitaria », insomma.

Quest’ultima partita può cominciare anche se il Pd mantiene la linea della «fermezza ». L’importante è che non ci siano brusche accelerazioni su tempi, che infatti sembrano essersi allontanate dall’orizzonte. «Noi chiediamo al Pd che vengano rispettati i diritti umani di un cittadino, Silvio Berlusconi, che negli ultimi due anni ha dimostrato un senso di responsabilità senza precedenti nei confronti dell’Italia », è l’appello di Mariastella Gelmini. Non troppo lontano, nei toni e nei modi, da quell’appello che il Cavaliere in persona ha trasmesso venerdì sera agli ambasciatori con Palazzo Chigi e il Quirinale: «Voglio il diritto a difendermi, solo questo ».

Che si tratti di una linea morbida rispetto alle brusche accelerazioni verso la crisi di tre giorni fa è un fatto. Comprovato anche dalla lista provvisoria di nomi a cui Berlusconi avrebbe intenzione di affidare il lancio della nuova Forza Italia. Il Cavaliere ha pensato a un «gruppo base » di lavoro affidato a cinque persone: Angelino Alfano, Renato Schifani, Renato Brunetta, Denis Verdini e Sandro Bondi.

A questi si dovrebbero affiancare, tra gli altri, anche Mariastella Gelmini e Michela Vittoria Brambilla. Altre caselle sono in via di definizione ma, al momento, nella mini-lista non comparirebbe il nome di Daniela Santanchè, la «pitonessa » nemica numero uno del governo Letta, che ieri da Sanremo è tornata ad attaccare la magistratura («Contro Berlusconi sentenze politiche ») e anche il Quirinale («Mi sono pentita di aver votato Giorgio Napolitano »).

Altra musica rispetto ai toni che si sentono ad Arcore nelle ultime ore. Dove Berlusconi sembra aver momentaneamente deposto – anche nei colloqui privati – l’ascia di guerra usata contro il Quirinale. Anche perché è in quel palazzo, e l’ex premier lo sa, che si giocano le sorti future di quel provvedimento di clemenza su cui i figli del Cavaliere continuano a insistere. Tutti, da Marina a Luigi passando per Barbara, che in un’intervista rilasciata a Maria Latella per il Messaggero ha adombrato la presenza di «una lobby che vuole eliminare mio padre ».

Clemenza, grazia o commutazione della pena che sia, su cui insiste con sempre maggiore forza anche la fidanzata Francesca Pascale, che con la prole berlusconiana (soprattutto con Marina) ha stretto un rapporto solido. E che a «Silvio » continua a ripetere sempre la stessa cosa: «Adesso, prima che alla politica, devi pensare a te stesso ».


Decadenza, 10 costituzionalisti al Senato: “Berlusconi deve essere espulso subito”
di Pasquale Notargiacomo
(da “la Repubblica”, 8 settembre 2013)

Dieci dei maggiori costituzionalisti italiani concordano nel ritenere che qualsiasi ritardo nell’espulsione dal Senato di Silvio Berlusconi sarebbe, di fatto, immotivato. E rigettano qualsiasi ipotesi di incostituzionalità della legge Severino. Li ha consultati Avaaz, rendendo note le loro posizioni in un documento pubblicato sul sito dell’associazione. Si tratta di Alessandro Pace, Ernesto Bettinelli, Roberto Romboli, Ferdinando Pinto, Francesco Dal Canto, Riccardo Guastini, Salvatore Bellomia, Gianni di Cosimo, Antonio D’Andrea, Umberto Allegretti. Le loro conclusioni contraddicono i pareri depositati alla Giunta delle elezioni e dell’immunità del Senato dalla difesa dell’ex premier. Che chiede il ricorso alla Consulta e la sospensione dei lavori dell’organismo di Palazzo Madama per approfondimenti sulla norma varata dall’ex ministro della Giustizia.

I tre quesiti. Tre i profili sui quali sono stati interpellati i 10 esperti: 1) la durata dei lavori della Giunta (sedute continue fino al voto o rinvio per approfondimenti?), 2) la possibilità per il Senato di ricorrere alla Consulta, 3) un’eventuale sospensione dei lavori in attesa della rideterminazione delle pene accessorie o per il ricorso alla Corte di Strasburgo.

La natura della sanzione è amministrativa. “Da quasi trent’anni mi occupo dell’ineleggibilità dei componenti gli organi amministrativi locali – premette Ferdinando Pinto, professore ordinario di diritto amministrativo a Napoli -e, se rapportato a quello che ho visto dal mio osservatorio, quello che si sta verificando è per me incomprensibile”. Smentita la presunta natura penale della sanzione (invocata, invece, dalla difesa dell’ex premier per contestare la presunta retroattività della norma). “La legge è chiara lì dove stabilisce una sanzione amministrativa – sottolinea Pinto -. D’altro canto l’applicazione della legge è già avvenuta in una trentina di casi senza che si sia messa in discussione tale profilo”.

Infondato il richiamo all’irretroattività. Concorda sul punto Ernesto Bettinelli, professore di Diritto Costituzionale a Pavia: “Non è evidentemente una legge penale, non comporta sanzioni supplementari rispetto a quelle già fissate dall’ordinamento penale. […] Dà luogo a immediata decadenza appena sono esauriti tutti i gradi di giudizio. L’evento formale che conta è la pubblicazione della sentenza e non la commissione del reato. Pertanto il richiamo al principio di irretroattività è manifestatamente infondato”.

Il Senato deve provvedere velocemente. Che i lavori debbano esaurirsi senza ritardi è un altro dei punti su cui i 10 costituzionalisti sono d’accordo. “Il rinvio del voto è inammissibile” – afferma ancora Bettinelli, che esclude anche un possibile ricorso alla Corte Costituzionale: “La Giunta non è un organo giurisdizionale, sicché non può assumere la veste di giudice a quo, in un giudizio di legittimità costituzionale. Inoltre né le decisioni sulla pena accessoria né la decisione della Corte di Strasburgo posso avere alcuna influenza sulla sua decisione”. Mentre Di Cosimo, aggiunge: “Ammettiamo che la Giunta sia pure legittimata a sollevare la questione occorre che essa non sia manifestamente infondata. Ma in questo caso non mi pare vi siano evidenti profili di incostituzionalità”.

La legge non è incostituzionale. “E’ indiscutibile – sottolinea Alessandro Pace – professore emerito di diritto costituzionale a Roma – che la Giunta debba provvedere con sollecitudine, allo scopo di impedire che un parlamentare di cui è stata accertata “l’indegnità morale” continui a esercitare illegittimamente le sue funzioni”. Inoltre aggiunce Pace – “la Corte Costituzionale nella sentenza n.118 del 1994 ha precisato che l’incandidabilità, ancorché sopravvenuta non costituisce, di per sé una sanzione penale. Pertanto non è applicabile alla specie il principio costituzionale dell’irretroattivà delle pene”. Mentre sulla possibilità di sollevare la questione di legittimità costituzionale: “Se le Camere ritengono che una legge sia incostituzionale la modificano – sottolinea Pace – e non perdono tempo a sollevare una questione di costituzionalità”. Netto anche Riccardo Guastini, ordinario alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova: “Il rinvio del voto è inammissibile”. E ancora: “Né le decisioni sulla pena accessoria, né la (eventuale decisione della Corte di Strasburgo) possono avere alcuna influenza sulla decisione – peraltro dovuta – della Giunta”.

Anche Umberto Allegretti, professore di Diritto pubblico all’Università di Firenze esclude qualsiasi dilazione. “La difesa di Berlusconi è stata assicurata e il Senato è tenuto a provvedere davvero immediatamente”. Verdetto univoco insomma. “Non c’ è divieto di retroattività perché la incandidabilità non è una sanzione penale – conclude Allegretti – ma ha radice nella tutela della genuinità e correttezza del processo elettorale, come mostrano tra l’altro gli art, 48 e 54 della Costituzione.”.

Le centomila firma di Avaaz. Questa nuova memoria legale, che cita membri dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, viene pubblicata mentre oltre 100mila persone hanno firmato una campagna di Avaaz, in appena 24 ore, chiedendo l’immediata decadenza di Berlusconi dal Senato.

“Il parere dei massimi costituzionalisti è chiaro – dice Luca Nicotra di Avaaz -: non sono ammessi ulteriori rinvii all’espulsione di Berlusconi e il Senato deve prendere una decisione subito. E’ arrivato il momento che la Giunta del Senato decida: vogliono servire l’interesse pubblico o prendere in giro la legge e gli italiani con rinvii immotivati e di fatto illegali?”, conclude Nicotra.


“La legge Severino non è retroattiva” Lo dice anche il procuratore Nordio
di Franco Grilli
(da “il Giornale”, 8 settembre 2013)

La legge Severino, quella che tratta la non candidabilità di ha subìto una condanna definitiva e che potrebbe far scattare la decadenza di Berlusconi dal Senato, è retroattiva o no? Il discrimine starebbe nel considerarla una sanzione penale o amministrativa.
Nel primo caso non sarebbe applicabile, nel secondo no.

Ma le cose non stanno proprio così, e a dirlo è il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio: “Anche per le sanzioni amministrative la retroattività è preclusa dall’art 1 della legge 689/81”, ha scritto qualche giorno fa in un editoriale sul Gazzettino, “Ancor di più dopo la legge sulla responsabilità degli enti, la 231/2001, la quale dispone, all’art 2, che le sanzioni amministrative debbano essere espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto. Se questa garanzia vale per le società a maggiore ragione vale per gli individui. E con questo il discorso dovrebbe esser chiuso. O meglio, dovrebbe essere riaperto con un’interpretazione autentica della legge o con una pronunzia della Corte Costituzionale”.

Questione chiusa, insomma. O la Giunta aspetta un parere della Consulta o la leggeSeverino non è applicabile al caso di Berlusconi. Al punto che anche Angelino Alfano chiude così il suo intervento al Forum Ambrosetti di Cernobbio: “Non ho nulla da aggiungere”


“Oggi, 8 settembre, data “sporca” della storia d’Italia
di Mirella Serri per Sette-Corriere della Sera
(da “Dagospia”, 8 settembre 2013)

Il generale Ike, ovvero Dwight David Eisenhower, che dal 1953 risiederà alla Casa Bianca, uscendo dalla tenda piantata tra mandorli e ulivi, a Fairfield Camp, nella località di Cassibile non lontana da Siracusa, strappò un rametto e lo sventolò sotto il naso dell’operatore che riprendeva la scena. Quello fu il solo segnale di distensione e di pace nell’incontro risolutivo, almeno per il momento, dello “sporco affare”.

Così Ike aveva definito in privato le giravolte e i contorcimenti di parte italiana che portarono, il pomeriggio del 3 settembre, nell’accampamento americano, al cosiddetto armistizio corto. La firma dell’armistizio fu accolta con enorme sollievo dagli alleati che fino alla fine avevano temuto un ripensamento degli italiani: il testo sanciva la cessazione immediata “di ogni attività ostile” da parte del Regno d’Italia nei confronti delle forze alleate (rimandando a più tardi la stesura definitiva dell'”armistizio lungo”, siglato a Malta il 29 settembre, che fissava le durissime condizioni della resa italiana).

A quello storico incontro erano stati delegati da Ike il generale britannico Harold R. Alexander, al comando di tutte le forze alleate presenti in Italia, il suo capo di stato maggiore, Walter Bedell Smith, e il responsabile del servizio informazioni inglese, il gigantesco Kenneth Strong. In doppiopetto scuro, scriminatura centrale nei capelli impomatati, un candido fazzoletto al taschino, l’azzimato emissario del governo Badoglio, il 50 enne Giuseppe Castellano, sudava copiosamente quando siglò il documento in 12 punti.

Era uno dei generali più giovani e l’avventura che lo aveva portato sotto la tenda di Fairfield Camp era iniziata ad agosto. Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore dell’esercito, gli aveva affidato un delicatissimo incarico. Pietro Badoglio, fin da quando era subentrato al governo al posto di Mussolini, era ben consapevole che bisognava avviare un negoziato con gli angloamericani.

Il generale Castellano, in un clima denso di sospetti e di incertezze, partì il 12 agosto per Lisbona, avendo come bagaglio il suggerimento di traccheggiare, esporre la nostra situazione militare, ascoltare le intenzioni degli angloamericani e “soprattutto far capire che noi non possiamo liberarci della Germania senza il loro aiuto”. Castellano e i suoi mandanti però si illudevano.

Pensavano di essere accolti quasi come nuovi alleati e di poter ottenere persino consistenti sbarchi (15 divisioni) tra Civitavecchia e la Spezia. All’incontro con gli interlocutori, Castellano capì che le previsioni erano state esageratamente rosee: Bedell Smith, freddo e scostante, gli lesse gli articoli dello “short military armistice”. Il governo italiano fu posto di fronte all’accettazione di un armistizio militare, i cui termini potevano essere modificati “nella misura in cui gli italiani avessero dimostrato sul campo una reale capacità di lottare contro la Germania”.

Stipulato in gran segretezza, il patto sarebbe entrato in vigore dal momento del suo annuncio pubblico. Ma dopo la firma di Cassibile prendeva avvio una commedia degli equivoci in un pazzesco tourbillon di inganni, segreti e bugie. “Badoglio tardò a prendere contatto con i governi angloamericani per paura dei nazisti i quali, a loro volta, erano convinti che le trattative fossero già in corso e cercavano le prove del tradimento italiano.

E’ probabile che il re e Badoglio abbiano continuato fino all’8 settembre a tenere aperte due alternative”, afferma Elena Aga Rossi che, con il suo “Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze” (Il Mulino) ha portato nuove acquisizioni a questo decisivo spartiacque.

“C’era la possibilità dell’armistizio con gli angloamericani, nel caso lo sbarco alleato fosse così massiccio da costringere i tedeschi a ritirarsi, e quella di una sconfessione dell’armistizio e di una continuazione della cooperazione con Hitler. L’8 settembre è stato a lungo dimenticato dagli storici. Soprattutto perché si voleva rimuovere la memoria del criminale sodalizio con il Reich: con l’armistizio finalmente l’Italia si dissociava dal progetto tedesco, che aveva pienamente condiviso, del dominio in Europa e dell’instaurazione di un Ordine nuovo fondato sulla razza”.

Il 3 pomeriggio Badoglio mentì a Raffaele De Courten, responsabile della Marina, ad Antonio Sorice, ministro della Guerra e a Renato Sandalli dell’Aereonautica, dicendo che erano in corso trattative e non che il patto era già stato firmato. Il generale Alexander era convinto che gli italiani, secondo gli accordi presi, si stessero organizzando per opporsi ai nazisti – con attacchi alle formazioni, con il controllo delle strade intorno a Roma, con la sorveglianza dei porti di La Spezia, Taranto, Brindisi.

Hitler, da parte sua, sospettava oscure trame ed era sul punto di formalizzare in un ultimatum pressanti richieste, come la libertà di movimento delle truppe tedesche in ogni parte del territorio italiano, il controllo delle installazioni della marina militare, la modifica della catena di comando in proprio favore.

Eisenhower, il 7 settembre, per verificare in che modo gli italiani stessero preparando i proprio schieramenti per supportare l’arrivo di paracadutisti americani, spedì a Roma una missione formata dal generale di brigata Maxwell D. Taylor e da un colonnello. I due emissari non trovarono nessuno ad accoglierli: Giacomo Carboni, responsabile del Sim, Servizio informazioni militari, era inrintracciabile; Ambrosio era a Torino; Badoglio era sotto le coltri fin dalle nove, Mario Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, cenava in famiglia.

Carboni, finalmente raggiunto, buttò giù dal letto Badoglio che si spese con i due militari perché intercedessero presso Ike al fine di rinviare l’annuncio dell’armistizio. Eisenhower, avvisato che nulla procedeva secondo i programmi, fece annullare il volo dei paracadutisti che già stavano decollando dalla Sicilia. Decise di rendere noto il trattato di Cassibile e alle 18 e 30 dell’ 8 settembre venne emanato il comunicato.

Con una dichiarazione dell’agenzia Reuter e con un radiomessaggio di Eisenhower, la notizia dell’uscita dell’Italia dalla guerra divenne pubblica. Alle 19.45, dai microfoni dell’ Eiar, come ricordò lo speaker, Giovanni Battista Arista, fu interrotta la canzone “Una strada nel bosco”. Dopo una breve introduzione, il capo del governo annunciò la fine dei combattimenti contro gli alleati e proseguì: “l’esercito italiano reagirà contro gli attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

Il giornalista Ruggero Zangrandi, in un suo pamphlet ferocemente critico nei confronti del Maresciallo, scriverà che il discorso lo pronunciò “quasi in italiano”. Il 13 ottobre l’Italia dichiarava guerra alla Germania e il 14, con una bella dose di improntitudine, Badoglio, dalla Puglia, dove era fuggito con gli esponenti della Casa Reale, in una lettera a Eisenhower, “senza alcuna esaltazione”, sottolineava gli effetti positivi in campo militare e politico del suo governo.

Ma non tutti saranno d’accordo su questo giudizio autocelebrativo sul Regno del Sud, che avrà sede prima a Brindisi e poi a Salerno. “L’ambiente si era nuovamente avvelenato, e l’odore di cadavere che ammorbò l’Italia per tanti anni saliva da tutta la vecchia classe dirigente morta e non rimossa”, scriveva Corrado Alvaro ne “L’Italia rinunzia? 1944: il Meridione e il Paese di fronte alla grande catastrofe” (ora ripubblicato da Donzelli).

Infatti i “cambi della guardia, dal fascismo al post regime, non erano sufficienti se a muovere le leve del comando non arrivavano uomini nuovi”, ha osservato Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” (16 ottobre 2012), “non solo per avere idee e programmi inediti ma anche per azzerare odi pregressi, vecchie rivalità, sedimentati pregiudizi, cosa che avverrà solo e solo in parte nel dopoguerra”.

Nel teatrino delle incomprensioni e delle promesse tradite, però, fin dalla sera dell’8 settembre, la Wehrmacht e le Ss presenti in tutta la penisola avevano fatto scattare i piani segretissimi predisposti da Hitler già da tempo e avevano occupato tutti i centri nevralgici in Italia settentrionale e centrale, fino a Roma incluse ampie zone del Mezzogiorno.


L’8 settembre della borghesia italiana. Una disfatta che dura fino a oggi
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 8 settembre 2013

Settant’anni fa, l’8 settembre, l’Italia ha vissuto la pagina più vergognosa della sua storia. Forse non è giusto dire: l’Italia. E’ più esatto precisare: la classe dirigente italiana. Perché invece ci furono grandi porzioni del popolo italiano che in quello stesso giorno, e nei giorni successivi, vissero il momento del maggior coraggio e della gloria.

I fatti, più o meno, li conoscete. Il 25 luglio del 1943 era caduto il fascismo e si era insediato a Roma un governo presieduto dal maresciallo Badoglio. Il nuovo governo, durante l’estate, aveva trattato segretamente con gli americani e gli inglesi per ottenere un armistizio o concedere una resa e uscire dalla guerra. Nel frattempo gli americani erano sbarcati in Sicilia e lì avevano sconfitto i tedeschi. Il 3 settembre, proprio in Sicilia e in gran segreto, gli italiani e gli alleati avevano firmato l’armistizio. Si era deciso però di renderlo pubblico dopo un paio di settimane per organizzare un nuovo sbarco americano in Campania e un aviosbarco a Roma. Lo sbarco a Salerno era previsto per il 9 settembre. Subito dopo si sarebbe data notizia dell’armistizio e le truppe italiane avrebbero dovuto difendere Roma per qualche giorno in modo da permettere l’aviosbarco. Se le cose fossero andate così, la liberazione dell’Italia sarebbe stata molto più rapida e sarebbero stati evitati orrori atroci come la deportazione e lo sterminio degli ebrei romani (16 ottobre 1943) e la strage delle Fosse Ardeatine (marzo 1944). Invece poche ore prima dello sbarco di Salerno la radio inglese diede notizia dell’armistizio, in modo da evitare una resistenza delle truppe italiane. Alle 19, 45 dell’otto settembre anche il capo del governo italiano parlò alla radio e annunciò la fine della guerra contro gli angloamericani. A quel punto si trattava di difendere Roma. Impresa non impossibile, perché le forze armate italiane disponevano di quasi 100 mila uomini intorno a Roma, mentre i tedeschi non potevano metterne insieme più di 30 o 40 mila.

Le cose però andarono in un altro modo. Il Re, suo figlio Umberto erede al trono, il capo del governo, gran parte dei ministri e degli alti ufficiali dell’esercito, la mattina del 9 settembre, mentre a Salerno era iniziato lo sbarco alleato, salirono in macchina e fuggirono prima a Pescara e poi a Brindisi. Abbandonarono Roma, il popolo, e anche l’esercito e la marina. Rinunciarono a resistere ai tedeschi e a salvare la capitale. Perché? semplicemente perché ebbero paura, erano codardi.

Alla vigliaccheria dei vertici dello Stato si contrappose il grande coraggio di gente del popolo e di un certo numero di ufficiali e soldati italiani che – spontaneamente e in modo disorganizzato – cercarono di salvare le navi italiane, trasferendole a Taranto, e di salvare Roma facendo le barricate. Riuscirono a impedire ai tedeschi di prendere Roma per poco più di 24 ore. Lasciarono sul campo più di 1500 caduti. Costrinsero l’armata nazista a concentrare forze a Roma indebolendo la resistenza a Salerno. Chi li guidava? Un pezzetto minoritario delle gerarchie militari e rappresentanti dei partiti politici democratici, soprattutto di sinistra: c’erano Nenni, Amendola, Pertini, Lussu. Sparavano coi fucili da caccia o con le mitragliette trovate nelle caserme. Contro i carrarmati. Resistettero per dieci ore a Porta San Paolo, poi si ritirarono, si nascosero e diedero vita alla Resistenza.

L’otto settembre è diventato una metafora dell’assenza di classi dirigenti nel nostro paese. E’ stato la disfatta della borghesia. Temo che le cose non siano cambiate molto. Sebbene, fortunatamente, in forme assai meno drammatiche , stiamo vivendo qualcosa di simile. Una nuova dimostrazione dell’inesistenza di una classe dirigente vera, in questo paese. Così come mancò allora, ancora oggi manca una borghesia consapevole di cos’è l’interesse collettivo. Allora fu il popolo e i partiti della sinistra – e al Nord la classe operaia – a riempire il vuoto e a conquistarsi un ruolo fondamentale nel futuro del paese. Oggi? Sembra non esserci più niente. Solo burocrazia. Solo lobby. Eredi della burocrazia regia dei Savoia.


Io, sottotenente in Grecia. Da “morituro” a umiliato
di Mario Cervi
(da “il Giornale”, 8 settembre 2013)

L’8 settembre 1943 mi ha colto e travolto in Grecia. E dalla Grecia – dove ho una casa, trascorro le vacanze, e piango mia moglie che se n’è andata cinque anni or sono – butto giù questi ricordi. Non ho, qui, nessuna documentazione. Mi scuso anticipatamente per qualche eventuale errore nel citare nomi e date. Ero allora sottotenente nella seconda compagnia del 479 º battaglione costiero, mandato a presidiare un grazioso paese, Boiati, e un tratto di costa a una ventina di chilometri a nord di Atene.

Ero arrivato in Grecia a guerra finita da alcuni mesi, quando già s’era un po’ superata la terribile carestia – dovuta soprattutto all’incapacità o all’indifferenza degli occupanti – che era stata un nuovo flagello dopo le sofferenze, i morti, i congelati – italiani e greci – dell’umiliante campagna d’Albania.

Mi avevano destinato al battaglione costiero dopo vicissitudini per le quali, nonostante i miei confusi 22 anni – classe 1921, i volontari universitari «forzati » – avevo toccato con mano il marasma delle nostre forze armate. A Padova, dove avevo prestato servizio di prima nomina, il mio battaglione era stato destinato all’Africa settentrionale. Vestivamo uniformi coloniali e gli amici di un altro battaglione ci chiamavano con umorismo nero «i morituri », loro avendo invece in programma di difendere la Sardegna. Andò a finire che noi partimmo per comodi compiti d’occupazione in Grecia e loro furono mandati in Russia. Quasi nessuno tornò.

Invece noi del «479 º costiero » ce la passavamo piuttosto bene, tutto sommato, con il mare e il sole d’una bella estate. Eravamo immersi, almeno molti di noi, in una passività fatalista. Sapevamo che le vicende del conflitto mondiale per l’Italia andavano a rotoli, ma ci comportavamo – e parlavamo – come se quei disastri non ci toccassero. Le comunicazioni dei comandi erano tutte formalità cartacee o eroiche resistenze o arretramenti su posizioni prestabilite. Non c’erano andartes, i partigiani greci, dalle nostre parti.

Un primo brusco risveglio l’avemmo quando si seppe che il nemico era sbarcato sul suolo della Patria. Il secondo, ancora più brusco, l’avemmo l’indomani del 25 luglio, quando si seppe che il Duce era stato sostituito dal duca di Addis Abeba maresciallo Pietro Badoglio. Il comandante della mia compagnia, capitano Bosio – anche lui di complemento, bravo e savio – mi affidò l’ingrato incarico di tenere alla truppa un discorsetto rincuorante, ed ebbi la giovanile sfrontatezza di tenerlo. Mescolai una rozza retorica ad accenti fieri, sicuramente dissi un mucchio di banali cretinate, ma insieme ai toni enfatici credo, ripensandoci, d’avere avuto accenti genuini. Non c’erano fascistoni nel battaglione costiero. Non c’erano nemmeno antifascisti. O forse qualcuno nella truppa, ma non me n’ero accorto. Ci adeguavamo al «la guerra continua » del vecchio maresciallo senza davvero crederci e senza opporci.

La folgore si abbattè su di noi l’8 settembre, con l’annuncio serale dell’armistizio. Un pensiero ci dominò da quel momento in poi. Come si poteva tornare a casa? I soldati tempestavano noi ufficiali che non eravamo in grado di dare una risposta. Prendemmo allora coscienza di quanto fosse minacciosa la presenza, a pochi chilometri di distanza, di ingenti forze tedesche, tenute raggruppate e non disseminate come le nostre. I contatti con l’alleato erano stati fino ad allora corretti senza smancerie. Tutti sapemmo che da quel momento in poi l’alleato sarebbe diventato nemico.

Dall’XI armata del generale Vecchiarelli ci arrivavano messaggi telefonici contraddittori e tremebondi. Speravamo, mentre le ore passavano, che ad Atene i comandanti prendessero qualche decisione, oltre a quella badogliana di non attaccare ma di reagire a ogni attacco, da qualsiasi parte venisse.

Finalmente la decisione, umiliante, ci fu. Consegnare ai tedeschi tutte le armi tranne le pistole degli ufficiali. Un sergente della Wehrmacht era arrivato in sidecar, scortato da una camionetta, per far rispettare l’ordine. Eravamo avviliti ma continuavamo a sperare che questo atto vile fosse la premessa di un accordo e di un ritorno. La sera del 10 settembre feci un giro a piedi tra le villette di Boiati dove molti ci conoscevano e trattavano amichevolmente.

Rammento ancora con vergogna le frasi che mi rivolse – in un italiano stentato ma comprensibile – un medico greco che avevo più volte incontrato: «Ma perché avete consegnato le armi? Siete tanti, più dei tedeschi ». Non risposi nulla perché non sapevo cosa rispondere. Aveva ragione.

Con la rapidità che li caratterizzava, i tedeschi procedevano alle loro contromisure, incluse quelle propagandistiche. Bosio e tutti noi ufficiali avemmo la visita d’un ufficiale italiano a noi sconosciuto, scortato da un tedesco, che dall’uniforme aveva tolte le stellette. Ci disse che il vero esercito italiano stava risorgendo incorporato nelle forze tedesche e che, se vi ci fossimo arruolati, avremmo ancora ricevuto il nostro stipendio e mantenuto i nostri incarichi.

Nessuno accettò. Non succedeva nulla, il re e Badoglio s’erano rintanati a Brindisi, i generaloni di Atene tentennavano, noi discutevamo con rabbia della nostra sorte sapendo che non dipendeva da noi. Finché – credo fosse la mattina dell’11 settembre – un reparto tedesco piombò sui nostri sparpagliati e inermi presidi di Boiati e dintorni.

I tedeschi erano pochi e spavaldi. Notai che non avevano un atteggiamento aggressivo come altrove tragicamente avvenne, avevano l’aria di procedere a un adempimento burocratico più che a una azione di guerra. Un rastrellamento, non una minaccia di combattimento. Ci condussero in uno spiazzo e di lì ci avviarono verso una meta da loro stabilita. La seconda compagnia del 479 º battaglione costiero si avviò così in lunga fila verso la prigionia, sorvegliata da pochissimi uomini. Accanto a me avevo il tenente medico Sordelli. Costeggiavamo la tenuta dell’ingegnere italiano Troy che conoscevamo bene. A una curva del percorso io e Sordelli sgattaiolammo verso un folto di alberi, nessuno ci vide. Da allora per qualche giorno l’ingegnere generosamente ci ospitò, poi fummo affidati ad amici o conoscenti suoi. Una vita misera ed errabonda, non avevo più l’uniforme, non avevo più la pistola. Il mio amico medico, catturato dai tedeschi, finì in Germania e vi morì. Io di casa in casa trovai finalmente rifugio presso una famiglia di bravissima gente. Di una delle ragazze di famiglia m’innamorai. È stata mia moglie per 63 anni.

Nel 1953 un giornalista, Renzo Renzi, pubblicò sulla rivista Cinema nuovo un articolo intitolato «L’armata s’agapò » (s’agapò in greco moderno significa «ti amo ») dedicato al dissolvimento delle forze italiane d’occupazione, con un intrecciarsi acre di tragedie e di commedie collettive e individuali. Renzi e il direttore di Cinema nuovo Guido Aristarco furono brevemente arrestati e, come ex militari, processati per vilipendio delle forze armate. La condanna fu di otto mesi di reclusione per Renzi, quattro e mezzo per Aristarco. Seguii il processo come cronista del Corriere della Sera, e l’ufficiale che presiedeva il Tribunale militare mi chiese un giorno perché mai, lavorando in un grande quotidiano borghese, parteggiassi nei miei resoconti per gli imputati. Gli spiegai che parteggiavo perché, sia pure con sgradevole acredine e accanimento ideologico, «L’armata s’agapò » aveva raccontato amare e avvilenti verità. Ci furono aspetti miserevoli in quella tragedia. Ma vi furono anche emozioni e passioni sincere.

In questa mia estrema vecchiezza fatta di ricordi, di rimpianti, di rimorsi, non rinnego nulla, mi rassegno a tutto, perché tutto appartiene alla vita.

 

(Un grande Mario Cervi. bdm)


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Bart