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Sforziamoci di essere seri

13 Maggio 2011

Oggi leggiamo più di un articolo che celebra le lodi del presidente Napolitano.

Insomma, se non ci fosse lui, come lascia intendere Ernesto Galli della Loggia, ma anche Stefano Folli, Marcello Sorgi, Paolo Graldi ed altri, sarebbe il caos. Al punto che Emanuele Macaluso propone di rinnovargli il mandato per altri sette anni. Uno sproposito che gli dev’essere uscito di bocca o di penna nell’ora del pisolino pomeridiano.

Napolitano, in realtà, è entrato a gamba tesa nell’agone politico, facendo carta straccia dei suoi limiti costituzionali, non già perché siamo in presenza di partiti che non sanno fare il proprio mestiere, ciò che può anche essere vero ma solo in parte, bensì è entrato a gamba tesa, perché, come a Oscar Luigi Scalfaro, a Carlo Azeglio Ciampi, anche a lui dà fastidio il consenso popolare che riceve da anni Silvio Berlusconi. Napolitano è infettato pure lui dall’antiberlusconismo. E a dimostrarlo stanno le tante tolleranze praticate nei confronti di coloro che dell’antiberlusconismo vivono e nell’antiberlusconismo hanno trasformato la politica.

Quando Napolitano, come ha fatto ieri a Firenze, reclama e pretende la centralità del parlamento, mostra di non rendersi conto che sono proprio i suoi comportamenti, fuori dai limiti costituzionali, che hanno incrinato la centralità del parlamento, mettendola addirittura in discussione.
È grave se a osservatori politici più attenti e acuti di me sfugge questa contraddizione incarnata dalla figura dell’attuale capo di Stato.

A me, che sono per una repubblica presidenziale, questa evoluzione non dispiace affatto, giacché abitua i cittadini ad una presenza forte e costante del capo dello Stato, e prepara già nei fatti una riforma che considero indispensabile. Mi meraviglia invece che i sostenitori della centralità del parlamento, coalizzatisi nell’opposizione, ivi compresi il Fli e l’Udc, non menino scandalo quando il presidente interferisce durante il corso della formazione delle leggi, ed esterna in misura sempre più crescente contro l’esecutivo, in modo tale da far rigirare nella tomba il grande esternatore Francesco Cossiga.

Tiriamo le somme, dunque, e non facciamo gli ipocriti. Siamo seri, anche se nella politica di casa nostra essere seri è cosa rara, anzi rarissima.
In Italia i maggiori poteri, e tali da consentire la governabilità, devono essere attribuiti, con una puntuale e urgente riforma costituzionale, a chi è eletto dal popolo. Si scelga se questi dovrà essere il presidente del Consiglio o il capo dello Stato.
Ma una volta che si è scelto ed uno dei due sarà sottoposto alla elezione popolare, a lui dovranno essere attribuiti i maggiori poteri, tali che consentano l’assunzione netta e irrevocabile della responsabilità di governo.

Quando Berlusconi denuncia che i governi eletti dal popolo non riescono a svolgere i loro programmi perché impediti da altri organi costituzionali che non hanno mai ricevuto l’investitura popolare, ma sono, al contrario, emanazione di giochi di palazzo, denuncia in realtà il bizantinismo della nostra democrazia, forse ben scritta sulla carta, ma non in grado di funzionare e di reggere il confronto con le altre democrazie.

Diciamocelo chiaro e tondo: il guazzabuglio che stiamo vivendo è il prodotto sgangherato di uno strumento arrugginito, quale ha dimostrato di essere da qualche anno la nostra Costituzione.

Altri articoli

“Giorgio, Romano, Eugenio e il Pd” di Mario Sechi. Qui.


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Bart