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Si avvicina il cambio di un’epoca

10 Agosto 2013

Quando ero ragazzo, sulla scena politica dominavano la Democrazia Cristiana da una parte e l’anticomunismo più viscerale dall’altra.
Raggiunta l’età del voto, lo indirizzai a quello che consideravo il partito dei cattolici e, salvo qualche eccezione, così feci finché la Dc esistette, e cioè fin quando non scoprii anch’io, come molti altri elettori, che il partito dei cattolici non era diverso dagli altri partiti ed era corrotto fino al midollo. Ma avevo sempre presente l’esempio di uomini come De Gasperi, don Sturzo, Aldo Moro che avevano dato alte prove di servizio alla Patria, senza trarne alcun vantaggio personale. Ancora oggi le loro discendenze conducono una vita normale, affluendo i loro introiti dal proprio lavoro, e non, come succede ai politici nostrani, dall’arricchimento personale perseguito nel corso della carriera istituzionale.

Tuttavia non gradivo l’anticomunismo. Del Pci non accettavo il suo ateismo, che avrebbe portato ad un incrudimento dei rapporti sociali, che sarebbero stati privati di quella caritas con la quale il cristianesimo – come del resto ogni altra religione – avvolgeva la società. Meno sentimento e meno amore, più cinismo e più crudeltà.

Non mi piaceva l’anticomunismo viscerale (i militanti quasi si nascondevano) poiché riconoscevo che anche tra i comunisti vi erano politici onesti quanto quelli democristiani e cattolici. Non ho mai sentito parlare (salvo il servilismo alla vecchia URSS e l’ambiguità dovuta alla loro ideologia) di arricchimenti finiti nelle tasche di uomini come Amendola, Berlinguer, Pajetta, Togliatti, Ingrao, Occhetto, Longo, Terraccini, Natta, solo per fare qualche nome. Così mi ripugnava corroborare una discriminazione che oltrepassava il credo politico. Quest’ultimo i cittadini potevano farlo valere con il libero voto, il vero mallevadore di ogni democrazia.

Come spesso accade nella storia, la minoranza emarginata finì per attirare simpatie al punto che verso il finire del secolo scorso, dirsi comunisti diventò un titolo di merito e modaiolo. Intellettuali e imprenditori fecero a gara per dichiararsi seguaci del Pci. Quando poi anche una parte dei cattolici si fuse con i vecchi comunisti, il nuovo movimento politico che ne nacque diventò talmente potente che le adesioni arrivarono come nugoli di cavallette. Uomini che della povertà proletaria nulla sapevano e nulla avevano compreso, essendo al contrario ricchi sfondati e abituati alla frequentazione di salotti alla moda, si nominarono comunisti e ebbero dal Pci e poi da tutti gli altri nomi in cui esso ha attraversato la storia di questi ultimi anni, fino all’attuale Pd, tutti gli onori che si devono a chi con il suo appoggio e la sua militanza può facilitare l’ascesa al potere.
È la storia d’Italia degli ultimi 40 anni. È la storia dell’antiberlusconismo (il berlusconismo è stato l’unico tentativo di resistenza e di opposizione) di questi ultimi 20 anni, alimentato e perseguito anche come risposta al duro anticomunismo degli anni ‘50/’60.

Oggi, però, siamo alla svolta; siamo arrivati, a mio avviso, al culmine di questa ascesa e di questa conquista.
Da che cosa si può ricavare una tale impressione? Dalla caduta lenta ma inesorabile dei miti che hanno portato acqua al mulino dell’ideologia comunista, pure se oggi questa ideologia si è cercato di mimetizzarla approfittando anche dell’appoggio di una parte dei cattolici che militano nel Pd (i primi cattolici, ricordate?, a sposare il Pci furono i La valle, i Gozzini, e quanto scandalo sollevarono!).

Gli sbandieratori dell’era antiberlusconiana, ossia gli sbandieratori dell’era dell’ideologia totalitaria  al potere non hanno più cartucce da sparare. I loro canti rivoluzionari, una volta ricevuto in pompa magna il potere, stanno producendo stonature, irritazione e noia.
Umberto Eco, Andrea Camilleri, Roberto Benigni, mi limito ai vessilliferi più conosciuti nel mondo, non seducono più le folle. Sono modelli rapidamente invecchiati. La nuova generazione non li ascolta più, conosce un solo potere contro cui combattere, ed è quello stesso che i vessilliferi difendono ma che le loro canzoni condannano. Sono personaggi oggi costretti a vivere e a sopportare una amara contraddizione. La nemesi li ha colpiti duramente. Sono rimasti fermi alle rivoluzioni studentesche del ’68, ma la società ha cambiato addirittura le sue radici; le precedenti si sono essiccate e oggi radici nuove e diverse già disegnano una società in nuce. Una società che al momento ha solo prodotto i primi virgulti.

Scrivendo di Roberto Benigni, Mario Giordano ne ha fatto il simbolo del dramma che tutti costoro stanno vivendo, ancora non del tutto consapevoli della fine ingloriosa che li aspetta (qui).

Sta sorgendo un’epoca nuova, secondo la regola dei corsi e dei ricorsi della storia.
L’antiberlusconismo ne ha agevolato la seminagione ed oggi la crescita.
Per fare tabula rasa della vecchia e malata società, inquinata da ogni male, sia nelle istituzioni che nella quotidianità, il paradosso, ovvero la solita puntualissima nemesi, ha voluto che sia stato offerto involontariamente a Silvio Berlusconi, il nemico pubblico n. 1 secondo il mantra dell’attuale regime, la miccia in grado di distruggere il vecchio e consentire al nuovo che sta nascendo di ricominciare tutto da capo.

Come ho già scritto, questo grimaldello è rappresentato dalla battaglia che Silvio Berlusconi deve intraprendere e sostenere per andare in carcere e rendere visibile al mondo il marcio che ci paralizza.


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2 Comments

  1. Commento by zarina — 10 Agosto 2013 @ 09:46

    Mi ritrovo nella tua ricostruzione   storica e nello stesso percorso.   Non mi ritrovo invece con il punto di svolta,   ma spero comunque che tu abbia ragione.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 10 Agosto 2013 @ 13:26

    Sento aria di cambiamento. Arroganza, ipocrisia, falsità hanno le gambe corte. Bisogna pazientare, ma non sarà per molto. Giambattista Vico scoprì una delle immarcescibili leggi fondamentali che regolano la storia dell’uomo.

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