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1994. Il blitz sulle pensioni d’oro. La «leggina » più veloce della Repubblica

9 Agosto 2013

di Sergio Rizzo
(dal “Corriere della Sera”, 9 agosto 2013)

«L’ Italia è il Paese che amo… » erano le prime parole che Silvio Berlusconi pronunciava nel videomessaggio registrato che il pomeriggio del 26 gennaio 1994 annunciava la sua «discesa in campo ». Nello stesso Paese, in quelle stesse ore, mentre in Parlamento suonava la campanella del «liberi tutti », sulla Gazzetta Ufficiale compariva una leggina di dieci righe, approvata dal Parlamento il giorno prima a tempo di record e a tempo di record pubblicata.

Si sparse subito la voce che era stata fatta apposta per Biagio Agnes, l’ex direttore generale della Rai che da qualche anno aveva traslocato alla Stet, la finanziaria telefonica pubblica. Non era una malignità infondata. Quella leggina favoriva il passaggio al fondo dei telefonici presso l’Inps di chi godeva già di una pensione di una gestione diversa, magari di un altro fondo dello stesso istituto di previdenza. Fu così che Biagio Agnes, pensionato dal 1983, riuscì a decuplicare il suo assegno: da 4 milioni di lire a 40 milioni 493.164 lire al mese. Decorrenza, marzo 1994. Un mese dopo l’approvazione della legge.

La cosa non passa inosservata. I Cobas del pubblico impiego diramano un comunicato al fulmicotone, rivelando che la ricongiunzione costerà alla Stet, cioè allo Stato (nel 1994 i telefoni sono ancora pubblici) e ai risparmiatori che hanno comprato il titolo in borsa, qualcosa come 5,8 miliardi di lire. Oggi sarebbero più di quattro milioni e mezzo di euro.
Qualche giorno dopo che quelle dieci righe hanno tagliato in Senato l’ultimo traguardo, Dino Vaiano spiega sul Corriere com’è andata. Cominciando dagli autori. Il primo a correre in soccorso dell’irpino Agnes è il lucano Romualdo Coviello, deputato di Avigliano, in provincia di Potenza. Democristiano di sinistra come Biagione, non tradirà mai la causa. Dalla Dc ai popolari, alla Margherita. Racconta Vaiano: «Sono giorni caldi, le commissioni lavorano come slot machine, strizzando l’occhio alle lobby e alle categorie che potrebbero garantire voti. Le leggi decollano, fedeli all’equazione degli anni ruggenti della partitocrazia: spesa pubblica uguale voti. Perfino gli attenti funzionari parlamentari ammettono di non averci capito quasi nulla. Ma la rapidità è da record. La leggina sulle pensioni d’oro corre come Speedy Gonzales… »

Il primato di velocità è tuttora imbattuto. Non così l’assegno. Abbiamo infatti scoperto che nel 2013 c’è chi, l’ex manager della Telecom inventore della «carta prepagata » Mauro Sentinelli, porta a casa 91.337 euro al mese. Il triplo di quanto varrebbe oggi la pensione di Agnes, che allora sembrava stratosferica. E il doppio di quella, addirittura extraterrestre, cui ha diritto dal 1999, quando aveva 55 anni, il suo ex capo Vito Gamberale: partiva da 75 milioni e 600 mila lire al mese.

La leggina di cui stiamo parlando, in realtà, non fece che aggiungere un altro privilegio a quello monumentale già riservato al fondo Inps dei telefonici. Al quale non si applicava il tetto massimo dei 200 milioni di lire l’anno. La ragione? Semplice: nessuno dei dipendenti arrivava a quella cifra. Soltanto che a quel fondo si erano iscritti anche i manager. Tutti, anche se in teoria avrebbero dovuto versare i contributi all’Inpdai. Ma dato che all’Istituto previdenziale dei dirigenti d’azienda alle pensioni d’oro era in vigore appunto quel limite, avevano evidentemente preferito confondersi con gli operai e gli impiegati nel fondo dei telefonici. E quando gli stipendi hanno cominciato a lievitare come la panna montata, l’ondata di piena è stata terrificante. Anche perché le regole del contributivo garantivano pensioni praticamente identiche all’ultimo stipendio. Il capo della Sip Paolo Benzoni andò via con 39,2 milioni di lire al mese. Ernesto Pascale con 42. Francesco Chirichigno con 36. Umberto Silvestri con 38,5. Francesco Silvano con 37,3. L’elenco delle superpensioni telefoniche è sterminato, ed è arrivato fino a noi. Senza offrire risposta alla domanda più banale: perché in tanti anni non sono mai state cambiate le regole? Difficile dire.

Certo, però, nel Bengodi pensionistico made in Italy i telefonici sono sempre stati in buona compagnia. Tetto o non tetto. Basterebbe ricordare i sontuosi trattamenti previdenziali dei dirigenti dell’Enel, che potevano aggirare il limite dei 200 milioni annui grazie a un faraonico fondo integrativo aziendale pagato dagli utenti con le bollette. Memorabili alcune pensioni, come quelle dei due direttori generali che si sono succeduti prima della trasformazione in spa, Alberto Negroni e Alfonso Limbruno, che si ritirarono entrambi con assegni da 37 milioni (di lire) al mese.

Somme certamente enormi. Che fanno però sorridere al confronto di certe pensioni garantite, secondo regole che nessuno ha mai voluto mettere davvero in discussione, dallo Stato. L’ex segretario generale del Senato Antonio Malaschini, ex sottosegretario alla presidenza con Mario Monti, ha dichiarato di percepire una pensione di 519 mila euro lordi l’anno. Somma alla quale si deve aggiungere ora lo stipendio da Consigliere di stato. Perché le pensioni d’oro, da noi, hanno una particolarità: spesso chi le incassa continua a lavorare, talvolta ricoprendo incarichi pubblici altrettanto dorati.

Per non parlare di altre micidiali stravaganze. La nomina a capo dell’Agenzia siciliana dei rifiuti, l’avvocato Felice Crosta, dirigente della Regione, fu accompagnata da un emendamento approvato anch’esso in un baleno dall’assemblea regionale grazie al quale gli venne riconosciuta di lì a poco una pensione di 460 mila euro. Dopo un’estenuante battaglia legale quell’assurdità è stata cancellata. Ma la storia la dice lunga su come funziona ancora l’Italia: tutto sommato, non è poi così diversa da quella della leggina che favorì Agnes e forse pochi altri.

Ed è per questo che nel Paese dove le persone normali la pensione se la sognano, mentre le pensioni d’oro si accompagnano di regola a una retribuzione sontuosa, sarebbe forse il caso di prenderla seriamente in considerazione, la proposta avanzata da Bruno Tabacci, Angelo Rughetti, Andrea Romano e Fabio Melilli in una lettera al Corriere: i pensionati d’oro che intascano stipendi (pubblici) d’oro scelgano fra la pensione e lo stipendio. È una richiesta così scandalosa?


L’autogol della giustizia
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 9 agosto 2013)

L’imbarazzo si taglia a fette. Lo ha descritto efficacemente, sulla Stampa, Francesco Grignetti che, a tempesta in corso, ha fatto un salto al Palazzaccio, avvicinando vari colleghi di Antonio Esposito, presidente della seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, cui si deve la conferma della condanna definitiva di Silvio Berlusconi: 4 anni di reclusione per frode fiscale.
L’umore dei magistrati è nero. Essi parlano malvolentieri dell’argomento del giorno: la chiacchierata fatta da ‘o presidente con un giornalista, registrata su nastro, mandata in Rete, trasmessa addirittura sulle tivù nazionali e apparsa – sotto forma d’intervista – sul Mattino di Napoli.

Esposito, del quale s’era già occupato anche Il Giornale con un paio di pezzi di Stefano Lorenzetto, che ne rivelavano alcuni comportamenti deontologicamente assai discutibili, si affanna a tentare di dimostrare l’innocenza delle proprie valutazioni sul fatto che il Cavaliere «non potesse non sapere » le porcherie di Mediaset. Ma lo fa con risultati poco convincenti, almeno finora. Egli sostiene che parlava in generale e non si riferiva in particolare all’ex premier. Si dà però il caso che la conversazione vertesse in modo specifico sulla clamorosa sentenza riguardante il leader del centrodestra.

Sia come sia, i giudici della Cassazione esprimono la propria irritazione, ma desiderano non esporsi in prima persona per commentare l’incidente, onde evitare di ingigantirlo con ulteriori polemiche. Solo Giuseppe Maria Berruti, presidente di sezione civile, non ha difficoltà a discuterne senza nascondersi dietro a un dito. E dice a Grignetti: «Mia auguro che adesso tutti tacciano. L’opinione pubblica è confusa. Gli stessi esperti del diritto faticano… Questa è una vicenda dolorosa ».
In effetti siamo di fronte a episodi inediti: mai era accaduto, a nostra memoria, che un alto magistrato, investito di un ruolo tanto importante, discettasse del proprio lavoro prima che l’esito del medesimo fosse reso ufficiale. Il Csm ha aperto un procedimento nei confronti di Esposito allo scopo di fare chiarezza. Vedremo come andrà a finire. Intanto segnaliamo che, per motivi cui accenniamo in altra parte del Giornale, ‘o presidente non è nuovo alle inchieste dell’organo di autogoverno della magistratura: ne ha già subite due con quattro capi di imputazione. Ciò ha poco peso, ma conviene saperlo: così, tanto per regolarsi.
Nel frattempo, per non sbagliare, è meglio non sparlare di lui, anche perché ricevere una querela da un rappresentante dell’ordine giudiziario significa quasi sempre perderla, pagare in contanti e talvolta con la galera. D’altronde, la categoria è molto compatta, esercita al proprio interno un grado elevato di solidarietà corporativa ed è consigliabile tenersela buona non foss’altro che per risparmiarsi grane pazzesche.

Una certezza, tuttavia, in questo momento di sconcerto diffuso, l’abbiamo maturata: il giudizio di condanna emesso dalla sezione feriale presieduta da Esposito doveva in teoria essere una sorta di pietra tombale sulla persona di Berlusconi, politico e imprenditore, e può darsi che prossimamente lo diventi; al presente, però, è stata seppellita soltanto la credibilità della giustizia. Al cui confronto il bar Sport dà l’impressione di essere una sede più affidabile per dirimere qualsivoglia contenzioso.


Berlusconi contro i post-brezneviani
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 9 agosto 2013)

Il gruppo dirigente del Partito Democratico ringrazia commosso la sentenza della Cassazione che a suo giudizio ha messo definitivamente in ginocchio lo storico avversario Silvio Berlusconi. Ed ora che il Cavaliere viene considerato a terra ed impossibilitato a rialzarsi, punta a dargli il colpo di grazia chiudendo la parentesi maldigerita del governo delle larghe intese e puntando ad elezioni anticipate destinate a segnare la tanto attesa rivincita sulla sconfitta della gioiosa macchina da guerra del ’94. La linea espressa dal post-brezneviano Guglielmo Epifani, non si presta ad equivoci . Naturalmente da adesso in poi il gruppo dirigente del Pd cercherà di lasciare il cerino della crisi nelle mani del Pdl per scaricare sulle spalle del centro destra la responsabilità della inevitabile caduta del governo Letta. Ma il gioco, condito con l’accusa al Pdl di comportamento eversivo per mancato rispetto della cosiddetta legalità rappresentata dalla sentenza della Cassazione, non cambia la sostanza della scelta del Pd.

Tanto più che puntare oggi alle elezioni anticipate contando sull’aiutone rappresentato dalla liquidazione giudiziaria di Berlusconi, consente al gruppo dirigente del Pd di intrecciare la partita politica nazionale con la propria fase precongressuale e bloccare l’ascesa di Matteo Renzi contrapponendo a quella del sindaco di Firenze la candidatura a Premier di Enrico Letta. Ed è facile immaginare, vista la tendenza degli esponenti del Pd a considerare se stessi gli unici legittimati ad occupare la scena politica del paese, che da adesso in poi il problema del colpo di grazia a Berlusconi diventerà assolutamente marginale rispetto alla competizione interna tra Renzi e Letta. E le prossime settimane saranno dominate ancora una volta dalle lotte intestine tra gli eredi del Pci e quelli della sinistra democristiana. Ma è proprio vero che Berlusconi sia ormai fuori gioco, che il Pdl sia un morto che cammina e che il centro destra sia destinato a fare la stessa fine che fecero i partiti democratici della Prima Repubblica? Su questo punto la fretta del gruppo dirigente post-brezneviano del Pd apre un varco al possibile tentativo di Berlusconi, del Pdl e del centro destra di sfuggire alla morte annunciata. Tutto dipende dalla tenuta nervosa del Cavaliere.

Se il leader del Pdl non si lascia prendere da uno sconforto che si tradurrebbe nel panico per il Pdl ed il centro destra, ha la possibilità di reagire e ribaltare le sorti della partita. Deve infischiarsene della decadenza da senatore, rinunciare a qualsiasi salvacondotto che avrebbe come effetto collaterale la sua fuoriuscita dalla vita politica attiva, accettare la possibilità degli arresti domiciliari ed attrezzarsi a guidare, da perseguitato di una giustizia politica e sgangherata come quella rappresentata dal giudice Esposito, una campagna elettorale condotta all’insegna della resistenza ad oltranza contro la svolta autoritaria di una sinistra illiberale che conculca i diritti e le garanzie dei cittadini instaurando uno stato di polizia tributario fondato sulle prevaricazioni della magistratura deviata. A frenare Berlusconi da quest’ultima cavalcata non dovrebbe giocare neppure la sua eventuale incandidabilità. Nessuno può impedire che il suo nome figuri nel simbolo delle liste del centro destra.

E nessuno può impedire che gli elettori non di sinistra e decisi a bloccare il ritorno della gioiosa macchina da guerra dei post-brezneviani votino per liste in cui compare il nome di Berlusconi. Tanto più che nel nostro ordinamento non esiste l’elezione diretta del Premier e la presenza di un nome nella lista non comporta l’obbligo di candidare il personaggio in questione colpito da una ingiusta condanna alla incandidabilità. Avanti, allora. Perché la possibilità di ripetere il ’48 ed il ’94 c’è tutta!


L’ordine di Berlusconi: attaccate sull’economia L’idea: urne in autunno
di Tommaso Labate
(dal “Corriere della Sera”, 9 agosto 2013)

ROMA – L’ordine di scuderia è netto. E l’«attaccate Saccomanni » arriva direttamente da Arcore. Accompagnato da un messaggio chiaro, indirizzato ai gruppi dirigenti del partito: «Se Enrico Letta dice che lui non governa a tutti i costi, facciamogli sapere che questo vale anche per noi. Senza l’abolizione dell’Imu, il governo salta subito ».
Quasi non gli pare vero, a Silvio Berlusconi, il passaggio della relazione dei saggi di via XX Settembre in cui l’abolizione dell’Imu, il punto programmatico del Pdl che il Cavaliere ha trasformato nel «suo » cavallo di battaglia, viene associata agli aggettivi «sconsigliabile », «iniquo », «poco efficiente » e addirittura «regressivo ». Di conseguenza, quando da Roma gli segnalano le frasi chiave del ministro dell’Economia, il Cavaliere decide per l’attacco ad alzo zero. «Attaccare Saccomanni », «attaccare il Pd ».

Se non è la miccia in grado di innescare immediatamente la crisi di governo, poco ci manca. Anche perché, da quello che nel Pdl considerano «un autogol » di Saccomanni, Berlusconi è convinto di riuscire a capitalizzare un vantaggio nella partita per la famosa «agibilità politica » che si aspetta dal Quirinale dal giorno della condanna in Cassazione. In fondo, il tema è sempre lo stesso. Tenere sulla corda Palazzo Chigi con l’obiettivo di «forzare » nel dialogo col Colle. Non a caso, anche prima che scoppi «l’affaire Saccomanni », nella giornata di ieri i sismografi di Arcore danno tutti la stessa indicazione: «Voto anticipato ».
La relazione del ministero dell’Economia sull’Imu non fa altro che accelerare un orientamento già fissato dal Cavaliere, insomma. Infatti i primi ad andare all’attacco di Saccomanni sono Renato Brunetta e Renato Schifani, che al ruolo di capigruppo del Pdl hanno assommato anche quello di ambasciatori presso il Quirinale. Per non parlare della frase che un berlusconiano di ferro come Altero Matteoli consegna alle agenzie prima che si faccia sera: «Il Pd ha deciso di far cadere il governo? ».

Perché è questo, uno dei punti che sta più a cuore a Berlusconi. Minacciare la tenuta dell’esecutivo, insistere sul suo status di «condannato ingiustamente » ma evitare – almeno per adesso – di dare a Palazzo Chigi un colpo mortale. Non a caso, fino a ieri sera, nonostante il pressing dei «falchi », i ministri in quota Pdl non avevano ancora fatto sentire la propria voce sull’Imu.
Ma questa è la tattica. La strategia, al momento, porta dritto verso le elezioni anticipate. Con un canovaccio già scritto. Silvio Berlusconi leader «in versione Mandela », come l’ha definito ieri mattina Augusto Minzolini durante la trasmissione Omnibus . E, se non esistono i margini normativi per un suo impegno diretto, Marina Berlusconi sarà il candidato premier. Ma c’è un tarlo, che sta attraversando la mente di Berlusconi. Il pensiero che, tra Quirinale e Palazzo Chigi, si giochi di melina per rinviare l’appuntamento con le elezioni a «febbraio o marzo ». Mentre invece, è l’adagio del Cavaliere, «se crolla tutto io voglio andare alle urne subito ». Dove per «subito » s’intende l’ultima domenica di ottobre o la prima di novembre, il tutto con questa legge elettorale. Dell’impossibilità di andare al voto prima del 3 dicembre, segnalata ieri dal ministro Gaetano Quagliariello, l’ex premier non vuole sentirne parlare. Anche perché la paura che Pd e Cinquestelle si accordino su una riforma elettorale è tanta. Soprattutto perché i segnali che gli arrivano dai deputati del Pdl, che siedono vicino ai banchi dei grillini, non sono confortanti. Della serie, «stiamo attenti perché i parlamentari del M5S faranno di tutto per non tornare al voto. Di tutto… ». L’ennesima sirena preoccupante, suonata nel fortino di Arcore.


Una replica troppo lunga
di Giovanni Belardelli
(dal “Corriere della Sera”, 9 agosto 2013)

Lo scontro politico tra i due alleati-nemici Pd e Pdl sembra assomigliare sempre più a certe rappresentazioni teatrali che riescono a tenere il palcoscenico per anni. Il Paese si trova infatti ad assistere (con sempre maggiore stanchezza) a una sorta di pièce politica sempre identica, i cui protagonisti sembrano voler replicare in eterno la nostra ventennale «guerra civile fredda », con la totale incomunicabilità fra centrodestra e centrosinistra che l’ha caratterizzata. Un centrodestra e un centrosinistra che, al di là del «minimo sindacale » cui li obbliga la comune presenza nel governo Letta, non riescono a condividere nulla l’uno delle valutazioni dell’altro, e per questo rischiano di fare affermazioni sbagliate anche quando dicono cose sicuramente giuste.

Non è forse giusto, anzi quasi ovvio, quel che ha dichiarato al Corriere il segretario del Pd Epifani a proposito del rispetto della legalità come fondamento dello Stato democratico? Se viene meno infatti il principio secondo il quale le sentenze definitive si devono applicare non solo salta l’eguaglianza tra i cittadini, ma viene meno qualunque forma di convivenza civile. Ciò non elimina ovviamente la libertà di criticare una sentenza che si ritenga ingiusta, come ad esempio ha fatto per anni una parte dell’opinione pubblica (prevalentemente di sinistra) sulla vicenda di Adriano Sofri e come ora fa il Pdl nel caso del suo leader Berlusconi. Quel che forse manca nelle dichiarazioni del segretario Epifani, quel che rende parziale la sua affermazione sul principio di legalità da rispettare, è l’assenza di qualunque minimo riconoscimento di ciò che il centrodestra sostiene da tempo riguardo alla magistratura. Mi riferisco non certo alle un po’ surreali accuse berlusconiane alle toghe rosse, quanto al fatto che esiste effettivamente nel Paese uno squilibrio di potere tra la magistratura e la politica, conseguenza del modo in cui collassò la prima Repubblica. Qualcuno a sinistra (ad esempio Claudia Mancina su Europa ) ne parla come di cosa ovvia. Ma per il segretario del Pd e per gran parte del suo partito il tema sembra ancora tabù.

Quanto al Pdl, non ha appunto tutti i torti a segnalare il problema rappresentato dallo squilibrio anzidetto, anche se lo fa quasi sempre con toni e affermazioni sbagliate. E anche se finisce con l’accompagnare la denuncia del problema con la convinzione che il principio di legalità possa essere subordinato a quello della sovranità popolare. Ma l’idea che tutto sia consentito a un leader politico una volta che egli abbia ottenuto il consenso popolare ha poco a che fare con lo Stato liberale. Quell’idea, come osservò 200 anni fa Benjamin Constant, ricorda piuttosto la dittatura giacobina del Comitato di salute pubblica. Rischiamo di non uscire mai da vent’anni di inutile scontro politico (inutile perché ha ostacolato le riforme essenziali allo sviluppo del Paese ricordate ieri su queste colonne da Alesina e Giavazzi) se il centrodestra e il centrosinistra non si convinceranno ciascuno della parte di ragione, per quanto magari piccola, contenuta anche nelle posizioni dell’avversario. Se in sostanza non saranno capaci di riconoscere, ognuno dei due partiti con la propria sensibilità e nei modi che corrispondono alla propria cultura politica, che principio di legalità e separazione dei poteri (dunque, nel caso italiano, ripristino di un equilibrio alterato) sono entrambi fondamenti dello Stato democratico, che non possono essere branditi come altrettante clave nello scontro politico.


Lo sprint delle toghe sul giudice bugiardo: in aula il 5 settembre
di Patricia Tagliaferri
(da “il Giornale”, 9 agosto 2013)

Per «colpa » del giudice Antonio Esposito i consiglieri del Csm faranno vacanze più corte quest’estate. Il presidente della prima commissione Annibale Marini, infatti, ha preferito non aspettare la ripresa ufficiale dei lavori del Consiglio Superiore della Magistratura, il 9 settembre, per trattare la pratica relativa al presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, che ha anticipato in un’intervista al Mattino le motivazioni della condanna definitiva di Silvio Berlusconi per la vicenda dei diritti Tv Mediaset.

Per Esposito non sarà la prima volta da incolpato davanti al Csm. L’organo di autogoverno della magistratura, visto il clamore sollevato dal caso, ha deciso di accelerare i tempi. E Marini, laico del Pdl e presidente emerito della Consulta, ha convocato una seduta straordinaria il prossimo 5 settembre. Se al termine dell’istruttoria verrà accertata l’incompatibilità funzionale del giudice, la Prima commissione potrebbe proporre al plenum il suo trasferimento d’ufficio. Questo non prima di aver convocato Esposito a Palazzo dei Marescialli per sentire la sua linea difensiva, quella che in questi giorni continua a far rimbalzare sui giornali a suon di comunicati e di mezze dichiarazioni che di fatto «condannano » il giornale dello scoop. Certamente il presidente della feriale ribadirà davanti al Csm che il quotidiano ha «manipolato » le sue parole. A sua insaputa sarebbe stata inserita la frase incriminata, quella in cui spiegava che Berlusconi era stato condannato «perché sapeva » non perché «non poteva non sapere » e che non compariva nella versione inviata via fax per l’approvazione. Dirà questo Esposito, certo, ma poi chi lo ascolterà dovrà tenere in considerazione l’audio dell’intervista, trascritta in modo letterale e resa pubblica dal quotidiano proprio per dimostrare che neppure una virgola era stata aggiunta. E anche la versione del direttore del Mattino, Alessandro Barbano, che ha definito «surreale » la smentita di Esposito avendo lui assistito personalmente alla telefonata in cui l’intervistatore informava l’alto magistrato che avrebbe inserito nel testo anche la parte della conversazione relativa alle motivazioni della condanna del Cavaliere.
Sono stati tre consiglieri laici di area Pdl (Palumbo, Romano e Zanon) a chiedere l’apertura «in via d’urgenza » dell’istruttoria ipotizzando una violazione del segreto della camera di consiglio. Del resto la motivazione non è stata ancora scritta e le esternazioni del presidente potrebbero influenzare il relatore della sentenza, il quale potrebbe non condividere le sue idee.

Il 3 agosto dalle colonne de «Il Giornale » Stefano Lorenzetto rivela un episodio inedito legato al magistrato. Racconta che nel 2009, durante una cena, il giudice Esposito gli ha fatto pesanti apprezzamenti sul suo futuro imputato. Esposito nega dalle colonne del «Fatto »

Martedì scorso, 6 agosto, la bufera. Il giudice Esposito rilascia un’intervista a «Il Mattino » in cui anticipa, sostanzialmente, le motivazioni della condanna che deve ancora scrivere. Il Cav, spiega, è stato condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere

Dopo l’intervista è bufera. Esposito smentisce, sostiene che l’intervista è stata manipolata, ma «Il Mattino » rende noto l’audio del passaggio cruciale. Al magistrato critiche anche dai colleghi giudici, che bollano come inopportuna l’intervista al quotidiano napoletano

Il ministro di Giustizia Anna Maria Cancellieri chiede notizie sul caso alla Cassazione. E il Csm, su richiesta dei consiglieri laici del Pdl, apre un fascicolo, assegnato alla Prima commissione. Ieri l’accelerata: il caso Esposito sarà discusso il prossimo 5 settembre.

Lo scorso 1 agosto il giudice Antonio Esposito, dopo circa 7 ore di camera di consiglio, emette la sentenza del processo Mediaset: confermata la condanna del Cav a quattro anni, rinviata a un nuovo processo a Milano la definizione degli anni di interdizione.


Berlusconi: “Se il Colle non mi aiuta faccio saltare tutto”
di Barbara Romano
(da “Libero”, 9 agosto 2013)

Il bunker ad Arcore, il cuore appeso al Palazzaccio, ma l’occhio è sempre rivolto al Colle. «Napolitano deve assolutamente indicarmi una via d’uscita dalla condanna. Anche un viottolo. Altrimenti, muoia Sansone e tutti i filistei ». È il mantra che Silvio Berlusconi va ripetendo in questi giorni di passione che seguono la condanna definitiva. Ossessionato dal countdown innescato dalla Giunta per le immunità di Palazzo Madama, ieri, quando gli ha notificato l’arrivo della sentenza di condanna a suo carico trasmessa dalla Procura di Milano. Da quel momento devono trascorrere venti giorni. Entro il 9 settembre il Cavaliere si aspetta un segnale dal Colle. Anzi, Berlusconi pretende che Napolitano batta un colpo molto prima, per disinnescare la bomba a orologeria piazzata in Senato per far scattare la sua decadenza. Il salvavita alternativo suggerito all’ex premier dalle colombe, invece, è che si dimetta prima del verdetto della giunta, venendo così incontro ai desiderata di Napolitano per concedergli ciò che Berlusconi anela al di sopra di ogni cosa.

È la grazia il chiodo fisso del Cavaliere, blindato da martedì sera a Villa San Martino con la fidanzata Francesca Pascale, i fedelissimi e la figlia Marina, che scalda i muscoli per la discesa in campo, che potrebbe compiere già a settembre. Lei, che fino a qualche tempo fa non scalpitava all’idea di ereditare la leadership del centrodestra, ora è pronta. A spronarla è il desiderio di riscattare il padre, che invece non vorrebbe nemmeno sentirne parlare. Anzi, inorridisce all’idea che la figlia possa percorrere lo stesso calvario giudiziario: «Marina ha due figli piccoli, non può subire quello che ho subito io », risponde il Cav a chi gli caldeggia la primogenita per la sua successione. Ma il passaggio dinastico delle consegne, cioè il fatto che sia un Berlusconi a succedere a Berlusconi, sarà una scelta obbligata per Marina, nel caso l’uomo del Colle dirà no alla grazia. La Cavaliera, a quel punto, dovrà per forza prendere il timone di Forza Italia, per salvare dalla damnatio memoriae la storia politica del padre e le sue aziende dalla débacle. C’è, infatti, la fondata paura a casa Berlusconi che, non appena lui decadrà da senatore, venga subito spiccato un mandato di cattura da Napoli nei suoi confronti e che le procure siano pronte a infierire sulle aziende. Di qui, la necessità che Marina si arruoli in politica, per difendere il patrimonio imprenditoriale di famiglia. E sembra che lei si stia attrezzando concretamente alla candidatura, tanto da aver già sondato la disponibilità di qualche finanziatore per la campagna elettorale in caso di voto anticipato.

Ma Berlusconi spera ancora in Napolitano. E in quel segnale che i suoi emissari presso il Colle gli dicono arriverà entro una settimana, positivo o negativo che sia. Il punto cruciale per il leader del Pdl non è tanto il «viottolo », ma la sua credibilità. Berlusconi si fida relativamente di Napolitano, che davanti ai fedelissimi accusa di essere «il regista » del suo tracollo giudiziario, perché «non ha mosso un dito per evitarmi la condanna ». Quindi ora, secondo il Cav, l’inquilino del Quirinale «deve » concedergli «la grazia ». Men che meno, Berlusconi si fida del Pd. Soprattutto dopo l’intervista di Guglielmo Epifani al Corriere della Sera. «Mi dite voi chi mi garantisce nel centrosinistra »? Una domanda che, tramite i suoi ambasciatori presso il Colle, Berlusconi ha fatto arrivare fino a Napolitano, il quale entro la prossima settimana riceverà una delegazione del Pd. E i democrats al Capo dello Stato andranno a dire chiaro e tondo quello che il segretario ha lasciato intendere anche ieri in Direzione, nel ribadire: «Le sentenze si rispettano ». E che Stefano Fassina ha esplicitato a Sky Tg24: «Il Pdl non può aspettarsi dal Pd un sostegno per interventi ad personam ». Berlusconi invece si aspetta che sia Enrico Letta a fargli da garante nel Pd, visto che lui è un azionista di maggioranza del suo governo. Nel caso il premier lo scaricasse, il Cav esige che sia il Capo dello Stato il suo garante di ultima istanza, forzando la mano ai compagni di partito. Sull’orlo di una crisi di nervi, «un uomo devastato », come lo descrive uno dei suoi migliori amici forzista della prima ora, il Cav è pronto a tutto. E scatenerà quella «guerra totale » che minaccia dal giorno della condanna, non appena percepirà che sul colle più alto si è spento anche l’ultimo barlume di speranza.


Così la sinistra senz’anima teme la leadership del Cav
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 9 agosto 2013)

C’è una parola che la nuova (ma anche antica) sinistra che tenta di agglutinarsi intorno al Pd finge di non conoscere e anzi di non riconoscere. Quella parola è leadership, una parola inglese che non ha l’equivalente in italiano, ma di cui tutti conosciamo il significato: la capacità di essere colui, o colei, che ha il dono di guidare precedendola, tutta o parte dell’opinione pubblica.

Anzi, di «essere » l’opinione.
La sinistra italiana conosceva perfettamente quel significato, anche se non lo traduceva in inglese, ai tempi in cui aveva leader come Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer (e Nenni sul fronte socialista).
Il leader – l’onnipotente segretario generale – per mestiere dava «la linea ». Essere «sdraiati sulla linea » era il motto semischerzoso degli iscritti. La linea era la linea politica e non si discuteva: la si apprendeva dall’organo del partito e veniva diffusa come una lieta novella che tutti dovevano mandare a memoria e difendere secondo il catechismo che l’accompagnava.
L’ultima vera «linea » che il vecchio Pci si vide recapitare a mezzo stampa (tre compendiosi articoli su «Rinascita ») fu quella con cui Enrico Berlinguer concepì, spiegò e varò il «compromesso storico » fra il suo partito e la Democrazia cristiana in seguito al colpo di Stato cileno del generale Augusto Pinochet. Del resto basta guardare il grande quadro che dipinse Guttuso sul funerale di Togliatti per capire che cos’era per la sinistra l’idea di leader. O le foto dei funerali di Berlinguer (che secondo molti fu fatto fuori con armi biochimiche dalla dirigenza sovietica) per capire che cos’è la leadership, vista da sinistra. Non cito Fidel Castro – el lí­der maximo – e meno che mai Stalin, per non essere accusato di antiquariato storico.

Dunque, a sinistra sanno benissimo che cos’è la leadership. Poi, ecco che irrompe sulla scena politica Silvio Berlusconi rompendo le uova nel paniere dell’ultimo aspirante leader comunista e subito viene modificata la definizione di leader: non volendo e non potendo ammettere che Berlusconi sia leader di una parte spesso maggioritaria del suo popolo, la sinistra ex comunista con la sua appendice ex democristiana tira fuori dal cassetto la parola perfetta: «populismo ».
Cosa sia esattamente il populismo e in che cosa differisca dalla leadership è difficile dire se non per via emotiva e anzi isterica. Viene però ficcato nella giovane testa delle ultime e ignare generazioni che un uomo come Berlusconi non possa essere un leader che guida con le sue idee e i suoi progetti il Paese (che poi piacciano o no, e a chi, è un altro paio di maniche) ma che vada invece accorpato a merce sudamericana e magari bananera, preferibilmente all’argentino Juan Peron, di cui è più nota la moglie Evita per il musical a lei dedicato. La sinistra italiana inoltre ha avuto un vero terrore della leadership del generale Charles de Gaulle che guidò la Resistenza francese, quando varò la Quinta Repubblica semipresidenziale tuttora in vigore a Parigi e che funziona meravigliosamente bene.

Ma l’operazione rieducativa che è stata compiuta prima sull’immagine di Craxi (che era un certificato leader politico nato e cresciuto in politica all’ombra di Pietro Nenni) e poi sull’imprenditore Berlusconi «sceso in campo », è chiarissima: si deve negare al nemico – privato della dignità di avversario e opponente – la legittimazione alla leadership: Berlusconi deve essere sempre e comunque ricondotto alle dimensioni di un boss populista che si rivolge non alla mente, al cuore, all’homo faber, ma alla sudicia «pancia » del Paese, ovvero al peggio del Paese. Coloro che credono in lui e lo votano non sono cittadini come gli altri, ma più o meno canaglie, figure comiche e spesso grottesche, gente che al massimo è ossessionata dal denaro, come accumularlo e come nasconderlo al fisco, un segmento di popolazione privo di eleganza, di sobrietà, in una parola di dignità.
L’ho già citato altre volte, ma sono veramente grato a Eugenio Scalfari, che è un combattente coraggioso fino a sfidare la sfrontatezza come arma da guerra, di aver detto un anno fa alle Invasioni barbariche che lui considera l’elettorato berlusconiano come espressione di una sotto umanità, una nuova versione dell’Untermensch tedesco, che non merita rispetto e non possiede quindi il potere di legittimazione che ogni cittadino ha quando si chiude nella cabina elettorale e trasferisce «con un clic », il voto, la propria sovranità al suo rappresentante. La povera Bignardi si sentì in dovere di insorgere dicendo che i cittadini sono tutti uguali e che così è la democrazia, ma Scalfari sorridendo ribadì il concetto: i berlusconiani non hanno potere di legittimazione, dunque coloro che essi designano non è un legittimato ma un incidente della democrazia. Cito Scalfari perché è il più geniale di quella parte e perché per mia fortuna e privilegio lo conosco abbastanza. Ma Scalfari rappresenta non soltanto la linea di Repubblica come giornale, ma la linea della Repubblica italiana come immaginata dalla fazione politica che ha scippato le insegne dei «padri fondatori ».

Dopodiché, il gioco è fatto. Come potrebbe Epifani chiedere oggi a Berlusconi di fare questo ignobile passo di danza che è il «passo indietro », se non dopo aver spogliato un leader di una qualità, la leadership, che è al riparo di sentenze giudiziarie, opinioni avverse e odio diffuso e ben alimentato? Verrebbe da dire che specialmente dopo essere stati condannati e magari messi in galera, i leader hanno aumentato quella dote carismatica che è la leadership. Qualcuno dirà subito che Gramsci e Mandela non sono stati messi dentro per frode fiscale, ma il fatto è – purtroppo per tutti, sinistra, destra e centro inclusi – che noi in Italia come si legge già nel Pinocchio di Collodi e nel Discorso sul carattere degli italiani di Leopardi, essendo figli di un dio minore non godiamo del bene cui i popoli civili hanno diritto: la certezza per ciascuno di poter essere giudicato da un giudice equanime e non prevenuto. È un diritto sancito fra i diritti dell’uomo e riconosciuto dalla Corte europea. E così purtroppo da noi non è possibile, e non per colpa nostra, accogliere le sentenze come oro colato. Perché non sono oro colato. Le sentenze – come viene ripetuto a mantra buddista – «si rispettano », è vero, ma le si criticano anche apertamente, legittimamente e opportunamente: io critico dalle fondamenta, ad esempio, le sentenze su Ustica e sulla strage di Bologna, su Moro e tante altre ancora. È un mio, vostro, diritto civile. Non sia soltanto un diritto, ma anche un dovere. Almeno, in Italia.
Quando, come presidente di una Bicamerale italiana, frequentai per una rogatoria il Parquet di Parigi, ovvero la procura francese a un passo dalla Sainte Chapelle, mi resi conto della differenza abissale, qualitativa, culturale e persino estetica del personale che vedevo servire la giustizia d’Oltralpe. Non si può generalizzare troppo, è vero: anche da noi abbiamo migliaia di ottimi e decorosi magistrati, ma purtroppo l’inquinamento politico, o meglio di fazione, ha infiltrato un corpo che non ha mai, storicamente e per ragioni oggettive, goduto di una salute eccellente. Dunque in pieno diritto e per onesto patriottismo, noi dubitiamo, critichiamo, ci sbalordiamo, ci vergogniamo e – con il permesso della Corte – non ce la beviamo.
Ma oggi il punto è: il Pd per poter silurare il suo stesso presidente del Consiglio e il governo ha bisogno del pretesto, del «passo indietro » nell’immaginario tango di Berlusconi e la pretesa di veder scollare il Pdl, ormai «Forza Italia bis » dal suo leader, inventore, anima e guida.
Sanno perfettamente che non è possibile.

Anche se Berlusconi fosse in ceppi appeso per i pollici in una segreta della torre, purtroppo per loro seguiterebbe ad esercitare la sua leadership «populista » seguitando perversamente a parlare – magari con segnali di fumo – «alla pancia » del suo elettorato-bestia, rozzo, trucido, riciclato nell’immaginario della sinistra dall’icona del comunista trinariciuto creata da Giovannino Guareschi. Così stanno le cose e verrebbe da chiedersi: chi va ad avvertire queste centrali propulsive della propaganda illiberale che il loro rancore sprezzante è ai confini del razzismo?
Sta di fatto dunque che il Pd, il suo segretario e il suo aspirante boss fiorentino sanno perfettamente tutto questo e sanno che la perentoria e illegittima richiesta di disconoscimento di leadership è un’idiozia e, moralmente parlando, una mascalzonata. Lo sanno, ma sanno che il vecchio schema di gioco ancora rende sul piano interno. E su quello basano la resa dei conti in un partito che si sta per spaccare lanciando ovunque spezzoni fuori controllo e scorie radioattive, infischiandosene del governo di cui hanno bisogno gli italiani oggi, ieri, domani mattina.


Giordano contro Benigni: “Un comico finito che si riduce a insultare il Pdl”
di Mario Giordano
(da “Libero”, 9 agosto 2013)

Benigni ha avuto un altro dei suoi colpi di genio: ha attaccato Berlusconi. La fantasia del comico toscano non ha davvero limiti, mai premio Oscar fu onorato con tanto scialo di creatività: c’era una battuta sui processi («Non ha fatto in tempo a comprarsi i giudici »: ah ah, da scompisciarsi), poi una sulle accuse («ci manca solo il furto di bestiame », ah ah che spasso), poi una sulle condanne («Accompagnerà i vecchi a giocare a bingo »: aiuto, tenetemi che sto morendo dal ridere). E poiché i grandi artisti devono sempre saper sorprendere e spiazzare, Benigni ha attaccato anche nell’ordine: Bondi («È tornato », ha detto con un’ironia senza pari), la Santanchè («Ha comprato 4 bazooka ») e Brunetta («Si vestirà da Rambo »). Poi ha concluso con il gran finale e finalmente ha tirato fuori dal repertorio la battuta inaspettata: se l’è presa con il Pdl. Chi l’avrebbe immaginato, eh? Ha attaccato tutto il partito, tutti i militanti, soprattutto coloro che hanno avuto l’ardire di scendere in piazza ma che «ovviamente sono stati pagati, senno chi ci andava ». E questa (detto tutto) è stata la sua battuta più felice della serata.

Ora il primo evidente problema è che siamo di fronte a una crisi d’ispirazione epocale. Lo dico con sincera preoccupazione: siamo cresciuti con il Benigni rivoluzionario dell’Altra domenica, l’abbiamo ammirato nei film indimenticabili come Johnny Stecchino e il Mostro, l’abbiamo seguito con Troisi nei viaggi dentro il tempo, l’abbiamo accompagnato trionfanti a ritirare l’Oscar. Come facciamo ora a riconoscerci in un comico che fa battute che non passerebbero nemmeno alla compagnia dell’oratorio della Valchisone?

Fate qualcosa: limitategli le scemenze, mettetegli un autovelox per le cretinate, aiutatelo a capire che con la vecchiaia anche la vena artistica si può inaridire, trovategli uno, due o cinque autori, regalategli un tutor che gli blocchi battute come quelle dei bazooka della Santanchè o di Bondi che torna, che non fanno ridere nemmeno se, mentre lui le dice, qualcuno fa il solletico sotto i piedi a tutti gli spettatori, uno per uno.

Davvero, ne va del futuro di un premio Oscar. Se ci tenete davvero non potete far finta di nulla, dovete fermare il declino di un ex comico che ripete sempre più stancamente il suo repertorio fuori dal tempo e dallo spazio, come l’anziano Buffalo Bill al circo. Già le sue ultime prestazioni cinematografiche sono state una pena: La tigre e la neve è stata definita dal New York Times «un’offesa all’intelligenza degli italiani » e la sua comparsata in To Rome With Love di Woody Allen è meglio dimenticarla per amor di patria. Adesso sta strapazzando quel sant’uomo di Dante, e passi, dopo aver maltrattato la Costituzione, e passi pure quello: ma perché deve ridursi a fare la copia di Grillo, con molta meno verve e meno inventiva?

Questo purtroppo è il Benigni attuale, questo di tant’arte oggi ci resta: un Grillo senza l’energia e le trovate geniali di Grillo, un Grillo senza lo Tsunami Tour, al massimo con il venticello tiepido e sicuro della Festa del Pd, un Grillo politicamente corretto, che ripete stancamente luoghi comuni che ormai suonano stantii anche ai militanti democratici che cuociono la salamella, un Grillo che si nasconde dietro l’immensità di Dante e di Santa Croce per diffondere messaggi faziosi che lo riducono inevitabilmente alla bega politica di giornata con Brunetta o chi per lui. Può uno che vuol fare l’artista ridursi al ruolo di capo-corrente? Può uno che vuol spiegare la Divina Commedia scendere nell’umana operetta quotidiana delle liti in Transatlantico?

Benigni si decida: se vuole fare politica, la faccia. Si candidi, cerchi voti, esprima idee e non solo ironia di quart’ordine. Se vuole tornare ad essere l’artista che era, beh, si prenda un po’ di riposo, e torni con qualche battuta che faccia ridere, provi a rinnovare il repertorio, magari allargando il suo orizzonte visuale qualche metro oltre Arcore, se ce la fa. In entrambi i casi però lasci stare le battute sui prezzolati: quelli che sono scesi al Plebiscito in una domenica d’agosto l’hanno fatto per passione, punto. O il sedicente comico riesce a dimostrare il contrario dati alla mano o non deve permettersi di offendere chi ha un’idea, fosse anche un’idea diversa dalla sua. E poi, per quanto riguarda i soldi, Benigni dovrebbe avere un po’ di pudore: mi pare che fosse proprio lui quello che ha raccontato di aver devoluto i 250mila euro di compenso per il suo ultimo Sanremo all’ospedale infantile Meyer di Firenze, non è così? Ebbene: non risulta che quei soldi siano mai arrivati. E poi mi pare anche che per le dodici puntate di Dante sulla Rai, chiusesi con un flop di ascolti clamoroso, Benigni abbia incassato 5,8 milioni di euro. Soldi dei contribuenti pagati attraverso il canone e buttati via per riempire le sue tasche. E su queste cifre di questi tempi purtroppo c’è poco da ridere. Proprio come sulle sue battute.


“La toga Esposito? Fregato perché voleva fare il vip. Voleva finire in tv…”
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 9 agosto 2013)

Ieri mattina il conduttore di Omnibus, talk show della Sette, ha rivolto la domanda delle domande ad Alessandro Barbano, il direttore del Mattino di Napoli. È stato Barbano a pubblicare l’intervista suicida del giudice Antonio Esposito, diventato famoso nel mondo per aver letto in Cassazione, e in diretta televisiva, la sentenza di condanna per Silvio Berlusconi. Il conduttore di Omnibus gli ha chiesto: «Perché il dottor Esposito si è fatto intervistare? ». La risposta di Barbano mi ha colpito: «Per ebbrezza mediatica ».

Quelle tre parole dipingono meglio di lunghi discorsi il vizio assurdo che va dilagando in Italia. L’ebbrezza può essere provocata dal vino o dalla droga. Ma nel caso che domina sulle prime pagine dei giornali, e sta in testa ai tigì, l’origine è un’altra, ben più invasiva: è il potere dei media, sempre più assoluto, quasi totalitario.

Può sembrare un paradosso. I media cartacei sono in crisi dappertutto, anche negli Stati Uniti, lo dimostra la vendita del Washington Post. La pubblicità è in calo, i lettori pure. Anche la tivù è in affanno. Gli spot rendono sempre di meno. Persino un colosso come la Rai, che pure ha il grande salvagente del canone obbligatorio, sembra arrivato alla canna del gas. Eppure nell’immaginario collettivo la televisione resta l’unico potere in grado di certificare l’esistenza di un personaggio, di uno sport, di una scoperta scientifica, di un film, di un libro.

Lo vedo anche da quanto capita a me. A volte vengo fermato per strada da un signore o una signora che mi dice: «Lei è il dottor…Non ricordo il suo nome, ma la faccia sì, l’ho vista in televisione! ». Succede che un amico mi chieda: «Giampaolo sei ammalato? » «Grazie a Dio no, perché me lo domandi ? ». «Perché è da un pezzo che non vai in tivù, nessuna intervista, niente comparsate, neppure nel più sfigato dei talk show! ».

Un tempo persino i leader politici si offrivano di rado alle telecamere. Volete un esempio? Enrico Berlinguer, il segretario generale del Pci. Andare in tivù gli procurava l’orticaria. Quando nel giugno 1976 ci andò per obbligo, poiché era il momento di Tribuna elettorale, il suo arrivo negli studi Rai di via Teulada fu evento di quelli rari. Nel cortile lo aspettava una folla mai vista. Certo, anche in Rai i militanti comunisti erano molti, ma ad attenderlo si vedevano pure tanti curiosi, radunati per assistere a uno spettacolo che si sarebbe ripetuto chissà quando.

L’irrompere sulla scena di Berlusconi ha cambiato tutto. Anche i politici più distratti si sono accorti che esistere per la tivù significava esistere per l’Italia e dunque per i loro elettori. Da allora pure le comparse della Casta, di solito parlamentari di ultima fila, invadono tutti i giorni i teleschermi.

Oggi si è arrivati all’assurdo che signore e signori nessuno, spesso mezze calzette, passano ore e ore negli studi televisivi. Saltando da una trasmissione all’altra, senza un minimo di pudore. Lo stesso fa un circo di giornalisti che non cambiano mai e nell’arco di ventiquattro ore partecipano a due, tre, quattro talk show.

Perché lo fanno? La risposta di Barbano, un direttore capace e astuto, è la più valida: l’ebbrezza mediatica è un pusher potente, ti spinge alla droga e al tempo stesso te la fornisce. È questo virus ad aver condotto il giudice Esposito a commettere l’errore della propria vita. Uno svarione che gli resterà appiccicato fin che scampa.

Lo scrivo con molto rispetto. Sono un vecchio signore cresciuto in un’Italia che riteneva i magistrati un ordine quasi divino, creato da Iddio perché difendesse gli umili contro le arroganze dei potenti. Mio padre Ernesto, messo a faticare sui campi quando aveva appena nove anni, sperava che il Giampa, unico figlio maschio, diventasse un giudice oppure, in subordine, un funzionario del Parlamento. Quando gli rivelai che volevo fare il giornalista, ci rimase male.

Per questo oggi osservo con delusione la caduta rovinosa del dottor Antonio Esposito. Ho sempre ritenuto che un magistrato settantenne, arrivato al vertice della carriera come presidente di sezione della Cassazione, fosse diventato impermeabile a qualsiasi tipo di errore, soprattutto a quelli di stile. Mi dicevo: non può sbagliare, essendo l’ultima istanza di un cittadino che chiede giustizia. Dunque non ha il diritto di commettere passi falsi, tanto meno per una questione che lo coinvolge.

Purtroppo per lui, e anche per noi, il dottor Esposito l’ha combinata grossa, salvo che il prosieguo delle indagini non accerti il contrario. E la sta già pagando cara. Se la mia faccia fosse comparsa sulla prima pagina di un quotidiano sovrastata da un titolo enorme, «Il bugiardo », non avrei più il coraggio di uscire di casa, neppure se mi ritenessi innocente. Ma come diceva mia nonna, mai pretendere di insegnare ai gatti in che modo si superano i muri.

Temo che la tanto invocata riforma della giustizia non andrà in porto. Ma se accadesse, vorrei vedere che contiene una nuova norma sacrosanta. Dovrebbe recitare così: per tutti i magistrati in attività esiste il divieto assoluto di dare interviste, di apparire in tivù, e già che ci siamo di scrivere articoli destinati ai giornali. Questo è un altro vizio che sta dilagando. Con risultati grotteschi: il magistrato editorialista, un esemplare sempre più diffuso, di solito è una schiappa che induce una noia profonda negli eventuali lettori.

A ciascuno il suo mestiere. E per tutti, toghe comprese, una regola d’oro: chi sbaglia, paga. Nelle democrazie degne di questo nome, nessuno è considerato infallibile. Pagano i medici se spediscono all’altro mondo un paziente, per un errore che poteva essere evitato. Perché non dovrebbero pagare i magistrati se, sbagliando, mandano in galera un cristiano innocente?


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart