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Sinistra e destra pari sono?

3 Luglio 2011

Non ancora del tutto, ma il processo di omogeneizzazione è in corso e sembra perfino che il traguardo sia ormai a portata di mano.
In futuro parlare di sinistra e di destra sarà la stessa cosa? Parlare di Prodi e di Berlusconi idem?
Quello che era sembrato il grande statista di Arcore sta diventando, come nel celebre film “Big”, una creaturina ridicola con i calzoni che gli calano sui piedi?

Come scrive Mario Sechi, non riesco proprio a capire che cosa stia succedendo.
Non solo Berlusconi non reagisce alle invadenze di un Napolitano che ormai ha preso in mano la politica Italia sostituendosi al governo e al parlamento. Non solo Berlusconi è stato succube delle mire colonialistiche di Sarkosy in Libia, ma ora ha fatto qualcosa di più e di peggiore: vuole assomigliare a Romano Prodi, l’unico leader che è riuscito a batterlo due volte. Sarà per queste due sconfitte che Berlusconi vuole assomigliargli?

Senza saperlo ha forse covato dentro di sé la debolezza degli sconfitti, tendenzialmente proni a fare di colui che li ha battuti una figura taumaturgica da imitare?
È davvero così? Si può davvero cominciare a credere che le due vittorie di Prodi abbiano avuto una qualche implicazione sulla trasformazione in atto di Berlusconi?

Antonio Signorini scrive che le ripercussioni sul taglio alle pensioni saranno minime. Ma non è questo che conta. Ciò che conta (e preoccupa) è l’inversione di tendenza. Ciò che conta è che Berlusconi ha scelto una strada che è sempre stata quella tipica della sinistra (ma anche della prima Repubblica, devo riconoscere). Quando serviva fare cassa si chiedevano sacrifici ai cedi medi, anzi ai ceti medio-bassi.

La sinistra ha sempre scelto questa soluzione poiché incapace di fare diversamente. Fare diversamente richiede uno sforzo e una qualità di analisi e una visione d’insieme che la sinistra non ha mai posseduto.

Quando Berlusconi è sceso in campo e ha promesso di risanare l’architettura dello Stato falciando spese e sprechi, gli elettori gli hanno creduto, sapendo bene che questo è il marcio che impedisce il volo verso la modernità e l’efficienza.

Il motto: “Non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani”, ha significato, almeno per tutti noi del centrodestra, che il governo avrebbe intrapreso una diversa e nuova direzione di marcia. Non fa paura al ceto medio-basso rinunciare a dieci, venti euro al mese; ciò che fa paura è che si sta ripercorrendo una strada vecchia che non porta da nessuna porta. Sono soldi buttati, se la macchina resta arrugginita e traballante. Se la macchina continua a perdere benzina, è inutile fare continuamente il pieno se non vengono tappati i buchi da cui fuoriesce.

Il cittadino aveva letto nel motto diventato celebre un tale saggio intendimento. Finalmente qualcuno aveva capito ed era pronto a rimediare, combattendo una casta politica di gattopardi.
Mettere le mani nelle tasche degli italiani, al di là della portata, significa dunque che i gattopardi stanno riconquistando lo spazio perduto, e forse stanno vincendo.

Non so se la colpa di questa retromarcia sia di Tremonti, invece che di Berlusconi, ma dico che se fosse stato Tremonti ad imporsi, ciò significherebbe che Berlusconi non è più un leader autorevole, e dopo aver ceduto a Napolitano, dopo aver ceduto a Sarkosy, ora cede ad un suo ministro, rinunciando al governo di questo Paese.

Altri articoli

“Sulle pensioni Giulio imita la sinistra” di Filippo Caleri. Qui.

“Sborsino loro quei cinque euro” di Mario Sechi. Qui. Da cui estraggo:

“Post scriptum per i liberali alle vongole: non ci raccontino la favola dei cinque euro, qui è il principio che conta. E comunque i cinque euro li caccino loro.”


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Bart