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Solo se Fini accetta

19 Aprile 2010

Intanto una premessa. Fini, che è presidente della Camera, non ha alcun titolo formale per prendere parte ad una discussione in un organo direttivo di partito. A ragione di ciò, prima di varcare la soglia della direzione del Pdl dovrebbe dimettersi dalla carica istituzionale. Pensare che un presidente della Camera parteciperà attivamente ad una riunione di partito (Fini, infatti, ha assicurato la sua presenza) mi fa venire i brividi. Significativo il silenzio dell’opposizione su questo aspetto di non poco rilievo.

Ora torniamo al titolo.

Solo se Fini accetta che cosa? Che una volta che gli organi direttivi del Pdl hanno preso una decisione a maggioranza, anche Fini dovrà rispettarla e smetterla di fare chicchirichì.

Non può non essersi accorto, infatti, che i suoi assolo provocano soltanto danni al Pdl, a meno che, come è lecito dubitare, non faccia il doppio gioco.

Come abbiamo sentito dire da ex aennini, Fini rimprovera a Berlusconi una carenza di democrazia all’interno del Pdl. Viene smentito: anche dai suoi ex colleghi di partito. Ma ammettiamo pure che sia vero, visto che una democrazia perfetta non esiste e se vogliamo fare le pulci le possiamo fare a chiunque.

Ma spetta proprio a Fini avanzare una tale critica? Salvo Urso e Bocchino (che l’altra sera dichiarò, facendo ridere la Santanchè, che An era un partito “iperdemocratico”), tutti gli altri che hanno vissuto dall’interno la vita di An dichiarano che Fini era un autentico dittatore, pronto a cacciare dal partito chi non la pensasse come lui.

Uno così, con un’esperienza poco esaltante di democrazia, uno che si è distinto in questi mesi per mettere i bastoni tra le ruote al governo, interpretando a modo suo la carica istituzionale che ricopre, fino a che punto può essere corteggiato affinché non lasci il partito?

Finora le sue esternazioni hanno solo favorito la Lega, e lui è l’unico a far finta di non capire che alle regionali sono stati gli elettori ex An ad aver fatto naufragio, non riconoscendosi più nel loro leader: o non hanno votato o hanno scelto altrove.

Nonostante ciò, lui e i suoi fedelissimi stanno preparando il conto da presentare giovedì alla direzione del Pdl. Ridicolo.

È ridicolo, infatti, che osino presentare loro il conto quando dovrebbe essere il Pdl a farlo per le responsabilità che hanno avuto nell’alimentare astensionismo ed emorragia di voti.

Ma siccome Fini ha tutto da perdere se lascerà il Pdl, come hanno fatto notare molti commentatori politici, e siccome Fini i giornali li legge, nei comportamenti che assumerà giovedì non mancherà di tenere presente un tale rischio. Fino a che punto?

Difficile prevederlo. Su La Nazione di sabato 14 aprile, l’ex collega Storace lo ha dipinto come un insicuro, una specie di re tentenna, molto ambizioso, che non vuole certamente trovarsi col sedere per terra. Ora poi che si è strofinato e si strofina allo scranno più alto di Montecitorio, figuratevi se si accontenterà di riunirsi coi suoi quattro gatti in uno scomodo retrobottega! Restare senza potere, insomma, non è cosa per lui. Scrive Marcello Veneziani:

“Se conosco Fini, non farà lo strappo definitivo. Non ha l’ardire né gli arditi per farlo. La platea del suo pubblico ormai lo detesta, le tribune e i palchi del teatro concorrente invece lo applaudono, ma seguono un’altra trama.”

Comunque, giovedì vedremo che cosa ha deciso di fare “quando sarà grande” (rubo l’espressione a Eugenio Scalfari, qui).

Devo confessare, tuttavia, che di ciò che diranno lui e Bocchino m’importa assai poco, perché di loro non mi fido più. Ammesso che riesca una ricucitura, rilevante sarà invece il documento redatto e approvato al termine della direzione. In esso, infatti, dovrà essere scritto chiaramente che le decisioni prese a maggioranza dagli organi di partito vincolano l’intera dirigenza al loro rispetto nei confronti dell’esterno. Reiterate prese di posizione in contrasto con la linea approvata, sono passibili di espulsione.

Si dovrà anche chiedere a Fini se vorrà continuare, come presidente della Camera, ad intervenire nella vita del partito. Se sì, o dovrà lasciare quell’incarico istituzionale per assumerne uno all’interno del Pdl, oppure non esternare più.

Se non ricordo male, Fini è infatti il primo presidente di una delle due Camere che abbia continuamente interferito nella vita di un partito. Ciò che non è consentito dalla Costituzione.

Solo se Fini accetterà tali condizioni, si potrà tentare una seconda prova con lui.
Altrimenti fuori, e chi s’è visto s’è visto.

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“Ora i finiani si dividono tra loro: “Divorzio”. “No, solo una corrente”‘ di Vincenzo La Manna. Qui.

“Fini chiederà un’apertura sulle riforme e il Cavaliere pensa a un gesto distensivo” di Carmelo Lopapa. Qui.

“Bindi: “Fini non può tornare indietro”‘ di Carlo Bertini. Qui.

“I Kamikaze di Fini” di Mario Giordano. Qui.

“Fini e Berlusconi si preparano al redde rationem di giovedì in direzione”. Qui.


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4 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » Solo se Fini accetta — 19 Aprile 2010 @ 02:53

    […] Guarda Originale: Bartolomeo Di Monaco » Solo se Fini accetta […]

  2. Commento by Ambra Biagioni — 19 Aprile 2010 @ 11:07

    Dal Legno

    Mettiamola così: Fini, Presidente della Camera, si trova nelle medesime condizioni del Magistrato che non può partecipare alla vita attiva di un partito, qualunque esso sia; purtuttavia, mentre il Magistrato ha la funzione di Giudice e, come tale, non può avere altro incarico che applicare la legge, quindi non può avere commistioni con chi questa legge è preposto a farla secondo Costituzione, Fini è pur sempre un politico, appartenente ad un partito, il quale gli ha conferito l’incarico di notaio, ma non può e non deve impedirgli di esprimere le sue convinzioni.
    Quello che invece il Partito deve pretendere da Fini è che non faccia politica attiva in contrasto alle linee del Partito sTesso.
    Laddove tuttavia ritenga giusto esprimere qualche contrarietà o indicare soluzioni diverse da quelle che il Partito sembra voler prendere, niente vieta che lo faccia in seno al Partito stesso, non nelle piazze o in riunioni ufficiali, ma come membro(importante) del medesimo.
    Insomma, i panni sporchi si lavano in casa e nessuno da fuori deve essere autorizzato a giudicare come, quando e perché.

  3. Commento by giuliomozzi — 19 Aprile 2010 @ 16:34

    Hai ragione, Bart. Tutti coloro che ricoprono cariche istituzionali – il capo del governo, ad esempio – non dovrebbero partecipare alle riunioni direttive dei partiti.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Aprile 2010 @ 19:12

    Giulio, tempo fa discutemmo già della faccenda, ma vedo che non ricordi.

    Il presidente del consiglio è carica eminentemente politica, di parte. Tanto è vero che, contrariamente a quanto accade per le altre tre cariche istituzionali (ti ricordi Casini, che si dimise da segretario di partito quando fu eletto presidente della Camera)?) Berlusconi è anche il capo del Pdl.

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